I Fatti

BELLO QUEL TITOLO
MA LA NOTIZIA DOV'E'?

di LOUIS ROMANO

  • 27/01/2010 20.18.12

SE SI PUO' MANIPOLARE LA FERILLI. Sabrina Ferilli dice delle cose in radio, come può dirle un’attrice coccolata dalla politica. Ed evidentemente non si fa capire. Oppure il sistema della comunicazione ritiene che, riferendo le opinioni di un’attrice, si possa non fare particolare attenzione a ciò che dice. Titolo di Repubblica: “Doveva dimettersi anche Berlusconi…”. Cavolo, è proprio tosta la compagna Sabrina! Ma se si va a leggere le parole riportate dalla stessa Repubblica, si legge ad un certo punto: “Berlusconi, giustamente con tutto quello che è successo non si è dimesso. Quelli del Pd invece per una sciocchezza se ne vanno”. Ora, a parte che qui si parla del sindaco di Bologna, Flavio Del Bono, che si è dimesso per l’uso un po’ sconsiderato di una carta di credito regalata a un’amica del cuore e di altra faccenduole di disinvolto uso del proprio potere politico (diciamo non proprio “una sciocchezza”, perlomeno dal punto di vista etico e morale), la Ferilli ha dunque affermato esattamente il contrario di quello che dice il titolo. E a conferma della leggerezza o della "zona franca" che per i media rappresentano le esternazioni politiche della gente di spettacolo, lo stesso giorno il Corriere della Sera così titola la stessa dichiarazione dell'attrice romana: “Il Pd imiti il Pdl: più bellezze in lista”. Hai capito – viene da dire – la Sabrinona? Altro che compagna! E poi ci sarebbe anche un evidente conflitto di interessi: si tratta infatti di un’attrice considerata fra le più belle e desiderate d’Italia. Ma, se si va a leggere la dichiarazione riportata dal Corriere e così titolata, si legge una battuta della Ferilli fin troppo evidentemente scherzosa e paradossale: “Non riesco a capire cosa stia succedendo al partito. Forse dovremmo fare come Forza Italia, più gnocche nelle liste. Magari porta bene…”. Allora perché quel titolo secco e serio? Una maliziosa manipolazione? O un atto di suffcienza? O tutt’e due? (27 gennaio 2010)

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BELLO QUEL TITOLO, MA LA NOTIZIA DOV'E'?

Leggi un titolo coinvolgente, clamoroso, intrigante e vai subito a leggere il testo dell'articolo. Arrivi alla fine e, se lo hai letto prendendo per buono il titolo, senza chiedere al testo coerenza e puntuali particolari, ne esci comunque intrigato: il titolo è riuscito prima ad attirarti e poi a dare la giusta patina al tutto. E' stata la chiave di volta, la chiave di lettura. L'uomo del desk ce l'ha fatta. Se invece sei andato a leggere il testo con la mente sgombra da condizionamenti e pregiudizi - se non con il giusto senso critico o addirittura con la prevenzione di chi sa di prendere quotidianamente buggerature da titoli forzati rispetto all'articolo e, quindi, allo stesso fatto riportato - spesso puoi accorgerti, appunto, che il titolo non sintetizza correttamente ciò che è descritto nell'articolo, che il titolo non ha niente a che vedere con il fatto descritto, e qualche volta che anche tra l'articolo e il fatto c'è una distanza abissale.

Siamo insomma nel campo delle forzature e delle vere e proprie manipolazioni - qualche volta inconsapevoli (determinate cioè da scarsa professionalità e da soggiacenza alle abitudini di gestione dei format), altre volte cinicamente consapevoli, altre ancora miratamente volute - che costituiscono uno degli aspetti più problematici del giornalismo italiano moderno o modernizzato che dir si voglia. Quasi senza distinzioni di testata o di settore o di elevatezza o di leggerezza della materia e dei fatti trattati: la politica come lo sport, la grande vicenda nazionale come il piccolo fatto di cronaca.

