CRONACA NERA

Primo Maggio
132 ANNI DI LOTTE
PER IL LAVORO,
LA LIBERTA',
LA DEMOCRAZIA

NUNZIO DELL'ERBA

Quest’anno il 1° Maggio compie 132 anni da quando fu scelto come Festa dei lavoratori nel Congresso costitutivo della II Internazionale (1889). Su questa ricorrenza si è scritto molto in versi e in prosa per ricordare la lunga storia che accompagnò le vicende del movimento operaio. La data fu proposta dal socialista belga Èdouard Anseele (1856-1938), che la scelse come momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento materiale. Così dal 1890 il 1° Maggio fu celebrato come rituale periodico che unì la richiesta per le otto ore ad una legislazione sociale più avanzata.
In un numero unico intitolato «La Festa del lavoro», diffuso il 1° Maggio 1890 si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un altro numero unico del 1891, firmato «I socialisti operai», si proclamò quella ricorrenza come la più importante «festa cosmopolita». Così essa si inserisce storicamente nelle complesse vicende della società nazionale ed internazionale, caratterizzate da una forte carica rappresentativa di valori, di aspirazioni e di lotte per la libertà e la giustizia.
Con il passare degli anni il 1° Maggio, soprattutto dopo la costituzione del Partito socialista (agosto 1892), divenne il luogo simbolico dell’emancipazione umana. Esso fu oggetto di propaganda politica, come si ricava dalla messe cospicua di opuscoli e di numeri unici che furono pubblicati per l’occasione su tutto il territorio nazionale. Dal paese più sperduto del Piemonte a quello della Sicilia si ebbe un susseguirsi di edizioni che celebravano il Primo Maggio come la «Pasqua del lavoratore». Forse per questo motivo cominciò a preoccupare le autorità governative, che considerarono la ricorrenza come foriera di disordini sociali. Esse infatti proibirono il 1° Maggio 1898 un varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita. Gli incidenti più gravi si ebbero a Milano, dove la repressione raggiunse il culmine con la morte di cento operai e più di cinquecento feriti. Contro le misure liberticide, rivolte ad impedire l’organizzazione sindacale, la mobilitazione dei socialisti fu particolarmente forte alla fine del XIX secolo per assumere un atteggiamento intransigente con il loro successo elettorale del giugno 1900. Dietro il grande successo del Psi, che triplicò la propria rappresentanza politica, si aprì in Italia una nuova fase politica, durante la quale il movimento socialista saprà imporre il 1° Maggio come riferimento generale per tutto il Paese.
Proprio in occasione del 1° Maggio del 1900 i socialisti di Torino pubblicavano un significativo opuscolo, intitolato «Buon primo maggio, fratelli!», con il quale rivolgevano un affettuoso saluto ai partecipanti e li chiamavano a raccolta in nome dell’unità di tutti i lavoratori. Per la medesima ricorrenza furono pubblicati altri opuscoli in varie città italiane: a Milano Eugenio Ciacchi (1868-1929) collegò la Festa del 1° Maggio alla lotta «contro l’imposta sui salari», mentre sull’organo abruzzese «L’Avvenire» essa veniva salutata come un evento salutare per il lavoro operaio: «Torna, o bel mese, sulle plebi oppresse, il raggio a folgorar e i germi schiudi: fiori a le tombe ed alle plebi il pane».
Così nella cosiddetta «età giolittiana» la ricorrenza non assunse più le sembianze di una sterile protesta, ma divenne ferma consapevolezza di una scelta riformista diretta ad elevare la coscienza operaia ed indicata come tappa per trasformare gradualmente i gangli vitali dello Stato. Con l’azione politica di Filippo Turati (1857-1932) i lavoratori ebbero una rappresentanza politica in grado di contrastare il rivoluzionarismo verbale e inconcludente, contrapponendo ad esso un metodo riformista, che – seppure espresso parecchie volte con un linguaggio aulico – intraprese il lento cammino per l’erosione della «roccia» su cui poggiava il «domino borghese» attraverso la riappropriazione di quanto il capitalismo sottraeva ai lavoratori «in termini di libertà e di benessere» (F. Turati, «I tre otto», in «Critica Sociale», 1° maggio 1904).
