MALAGIUSTIZIA

SE NASCESSE,
SAREBBE
UN GOVERNO
CHE RENZI
POTREBBE USARE
COME UNA CLAVA
CONTRO IL PD

BEPPE LOPEZ

Mai come in questi giorni la politica italiana era stata segnata da contraddizioni, incoerenze, “tradimenti”, colpi di coda, colpi di scena e inganni, grandi ma soprattutto piccoli piccoli. Mai si era mostrata così ingarbugliata, manipolata e poco comprensibile anche ai più raffinati esperti della materia. Un frutto avvelenato dell’incrocio, mai così determinante dalle nostre parti, fra dilettantismo e cinismo.
Non sappiamo cosa ci riservino le mosse e contromosse del decaduto fronte di partiti, movimenti e leader nelle prossime ore. Figuriamoci nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.
Può succedere di tutto, di minuto in minuto: il peggio inimmaginabile o il minor male. Un nuovo governo M5S-Pd o una riedizione dell’alleanza M5S-Lega. L’interruzione della legislatura con elezioni anticipate a breve o medio termine, o la prosecuzione di quella iniziata praticamente un anno fa, non sapendo sino a quando. Il truce Salvini potrebbe essere proficuamente cacciato all’opposizione oppure al contrario confermato al Viminale… E giornali, Tv, siti internet e social network – con pochissime eccezioni - aggiungono il loro decisivo contributo alla ulteriore frammentazione e al disordine, con i loro fantasiosi “retroscena”, la loro dozzinale, acritica, diuturna, ininterrotta rincorsa di pseudo-avvenimenti e pseudo-dichiarazioni, e soprattutto con le fake news.
Ogni giorno, su ogni cosa, su ogni gesto, su ogni parola proveniente da una classe politica prevalentemente di quart’ordine (non solo dal punto di vista culturale e di professionalità politica, ma prima ancora dal punto di vista etico), si imbastiscono disinvolte “narrazioni” che cambiano radicalmente di segno di ora in ora.
Non è nemmeno pensabile, mentre si scrive questa nota, una realistica previsione di quello che succederà stasera nelle trattative M5S-Pd sulla formazione del nuovo governo e tanto meno domani, alla fine del secondo giro di consultazioni al Quirinale. Sino ad appena qualche minuto fa, le trattative sembravano irreparabilmente interrotte, ma ora sembrano riprese, anche se sempre sul filo dei giochini di parole e delle riserve mentali…
In tutto questo insensato bailamme, si può e si deve però registrare, fra gli altri, un elemento importante, fondamentale del sistema di interessi e contro-interessi. strategie e contro-strategie che si è messo in moto con l’apertura della crisi del governo Conte. Un elemento certamente toccato e trattato, qui e là, in qualche intervista o retroscena, ma non approfondito come avrebbe meritato. E certamente non collocato nella sua oggettiva centralità rispetto all’uscita dalla crisi, al sorprendente coinvolgimento del Pd, alla impensabile sua alleanza con il M5S e – se ci sarà – alla qualità e alla tenuta del governo cui essa potrebbe dar vita nei prossimi giorni. Questo elemento è costituito dagli interessi e dagli obiettivi di Renzi.
Certo, tutti hanno parlato dell’iper-attivismo e delle manovre dell’ex-segretario ed ex-presidente del Consiglio, al quale fa riferimento la maggioranza dei parlamentari del Pd. Egli da mesi lavora apertamente alla formazione di un nuovo partito, tutto suo. Recentemente aveva detto che non procedeva alla definitiva fuoruscita dal partito, nel quale in effetti non è molto amato, solo perché non era ancora il momento giusto. Che, improvvisamente, il “nemico” Salvini gli ha invece involontariamente regalato con la mozione di sfiducia a Conte. Con grande prontezza di riflessi e notevole spregiudicatezza, è stato proprio Renzi - cambiando nel giro di poche ore i propri giudizi sul M5S, prima escludenti con disprezzo qualsiasi contatto con esso - ad aprire al “nemico” Di Maio, proponendo e alla infine imponendo al Pd di aprirsi all’alleanza con il M5S.
Tutti sapevano che il segretario Zingaretti avrebbe preferito – e preferirebbe – acconciarsi direttamente ad elezioni anticipate, che promettevano la conferma della frenata nella perdita di consensi di cui soffriva il partito e, in aggiunta, gli avrebbero consentito di rinnovare la rappresentanza parlamentare del Pd in base a liste elettorali finalmente da lui preparate in quanto nuovo segretario.
