L'analisi
GIORNALI E GIORNALISTI: COSA NON FUNZIONA
FORUM CON BEPPE LOPEZ
di LA VOCE DEMOCRATICA (*)
- 10/07/2010 19.47.42
FORUM CON BEPPE LOPEZ
Il terzo “incontro del giovedì in redazione” ha per protagonista Beppe Lopez. Barese, classe 1947, una vita intera dedicata al giornalismo: da cronista, da fondatore e inventore di quotidiani, da direttore, da studioso e autore di libri sull’informazione italiana (ricordiamo in particolare “La casta dei giornali”). Ma non solo, oggi Lopez è anche romanziere e autore di racconti storici. Ecco come si racconta, incontrando la redazione de “la Voce democratica”: “Faccio da 45 anni il giornalista. Ho fatto di tutto. Sono stato cronista politico, in particolare per Repubblica dalla sua fondazione, ma anche al Globo e altre testate. Poi ho fatto il direttore di giornali, e soprattutto l’inventore di giornali locali: il Quotidiano di Lecce, in particolare, che fu il primo quotidiano moderno italiano locale. L’ultimo quotidiano che ho fatto è stato nel 1990, la Nuova Basilicata. Ho diretto per dieci anni circa la Quotidiani Associati, che era la più grossa agenzia di servizi del Paese, che dava a una rete di giornali regionali e provinciali…
Che è nel gruppo Repubblica-L’Espresso?
Nasceva ed è stata fondata da Caracciolo: ma la strategia di Caracciolo all’inizio era quella che poi ho seguito io per trent’anni, cioè quella che prevedeva tanti giornali locali. Invece poi anche lui fu travolto dal fenomeno Repubblica, che è diventata un “mostro”, e cambiò strategia: fece l’Agl (Agenzia giornali locali), che è la redazione centrale di una serie di giornali con la stessa proprietà, cioè lui. Invece la Quotidiani Associati era un consorzio di testate: in sostanza la proprietà era di tre, prima Caracciolo, La Gazzetta del Mezzogiorno e Ciancio (Mario Ciancio Sanfilippo), poi al posto di Caracciolo entrò Il Mattino: si pubblicavano ogni giorno decine di servizi, corrispondenze dall’estero… sul Secolo XIX, il Gazzettino, l’Unione Sarda, oltre alla Sicilia e al Mattino… Era un’agenzia da un milione, un milione e mezzo di copie. Inoltre negli ultimi anni ho cominciato a scrivere: a parte quattro o cinque libri sul giornalismo perché io non sono solo specializzato nell’informazione locale ma ho elaborato una mia analisi del mercato, che non è molto circolante nella categoria corporativa a cui apparteniamo, poi ho fatto dei romanzi. Il primo, “Capatosta”, l’ho fatto nel 2000 con Mondadori. L’ultimo romanzo è “La Scordanza”, con Marsilio. Ho fatto anche un paio di racconti storici: l’ultimo è uscito in questi giorni e si chiama “Il principe nel groviglio” e racconta di quando fu inventato lo Stato di Albania e ne fu messo a capo dalle superpotenze un nobile tedesco, che è appunto questo principe nel groviglio, che non capì un cavolo della complessità della situazione… Questo, insieme all’altro racconto storico che ho fatto tempo fa sulla rivoluzione del 1799, che si chiamava “Mascherata reale”: era solo uno dei casi esemplari di tentativi devastanti di esportazione della democrazia. Nel 1799 i francesi, più recentemente gli americani, e nel ’14 le superpotenze in quel territorio balcanico che era reduce da quattro secoli di dominazione turca.
Bene, allora: come stanno i giornalisti italiani oggi?
