Professione

LA "SINISTRA RADICALE"
E IL "PARTITO RADICALE"

BEPPE LOPEZ

Il cattivo uso che l’informazione e la politica fanno sistematicamente del termine “radicale” (e del concetto di “radicalità”), e le sue conseguenze in termini di manipolazione dell’opinione pubblica, di distorsione del confronto politico e di inquinamento per via culturale della stessa democrazia. Un tema indubbiamente importante quello sul quale abbiamo sollecitato un dibattito con il nostro recente intervento intitolato “Ci imbrogliano persino sul termine: ‘radicale’” e accolto da “Notizie Radicali” (a firma del direttore Valter Vecellio, militante radicale di antico pelo) con attenzione e rispetto. E questo, in controtendenza rispetto ad altre occasioni di confronto stoppate dall’atteggiamento preventivamente difensivo tipico dei “radicali”, è già una buona novità.

Questo avviene, probabilmente, anche perché abbiamo toccato un tema caro a Pannella e ai suoi compagni, che da sempre su Radio Radicale conducono una tenace, quotidiana battaglia contro l’uso aggettivato di “radicale” per indicare la sinistra “comunista” che li esproprierebbe di fatto del diritto esclusivo alla definizione sostantivata di “radicali”. Ma anche perché in quell’intervento non abbiamo trattato dell’aspetto della questione che riguarda, appunto, il partito fondato e guidato carismaticamente da Marco Pannella.

Eh sì, perché, se l’avessimo fatto, magari sostenendo tesi non perfettamente collimanti con la visione delle cose radicalmente sostenute e difese dai pannelliani, forse saremmo stati ignorati o non gratificati da analoga, rispettosa attenzione. Com’è capitato infatti con il libro “La casta dei giornali” – che lo stesso Vecellio definisce “libretto di molti pregi, e probabilmente per questo è stato per lo più ignorato” – totalmente ignorato da Radio Radicale, probabilmente proprio per alcuni suoi pregi (fra i quali quello di documentare un sistema scandaloso di provvidenze pubbliche all’editoria che prevede, fra l’altro, un doppio privilegio di Stato per quella emittente: il contributo come per gli altri “organi di partito” e la convenzione per la diretta delle sedute del Parlamento che, più opportunamente, dovrebbe essere affidato al servizio pubblico radiotelevisivo e comunque non all’organo di un partito). E com’è capitato anche con un’altra questione, al centro di un recente editoriale di infodem.it che pure è molto circolato fra i blog: l’ulteriore privilegio accordato di recente a Radio Radicale, in sede di definizione dei tagli all’editoria.

Ma veniamo al cortese intervento di Vecellio, al suo apprezzamento (“riflessione più che mai opportuna e necessaria; benvenuta, e non ci si può che augurare che non resti una voce isolata nel deserto”) e al suo invito a trattare anche dell’“imbroglio di cui sono vittima i radicali (quelli di Pannella e Bonino)” a proposito del termine “radicale”. Nel nostro intervento “non se ne scorge cenno; eppure meriterebbe: è la punta di un iceberg-imbroglio, con implicazioni molto più ampie di quanto a prima vista possa apparire. Sarà, si spera, per una prossima volta”.

Proviamoci. Che in un Paese – e nel linguaggio corrente – si possa parlare di un Partito Radicale e di una “sinistra radicale”, esistendo un partito radicale e una sinistra radicale, potrebbe essere considerata una cosa non perfettamente chiara, ma necessaria e assolutamente legittima. Ma già da questo punto di vista, di base, esistono due complicazioni: la prima, che i “radicali” – intesi come movimento pannelliano – non si considerano appartenenti alla “sinistra radicale”, che anzi considerano tra le principali sciagure di questo Paese; la seconda, che non esiste un vero e proprio “Partito Radicale” italiano ma - a proposito di fatti nominalistici - i “Radicali Italiani” (che si autodefiniscono “movimento costituente del Partito Radicale”) e un “Partito radicale non violento transnazionale e transpartito”. Senza contare quello che sempre più frequentemente si autodefinisce “galassia radicale” e che comprende, oltre ai due soggetti appena citati, a Radio Radicale e alla Lista Marco Pannella (fra l’altro proprietaria della radio), l’Associazione Luca Coscioni, Nessuno tocchi Caino, Non c’è pace senza giustizia, Esperanto Radikala Asocio, Anticlericale.net, Lega italiana per il divorzio breve e, forse, altri soggetti ancora.