Vediamo qui una piccola raccolta di esempi via via segnalati su questo sito.

UN PAESE SULL'ABISSO. “Strategia eversiva”. “Campagna d’odio”. Che esponenti del centrodestra come Capezzone e Cicchitto usino espressione di questo tipo a proposito del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, qualunque cosa egli dica o faccia, anche se venisse sorpreso a soffiarsi il naso, non sorprende più di tanto. Rientra nell’opera quotidiana di mistificazione e ribaltamento di valori alla quale ci hanno abituati i berluscones. Ma stavolta c’è anche un alleato di Di Pietro, peraltro un politico di tradizioni moderate, come Enrico Letta, alto esponente del Pd, che afferma: Di Pietro vuole “portare il centrosinistra nell’abisso”, rivelando di essere proprio lui “il miglior alleato di Berlusconi”. Del resto, a leggere i giornali, pare che nessuno abbia dubbi sull'intollerabile ferocia dell'ennesimo attacco sferrato da Di Pietro al Presidente della Repubblica. Il Messaggero: “Di Pietro attacca il Colle”. Analogamente, la Repubblica: “Riforme, Di Pietro contro Napolitano”. Sulla Stampa, sotto il titolo “Di Pietro all’attacco contro Napolitano”, si legge un catenaccio ancora più ardito, che documenta lo sdegno generale contro le parole di Di Pietro, tale da ascrivere sorprendentemente un’identica, esasperata posizione a centrodestra e a centrosinistra: “Ma Pdl e Pd insorgono: ora basta con le provocazioni”. Il Corriere della Sera fa di più. A parte la severa cronaca, in prima pagina pubblica un commento allarmatissimo sugli “attacchi al Colle”, firmato dall’editorialista Paolo Franchi, nel quale si invita l'intero sistema politico a “Non fare il gioco di Di Pietro”. Sarebbe una catastrofe per il paese! Insomma, tutti d’accordo: l’ultima uscita dell’ex-pm é intollerabile, anti-istituzionale, irresponsabile. A questo punto, vale la pena riportare le parole che hanno suscitato tale perfetto coro di condanna e di indignazione democratica: Di Pietro ha attaccato Berlusconi e i suoi, imputando loro di volere “stravolgere la Costituzione cavalcando le dichiarazioni del Capo dello Stato, forse incaute visti gli interlocutori”. Ora, quando mai si è visto un politico che, in una democrazia, parli in maniera così sguaiata e brutale del Capo dello Stato? Addirittura ci si permette di dire che gli interlocutori (di centrodestra) degli appelli quirinaleschi sarebbero capaci di cavalcare le buone intenzioni del Presidente! Non solo: ma che, in presenza di tale tipo di interlocutori, "forse" gli appelli del Presidente potrebbero rivelarsi inutili e mal riposti! Di Pietro ha provato a spiegare e a rispiegare: ma io ho solo detto che “questa maggioranza ora ne approfitterà per strumentalizzare - come sempre ha fatto finora – le aperture di credito del Presidente della Repubblica nei confronti del Governo Berlusconi. Solo per questa ragione oggettiva ho definito “forse incaute” (nel senso di speranze azzardate e mal riposte) le parole del Capo dello Stato. In un paese democratico non vedo proprio cosa ci sia di eversivo dall’esprimere le proprie idee”. Dove si vede e si conferma che, in effetti, Di Pietro ha veramente una ben strana idea della democrazia!