Cominciamo dai giornalisti? Io non amo parlare dei giornalisti, perché, ovviamente, i giornalisti sono un elemento umano e individuale: l’importante è il sistema. Spesso parlare di schiene dritte o meno è velleitario e parlare dei giornalisti che non reagiscono e non riescono a svolgere un ruolo protagonistico è impietoso: perché un Paese non deve aver bisogno di eroi… Poi ce ne sono di persone che fanno prevalere etica, morale eccetera, rovinandosi la vita. Ma io, che mi vivo come un eroe civile per il rapporto che ho avuto con la professione proprio da questo punto di vista, non ho nessuna severità nei confronti dei colleghi che stanno lì e sono dipendenti…
Vittime di un sistema, insomma…
E’ chiaro che c’è il problema della schiena dritta, però il problema serio e strutturale è cosa sono i giornali italiani. Che sono stati fatti storicamente per non essere venduti. Da sempre. Infatti non sono venduti. Ovviamente questa è una cosa “provata”, perché quando sono state fatte o quando sono fatte iniziative editoriali su misura delle richieste e aspettative del pubblico, gli italiani reagiscono. Gli italiani hanno i migliori mensili del mondo e più diffusi mensili del mondo; hanno settimanali tra i migliori e più diffusi; hanno i migliori e più diffusi giornali specializzati se non del mondo, d’Europa certamente (mi riferisco al Sole 24 Ore e ai due quotidiani sportivi, Corriere dello Sport e Gazzetta dello Sport). Quindi gli italiani, se tu gli dai dei prodotti, li prendono. Allora, il problema degli italiani quale sarebbe? Che appena si affacciano al quotidiano generalista diventerebbero refrattari all’informazione? Non è così. E’ che i giornali italiani non sono mai stati fatti per essere venduti. “Periodizziamo” in qualche modo e distinguiamo: la fase delle origini, ovvero dall’Ottocento in poi; il dopoguerra; infine, dagli anni Settanta ad oggi. Senza farla troppo lunga, l’origine è analoga: c’è il giornale ottocentesco, la grande personalità locale di grande intellettuale che fa il quotidiano locale, che agita problemi, temi, eccetera. Come sempre, ovviamente, dietro il grande intellettuale che fa un bel giornale, gratta gratta e hai gli interessi: in Italia ce li hai anche al Corriere della Sera, alla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, alla Gazzetta del Popolo… nascono così. Dopo, però, altrove, in tutto il mondo nasce il mercato dell’informazione, questo è il problema. Noi, rispetto agli altri Paesi, non solo probabilmente ci dobbiamo far carico di alcune anomalie storiche, dall’Impero Romano alla presenza della Chiesa, fino alla Dc e poi al Pci. Ma noi abbiamo oltretutto avuto il fascismo, mentre altrove metteva definitivamente le radici il mercato moderno dell’informazione. Non solo, ma io credo che sia stata addirittura decisiva, starei per dire ancora più devastante del fascismo ai fini del discorso che faccio, l’estrema politicizzazione della nostra vita nel dopoguerra. Ancora oggi viviamo il mancato sviluppo del mercato. Ancora oggi se tu prendi un giornale, stiamo a Roma e quindi il Messaggero, il giornale popolare per eccellenza, e apre con un editoriale di Savona e poi ci sono altri due corsivi… al di là del valore dell’editoriale, è chiaro che tu non metti Savona in apertura per vendere il giornale, tanto meno lo fai se sei il Messaggero, che vende al popolo: quindi perché lo metti? Lo metti per altre ragioni: che sono, nella migliore delle ipotesi, “illuminate”. Per capire l’oggi io faccio riferimento agli anni Settanta. Perché, cosa è successo? L’Italia, anche l’Italia, cominciava un po’ la globalizzazione: il Sessantotto è un po’ già globalizzazione, c’è una ventata culturale, sociologica, antropologica, che coinvolge l’America, la Germania… e noi abbiamo partecipato. Questo Paese, sino agli anni Sessanta-Settanta, è un Paese in crescita, da tutti i punti di vista, compresi gli anni considerati storicamente più bui, del “regime” democristiano, che invece sono stati di grande espansione. Dopo aver soddisfatto, negli anni del latifondo democristiano, i problemi di “panza”, del testo del lavoro eccetera, negli anni Sessanta, periodo che può essere sintetizzato col primo centrosinistra, e negli anni Settanta l’Italia ha fatto cose strepitose, all’avanguardia: il Servizio sanitario nazionale, lo Statuto dei lavoratori, l’estensione della scuola dell’obbligo, le nazionalizzazioni energetiche… cose clamorose. Questo Paese le ha digerite ed è andato avanti. Il problema attualmente, lo vediamo alla fine di questo excursus, è che quello che avviene oggi è il frutto maturo, marcio, di quello che è avvenuto alla fine degli anni Settanta: alla fine degli anni Settanta sono stati interrotti innaturalmente, artificiosamente, dall’esterno, i processi di democratizzazione e modernizzazione che il Paese comunque si era dato. Tra strategie della tensione, anomalie, terrorismo, colpi di Stato riusciti a metà, questo Paese ha continuato a crescere sino agli anni Settanta. Se noi guardiamo cos’era l’architettura italiana negli anni Settanta, il cinema, la narrativa, il dibattito politico, il giornalismo… certamente c’è un abisso rispetto all’oggi. Alla fine degli anni Settanta, è stato interrotto il processo di democratizzazione-modernizzazione. Il problema è che c’è una ragione esterna a tutto questo, che si chiama “legge di Yalta”: un partito che si chiama Partito Comunista (e non entro nel merito politico) non poteva governare. Quindi la ragione dall’esterno interviene in Italia, ma non tanto sul piano politico: è stata recisa radicalmente la capacità autonoma di questo Paese di darsi un futuro, di vivere la realtà. Per cui tutto è nato malato e “stortignaccolo”. Tornando a noi, in quegli anni cosa sta nascendo? In quegli anni nasce Repubblica, la gente se l’è scordato come: nasce al 50 per cento Mondadori e 50 per cento L’Espresso. La prima “Repubblica” non è “scalfariana”: la componente forte di quei primi anni è quella “mondadoriana” che si espresse in redazione, quindi nella definizione dell’oggetto del giornale, con la componente che teneva sotto la testata di Panorama lo slogan: “i fatti separatidalle opinioni”. I fatti separati dalle opinioni, recepito dalla scuola anglosassone, è una cosa banale, però non si faceva da nessuna parte: Repubblica all’inizio lo mette in pratica: la cosa fondamentale era questa, in cinquanta righe, in sessanta righe, tu dovevi dire il fatto, punto. E questo non significa l’obiettività, significa il mestiere, la professionalità. Significa che tu approcci la professione mettendoci due risorse: servono le capacità tecniche, perché per fare un articolo di cinquanta righe ci vuole la capacità, è difficile, non è come fare il tema al liceo, e serve l’onestà intellettuale. Quando Repubblica nasce, rappresenta la democratizzazione e la modernizzazione: si faceva un giornale nazionale per la prima volta…
Intendi dire che il Corriere era un giornale lombardo…
Il 90-95 per cento della tiratura del Corriere riguardava la Lombardia. Vendeva magari tre copie a Palermo, due a Cagliari… era di prestigio nazionale…
Quindi il giornale nazionale vero e proprio, prima di Repubblica, non esisteva…
Fino agli anni Settanta c’erano una ventina di testate regionali che erano evasive sulle questioni locali e provinciali su quelle internazionali…
Restiamo al fenomeno Repubblica: ma non era proprio quel modello editoriale iniziale che da lì a poco avrebbe messo in ginocchio i due editori? Ricordiamo che in quegli anni si parlava di forte crisi di vendite. Tanto è vero che poi il giornale è stato ripensato: prima era un giornale senza sport né cronaca…
Io la penso in maniera radicalmente diversa: doveva essere proprio così.
Sì ma se quel modello editoriale fosse stato conservato fino ad oggi…
Faccio un passo indietro. Bisogna vedere le cose più banali: in natura, tu in qualsiasi settore hai bisogno di un prodotto base e di un prodotto secondario. Anche nel nostro settore così come in tutto il mondo, non me lo sto inventando io. Come avviene in ogni parte del mondo dove era nato il mercato dell’informazione, tu come cittadino moderno di cosa hai bisogno? Di un bene primario: esci di casa, vai nella tua edicola e ti compri il “tuo” giornale. Il tuo giornale che cos’è? E’ un giornale locale fatto bene, dove tu trovi tutto ciò che è avvenuto il giorno prima, e avviene oggi e avverrà domani: all’angolo di casa, a Roma e a New York. Poi, se hai tempo, denaro, voglia, sensibilità, ti compri un secondo giornale. E’ un fenomeno democratico. Però, in Germania o in America, dove ci sono 12 mila quotidiani locali, tutto ruota attorno al quotidiano locale, al “mio” giornale. Non a caso, non avendo un mercato, in Italia non c’è mai stato tutto questo: ed è molto peggiorata la situazione, e c’entra Repubblica. Sino agli anni Settanta tu avevi questi quindici, venti quotidiani, testate, proprietari, industriali eccetera, e qual era la loro funzione? Di ottundere i sensi. Loro facevano i giornali per metterli a disposizione della politica: la politica dà le commesse sulla mia azienda vera, il giornale deve essere in deficit, e lo vediamo perché noi abbiamo perso alcune battaglie negli anni Settanta proprio perché quando il giornale è in deficit sei ricattabile. Poi per essere venduto il giornale deve