I pannelliani, a cominciare da Vecellio – per rivendicare la privativa sul termine “radicale” – affermano che da anni si parla e si scrive di “sinistra radicale” per riferirsi in effetti a quella che, a loro dire, più correttamente andrebbe indicata come “sinistra comunista”. Ora, a parte il fatto che in tutto il mondo conosciuto viene comunemente definito “sinistra radicale” l’arco di tutti i partiti di sinistra non riformisti, compresi i comunisti, si dà il caso che sarebbe veramente sbagliato, ingiusto e scorretto liquidare con l’etichetta “sinistra comunista” un arco di partiti e movimenti (per quanto non rappresentati in Parlamento) che, oltre a sedicenti comunisti e aspiranti alla rifondazione del comunismo, comprendono i Verdi ed esponenti del “socialismo europeo” come Mussi, Salvi e Angius.

Del resto, gli stessi nostri attuali ”comunisti”, in base alle posizioni (anche di governo) da essi realmente sostenute da decenni ed anche in base alle più solide e certificate categorie politologiche, sono ampiamente ascrivibili alla classe dei “riformisti”. Per quanto “avanzati” e appunto radicali, per quanto sostenitori delle “riforme di struttura” e della “introduzione di elementi di socialismo nel capitalismo”, appaiono sostenitori di tesi addirittura più arretrate rispetto a quelle propugnate da socialisti riformisti come Francesco de Martino e Riccardo Lombardi sin dagli anni Sessanta e Settanta.

Molti di noi vogliono bene a Pannella e ai suoi. Sono grati per ciò che essi sono riusciti a fare per la “liberazione individuale e collettiva” degli italiani (per la verità, soprattutto nell’epoca in cui erano ancora “movimento”, un movimento capace di trascinarsi appresso su divorzio e aborto i grandi partiti storici della sinistra italiana, insomma quando non avevano ancora acquisito i condizionamenti e le necessità della sopravvivenza partitica). Ma ci chiediamo se sia proprio necessario e utile, tanto per cominciare per loro stessi, intestardirsi in questa futile e insostenibile rivendicazione nominalistica.

C’è di più. Il problema – così come posto dai pannelliani – non riguarda direttamente i militanti e i dirigenti della “sinistra comunista”, che mai si sono autodefiniti radicali o sinistra radicale. E non ci tengono e non ci tesero mai, come avrebbe detto Petrolini. Anzi, accolgono con fastidio e ritengono semplicistica, se non liquidatoria quella definizione, ritenendosi e autodefinendosi comunisti, socialisti o ambientalisti. Le lagnanze, i rimproveri e le critiche quotidianamente avanzate a questo proposito da Pannella, dalla Bonino, dal direttore di Radio Radicale e da Vecellio investono quasi esclusivamente i giornalisti, colpevoli di usare il termine “radicali” per personaggi politici che “radicali non sono”. Ma i giornalisti che debbono fare se non cercare di usare l’ìitaliano?

L’aggettivo e il sostantivo (una pretesa sub-nominalistica, all’interno della rivendicazione nominalistica, ancora più inconsistente e speciosa di questa) di “radicali” fanno riferimento ai due significati normalmente e incontestabilmente attribuibili al termine “radicalismo”, secondo lo Zingarelli: a) “movimento filosofico sorto in Inghilterra tra il XVIII e il XIX secolo, che si ispirava al positivismo e all’utilitarismo e proponeva radicali riforme di tutte le istituzioni tradizionali”; b) “atteggiamento di chi affronta le questioni risolutamente ed assume posizioni estreme ed intransigenti”. Perché dovrebbero essere esclusivi di Pannella e dei suoi compagni, che peraltro sempre più spesso attribuiscono “posizioni estreme” (ed estremiste) a chi non vorrebbero che fossero definiti “sinistra radicale”?