Con la nascita della Confederazione Generale del Lavoro (1906) il 1° Maggio assunse piena legittimità nella vita dei lavoratori, che rivendicarono aumenti salariali e richiesero il suffragio universale. Questo diffuso senso di riscatto riecheggiò nell’iconografia socialista con il ricorso alla simbologia floreale o solare per indicare il riscatto dei lavoratori. L’attaccamento ad una Festa, che diffondeva la speranza in un avvenire migliore, fu espresso con il ricorso al sole (luce, calore) e fu ricondotto a simboli della società da costruire, su cui si ergeva la fiaccola intesa come allegoria della conoscenza e della verità. Nei disegni posti nelle copertine degli opuscoli comparve anche il garofano come a significare il risveglio della natura e la speranza in un avvenire migliore.
Uno studio degli articoli usciti sulla stampa periodica e sulle copertine degli opuscoli sembra evidenziare un’immagine diversa del 1° Maggio: mentre nelle città si assiste ad un’esaltazione del lavoro manuale operaio, nelle campagne esso mutuò modelli della pietà religiosa popolare con il ricorso spesso a miti derivati da festività precristiane, seppure collegate ai cicli della natura. I cortei rappresentavano la traduzione laica delle processioni religiose, mentre le bandiere rosse sostituivano i vessilli religiosi. In alcune regioni del Meridione come la Puglia o la Basilicata il 1° Maggio riecheggia forme proprie delle feste religiose popolari. Un aspetto questo che, seppure indagato dalla storiografia sul 1° Maggio, attende studi più attenti riguardo alla realtà dei centri minori e della zone agricole.
Con la guerra di Libia il 1° Maggio indirizzò i suoi obiettivi verso la difesa dei valori pacifisti e la lotta per il suffragio universale, introdotta nel 1912 ed estesa solo ai cittadini di sesso maschile. Un diffuso neutralismo accompagnò le manifestazioni durante il Primo conflitto mondiale, che sebbene negli anni 1916-17 fossero proibite dalle autorità, si svolsero nelle sezioni politiche e sindacali in un susseguirsi di proteste contro la guerra. Per il 1° Maggio del 1916 il socialista Giovanni Zibordi (1870-1943) pubblicò sull’«Avanti!» un articolo intitolato «Alla terra madre» con cui esaltava la simbologia tradizionale che lega la donna alla natura e alla sua funzione materna. Per il 1° maggio del 1918 egli invitò i socialisti a tradurre la festa in una lotta per l’emancipazione femminile, criticando molti suoi compagni che «vorrebbero la donna limitata alla casa, al lavoro, al focolare e al talamo» (si veda l’articolo uscito in «La Difesa delle Lavoratrici», 1° maggio 1918, a. VII, n. 8).
Lo scoppio della Rivoluzione russa offrì alle autorità il pretesto di vietare l’anno successivo la Festa del 1° Maggio, ma contro i provvedimenti governativi furono pubblicati numeri unici e diffusi volantini per la smobilitazione generale e la piena libertà nell’uso dei diritti politici e sociali. Per il 1° Maggio del 1919 il socialista novarese Abigaille Zanetta (1875-1945) riconduce le posizioni maschiliste di molti militanti del suo partito ad un’organizzazione sociale, che affonda le sue radici nella società capitalistica (si veda A. Zanetta, «Ordine borghese e disordine socialista?», in «Avanti!», 1° maggio 1919, a. XXIII, p. 4).
Con l’avvento e il consolidamento del regime fascista le autorità stravolsero il carattere della Festa con il preciso scopo di sottomettere i lavoratori alle direttive del governo. Il 1° Maggio del 1923 fu celebrato nell’illegalità, mentre quello dell’anno successivo fu ricordato alla Camera da Giacomo Matteotti prima di essere ucciso il 10 giugno da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dùmini. Negli anni 1925-26 fu diffuso tuttavia un numero imponente di volantini con la condanna delle misure repressive attuate dal regime fascista. Le manifestazioni del 1° Maggio, sebbene vietate dalle autorità governative, furono celebrate in forma clandestina fino alla caduta di Mussolini. Solo con la proclamazione della Repubblica esse furono riprese e divennero un momento di aggregazione sociale.