contenere notizie, deve essere divertente, deve essere pieno, vivace: le notizie però fanno circolare conoscenza. Quindi quei giornali erano plumbei, senza grafica, orrendi, grigi, che si sfogliavano al bar e che servivano solo come status symbol del droghiere rispetto al contadino o al meccanico. Ed erano, come detto, giornali evasivi sulle questioni locali e provinciali su quelle internazionali e nazionali. Questo era il sistema, quindi non hai il quotidiano... perché non c’è l’imprenditore che fa un giornale per guadagnarci, per vendere, per prendere pubblicità. I giornali infatti in Italia si vendevano, e si vendono, ai livelli fra i più bassi del mondo. Torniamo un attimo a Repubblica per rispondere alla tua domanda. In base a questa analisi, a questo “raccontino” che ti ho fatto, con Repubblica hai anche, all’inizio, per la prima volta un giornale nazionale, con un qualche orientamento modernista, progressista… Il riferimento è Le Monde, no? Questa era l’ipotesi: e quindi un giornale non di massa, non a diffusione di massa. Un giornale di orientamento come Le Monde. In Francia oggi come allora, ad essere più diffuso è un sistema di quotidiani locali, che vende 830 mila copie. Le Monde vende 200-300 mila copie, perché è un giornale nazionale eccetera. Con Repubblica, invece, poi cosa succede? Che, per una serie di ragioni, la Mondadori non è che va via ma si affida a Scalfari e a un certo punto in Repubblica dilaga lo “scalfarismo”. Che cos’è lo scalfarismo? E’ un giornalismo ottocentesco, non lo dico solo io: è il grande intellettuale che deve illuminare non solo la gente, ma addirittura nella versione di Scalfari dettare la linea ai partiti. Repubblica nel ’78 era già un grandissimo giornale grazie a Moro. Nel frattempo, siccome lui è spregiudicato, vede che ci sono praterie scoperte: non c’è il giornalismo popolare, nessuno si occupa di sport in maniera moderna… E lui fa tutto: perché non c’è niente, nessuno fa il suo mestiere, non ci sono giornali specializzati in Italia, non ci sono giornali nazionali, non ci sono giornali locali. Allora lui tende a occupare tutto, ma anche politicamente: prima doveva essere un uomo socialista, poi vede che c’è un altro territorio sterminato che è il popolo comunista e fa il giornale comunista, che gli frega? Lui si autodefinisce un libertino, spregiudicato culturalmente. Quindi già nel ’78 è da record mondiale. Non esiste al mondo uno che in cinque anni, sette anni, otto anni, fa un giornale che vende 600 mila copie, è una cosa enorme! Però, cos’è avvenuto: pian piano lui ha occupato tutti gli spazi, e poi c’è stata una imitazione degli altri giornali. Non a caso Mieli va al Corriere e fa questa operazione, va alla Stampa e fa questa operazione… Tuttavia adesso il re è nudo: cioè il re per me è nudo quando Scalfari, fatto questo grande successo, è il giornalista più grande del mondo, è l’uomo più libero del mondo, e vende il giornale a De Benedetti. Quindi ancora una volta, dietro al grande giornale ci sono grandi interessi, e se non ci sono si vanno a cercare, perché culturalmente è quella l’idea: l’intellettuale che illumina le menti e l’industriale che gli fa “tu che sei illuminato, io ti do i soldi…” proprio come nell’Ottocento. Tornando a noi, mentre negli anni Settanta avevamo almeno quei venti giornali, adesso sta avvenendo un fatto ancora più grave: che tu tendi ad avere invece tre o quattro giornali che sono dei “mostri”. Non è che lo dico io, una cosa del genere non esiste in nessuna parte del mondo, perché laddove c’è mercato tu hai una differenziazione merceologica. Cioè tu hai il giornale nazionale e il giornale locale, il giornale di qualità com’è il Times e il giornale popolare come il Sun, no? Hai i giornali specializzati… dove c’è una nicchia, qualcuno si butta: e in Italia posso elencarti tre o quattro nicchie che non sono soddisfatte. Ho fatto un libro qualche anno fa in cui c’era un progetto di un quotidiano musicale. E qualsiasi persona cui accenno questo fatto fa “cazzo! Se fai un quotidiano musicale in Italia non vendi le tue diecimila copie?”. Però non trovi un editore. Perché l’editore non c’è: Caltagirone non è un editore… Io quando dirigevo la Quotidiani Associati, praticamente cosa si faceva? Io avevo un corrispondente a New York, e le sue corrispondenze quotidiane le davo in esclusiva regionale a tanti quotidiani regionali: quindi in ogni regione uno si presentava in maniera competitiva con Repubblica, che ha il suo corrispondente… ma dividendo le spese. Elementare. Allora, per una serie di accidenti storici questa Quotidiani Associati finisce nelle mani di Caltagirone, che aveva comprato il Mattino. Ora, io che sono Caltagirone, che ho il Messaggero, ho pure il Tempo, ho comprato il Mattino, sto per prendere il Quotidiano di Lecce, sto prendendo il Corriere Adriatico, sto prendendo il Gazzettino di Lamezia… cazzo, me la devo inventare un’agenzia di questo genere! Che in America, giustamente, fanno da trent’anni. Ma lui invece appena “entra” dice: “No, la chiudiamo”. Allora oggi non c’è differenziazione merceologica e nemmeno di strutture: non c’è un’agenzia come Quotidiani Associati, non è stata rifatta…
