LIBRI, FICTION E LINGUA

SALVARE
LA GAZZETTA DEL
MEZZOGIORNO
La riforma che
non si fece nel 1993

“La Gazzetta del Mezzogiorno rappresenta una realtà importante nel panorama editoriale e dell'informazione nazionale. Continueremo a seguire l'evoluzione della vicenda in vista del termine di luglio previsto per la vendita della testata, confidando che questo tempo serva a costruire le condizioni per il rilancio del giornale”. In questo passaggio della dichiarazione del sottosegretario all'Editoria, Andrea Martella, c’è la sintesi della situazione del quotidiano barese. In otto mesi se ne decide la sorte. Tutti a occuparsene e a preoccuparsene, giustamente. Dipendenti, sindacati, politica, società civile. Tutti a rilevarne il tradizionale peso nelle vicende baresi, pugliesi e – in una certa misura – meridionali. E’ inevitabile e utile, in questi casi, concentrarsi sui meriti della testata e sulla ricerca di una soluzione che ne consenta la sopravvivenza.
Ma nemmeno in questi casi andrebbero totalmente ignorate le cause interne (all’azienda e al prodotto) che, insieme a quelle esterne (la pesante crisi generale dei giornali, tre/quattro decenni di abuso di posizione dominante da parte delle grandi conglomerate editorial-pubblicitarie nazionali ai danni dei giornali regionali, e il dilagare dell’online e della Rete), hanno concorso alla crisi di quello che era, sino agli anni Settanta, uno dei due capisaldi dell’informazione nel Sud continentale (con Il Mattino) e una delle più prestigiose testate regionali italiane.
Pubblichiamo, per capire come si sia giunti alla profonda crisi attuale, il racconto significativo di un passaggio epocale per la Gazzetta. Siamo agli inizi degli anni Novanta, il crollo delle vendite è cominciato (dunque almeno un decennio prima dell’avvento della Rete), l’editore e direttore è Giuseppe Gorjux (ancora per poco in partnership con l’imprenditore Stefano Romanazzi)…Il racconto è tratto dal libro “Giornali e democrazia” (Glocal Editrice 2009) di Beppe Lopez, allora direttore della Quotidiani Associati. Gorjux, dopo vari tentennamenti, si decide e gli offre di trasferirsi a Bari per fare la Gazzetta del Mezzogiorno, innestando finalmente nella storia autarchica del giornale, per la prima volta, una esperienza giornalistica moderna (Lopez è stato a Repubblica dalla fondazione, ha fondato e diretto il Quotidiano strappando alla Gazzetta la leadership nel profondo Salento, dirige appunto la QA...)… Ma leggiamolo quell’episodio. Vi si parla, insieme alla necessità di questo fondamentalke innesto, della necessaria modernizzazione grafica e del linguaggio, dello smantellamento del vecchio modello provinciale simil Corriere della Sera, della urgente rimozione di editoriali, commenti, corsivi e corsivetti dalla prima pagina…
Se ne parlava allora. Se ne dovrebbe forse parlare anche oggi, insieme al ricordo della “realtà importante nel panorama editoriale e dell'informazione nazionale” rappresentata dalla Gazzetta. Se ne dovrebbe parlare anche per questi otto mesi in cui “costruire le condizioni per il rilancio del giornale”.

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DA "GIORNALI E DEMOCRAZIA"

Intervista a Beppe Lopez, a cura di Daria Terracina (2009)

Come andò il rapporto con Gorjux? Lo descrivono come un tipo introverso e risentito. E poi, un democristiano, un moderato, per qualche aspetto un reazionario. Mentre lei è un intellettuale notoriamente di sinistra, aveva ed ha fama di spirito indipendente. Saranno state scintille fra di voi!

E invece no. A smentire tutti coloro che hanno avuto la bontà di seguire le mie vicende professionali, ricavandone l’idea di un “caratteraccio”. Ripeto: in Italia, nel nostro mestiere - e ovviamente in politica e in tutti i settori del lavoro intellettuale - basta avere un carattere (o, peggio, la schiena dritta!) per passare per un rompiscatole incorreggibile. Con Gorjux, che non era proprio un tipo facile e dalle molte amicizie, ho avuto un rapporto lungo più di otto anni e sereno, senza un solo momento di polemica o di scontro, pur dirigendo in totale autonomia una sua testata, guidando con polso fermo una sua azienda e avendo con lui intensi rapporti giornalistici, organizzativi e umani pressoché quotidiani. La stessa fine della QA (e del nostro rapporto) non fu determinato né da contrasti o solo incomprensioni intercorsi fra di noi, né dalla sua volontà, ma gli fu imposta.

Come andò, dunque, la vicenda che la vide ad un passo dalla direzione della Gazzetta?

