CRONACA NERA

Le prfoessioni

  • VEDIAMO CHI E' VERAMENTE SGARBI. BRAVO CRITICO D'ARTE, VIOLENTO PERSONAGGIO TV OPPURE...

    Un documento straordinario. Tre articoli pubblicati su Repubblica e Repubblica.it negli ultimi quattro giorni costituiscono un’occasione unica di lettura e di conoscenza dei retroscena della vita pubblica in Italia. Protagonista è Vittorio Sgarbi, al quale tutte le televisioni, pubbliche e private, consentono ogni sera di esibirsi in “ospitate” più o meno imbarazzanti. Ma leggete, leggete questi tre pezzi di semplice cronaca, di semplice cronaca a dir poco raccapricciante – semplicemente ignorata dal resto dei giornali italiani – per avere un’idea definitiva su cosa si potrebbe scoprire grattandola la superficie della realtà televisiva e dei suoi protagonisti. Altro che “capra capra capra!”. Altro che cafonate e violenza verbale… 14 giugno. "ORA CHIAMO IL MINISTRO" COSÌ SGARBI OSTACOLÒ L’INCHIESTA SULLE TELE FALSE. LE TELEFONATE CON GALLITELLI, PINOTTI E FRANCESCHINI. IL CRITICO D’ARTE: "ERO INDIGNATO". OGGI C’È L’UDIENZA di Fabio Tonacci ROMA — Vittorio Sgarbi ha provato a interferire con l’inchiesta che lo riguardava. Interferire, condizionare, arginare, quantomeno smussare: il verbo più congruo varia a seconda del credito che si vuol dare alle telefonate che ha fatto subito dopo aver saputo del maxi sequestro di opere attribuite al maestro Gino De Dominicis. Era l’estate del 2014. Tele, tavole, pannelli e disegni ritenuti palesemente falsi dai periti della procura di Roma, ma certificati come autentici da Sgarbi e venduti ai collezionisti. Quando il vulcanico critico d’arte, adesso in corsa per l’assessorato alla Cultura del Comune di Roma col ticket di centrodestra Michetti-Matone, è stato informato dell’indagine, si è attaccato al telefono e ha chiamato, nell’ordine: il comandante generale dell’Arma, la presidenza del Consiglio, due ministri, un generale di brigata. Telefonate di cui è rimasta traccia negli atti...

    data: 17/06/2021 20:44

  • NAPOLEONE
    GIORNALISTA
    Primo uomo politico
    a capire la forza
    della comunicazione

    ROCCO TANCREDI

    Il 5 maggio di 200 anni fa moriva, nella sperduta isola di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte oggi il personaggio più famoso al mondo (dopo Gesù Cristo) secondo Steven Skiena e Charles Ward. Il loro libro Who’s Bigger? nasce dalla creazione di un algoritmo che, setacciando il web, calcola la fama delle persone nel tempo. Sui libri di scuola abbiamo conosciuto il Napoleone generale, vincitore e sconfitto in molte campagne militari, Primo Console e, dopo il colpo di Stato del 1799, Imperatore. In questi giorni stampa e Tv stanno dedicando a questo personaggio storico notevole attenzione e molteplici approfondimenti. Nonostante questo, non viene adeguatamente evidenziato un altro aspetto di quest’uomo che, avendo conosciuto il potere della stampa durante la Rivoluzione francese, si fece giornalista. Qui di seguito pubblichiamo il capitolo del libro “Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato”, di Rocco Tancredi (Lupetti editore, 2013) che illustra la situazione della stampa in quegli anni rivoluzionari e i motivi per cui Napoleone si interessò concretamente di comunicazione. Primo uomo politico a capire la forza della stampa e della comunicazione per rafforzare il proprio potere. LA STAMPA DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE Il potere della stampa durante gli anni della Rivoluzione francese condizionò anche i successivi governi che temevano il risorgere di un altro Jean-Paul Marat o Jacques Hébert. Questa preoccupazione indusse Napoleone a varare leggi liberticide contro la libertà di stampa. Soprattutto dopo essersi incoronato imperatore (si posò da solo la corona in testa), alla presenza del papa Pio VII, del corpo diplomatico e di tutti i dignitari di Francia, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. (2 dicembre 1804). L’imperatore, dopo aver lanciato critiche feroci a giornali e giornalisti che si mostravano ostili al suo governo, decise di intervenire...