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VOLEVANO UCCIDERE BERLUSCONI? Titolaccio di prima pagina: "Era tutto organizzato". Occhiello: "Altro che gesto isolato di un folle". Sembra proprio che Il Giornale di Vittorio Feltri abbia in mano uno scoop storico sull'aggressione subita da Silvio Berlusconi, ad opera dell'attentatore Tartaglia. Ma basta leggere il sommarione per capire cosa ci toccherà leggere invece nel pezzo: "L'assalto a Berlusconi nasce dal clima d'odio alimentato da Di Pietro & C. E in piazza c'era altri 300 violenti". Certo, dal punto di vista degli amici e degli agitprop della vittima di Tartaglia, è rilevante il ruolo svolto dal leader dell'Italia dei Valori nel determinare e nutrire l'onda anti-berlusconiana nel Paese, così come è preoccupante la contestazione di "300 violenti" sotto il palco con Berlusconi. Ma quel termine, "organizzato", significa tutt'altra cosa: vuole dire che Di Pietro, alcuni suoi "compagni" e magari quei trecento hanno organizzato l'attentato. E invece così non è. Anche tollerando una forzatura titolistica (e propagandistica) di altezza parossistica, quel termine è da considerarsi proprio sbagliato. E limitiamoci a dire sbagliato. Ma non basta. Questo feltrismo esasperato (imitiamoci a definirlo così) inforna tutta la titolazione - e la gran parte degli articoli - pubblicati sull'evento per tutte le prime diciotto pagine del Giornale. A pag.15, in particolare, un altro esempio clamoroso di "bel titolo" privo di notizia. Un titolo che promette molto: "Maroni: 'Volevano uccidere Silvio'". Proprio così: il ministro degli Interni, amico di Berlusconi ma noto per essere leghista e berlusconiano fra i meno fanatici, soprattutto nelle parole, afferma (tra virgolette) che "volevano uccidere" il presidente del Consiglio. Quindi, non solo non saremmo in presenza del "gesto isolato di un folle", ma non si tratterebbe nemmeno di un solo attentatore: "volevano"! Più persone, quindi (come "era tutto organizzato", vedi titolaccio di prima pagina), avevano intenzione e hanno tentato di uccidere Belusconi. Possibile? Del resto, se lo dice un ministro degli Interni come Maroni... Andiamo a leggere. L'articolo si apre con il virgolettato più forte del ministro: "Silvio Berlusconi ha rischiato di essere ferito gravemente, di essere ucciso". Poteva dunque essere ucciso dal lancio della riproduzione del Duomo di Milano in polvere di marmo da parte di Tartaglia. Ha "rischiato" di essere ucciso. Insomma, il ministro non ha detto nemmeno che Tartaglia "voleva" uccidere Berlusconi. Ma certamente la sua pur drammatica ricostruzione dei fatti non autorizza nessun titolo di giornale a riferire che lui abbia affermato che "volevano" uccidere Berlusconi (cosa che non fanno infatti gli altri giornali. Il Corriere della Sera riporta così, ad esempio, le parole di Maroni: "Ha rischiato di essere ucciso"). Ma Feltri e i suoi redattori praticano evidentemente un altro stile di giornalismo, chiamiamolo così. E su un fatto - nel caso, una dichiarazione - hanno licenziato un titolo che tradisce l'articolo da loro stessi confezionato. (15 dicembre 2009)

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FILM HARD SU FINI? SI', NI, NO... Titolo accattivante su colonnina malandrina ("La Armeni in Tv: qualcuno parla di Fini"), giusto sotto il servizio di giornata su "Video segreti, foto e veleni. I pm verificano altri ricatti". E riguarda nientemeno la terza carica dello Stato, peraltro sotto assedio da tempo ad opera di Berlusconi e del Giornale, con annessi e connessi. E se a pubblicare il tutto è il Corriere della Sera, che non è diretto da Feltri, vuol dire che si tratta di qualcosa di concreto. Andiamo a leggere. Si tratta di alcune battute che Ritanna Armeni, ex-portavoce del predecessore di Fini alla guida della Camera Bertinotti, si è lasciato sfuggire durante una trasmissione Rai. "... Se è per questo dicono ci sia pure in giro un filmato hard di Fini". Subito nello studio si sono drizzate le orecchie a tutti. Come, come? Un filmato hard di Fini? Ne sa qualcosa? Lo ha visto? "Ma no, non ho visto niente", risponde l'Armeni. "Mi riferivo all'editoriale di Feltri sul Giornale con cui attaccava il presidente della Camera, non ricorda?... Ecco qui, era il 12 settembre. Feltri si diceva pronto a scatenare uno scandalo a luci rosse che avrebbe indotto Fini alle dimissioni. Si fa cenno a filmati compromettenti su An". Filmati su An? Quindi non direttamente su Fini, con Fini? "... No, ho sbagliato...". Ma esistono immagini? "... Non so niente". Armeni dunque non sa niente di niente, si è pure rimangiato quel "dicono sia pure in giro...". Ma il Corriere pubblica lo stesso e titola in quella maniera... (4 dicembre 2009)