Gorjux mi apprezzava molto, diciamo che mi ammirava. Forse vedeva nel mio dinamismo e nel mio entusiasmo qualcosa che gli era mancata. Era infatti riservato, sospettoso, diffidente e comunque molto controllato (aveva avuto una figura materna molto forte e attiva). Comprese che, con le mie capacità e con quel mio modo di agire, sarei stato forse in grado di invertire la tendenza diffusionale della Gazzetta, in caduta libera proprio sotto la sua direzione. Se fosse dipeso da lui, il timone del giornale non lo avrebbe mai mollato. Come si sa, nella sede storica della Gazzetta, davanti alla stazione di Bari, lui era fisicamente nato. Il padre Raffaele, fondatore e primo direttore del giornale della città, e la sua famiglia abitavano proprio lì. E lui era un predestinato: tutta la vita si era visto direttore della Gazzetta (mentre faceva il praticante e poi il cronista, diventava giornalista professionista nel 1949, assumeva l’incarico di caporedattore nel 1961, di vice-direttore nel 1963 e di amministratore delegato nel 1973). Ma questa aspettativa, direi questo bisogno primario, era stato frustrato dalla lunga direzione di Oronzo Valentini e mortificato quotidianamente dai suoi metodi autoritari. Quando Moro pensò a lui come partner editoriale di Romanazzi nella privatizzazione della gestione della Gazzetta, fu anche come parziale risarcimento di quelle mortificazioni. Così, la prima cosa a cui pensò, quando Moro venne ucciso, fu quella di vendicarsi di Valentini. E difatti, di lì a poco, nel 1979, l’Edisud licenziò improvvisamente lo storico direttore del giornale: senza preavviso, per telefono, mentre quello che era stato per diciassette anni, dal 1962, il padre-padrone della Gazzetta si trovava all’aeroporto, in partenza per Roma. Gorjux non ebbe ovviamente il coraggio di autonominarsi subito al suo posto, facendo direttore Giuseppe Giacovazzo (vecchio quadro dello stesso giornale, portato da Moro a Roma e impegnato al Tg1). Il sogno di una vita non poteva ancora realizzarsi, ma si avvicinava. Quando Giacovazzo tolse l’incomodo, otto anni dopo, nel 1987, per andare in Parlamento (e chissà quanto Gorjux avrà sponsorizzato quella svolta politica della carriera di Giacovazzo!), Gorjux nominò finalmente Gorjux direttore della Gazzetta. Anzi, come si legge nelle cronache ufficiali, “nel 1987 il direttore responsabile, Giuseppe Giacovazzo, si dimise per candidarsi al Senato e la Società chiese a Gorjux di assumere, temporaneamente, anche la carica di direttore responsabile”. Una “temporaneità” che durò sino al 1993. Tipico di Gorjux. Fosse stato per lui, sarebbe rimasto “temporaneamente” direttore a vita. La Gazzetta era lui e lui era la Gazzetta. Peccato che, però, non avesse fatto alcuna esperienza giornalistica fuori Bari, starei per dire: non avesse fatto alcuna esperienza giornalistica vera (è questo, purtroppo, la caratteristica professionale di tutti coloro che hanno fatto e fanno la Gazzetta: giornalisti veri e anche grandi professionisti quelli della Gazzetta sono diventati andando via: basti pensare a Giovanni Valentini, a Gianni Perrelli, a Salvatore Giannella, a Pino Aprile, ad Antonio Del Giudice…). Gorjux era poi culturalmente e caratterialmente impermeabile e inconsapevole del “nuovo”: le ricadute della tv commerciale, le innovazioni avvenute nello stesso settore dei quotidiani, la globalizzazione, le nuove “culture”, il nuovo mercato… Per tutte queste ragioni, quello che per lui era il sogno di una vita si rivelava progressivamente, anno dopo anno, un incubo per le vendite e i conti del giornale. La Gazzetta non fu tra i giornali italiani che, durante i circa otto anni che ne è stato direttore Gorjux, riuscirono a reagire alla concorrenza della Tv e, soprattutto, ad adeguarsi al “nuovo”, sulla base anche dell’esperienza di Repubblica (e regionalmente dell’esperienza e della concorrenza Quotidiano). Se ricordo bene, Gorjux prese in mano la Gazzetta che vendeva 70-80 mila copie al giorno. Nel 1993, mancavano all’appello almeno 30 mila copie.

Che cosa successe nel 1993 di tale forza da riuscire a schiodare Gorjux dalla poltrona di direttore della “sua” Gazzetta?