Certo, ai pannelliani farebbe piacere (e comodo) se l’insieme dei partiti e movimenti a sinistra del Pd fossero bollati come “sinistra comunista” o “sinistra estrema” o “estremisti”. Ma sarebbe improprio e, per molti aspetti, arbitrario e sbagliato. Vecellio fa di più. Non solo dà bacchettate ai giornalisti perché usano, come va usata, una parola di senso comune in tutto il mondo. Arriva a pretendere che Pecoraro Scanio o Grazia Francescato (ma anche Mussi o Salvi o Angius) dovrebbe obiettare, al cronista politico che “sbrigativamente” lo definisca della sinistra radicale: “No, guardi, lei si sbaglia: noi siamo sinistra comunista”.

Che facciamo, Vecellio, se la Francescato non si ritiene e non è comunista? La costringiamo a farsi suorina della fede per Marx, Lenin e Mao Tse Tung – e magari pure di Stalin – anche se non le passa manco per la capa?

Ecco, questo è quanto non avevamo scritto in quella breve puntualizzazione sul termine “radicale”, proprio perché introdurre la quaestio radicale avrebbe travisato il ragionamento. Per un cortese cliccatore di infodem.it, Bruno Fabretto, anch’egli presumibilmente di fede pannelliana, la nostra era “una buona analisi semantica che indica la rinuncia di una semplice ontologia come scelta editoriale e politica consapevole per nascondere e travisare la realtà”. E aggiungeva: “Senza questa dimenticanza (la quaestio radicale) “la valutazione del suo interessante articolo sarebbe passato all'ottimo”. Temiamo che, dopo aver riparato a quella “dimenticanza”, la valutazione di Fabretto e naturalmente di Vecellio su di noi scenderà al pessimo…

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CI IMBROGLIANO PERSINO SUL TERMINE "RADICALE"