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SGOMINATO D'ALEMA O OSCURATA LA SAVINO? Sgominato il clan criminale più importante di Bari, 83 ordinanze di custodia cautelare, 129 indagati, sequestri per 220 milioni di euro. Passano pochi giorni, siamo in attesa di leggere gli sviluppi dell'inchiesta (che, trattando di criminalità organizzata, tocca inevitabilmente la politica e le istituzioni) ed ecco Il Giornale sparare a tutta pagina, sotto l'occhiello "Il business della mafia", il titolone: "Gli strani affari dell'avvocato di D'Alema". Cavolo, viene da esclamare, hanno beccato il Massimo della sinistra! Andiamo a leggere. Si tratta effettivamente di Gianni Di Cagno, "ex consigliere laico di centrosinistra del Consiglio Superiore della Magistratura, ritenuto uomo di fiducia di Massimo D'Alema". Punto. Il coinvolgimento di D'Alema - sul quale è stato impostato il titolone - è tutto qui. Non solo viene ignorata (e oscurata dal... coinvolgimento d'alemiano) l'enormità del groviglio criminale scoperto e stroncato dalla magistratura, ma si glissa sul coinvolgimento diretto di Elvira Savino, una parlamentare del Pdl, partito al quale il giornale diretto da Feltri è notoriamente vicinissimo. Solo un titoletto ("Indagagata. Si aggrava la posizione della deputata Pdl Savino: per i pm sapeva degli illeciti"). E se si va a leggere in fondo al pezzo, si scopre che non solo "sapeva", ma "secondo l'accusa avrebbe consentito l'intestazione fittizia di un conto corrente 'di fatto nella disponibilità di Michele Labellarte... morto a settembre, imprenditore e presunto riciclatore della mafia barese'". Non solo. "La Savino era perfettamente a conoscenza quantomeno della più importante operazione di reinvestimento degli illeciti capitali" ma "si sarebbe attivata a presentare il progetto al ministero dello Sviluppo Economico ed al ministero dell'Istruzione". A conferma della deformata rappresentazione (anti-d'alemiana) dei fatti da parte del Giornale, la mezza paginata pubblicata nello stesso giorno da Repubblica sulla vicenda con il titolone a tutta pagina: "Bari, il piano del boss sul tavolo della Gelmini. Maxi blitz, il gip: quel progetto sull'università presentato dalla Savino a due ministeri". Ma si potrebbe dire: la Repubblica è "di sinistra", ce l'ha con Berlusconi, i berlusconiani e le berlusconiane, ed è amica del Pd. In effetti, nel pezzone di Repubblica non solo non è citato D'Alerma, ma nemmeno Di Cagno. Però, almeno al Corriere della Sera dobbiamo dare credito di maggiore equilibrio in materia. Ma anche il più importante giornale italiano conferma la deformazione titolistica (e cronachistica) feltriana. Difatti il titolo, sobrio ma inequivocabile del Corrierone sul servizio di giornata da Bari è questo: "Il gip di Bari sulla Savino: 'Premeva per favorire progetti edilizi della mafia'". Con un occhiello parimenti sobrio e inequivocabile: "Alle nozze della deputata pdl l'imprenditore Labellarte avrebbe conosciuto Berlusconi". Una vera bomba, anche se in perfetto stile-Solferino. Altro che l'avvocato barese "ritenuto un uomo di fiducia" di D'Alema. (3 dicembre 2009)