Tanto per cominciare c’erano quelle copie che mancavano all’appello. I conti della Gazzetta, soprattutto per questo, non andavano bene. E questo per il Cavalier Romanazzi, uomo pratico e abile imprenditore, era una sufficiente ragione di preoccupazione. Disse e ridisse sino allo stremo a Gorjux che non poteva continuare a occuparsi contemporaneamente dell’azienda e del giornale. Aveva capito che bisognava mettere alla testa del giornale un nuovo direttore - un direttore vero - per cercare di risalire la china. Credo che, in cuor suo, amaramente, dolorosamente, lo stesso Gorjux ne fosse consapevole. E vedevo che seguiva con attenzione la mia attività, mi annusava, imparava a conoscermi, a fidarsi. Alla fine - grazie anche alle informazioni e ai giudizi che gli riferiva Nicola Andriola, il suo uomo alla Spa Mediterranea (la proprietaria della testata della Gazzetta del Mezzogiorno) e amministratore delegato della Quotidiani Associati - concluse che ero abile e leale. Perciò, dopo dubbi e lacerazioni, mi fece finalmente la proposta. E per farmela, volle che lo raggiungessi a Bari. Io non stavo nella pelle. Era il mio sogno che si realizzava. Mi disse: ho deciso, vieni a fare il giornale, ma anche per non dispiacere molto ai “miei” ti faccio vice-direttore e io continuo a firmare come direttore finché non si diradano tutte le possibili resistenze interne…

E lei?

Io conoscevo il tipo. Rischiava di essere una soluzione “temporanea” eterna. Gli dissi con lealtà ciò che pensavo: se mi fai dopo tante riflessioni questa proposta è perché sei profondamente convinto che la Gazzetta ha bisogno di innovazioni (modernizzazione grafica e del linguaggio, smantellamento del vecchio modello provinciale simil Corriere della Sera, rimozione di editoriali, commenti, corsivi e corsivetti dalla prima pagina, rapporto non prono col Palazzo…), che tu non sei capace di farle perché impedito dalla tua cultura e dalle tue più radicate caratteristiche professionali, che queste innovazioni sono però indispensabili dal punto di vista delle vendite e dei bilanci, e che io ho l’esperienza, la capacità e il carattere per attuarle. Però - aggiunsi - se accettassi di fare il vice-direttore, rischio che l’editore Gorjux, alla prima innovazione indigeribile per il giornalista Gorjux, mi rimuova dall’incarico. Se invece facessi e fossi direttore, con le collegate garanzie economiche e di visibilità, sono convinto che l’editore Gorjux ci penserebbe un po’ di mesi prima di rimuovermi, dandomi il tempo e la possibilità di dimostrargli in concreto che quelle innovazioni sono praticabili e danno risultati. Debbo ammettere onestamente che, se fossi stato senza lavoro o ne avessi avuto uno meno che gratificante, avrei accettato quella proposta, avrei corso quel rischio. Ma in quel momento ero molto forte: avevo rivoltato come un guanto la QA portandola a esiti straordinari di pubblicazione, di economicità di gestione e di prestigio; avevo la piena fiducia e la stima incondizionata del mio editore. Comunque, su un piatto della bilancia c’era la rischiosa vice-direzione del giornale della mia città di provincia, sull’altro una presenza qualificata sulla scena giornalistica romana e nazionale. Peraltro, alla direzione della QA si sarebbe presto aggiunta la redazione romana della Gazzetta, che in quel momento era senza titolare e che Gorjux e Romanazzi volevano affidarmi, anche per risparmiare soldi.

E che fece Gorjux?

Apprezzò la mia lealtà, disse che comprendeva il mio ragionamento e si prese un paio di settimane per assumere quella decisione così dirompente per la sua vita. Si trattava di recidere il cordone ombelicale con la “sua” Gazzetta, per lui visceralmente mamma, balia, moglie e amante. Seguì un braccio di ferro tra lui, che voleva rinviare lo storico “taglio” e Romanazzi, che lo spingeva, anzi gli imponeva di farlo. Se ne uscirono con una soluzione ancora una volta transitoria, che col tempo lasciò insoddisfatti tutt’e due: una direzione di un anno affidata ad un anziano collega, Antonio Spinosa, già inviato del Corriere della Sera e del Giornale di Montanelli. Io intanto avrei fatto, insieme, il direttore della QA e il capo della redazione romana della Gazzetta, promuovendone in una qualche maniera l’integrazione. Così sarei entrato di fatto nella “famiglia”, sarei stato “accettato” e, dopo un anno, sarebbe stato quasi naturale farmi direttore… Antonio, un liberale - allora tutti i giornalisti, così come tutti gli intellettuali, avevano un’etichetta politica - era stato per un po’ mio “cugino” editoriale (ai tempi della mia direzione di Quotidiano, lui diresse il Roma, orbitante nello stesso ambito signoriliano) e a lui mi legavano da tempo amicizia e stima. Ci eravamo frequentati spesso, come cronisti parlamentari e come inviati (io per la Repubblica, lui per Il Giornale di Indro Montanelli) a qualche congresso di partito o al seguito di qualche presidente del Consiglio o della Repubblica, non ricordo più bene… Intanto i rapporti fra Gorjux e Romanazzi peggioravano. Erano cominciati a guastarsi quando il Cavaliere - dopo un periodo in cui si era disinteressato sia del giornale sia dei conti, lasciando tutto in mano al socio “giornalista” - aveva cominciato ad occuparsi dell’azienda, anche perché non più sinecura ma impresa economica ormai a rischio. E soprattutto perché aveva compreso l’enorme potere e i cospicui introiti che il controllo del giornale potevano assicurare. Questo contrasto crebbe progressivamente. E impedì da allora in poi, sino alla rottura, che riuscissero a mettersi d’accordo su una soluzione seria e stabile circa la direzione del giornale (unico terreno sul quale io avevo deciso di giocarmi le mie chances): l’uno ha voluto controllarlo sino alla fine, sino a quando è stato costretto a cedere a un nuovo editore, l’altro ha cercato di impedirglielo, invano, sino alla fine. Sino alla rottura. Dopo la breve direzione di Spinosa, ce ne fu un’altra, affidata ad un collega della Gazzetta significativamente “uomo di Romanazzi”. Ovviamente fu controversa e breve, brevissima. Nel 1995, altrettanto ovviamente - in base ad una specie di staffetta editoriale - fu Gorjux che tornò a firmare il giornale, dopo il successore di Spinosa. Ma con un altro collega come “responsabile”… Gli sviluppi e la fine di questa storia si intrecciano, poi, con quella della Quotidiani Associati.