C’è l’Agl. E poi c’era, se non sbagliamo, qualche difficoltà: ricordo che qualche agenzia andava anche oltre, addirittura confezionando le pagine... E c’erano anche difficoltà di tipo sindacale…
No, quelle sono state superate… io poi sono comunque contrario alle pagine confezionate. Ma qual è il problema: quelle agenzie consentirebbero il risparmio possibile. Cioè, la Gazzetta del Mezzogiorno di Bari non potrà mai consentirsi il corrispondente da New York, mi pare elementare, altrimenti fallisce. In sostanza ci deve stare un’agenzia che dà dei servizi di eccellenza a prezzi praticabili. Non solo, ma io concepisco, in un Paese normale, tanti quotidiani locali di diverso orientamento, culturale eccetera, dei quotidiani nazionali, e reti di quotidiani locali consorziati tra di loro che si fanno agenzie: quindi tre quattro agenzie nazionali. Il mercato è pure questo. Ma il mercato, lo vogliamo o no? Io credo, da persona di sinistra, da socialista strutturale, che in questo settore, come in tutti i settori culturali, abbiamo bisogno di mercato: adesso tu hai un misto tra i vecchi difetti e i nuovi. Io peraltro sono convinto che in Italia non ci sia veramente l’opinione pubblica, perché non ci sono i meccanismi, le strutture base che consentano l’elaborazione di un’opinione pubblica. Cioè, l’opinione pubblica non è l’opinione di Scalfari: la battaglia per la libertà di stampa non è la battaglia per la libertà di Santoro, è un’altra cosa. Nella moderna democrazia di massa, come quella in cui noi siamo, bisogna guardare al diritto ad essere informato del cittadino. Solo a partire dalla manifestazione a piazza del Popolo, pochi mesi fa, come terzo slogan la nuova dirigenza della Federazione della stampa ha messo questo diritto. Il problema quindi è fare emergere alcune cose: allora questi gruppi, quelli di Repubblica e Corriere della Sera, hanno i giornali più diffusi, hanno le più potenti macchine di raccolta pubblicitaria che ci sono in questo Paese, hanno le radio, hanno i siti più ciccati, e come se non bastasse sono proprietà di gruppi politico-finanziari. La situazione italiana è difficile: la stratificazione dei problemi, che sono tanti, il sindacato schiacciato sulla difesa occupazionale… è chiaro che è difficile uscirne fuori, però bisogna incominciare. Io questa analisi la faccio da vent’anni, in assoluta solitudine. Negli ultimi tempi, devo dire, sono stato invitato a far parte di una Commissione della Federazione della stampa, di autoriforma: che è significativo. Secondo me perché si è “costretti”: adesso finalmente si parla di diritto dei cittadini ad essere informati. Che poi è il mercato, perché significa che tu devi fare dei giornali che il cittadino si aspetta, quando “mercato” lo dice un intellettuale socialista. Si dice “ma perché oggi la gente non compra un giornale?”, con un euro, che ci vuole? Ma non basta, perché per essere informati in Italia devi comprare sei giornali: e la gente, seppure non faccia un’analisi sofisticata come quella che faccio io dopo 45 anni di esperienza, sente più di me che il giornale che compra la sta imbrogliando. Perché quando appunto si mette Savona o Prodi in apertura… Quando addirittura Repubblica, il giornale più moderno di questo Paese, ha una apertura di prima pagina con un titolo tutto alto che è “O Costantin, di quanto mal fu matre” (è il titolo di un pezzo di Scalfari), quello è chiaramente un residuato del passato, dell’arroganza, cioè del disinteresse alle vendite. Significa che tu te ne strafreghi dei lettori, che devi esibirti, e che hai arroganza intellettuale, no? Per cui la gente capisce. Cioè la gente in Italia compra nove copie ogni cento abitanti! Perché i francesi devono valere quindici copie ogni cento abitanti, perché gli estoni devono valere dodici, tredici copie ogni cento abitanti, e tu nove? Non c’è alcuna ragione. Anche perché poi lo stesso italiano compra il Sole 24 Ore, la Gazzetta, settimanali, mensili...
Allora perché il quotidiano moderno, il quotidiano per vendere copie, non esce? Cosa manca perché in Italia si crei un mercato in cui altri soggetti diventino editori puri?