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SILVIO E L'OPPOSIZIONE: MA QUALE "AFFONDO"? "Sull'avvio delle pratiche per il divorzio da parte di Veronica Lario in Berlusconi, il titolo d'apertura della pag. 8 del Corriere della Sera (5 maggio 2009) annuncia: "Affondo di Franceschini e Idv". A ribadire e chiarire, il catenaccio specifica (o specificherebbe): "Il leader pd: Berlusconi patetico. Interrogazione di Di Pietro". I due leader dell'opposizione in persona, quindi, si sarebbero scatenati come un sol uomo contro il presidente del Consiglio e principale avversario politico, e comunque sulla rottura dei suoi rapporti coniugali. Si va a leggere ed effettivamente si registra una dichiarazione del segretario del Pd, nella quale, per la precisione, non si definisce "patetico" Berlusconi ma lo si invita a smetterla di "dire questa cosa patetica che ci sarebbe stato un complotto e chi lo ha sobillato e preparato sarebbe la sinistra". Anzi, "di patetico c'è solo Franceschini", afferma invece Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi. Ma, continuando a leggere, non si riscontra ciò che il titolo pure prometteva: un'interrogazione di Di Pietro. Anzi, il leader dell'Idv "fa sapere che non c'è alcuna intenzione di coinvolgere nel caso 'terze persone o minorenni'". Di interrogazione c'è solo quella del "dipietrista Antonio Borghesi": vi si "chiede direttamente al premier se ' risponde al vero' quello che la signora Lario dichiara". Vi sarà una differenza fra l'iniziativa di un deputato dell'Italia dei Valori e la non-iniziativa del leader dell'Idv? E si può, onestamente, parlare di "affondo dell'Idv" per l'interrogazione presentava da un deputato dell'Idv? E come si può mettere sullo stesso piano la posizione di Franceschini e quella di Borghesi?

"INNOCENTE" DA 26 ANNI O REATO ABOLITO? "Angelo Rizzoli, innocente 26 anni dopo". Il Messaggero (27 febbraio 2009) sembra dare atto all'ex-editore e ora produttore cine-televisivo - in una qualche misura, risarcendolo moralmente - di aver subito un'inenarrabile atto di mala giustizia. Solo dopo 26 anni di tormentato iter giudiziario, con sentenza definitiva, la Cassazione lo ha dichiarato "innocente". E l'occhiello del titolo ulteriormente chiarisce: "Bancarotta cancellata: esco a testa alta dai processi che mi hanno rovinato". Veramente uno scandalo e, soprattutto, incomprensibile: come si fa per 26 anni a ignorare una legge per cui Rizzoli è "innocente"? Andiamo a leggere: "Il suo ricorso ai Supremi giudici è stato accolto, e la condanna per bancarotta è stata cancellata...". E fin qui, tutto chiaro: Rizzoli ne esce a testa alta! Ma poi così la notizia continua: "... Ad avviso di piazza Cavour, infatti, le norme che hanno modificato i reati societari nel 2006 hanno abolito il reato per il quale Rizzoli era stato condannato a tre anni e quattro mesi. Una pena, comunque, interamente condonata". Rizzoli non è dunque, come afferma il titolo, "innocente 26 anni dopo", ma da meno di tre anni, da quando cioè è stato depenalizzato, anzi "abolito" il reato per il quale era stato condannato (e per il quale era e sarebbe ancora "colpevole"). E peraltro la stessa pena a suo tempo comminatagli risulta"interamente condonata". Lo steso giorno, su Repubblica: "Condanna cancellata per Rizzoli. 'Ne esco pulito, ma dopo 26 anni'" (non "innocente" secondo il giornale, come nel caso del Messaggero, ma "pulito" secondo se stesso). E l'occhiello del resto precisa: "La Cassazione annulla la sentenza per la bancarotta: sono cambiare le norme. E lui chiede i danni allo Stato". Lo stesso giornale a suo tempo proprietà suo e della sua famiglia, Corriere della Sera, pubblicando nel titolo, fra virgolette come Repubblica, l'autoassoluzione ("Dopo 26 anni esco pulito"), ricorda correttamente nell'occhiello: "Applicata la riforma del 2006 che ha abolito il reato". Reato abolito, dunque, non "innocente dopo 26 anni". Ha provveduto il competente Di Pietro a chiarire: "Tutti a far interviste, nelle quali Rizzoli dichiara di uscirne pulito dopo 26 anni di persecuzione, 'il marchio di infamia di bancarottiere era tutto fumo', 'hanno distrutto la mia vita', insomma, una vittima di questi 'cattivissimi giudici'. Mi sono preso la briga, insieme a pochi altri tra cui Marco Travaglio, di andare a leggere la motivazione, ed ho scoperto che, in realtà, la Cassazione lo ha assolto non perché il fatto non sussista o perché non ha commesso il reato, ma perché la bancarotta patrimoniale societaria in amministrazione controllata è stata depenalizzata dal 2006, perché il governo Berlusconi ha fatto sì che quello che era prima reato non è più reato, insomma, lo ha sbianchettato".