La direzione della QA, a leggere la sua biografia, è stata forse la sua occupazione professionale più lunga e probabilmente anche la più autorevole. È durata dal 1989 al 1997. Come si concluse?

In maniera insieme paradossale e significativa della totale mancanza, in Italia, di cultura editoriale e, più semplicemente, di editori. E su iniziativa, guarda il mondo quanto è piccolo, di Caltagirone. Era successo che Gorjux e Romanazzi, dopo un lungo e sostanzioso sodalizio, litigassero definitivamente. Forse fece la sua parte anche la consapevolezza del Cavaliere di essere gravemente ammalato. Fatto sta che si divisero il bottino editoriale accumulato (nel 1977 la Fondazione del Banco di Napoli aveva ceduto l’intera proprietà dei suoi due giornali alla Edisud e all’Edime). A Gorjux venne attribuito il controllo della Gazzetta, a Romanazzi Il Mattino. E dopo qualche tempo, nel 1995, il Cavaliere si ritirò del tutto a vita privata con la moglie Gabriella Farinon, cedendo le proprie quote nell’Edime al cognato Caltagirone (marito della sorella della mitica “signorina buonasera” della Rai). Così il costruttore romano acquisì il controllo e la gestione del quotidiano napoletano, sul quale negli anni precedenti il duo barese e Ciancio avevano scaricato la gran parte dei bisogni finanziari (e la maggioranza azionaria) della QA. Così, quando Caltagirone credette di scoprire che la situazione finanziaria del Mattino non gli era stata raccontata, diciamo così, compiutamente, litigò col cognato (che poi venne a mancare) e decise che non voleva avere niente più a che fare con l’altro compare, Gorjux.

Così, quando scoprì che nel portafoglio del Mattino c’era la maggioranza azionaria della Quotidiani Associati, con quote minoritarie di Gorjux e di Ciancio…

Tanto per cominciare, non fece quello che avrebbe fatto un qualsiasi vero imprenditore editoriale: studiare il dossier e capire la natura, il funzionamento, i problemi e le eventuali opportunità che quella syndication poteva offrire a un editore che si riprometteva di mettere insieme - come poi avrebbe fatto e sta facendo - una serie di testate regionali. Facendo così, avrebbe scoperto che la QA era un’azienda molto al passo con i tempi, anzi un gioiellino dal punto di vista della snellezza organizzativa e della sobrietà dei costi, e in anticipo rispetto alla sub-cultura editoriale dominante (allora come ora). Ad esempio, facendo quattro conti, avrebbe capito che con la QA poteva acquisire servizi di qualità in esclusiva per i suoi quotidiani regionali - commenti autorevoli, corrispondenze di alta professionalità, reportages, rubriche, ecc. - non caricandone i costi (spesso eccessivi e insopportabili) su una singola testata ma spalmandoli su tutte le testate del “gruppo”.

E invece, cosa fece?

Senza leggere e scrivere, incaricò un suo commercialista - un professionista, guarda caso, di origini salentine - di liquidare la QA. Il commercialista vendette le quote dei tre giornali azionisti per poche lire simboliche ad un anziano avvocato, che aveva già svolto una funzione analoga nella chiusura di Paese Sera. Il nuovo padrone o “testa di legno”, dopo appena un paio di settimane dall’acquisto, dichiarò fallita la QA.