    data: 04/05/2021 19:42

  • CONFESSO,
    ANCH'IO CREDEVO
    ALLORA CHE FOSSE
    NECESSARIA
    LA RIVOLUZIONE

    UMBERTO BINETTI

    La vicenda dei terroristi in attesa di estradizione in terra francese ha riportato in questi giorni alla mente di molti come me, militanti della sinistra extraparlamentare di quel periodo, fatti e vicende in realtà mai dimenticati e ben custoditi nella nostra memoria. Ovviamente non può non aver fatto effetto ascoltare la voce e le considerazioni di nomi oggi “importanti” come Paolo Mieli (a quei tempi militante di Potere Operaio) o Giampiero Mughini (direttore al tempo di Lotta Continua). Molto meno interessante potrebbe apparire la voce di chi militava e/o pensava come loro in quel tempo e che, in sostanza, si cibava dei loro articoli e delle loro affermazioni. Ma proprio per questo, invece, tali voci molto meno “note” - ma dedite ad ascoltare e leggere quelle autorevoli testimonianze - sono altrettanto degne di attenzione, se non altro per aver chiaro, poi, come tali pensieri espressi attraverso l’autorevolezza di certa informazione producessero o alimentassero un modus operandi negli anni di piombo. Io ero una di quelle voci comuni. Incorporato tra la massa degli studenti “nati” ideologicamente negli anni caldi del ’68, da poco fuoruscito dal Partito Comunista Italiano e prossimo militante nel giovane Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, espressione di una nuova sinistra rivoluzionaria. Avevo perfino un “nomignolo”: mi chiamavano “Rosso antico”, non certo perché amassi il pregiato vermouth del tempo ma perché molto in linea con le idee marxiste. Già in quella giovanissima età, in effetti, avevo fatto mio un aforisma dello scrittore Mino Maccari (accreditato poi, nel tempo, a Ennio Flaiano): “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Avevo ben radicato nella mia mente che si stavano contrapponendo due estremismi e, pur accusando gli avversari/nemici di comportamenti totalitari e talvolta violenti, sapevo bene o meglio pensavo che non ci fosse stato per contrapporsi ad essi se non assumendo atteggiamenti simili. Gli opposti estremismi, per intenderci...

    data: 01/05/2021 19:28

  • Primo Maggio
    132 ANNI DI LOTTE
    PER IL LAVORO,
    LA LIBERTA',
    LA DEMOCRAZIA

    NUNZIO DELL'ERBA

    Quest’anno il 1° Maggio compie 132 anni da quando fu scelto come Festa dei lavoratori nel Congresso costitutivo della II Internazionale (1889). Su questa ricorrenza si è scritto molto in versi e in prosa per ricordare la lunga storia che accompagnò le vicende del movimento operaio. La data fu proposta dal socialista belga Èdouard Anseele (1856-1938), che la scelse come momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento materiale. Così dal 1890 il 1° Maggio fu celebrato come rituale periodico che unì la richiesta per le otto ore ad una legislazione sociale più avanzata. In un numero unico intitolato «La Festa del lavoro», diffuso il 1° Maggio 1890 si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un altro numero unico del 1891, firmato «I socialisti operai», si proclamò quella ricorrenza come la più importante «festa cosmopolita». Così essa si inserisce storicamente nelle complesse vicende della società nazionale ed internazionale, caratterizzate da una forte carica rappresentativa di valori, di aspirazioni e di lotte per la libertà e la giustizia. Con il passare degli anni il 1° Maggio, soprattutto dopo la costituzione del Partito socialista (agosto 1892), divenne il luogo simbolico dell’emancipazione umana. Esso fu oggetto di propaganda politica, come si ricava dalla messe cospicua di opuscoli e di numeri unici che furono pubblicati per l’occasione su tutto il territorio nazionale. Dal paese più sperduto del Piemonte a quello della Sicilia si ebbe un susseguirsi di edizioni che celebravano il Primo Maggio come la «Pasqua del lavoratore». Forse per questo motivo cominciò a preoccupare le autorità governative, che considerarono la ricorrenza come foriera di disordini sociali. Esse infatti proibirono il 1° Maggio 1898 un varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita...