STATISTICHE ARBITRARIE A CINQUE COLONNE. Ricordate – è roba di qualche anno fa – dell’Emilio Fede che risultava stranamente fra gli uomini televisivi più sexy e della confessione di Klaus David, a successo ottenuto, di aver barato un po’, agli inizi della sua carriera di “massmediologo”, con sondaggi di quel genere? E’ da tempo che non si leggeva più di questi arbitrari sondaggi dai risultati a dir poco sorprendenti. Ecco che, dalla preistoria della manipolazione statistica, ne riemerge improvvisamente uno. Titolo a cinque colonne sul Corriere della Sera (10 febbraio 2009): “Telegiornaliste, la preferita online è Paola Ferrari”. Non solo. Si legge infatti: “Non le modelle e nemmeno le veline, ma, ancora una volta, le telegiornaliste. Si confermerebbero loro in testa alle preferenze maschili, almeno agli amanti di Internet”. Si usa un condizionale, si aggiunge un “almeno”, si prosegue affermando che un sito (Affari italiani) “sostiene” di aver consultato 1500 uomini, si osserva opportunamente, infine, che “il campione, in realtà, pare un po’ limitato rispetto ai milioni di utenti che ogni giorno su collegano a internet”, Eppure si fa quel titolo, dilungandosi sulla “classifica delle più desiderate che vede in vetta Paolo Ferrari”. La presentatrice di Martedì Clampions, con la conduttrice del Tg3 Maria Cuffaro (secondo posto) e Safira Leccese di Studio Aperto (terzo posto): tutte “più desiderate” delle modelle e delle veline, a cominciare da quelle di Striscia la notizia, di Michelle Hunziker, di Barbara d’Urso, di Eleonora Daniele, di Aida Yespica, di Valedia Marini, di Elisabetta Canalis, di Vanessa Incontrada, di Alessia Merz, di Alessia Marcuzzi… Forse il fatto che “il campione, in realtà, pare un po’ limitato” avrebbe dovuto suggerire un titolo diverso, più attenuato. Forse, chissà, così riportato alle sue esatte dimensioni, non avrebbe meritato cinque colonne.