Ci vuole uno che investa dei soldi in questo settore per guadagnare soldi vendendo copie di giornale eccetera. E non c’è mai stato, evidentemente. Non solo, ma più si è andati avanti, più si stratifica e si complica il panorama, e più è difficile no? E’ chiaro, e aggiungi a questo altri elementi: tutti i soldi della legge per l’editoria sono andati a rafforzare questa tendenza. Io ho fatto un quotidiano in Basilicata, con i soldi di un piccolo imprenditore, e ogni giorno venivo “rapinato”: rapinato perché mi arrivava in Basilicata, che so, il Foglio? Vendeva cinque copie, a chi le rubava? A me, no? Perché io facevo un giornale moderno, locale… L’Unità, che è “co-finanziata” dallo Stato e mi vende cento copie, a chi le rapina? Cinquanta copie le rapina a me. Per non parlare del Corriere della Sera, ma anche “Europa”… sono ventiquattro testate: è chiaro che alla fine diventa difficile farsi largo. Però nemmeno prima trovavi un editore. Trovavi il politico, trovavi il presidente della banca di nomina politica… Perché? Ma anche per un fatto molto semplice, elementare: l’imprenditore potenziale è anch’esso un cittadino. Il cittadino italiano, a cominciare dal giornalista italiano, aveva ed ha in mente un’altra cosa: il giornale è un’azione nel migliore dei casi politico-culturale. Ma il giornale è un prodotto popolare: è un prodotto per cui uno deve uscire di casa, andare, scegliere… quindi il lettore devi lo devi prendere, colpire, devi interpretarne i bisogni, devi parlare il suo linguaggio, capito? Un’altra cosa interessante è anche tecnicamente: io l’ho detto, non è solo l’onestà intellettuale che la gente segue, ma anche le capacità tecniche. Perché l’ultimo analfabeta, il pecoraio delle Murge, lui non lo sa ma ha una cultura grafica uguale a quella dell’intellettuale di Manhattan: vedono le stesse pubblicità, la stessa televisione film eccetera eccetera. Quindi se mi dai un prodotto sguaiato io non ti compro, e non ti compro se sento che mi stai imbrogliando. I quotidiani italiani, la gran parte quasi sempre, sono fatti per imbrogliare chi li deve comprare. Io in queste settimane sto facendo un giornale al mio paese, cinquemila abitanti, e ho cercato di farlo con questo spirito: saltando il ceto politico. Allora, devo dire, è uscito ieri l’ultimo numero, un piccolo giornale formato A4 di sedici pagine: io mi nascondo dietro l’edicola, 350 persone, dal primo numero, vanno in edicola e sborsano un euro e cinquanta centesimi. Dicono “oh, è arrivato lu giornale nostru?”, perché hanno sentito che è fatto da persone perbene e anche capaci, perché faccio un piccolo giornale ma con 45 anni di esperienza alle spalle. Qualsiasi cosa tu fai la gente lo capisce. Il problema ancora una volta è neutralizzare il disprezzo per la gente…
Ma questo anche a livello locale, dove si vuole scimmiottare…
A Lecce un mio amico, ex allievo, sta facendo un quotidiano che si chiama “20 centesimi”: è quattro pagine, e sono tutta roba politica, non solo, ma anche pettegolezzo politico, perché c’ha in mente quello. E sono tutti così! E’ proprio un dato culturale. Non è un difetto, è una caratteristica: non punti a vendere. Beh se fai il giornale devi farlo nel più intelligente dei modi, anche se tu vuoi fare una politica di affari. Dicevamo prima Caltagirone: tu devi rifilare le cose più sporche però con un linguaggio moderno... Questi non c’hanno il linguaggio moderno. A Caltagirone non gli fai un favore se fai quel giornale così…
E’ contro i suoi interessi…
E’ contro i suoi interessi, hai capito?
Ma forse neanche lui lo capisce…
Non lo capisce… tanto è vero, adesso te lo stavo dicendo, per esempio sul piano regolatore, ricordate? Se io fossi stato Caltagirone non avrei fatto quell’attacco col mio giornale, ma avrei difeso i miei interessi in maniera più intelligente… non è il mestiere suo. Cioè io potrei fare il giornale di Caltagirone con quello che sto dicendo: non metterei onestà intellettuale, ma metterei capacità tecniche. Queste due cose non ci sono nel giornalismo italiano, questo è il problema: parliamo in particolare dei quotidiani; e la gente non ti compra per questo, perché si sente imbrogliata e vede dei “giornalacci”. Poi c’è anche un altro aspetto tecnico che coinvolge anche Repubblica: il dominio della grafica. Perché domina la grafica? Perché i direttori non sanno niente di grafica.
E si affidano a un grafico che non sa niente di giornali...
Esatto. Io ho sempre fatto il grafico. Io nasco in tipografia, sono interessato a controllare: e il grafico fa ciò che dico io. E tra l’altro devi avere il dominio del mestiere grafico. Repubblica c’ha Ezio Mauro, e c’ha un vicedirettore grafico, Angelo Rinaldi. Eh, ma io ho visto delle cose, hanno fatto un prodotto, non so se ricordi, cos’era, il ventennale… era bellissimo ma non si capiva niente. E Repubblica devo dire era anche molto più bello cinque anni fa: ora è sgranata la pagina, capito?