    data: 30/04/2021 19:46

  • "LA REPUBBLICA"
    PRIMA NEL
    DIGITALE, ORA
    CI SONO DATI
    DA APPROFONDIRE

    MICHELE MEZZA

    Il primato di Repubblica sul mercato digitale, sventolato legittimamente sul quotidiano fondato nel 1976 da Scalfari, dovrebbe suggerirci anche qualche riflessione più complessiva sulle tendenze del sistema editoriale. Magari anche sollecitando qualche dato che non viene fornito nella lunga serie di informazioni che si esibiscono a supporto del proprio successo nel sito del giornale. Innanzitutto vediamo quello che ci viene proposto. I dati più indicativi di tendenze che parlano a tutti, oltre che lusingare i proprietari della testata, mi sembrano due, che esplicitamente indicano le tendenze generali: circa il 25% del pubblico che cerca informazione firmata si rivolge al dominio digitale di Repubblica; secondo, e forse ancora più esplicito, il dato che indica come il 68% del bacino di utenza complessivo della rete in Italia (siamo attorno ai 40 milioni giorno) frequenta l’eco sistema del gruppo Gedi di cui Repubblica è bandiera ma non certo esclusiva proposta. L’intreccio fra questi due numeri intanto rimette al suo posto l’identità dell’utente digitale. Si tratta mediamente di una massa di individui guidati dal bisogno continuo di informazione autorevole e verificabile, che la testata di un grande giornale certifica e permette di documentare. Siamo lontanissimi dalla vulgata del popolo plebeo affamato di fake news. La complessità dell’aggregato dei navigatori digitali conferma di provenire, nel suo zoccolo duro, dal mondo dell’informazione cartacea, che ora viene superato e incrementato con una domanda di maggiore personalizzazione e tempestività nel rifornirsi di notizie. Per questo dall’edicola ci si sposta alla rete. Qui affiorano le carenze nei numeri che vengono pubblicati da Repubblica. Infatti per capire la logica e lo spessore dell’utente medio delle pagine digitali del quotidiano romano sarebbe utile tracciarne i movimenti, e comprendere la bussola di navigazione. Una testata on line, a differenza di una cartacea o di un’emittente TV generalista non agisce con il modello broadcast, da uno a tanti, con l’obbiettivo di conservare il più a lungo possibile l’attenzione del proprio utente, quanto con il modello browsing, di navigazione...

    data: 10/04/2021 12:55

  • LO STATO
    DEL CORRIERONE
    VEDIAMOLO,
    PAGINA
    PER PAGINA

    NUNZIO DELL'ERBA

    Per capire che cosa sia diventato oggi il «Corriere della Sera», bisogna leggere l’edizione di oggi, 16 marzo scorso. Essa si apre con due editoriali di stridente disparità: uno di Sabino Cassese e l’altro di Paolo Giordano. Nel primo l’illustre giurista interviene su una decisione della Corte Costituzionale per ricordare che «tutte le misure dirette a contrastare la pandemia ricadono nella competenza esclusiva dello Stato» (p. 1), unica istituzione a possedere il «potere esclusivo di dettar norme». Il discorso sulla «vexata quaestio» «della concorrenza tra Stato e regioni in materia sanitaria» si riproporrà al termine del «periodo eccezionale della pandemia» (p. 28). Per confermare la sua tesi, diretta a ristabilire «l’equilibio Stato-Regioni» sulla sanità, Cassese cita un libro appena edito e intitolato «Effetto Draghi. La metamorfosi di una Repubblica» (Lucca, La Vela) di Paolo Armaroli. Sulla pandemia in corso interviene Paolo Giordano, che lamenta l’assenza di tutele «per i bambini più piccoli non ancora sufficienti nella dad». Conclusione: «Trattare, dopo un anno, tutti i cicli scolastici allo stesso modo è la dimostrazione del contrario, il sintomo della nostra immaturità protratta» (p. 11). Magari dell’immaturità del ceto politico e del comitato tecnico deputato ad esprimere pareri e consigli! Nella sua rubrica quotidiana Massimo Gamellini trova «semplicemente gigantesca Simona Riussi, la moglie dell’insegnante di clarinetto morto a Biella quattordici ore dopo la sommnistazione del vaccino» (p. 1). Encomiabile il suo comportamento, dettato da «tanta sapienza, di libri e di vita, per mantenere la testa fredda dietro una tragedia»: niente proteste e reclami dunque, ma accettazione passiva della disgrazia coniugale. Due notizie annunciate in prima pagina, quella della Chiesa che «non può benedire le unioni omosessuali» (pp. 1 e 21) e l’altra che riguarda il gommista «non punibile» per avere ucciso un ladro dopo la riforma della legittima difesa (pp. 1 e 20). Elogio al leader leghista Matteo Salvini...

    data: 27/02/2021 20:09

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