di Beppe Lopez 

Uno dei mali di questo nostro Paese – prodotto evidentemente da altri mali ma produttore a sua volta di altri ancora – è la radicalità. Beninteso, la radicalità esibita, delle parole. Di più: il professionismo della radicalità. La sua parte l’ha fatta, anche qui, soprattutto qui, la tv: il ragionamento intelligente e il confronto fra due persone, pur di parere contrario, che cerchino di capire e di farsi capire, “non bucano” lo schermo (almeno così ci assicurano gli addetti ai lavori, anche se ci sarebbe da discutere, se fosse possibile). In tv, specie nella nostra tv, prevalgono le forzature, le esagerazioni e ancora di più le caricature e le macchiette. Se uno si ostina a ragionare, se non è pro o contro, bianco o nero, “comunista” o “anti-comunista”, berlusconiano o “anti-berlusconiano”, non c’è spazio per lui. Si rassegni alla marginalità o, al più, a seconda di questo o quel passaggio o pezzo del suo ragionamento, di essere strumentalizzato o assorbito, di volta in volta, in uno schieramento o in un altro. E non è questione solo di tv. Anche sui giornali vengono oggettivamente premiati le dichiarazioni tranchants e le posizioni estreme (o estremizzate), e ancora di più se volgari. Se sei un deputato e fai una dichiarazione ragionata - anche se con efficace sintesi di una riflessione intelligente e in una qualche misura utile al dibattito politico - difficilmente troverai spazio sui giornali. Ma se consenti alle agenzie di mandare in rete, per esempio, un insulto, puoi essere quasi sicuro che un titolo o un titoletto lo avrai. E in un sistema in cui la visibilità è tutto, ne consegue che i giornali stimolano e incoraggiano di fatto i bassi istinti dei politici e la “cattiva politica”. In misura e forme diverse anche la “cattiva cultura”, la “cattiva economia”, il “cattivo sport”… E infine la stessa “cattiva tv”. Così il cerchio si chiude. E non se ne esce più. Va poi chiarita, una buona volta, una cosa da noi ampiamente ignorata e offuscata. Esiste una radicalità dei modi e appunto delle parole, e invece una radicalità della sostanza e dei contenuti. Perlopiù le si confonde e, spesso, le si ribalta. Succede qui un po’ quello che succede con l’esaltato “pensare positivo”. Bisognerebbe invece agire positivo (l’ottimismo della volontà) e pensare un po’ più problematicamente, per come inevitabilmente problematica e complessa è la realtà in cui ci tocca vivere, di cui ci tocca trattare e che vogliamo migliorare (il pessimismo dell’intelligenza). Così, specie in politica, una cosa è il radicalismo dei modi, magari di uno scalmanato o di un furbastro, altro la radicalità di ciò che si dice, si propone e si fa. In questo senso, se si vuole cambiare in meglio il mondo – in una società complessa come quella italiana – niente appare più adeguata della coppia costituita dal radicalismo delle analisi e dei contenuti (frutto del pessimismo dell’intelligenza) e dal “gradualismo” della ricerca di soluzioni, coerenti con quelle analisi, concretamente praticabili (gradualismo evidentemente possibile solo con l’ottimismo della volontà). Una delle conseguenze della confusione esistente e creata al riguardo – confusione di cui si nutrono abbondantemente i titolari di conflitti di interesse, i “professionisti della politica”, i profittatori di regime, i “galleggiatori”… - è paradossalmente l’accusa di radicalità a moderati, ad esempio, come Di Pietro e Travaglio, e la generale, indistinta, sistematica professione di “riformismo” da parte di chi ha in realtà interesse allo status quo e finalizza di fatto ogni suo atto alla conservazione dell’esistente, peraltro nei suoi mali e vizi peggiori. Travaglio, anche nella sua ultima intervista (La Stampa, 21 settembre 2008), ribadisce due cose che ci si ostina, strumentalmente, a rimuovere: che è un moderato e non vota la destra perché c’è Berlusconi; che “il mio scopo è informare, non far vincere il centro-sinistra”. Travaglio, insomma, appare radicale nei modi (solo perché esercita radicalmente la sua professione: e in effetti è difficile oggi fare con dignità e schiena dritta il giornalista in Italia senza farsi schiacciare e diffamare come estremista e “radicale”), essendo in realtà un moderato, forse anche un conservatore. Lo stesso Di Pietro che cos’è se non un moderato, con punte in qualche caso persino reazionarie? Passa anche lui per un pericolosissimo estremista – di più: un odiato Robespierre (che orrore che faceva uno come Bondi, segretario di Berlusconi elevato da Berlusconi alla dignità di ministro della Repubblica, lanciargli con recitato disprezzo in tv: “Lei mi fa orrore!) – solo perché tale è la sorte di chi si ostina a ritenere fondamentale in questo Paese la legalità e il rispetto delle leggi, delle norme, delle regole… Non è strettamente necessario considerare Di Pietro la soluzione del caso italiano o avere in gran simpatia Travaglio per ritenere che, finché la classe politica italiana sarà, pressocchè tutta, intenta a badare essenzialmente alla propria sopravvivenza come casta al potere – in forme sempre più spregiudicate e feroci man mano che cresce in essa la disperata consapevolezza di non rappresentare più la società italiana (si pensi solo progressivo, ossessivo aumento dei "costi della politica", e alla negazione del pur minimale diritto del cittadino/elettore di mettere una crocetta su nomi di candidati comunque decisi dall’oligarchia partitica) – la gente continuerà ad essere imbrogliata persino sul significato di termini come “radicale” o “moderato” o “riformista”. Per non parlare dell'etichetta di "antik-politica" appioppata a questo e a quello proprio da parte di chi fa strame quotidianamente della dignità della politica e dei principi più elementari della democrazia rappresentativa.

(Infodem, 22 settembre 2008)

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L'IMBROGLIO SUL TERMINE RADICALE