Qualcuno dice “ormai il futuro è internet”, altro che cartaceo…
Sono strumenti e fisicità diverse. Quando arriveranno alla maneggevolezza della carta… Con internet e con lo sviluppo della tecnologia, tuttavia, i problemi si ripropongono sempre: internet è un magma partecipativo, straordinario, ma l’informazione è un’altra cosa. L’informazione è un’altra cosa dal blog: non a caso già adesso i siti più cliccati sono Repubblica e Corriere della Sera. Perché? Perché per fare informazione ci vogliono onestà intellettuale e capacità tecniche. I problemi si ripropongono: quindi si ripropone, nel nostro caso, l’omologazione, la concentrazione… per fare informazione anche su internet, non per fare partecipazione ma per fare informazione, si deve fare anzi ancora di più: perché se io devo andare a comprare un giornale adesso, io mi compro Repubblica o Corriere della Sera e “buonanotte”: qui sono cavoli, ce ne sono trentadue come Repubblica, a questi livelli, e poi prendi il New York Times, prendi ciò che vuoi, quindi c’è una lotta di qualità ancora più alta. E quindi costerà. Non a caso peraltro, qualcosa alla fine dovrai pagare.
E i free press?
La free press nasce non a caso da un imprenditore straniero ed è un’operazione commerciale. C’è un mercato di piccola pubblicità che non riesce ad esprimersi a Roma sul Messaggero perché costa... è normale. Cosa hanno fatto questi “mostri”? Hanno distrutto il settore, non esiste più il mercato della free press, e l’hanno fatto scientemente: per far fuori il mercato. La questione è politica, ed è un fatto terribile che sta avvenendo in questo Paese: in questo Paese hai un potere finanziario, oggi. Che agisce sulle forze politiche, che è proprietario e agisce sui giornali, oltre ad arricchirsi eccetera. Il problema è quindi centrale nel caso dell’informazione. E si identifica nella democrazia. Ecco perché però bisogna sempre comprare i giornali, informarsi, occuparsi dei giornali, così come ti sei occupato della politica: perché io penso sempre che uno è un suicida se non va a votare. Devi votare il meno peggio, perchè altrimenti prendi il peggiore: è l’unica cosa che puoi fare. E’ la stessa cosa, diciamo, accade se non compri il giornale. Quanto costa, un euro? Io faccio sempre l’esempio del gelato: costa la metà di un gelato. Cioè questa classe giornalistica italiana non riesce a dare al cittadino un livello di interesse, di gusto, in ottanta pagine…
Il gelato magari è più buono...
Sì, ma il gelato quanto ti dura?
Dura poco sicuramente...
Il gelato dura quattro, cinque minuti. Cioè tu in ottanta pagine, cento pagine non riesci a dare il gusto di quattro minuti? Trascina, fatti comprare! Non riescono a farlo. O uno fa la cosa sgangherata di Vittorio Feltri... Invece si può fare, ma per farlo ci vogliono le palle, mestiere. Ma se io sono questo sistema non voglio, non devo fare i conti con l’uomo di mestiere, con il direttore di mestiere, il redattore di mestiere, capito? Si va sui pesi leggeri. Con i pesi leggeri hai il giornale leggero… e tutto si tiene.
Giornalisti senza palle… potremmo fare il titolo dopo questa conversazione?
No. Quello che io sto sostenendo è che non è un problema di giornalisti ma di giornali, ma anche della politica, della finanza... è del Paese: stiamo parlando dei nostri guai. Il primo libro che ho fatto nel 1973 si intitolava “Informazione e democrazia”, l’ultimo è “Giornali e democrazia”, il mio sito ora è “Informazione e democrazia”. Ma è così, è banale: l’informazione è la democrazia.
Dicevi che anche alla Federazione della Stampa stanno cominciando a...
Roberto Natali è buono, speriamo che non lo mettano in minoranza... è una persona perbene, curiosa, attenta: vuole, vuole... che anche ha dei condizionamenti eccetera, però vuole... T’ho detto, storicamente lo slogan di Piazza del Popolo c’era il “diritto di essere informati”: chiaro che lo fa magari un po’ retoricamente, però per la prima volta si comincia a mettere. Perché il problema è questo: il diritto all’informazione... se vuoi gioca anche sullo spirito di questa cosa... Il problema è che viene dal basso la libertà di stampa: è il diritto del cittadino ad essere informato. Non il diritto di Scalfari alla propria libertà di opinione, chi se ne frega...
Però quel modello di esprimere la propria opinione, a Scalfari ha dato ragione e successo sul mercato…
Tu dici che ha avuto successo editoriale? Il successo secondo me lo ha avuto a prescindere, anzi addirittura in contrasto con tutto questo. Perché se c’è un limite è quando tu apri: “O Costantin di quanto mal fu matre”, quello è in contrasto con il successo. Usa, piuttosto, il successo per scrivere “o Costantin di quanto mal fu matre”.
Che usi il successo...
