CRONACA NERA

CONFESSO,
ANCH'IO CREDEVO
ALLORA CHE FOSSE
NECESSARIA
LA RIVOLUZIONE

UMBERTO BINETTI

La vicenda dei terroristi in attesa di estradizione in terra francese ha riportato in questi giorni alla mente di molti come me, militanti della sinistra extraparlamentare di quel periodo, fatti e vicende in realtà mai dimenticati e ben custoditi nella nostra memoria. Ovviamente non può non aver fatto effetto ascoltare la voce e le considerazioni di nomi oggi “importanti” come Paolo Mieli (a quei tempi militante di Potere Operaio) o Giampiero Mughini (direttore al tempo di Lotta Continua).
Molto meno interessante potrebbe apparire la voce di chi militava e/o pensava come loro in quel tempo e che, in sostanza, si cibava dei loro articoli e delle loro affermazioni. Ma proprio per questo, invece, tali voci molto meno “note” - ma dedite ad ascoltare e leggere quelle autorevoli testimonianze - sono altrettanto degne di attenzione, se non altro per aver chiaro, poi, come tali pensieri espressi attraverso l’autorevolezza di certa informazione producessero o alimentassero un modus operandi negli anni di piombo.
Io ero una di quelle voci comuni. Incorporato tra la massa degli studenti “nati” ideologicamente negli anni caldi del ’68, da poco fuoruscito dal Partito Comunista Italiano e prossimo militante nel giovane Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, espressione di una nuova sinistra rivoluzionaria. Avevo perfino un “nomignolo”: mi chiamavano “Rosso antico”, non certo perché amassi il pregiato vermouth del tempo ma perché molto in linea con le idee marxiste.
Già in quella giovanissima età, in effetti, avevo fatto mio un aforisma dello scrittore Mino Maccari (accreditato poi, nel tempo, a Ennio Flaiano): “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Avevo ben radicato nella mia mente che si stavano contrapponendo due estremismi e, pur accusando gli avversari/nemici di comportamenti totalitari e talvolta violenti, sapevo bene o meglio pensavo che non ci fosse stato per contrapporsi ad essi se non assumendo atteggiamenti simili. Gli opposti estremismi, per intenderci.
Circolava in tutti noi l’idea che fosse necessaria una rivoluzione per poter cambiare il mondo.
Di quel periodo - intendo proprio di quello che anticipava la tragedia di Piazza Fontana - mi rimase per tanto tempo fissa in mente la morte del giovane poliziotto milanese Antonio Annarumma nel novembre del 1969, avvenuta mentre egli prestava servizio in una manifestazione indetta dal Movimento studentesco e dall’Unione Comunisti italiani marxisti leninisti. Una manifestazione a cui mi apprestavo ad aderire.
La notizia della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura irruppe in casa dei miei genitori nel tardo pomeriggio del 12 dicembre seguente, attraverso una telefonata di mio fratello maggiore, da un po’ di tempo giovane diplomato trasferitosi al Nord per far carriera. Non eravamo a conoscenza in quel momento della notizia, ma dalla sua voce percepimmo che era accaduto qualcosa di fortemente drammatico nel primo pomeriggio di quel giorno nella metropoli lombarda.
La sera poi, con i telegiornali, arrivarono le notizie, le immagini, il numero dei morti e dei feriti e, immediata, la pista degli anarchici.
La mia famiglia aveva radici di destra. Mia madre figlia di un Commissario di Ps, mio padre uomo che aveva partecipato alla seconda guerra mondiale in Marina e nei Servizi segreti negli ultimi anni di quel tragico periodo. Anche mio fratello era di destra e sinceramente non so davvero come io fossi diventato comunista. La memoria mi dice che lo divenni per la stessa ragione per la quale decisi di prendere fede milanista nell’ambito calcistico. Mio padre e mio fratello entrambi interisti.
Chissà.
Pochi giorni dopo un giovane anarchico scivolò da una finestra della questura milanese. Così - ricordo come fosse oggi – le Tv nazionali motivarono la caduta mortale di Giuseppe Pinelli. Il termine usato fu “scivolò”.
Mentre le indagini continuavano, mentre si aprivano e si chiudevano “piste” con tempi cadenzati sui possibili autori, frammiste ad altri attentati dinamitardi sparsi sul territorio italiano, circa un anno dopo tale vicenda (Piazza Fontana/Pinelli) Dario Fo metteva in scena “Morte accidentale di un anarchico”.
I giornali scrivevano e si apprendevano i lenti sviluppi della vicenda, ma una cosa che di certo colpì davvero tutti fu la lettera aperta che il 13 giugno del 1971 apparve sul settimanale Espresso.
Riguardava la morte di Giuseppe Pinelli e ricordo, come fosse oggi, quanto ci colpì il senso e il significato di quella lettera, di quel deciso j’accuse nei confronti del commissario Luigi Calabresi. Ricordo in particolare quanto fu “esaltante”, per l’intera galassia extraparlamentare di sinistra, leggere i nomi di chi sottoscriveva tale lettera.
Esaltante era - per chi avesse in testa una idea, un pensiero, diciamo pure una ideologia - scoprire di avere al proprio fianco nomi come quelli di Giorgio Amendola, Giulio Carlo Argan, Franco Basaglia, Giorgio Benvenuto, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Alberto Bevilacqua, Norberto Bobbio, Liliana Cavani, Sergio Corbucci, Umberto Eco, Marisa Fabbri, Federico Feltrinelli, Dario Fo, Natalia Ginzburg, Renato Guttuso, Margherita Hack, Nanni Loy, Dacia Maraini, Alberto Moravia, Giancarlo Pajetta, P.P.Pasolini, Eugenio Scalfari, Mario Soldati e di altri oltre settecento esponenti della cultura italiana.
La conseguenza? Quasi scontata direi. Il 14 maggio del 1972, il commissario Luigi Calabresi rimase vittima di un attentato.
Oggi, a distanza di poco meno di mezzo secolo, a fronte della estradizione di alcuni noti terroristi rifugiati in Francia, ho dovuto assistere alla dichiarazione di ammissione di “vergogna” da parte di Paolo Mieli (giovane giornalista al tempo e anche lui firmatario della lettera ricordata).
Non so davvero se possa bastare.
Anche perché nella politica odierna - e temo in quella futura - nessuno abbandona ancora l’idea che le deduzioni e ancor peggio le sentenze rapide e veloci dettate esclusivamente dall’appartenenza ad uno o all’altro degli schieramenti rendono l’uomo molto più simile ad una bestia che ad un essere pensante.
Per quanto mi riguarda, non ci misi tanto tempo a capire l’arcano ingranaggio. Le vicende a seguire (il delitto Moro, Tangentopoli, la "discesa in campo" di Berlusconi, la cosiddetta "trattativa" Stato-mafia, ecc. ecc.) non mi hanno trovato impreparato.

Ma non è stato un gran bel vivere...