E L'IMBROGLIO DI CUI SONO VITTIMA I RADICALI

di Valter Vecellio

L’imbroglio sul termine radicale e l’imbroglio di cui sono vittima i radicali di Valter Vecellio L’articolo che segue, di Beppe Lopez, è tratto dal sito internet www.infodem.it. A colpire il titolo: “Ci imbrogliano persino sul termine “Radicale”. Lopez è giornalista di antico pelo: è stato tra i fondatori di “Repubblica”, per una ventina d’anni è stato giornalista parlamentare; e nel suo curriculum anche l’attività di editorialista e inviato di economia per “Il Globo” e i “Quotidiani associati”. E’ anche autore di un libretto, pubblicato nella collana “Eretica” di Stampa Alternativa: “La Casta dei giornali (così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici)”. Libretto di molti pregi, e probabilmente per questo è stato per lo più ignorato. Ma per tornare all’editoriale. Chi è interessato lo potrà leggere in coda a queste riflessioni a margine. Il discorso di Lopez in realtà va al di là dell’imbroglio che si denuncia nel titolo, il suo è un discorso interessante sul modo di fare (o di non fare) informazione, televisiva e non, riflessione più che mai opportuna e necessaria; benvenuta, e non ci si può che augurare che non resti una voce isolata nel deserto. Si deve però confessare che quel titolo, chissà, forse per una sorta di riflesso pavloviano ad altro ci faceva pensare. E in particolare all’“imbroglio” che si perpetua da anni, dell’esproprio del termine radicale inteso come sostantivo e non come aggettivo. Da anni si parla e si scrive di “Sinistra Radicale”, e così s’intendono quelle formazioni politiche che vanno dal gruppo di Fabio Mussi a Rifondazione Comunista, dai Comunisti di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo ai Verdi. Per la “Casta dei giornali” e dei giornalisti, sono loro “sinistra radicale”, e con buona pace dei Radicali cui non solo viene impedito di comunicare, ma si vedono privati sistematicamente e scientificamente anche della loro identità. E prova ne sia il fatto che le rare volte che si riferisce delle loro proposte e si dedicano loro avanzi d’informazione, si ha cura di specificare “i radicali di Pannella e Bonino”. Insomma: non solo i radicali non esistono e non devono esistere, ma “altri” devono figurare come “radicali”. Il radicale Pannella, la radicale Bonino, non si deve sapere cosa dicono, fanno, propongono. Al contrario, altri, che radicali non sono, vengono accreditati come tali, e quel che dicono e fanno viene arbitrariamente diffuso con quel “timbro”. Accade così che chi – come chi scrive, e quanti si trovano nella stessa condizione – si onora di appartenere allo schieramento liberale, liberista, libertario e laico e ha in tasca da qualche anno la tessera radicale, sia espropriato ogni volta che qualcuno, per definire la sinistra comunista, parla di “sinistra radicale”, sia espropriato dei suoi valori. E’ troppo chiedere che sia dato del radicale ai radicali, del comunista a chi si fregia e rivendica questo titolo, che chi scrive articoli sui giornali applichi questa banalissima regola? Parrebbe di sì. La cosa bizzarra – e che pure un giorno dovrebbe essere spiegata – è che sono solo i radicali a protestare per l’esproprio di cui sono vittime. I Diliberto (indimenticabile la sua elegante definizione dei radicali, descritti come “rogna”), i Giordano e i Pecoraro Scanio, non hanno mai fiatato. Non hanno mai obiettato al cronista politico che sbrigativamente li definiva “Sinistra radicale”: “No, guardi, lei si sbaglia: noi siamo sinistra comunista”. Il titolo di comunista veniva (e viene) orgogliosamente rivendicato. Poi però incassano senza batter ciglio d’esser definiti “radicali”. E in questo “imbroglio” finisce col caderci anche Lopez. Si citano Antonio Di Pietro e Marco Travaglio, emblemi di quanti sarebbero vittime di un utilizzo distorto e deformato del termine “radicale”. Con efficacia si chiarisce “una buona volta, una cosa da noi ampiamente ignorata e offuscata: esiste una radicalità dei modi e appunto delle parole, e invece una radicalità della sostanza e dei contenuti”. E, come s’è detto, si tratta di lettura interessante, su cui conviene riflettere. Quanto all’imbroglio di cui sono vittima i radicali (quelli di Pannella e Bonino), non se ne scorge cenno; eppure meriterebbe: è la punta di un iceberg-imbroglio, con implicazioni molto più ampie di quanto a prima vista possa apparire. Sarà, si spera, per la prossima volta.

(Notizie radicali, 23 settembre 2008)

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Inserito da Bruno Fabretto

il 24/09/2008 12.10.52

E' una buona analisi semantica che indica la rinuncia di una semplice ontologia come scelta editoriale e politica consapevole per nascondere e travisare la realtà. Una scelta parallela e sinergica con la convulsa attività del revisionismo storico. Nella storia moderna e contemporanea europea e italiana, secondo vari dizionari, l'essere radicale indica chi appartiene o milita nel Partito Radicale, denominazione assunta da vari partiti della tradizione laico-illuministica europea, ispirata alla tolleranza e al pacifismo, oltre che all'affermazione, nei vari contesti, dei diritti civili dell'individuo. Senza questa dimenticanza la valutazione del suo interessante articolo sarebbe passato all'ottimo. Saluti