Il successo è perché ha fatto il giornalismo popolare, una bella grafica, la pubblicità... perché è stato bravo a organizzare il giornale. Poi c’è il difetto che si porta appresso, proprio del retore ottocentesco. Hai visto il titolo del suo ultimo libro? “Per l’alto mare”. Cioè, è matto. Quando Repubblica fa un titolo sul dibattito sul libro di Scalfari: “Scalfari, incontro con il pensiero”, non è per vendere i giornali. Quando Corrado Augias dedica la pagina della posta a una lettera che sua figlia scrive a lui e lui risponde a sua figlia, non è moderno. Sono queste cose vecchie... è la zavorra che si porta appresso. Cioè Scalfari si può permettere di fare certe cose perchè ha avuto successo: e io dico storicamente, dall’inizio, lui si ha potuto fare poi il giornale-partito perché era scattato il giornale prima. Il giornale moderno… i primi anni dei fatti separati dalle opinioni. Quello ha colpito, quella era l’innovazione.
Ha imbrogliato, insomma?
Ripeto, alla fine ha utilizzato il successo del giornale. E comunque era tanto disinteressato che poi ha venduto il giornale, quello è elementare. Dicono, per comprarsi Canaletto.
Per 900 miliardi di lire?
Mi pare due Canaletto, si è comprato…
Dura più del gelato, il Canaletto…
No, scusa, quella è una sfida. Ti dico: nella fine degli anni Settanta sono state fatte cose straordinarie, anche in questo campo. Repubblica nasce così, non esiste al mondo un giornale fatto così...
Era sostenuto finanziariamente da due grandi gruppi editoriali e finanziari, altrimenti difficilmente un’altra impresa sarebbe riuscita…
Ma questo non è la garanzia di una cosa di qualità e di successo: perché ci sono stati, c’erano prima e ci sono stati dopo altri investimenti, grossi eccetera, e sono falliti. Però Scalfari è stato bravissimo: io lo considero uno dei migliori giornalisti al mondo, cioè facitore di giornali nel mondo. Ha la capacità di gestire gli uomini, di appassionarli.
Un giovane che vuole fare il giornalista, il mestiere dove lo impara?
No, bisogna chiedersi perché lo deve imparare. Il nostro forse è il mestiere che è strato travolto dalla più potente innovazione tecnologica rispetto a tutti gli altri. In particolare, per esempio, parlavamo di quotidiani, almeno il 50 per cento delle attuali forze redazionali sono superflue, sono parassitarie. Oggi se tu fai un giornale la redazione deve coincidere con il desk. Quindi questo è un settore che deve espellere… quanti siamo, dodicimila? Ne deve espellere un 50, 60, 80 per cento. Questo assomiglia alla auto-riforma culturale che tutti quanti ci dobbiamo fare: ma un po’ tutte le nuove generazioni in materia di lavoro. Purtroppo non è più come prima, nel bene e nel male. Mentre per esempio, io che ho idea di questo giornale, credo che sia un fatto positivo che mentre prima per fare un giornale andavi in tipografia, e costava peraltro, io adesso con il mio computerino, con il mio programma di impaginazione, nel mio paese, mi faccio io queste sedici pagine, le porto in tipografia, faccio 500 copie e pago 480 euro. Io se vendo 300 copie, come sto vendendo, ad un euro e mezzo, mi sono già pagato il giornale. Allora, io se fossi un ragazzo, metterei due tre persone come me, farei una analisi di mercato (l’ho sempre fatta quando facevo quotidiani) e vediamo dove non c’è un quotidiano, dove non c’è informazione, dove c’è un aggregato di popolo...
Può essere anche un quartiere...
Un quartiere, un gruppo di paesi... Se tu hai un quartiere di 500.000 abitanti a Roma, cavolo!
Appunto dico, ma a questi giovani, chi gli insegna? Questo è il dramma...
Perché non gli può insegnare nessuno... Poi vogliono fare tutti gli esteri, i ragazzi vogliono fare i reportage...
Perché vedono i film…
Non solo, ma all’università gli fanno vivere questa logica! Invece dovrebbero fare per l’80 per cento del tempo laboratorio: titoli, impostare... Stanno producendo gente che sarà obsoleta prima ancora di nascere.
In sintesi, da un lato possiamo avere quel minimo di speranza in un mercato comunque ricettivo; dall’altro il profilo che tracci dice che così male non siamo stati mai o quasi. Come la dobbiamo pensare?
La situazione non è mai stata così perché ci sono accavallati problemi come in nessuna altra parte del mondo. Ma l’informazione è un bisogno naturale elementare di un cittadino. Per cui ti dico: oggi ci sono ancora dei margini fisiologici per i quotidiani. Vale il discorso dell’informazione, c’è e ci sarà sempre. La speranza è la stessa speranza che tu puoi avere e che io personalmente ho per la politica, per la società in genere: anche perché ho l’impressione che si è raggiunto un livello basso, molto basso: è difficile raschiare ancora il fondo, mi pare che non si possa raschiare di più...
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