Così lo sviluppo della crisi aperta da Salvini ha visto Renzi pian piano tornare in campo da protagonista, facendo valere la propria forza parlamentare, e Zingaretti pian piano adeguarsi alla situazione di oggettivo vantaggio regalata proprio dal Capitano leghista all’esuberante, individualista e “machiavellico” politico fiorentino. Il segretario del Pd ha evidentemente man mano ceduto, accettando di aprire le trattative con il M5S, anche sulla spinta della pressione degli altri dirigenti del partito, compresi quelli a lui più vicini, quelli che mantengono una propria autonomia e capacità di spazio e manovra, e quelli più o meno vicini a Renzi; della pressione dei parlamentari del partito, prevalentemente vicini a Renzi e comunque interessati alla prosecuzione della legislatura; e forse soprattutto della pressione esterna alle istituzioni propriamente deputate alle scelte politiche. Una pressione planetaria che va dalla Ue alla Chiesa, alle principali cancellerie noccidentali, al “mercato”, all’establishment, ai sindacati ecc. ecc. perché Salvini e la Lega siano tenuti fuori dal governo, avendo fatto peraltro essi stessi l’errore della mozione di sfiducia a Conte.
Insomma, sono ovviamente e notoriamente molteplici le cause, le motivazioni e gli interessi che animano le scelte e le mosse dei protagonisti di questa vicenda. Ma, come in tutte le vicende umane, complesse per definizione, alla fine, nel corso delle cose quotidiane, vale ciò che prevale.
E in questa vicenda prevale questo: il governo e la maggioranza parlamentare che stanno nascendo (se nasceranno) li ha voluti fortemente Renzi, che ritiene di poterli condizionare, tenere in piedi o affossare, insomma ricattare e sottomettere ai propri interessi, ai propri tempi e alle proprie future iniziative politiche (nuovo partito o, meno probabilmente, un nuovo assalto alla segreteria del Pd). E ritiene di poterlo fare, con qualche ragione, grazie al decisivo numero di parlamentari che lui come segretario fece entrare alle Camere e che a lui sembrano essere rimasti compattamente fedeli. Così Renzi, senza dover inventarsi questa volta un hashtag tipo #zingarettistaisereno o #contestaisereno, si appresterebbe a condizionare il nuovo governo giorno per giorno, scelta per scelta, nomina per nomina, tenendolo in piedi finché e nei modi in cui gli farà più comodo.
E’ proprio q        uesto, evidentemente, ciò che Zingaretti avrebbe voluto (e chissà, vorrebbe ancora) evitare. Il segretario, sin da queste trattative e da questa fase di formazione del governo, sta cercando di individuare tutte le contromisure, i rapporti e le alleanze, non solo all’interno del partito, affinché quelli in formazione non divengano effettivamente e pericolosamente un governo e una maggioranza nelle mani di Renzi, esposti quotidianamente al potere, ai capricci e agli obiettivi politico-partitici che, dal giorno dell’insediamento del nuovo governo, Renzi riterrà di perseguire.
Una mano d’aiuto al segretario potrebbe arrivare dal presidente Conte, che in queste ultime settimane e, per pressione proprio del Pd, in queste ore dovrebbe assumere un più preciso ruolo di massimo rappresentante istituzionale del M5S, dismettendo i panni di “indipendente” fra due parti politiche (ruolo che per un certo periodo era riuscito a recitare fra Di Maio e Salvini). Forse Conte avrebbe preferito continuare ad indossare questi panni. Forse lo avrebbe voluto anche Di Maio, che ha tentato di confermare con il Pd il modulo dei due vice-presidenti adottato con la Lega. Non a caso Zingaretti ha insistito – e sta insistendo – sulla necessità di introdurre forti elementi di discontinuità nel nuovo governo, rispetto al precedente.
Con un Conte “forte”, il nuovo governo sarebbe in grado di resistere meglio alle pressioni, specie quelle più sotterranee e opache, provenienti dai maggiori e più spregiudicati “azionisti parlamentari”, in primis Renzi.
Dal punto di vista di Zingaretti, potrebbe avere una ricaduta positiva ancora più strutturale, per neutralizzare e contenere il pericolo rappresentato dall’inaffidabilità di Renzi, l’accenno che si è fatto durante le trattative di questi giorni all’ipotesi di una alleanza M5S-Pd che si estenda in particolare alle elezioni regionali e che consentirebbe ai due partiti di far fronte comune contro l’espansionismo della Lega…
In tutti i casi, se sino a ieri il problema principale per il paese, per il centro-sinistra e per il Pd era rappresentato da Salvini e dal salvinismo, da domani il problema principale di Zingaretti, del centro-sinistra, del Pd e, diciamolo, del paese, potrebbe essere rappresentato dalla irrequietezza, dal personalismo e dall’indomito revanscismo di Renzi.

(A meno che, come sembrerebbe in questi ultimi minuti, tutto salti e si vada a elezioni anticipate. Più o meno ravvicinate o rinviate appena di qualche mese. Giusto il tempo di…)