OLMERT "SMISURATO" O "SPROPORZIONATO"? “Olmert: reagiremo in modo smisurato”. Dopo il muovo lancio di razzi palestinesi sui territori del Neghev, ieri sera un primo raid aereo sulla striscia di Gaza. E il premier israeliano che fa? A credere al titolo a tutta pagina (13) della Stampa (del 2 febbraio 2009), annuncia spudoratamente: “Reagiremo in modo smisurato”. Proprio così: smisurato. Quasi a dare ragione ai più severi critici dell’arroganza israeliana ed anche agli anti-israeliani per partito preso (o - ce ne sono - per pregiudizio anti-ebraico). Possibile? Siamo di fronte ad una notizia di non poco conto. Andiamo a cercare nel testo quell’aggettivo sconsiderato o comunque rivelatore di insolente prepotenza - e, visto che si tratterebbe di bombardamenti, di devastazione e di morti, anche di tragica irresponsabilità - ma non lo troviamo. Leggiamo, più esattamente, che Olmert ha “promesso” (che poi sarebbe a dire minacciato o preannunciato) una reazione “sproporzionata”. Non smisurata, ma “sproporzionata”. Non solo un’aggettivazione decisamente diversa, nella qualità del significante e nella tragica quantità contemplata dal significato, ma anche politicamente più propria e polemicamente più mirata. Il governo di Israele, difatti, è stato più volte accusato – anche dai politici e dai Paesi non pregiudizialmente filo-palestinesi – di aver fatto un uso, appunto, “sproporzionato” della forza e delle armi per reagire ai ben più modesti attacchi dell’esercito di Hamas. Perciò l’aggettivo usato nel titolo è non corrispondente al vero (l’autentica dichiarazione di Olmert), prefigura impropriamente una reazione israeliana che si autodefinirebbe “smisurata” e priva la sintesi degli avvenimenti del giorno di una parola (“sproporzionata”) che in bocca al premier israeliano è significativa da più punti di vista (bellico e mediatico, politico a fini interni e di area e politico a fini di polemica internazionale)

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"VORREI ESSRERE ARBORE". O NO? Nicola Savino non è un grande personaggio, anche se nel teatrino televisivo esagitato messo in piedi dal clan di Simona Ventura passa per un comico divertentissimo. In occasione del suo ritorno su RaiDue con la trasmissione Scorie, il dj di origini lucane strappa un'intervistina di una colonna a pag. 35 di Repubblica (12 gennaio 2009). Niente di che. Dal botta e risposta con l'intervistatore, esce poco o niente. E allora su cosa titolare? Ecco, nell'ultima rispostina c'è un accenno ad Arbore. Afferma Savino: "Io ho come ideale i miei miti: Arbore soprattutto, e poi la Gialappa's". Un'affermazione innocente e comprensibile. Che invece nel titolo viene forzato così: "Nicola Savino: 'Vorrei essere il nuovo Arbore'", facendo passare il povero Savino, già montato di suo, come un presuntuoso estremo.

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GIOVINCO: ARROGANTE O UMILE? “Resto. E un giorno sarò capitano”. Questo Sebastian Giovinco è senza dubbio una grande promessa del calcio italiano, uno dei calciatori nostrani più dotati di tecnica e di classe. Ma, a giudicare dal titolo della Gazzetta dello Sport (5 dicembre 2008), presuntuoso sino alla sfrontatezza. Un po’ di modestia, non guasterebbe. Andiamo a leggere il pezzo. Giovinco, in effetti, afferma che “sono appena arrivato e non ho alcuna intenzione di lasciare la Juve” (che è già diverso, comunque, da “Resto”, come se dipendesse solo da lui e non anche dalla società e dall’allenatore). Ma per quello che riguarda la parte più boriosamente assertiva della dichiarazione enfatizzata nel titolo, l’esatta dichiarazione del calciatore riportata nell'articolo sembra sconfinare, al contrario, quasi nella modestia e comunque appare perfettamente legittima: “Mi piacerebbe un giorno giocare da capitano, lavoro anche per quello”. Che pretendere di più da un giocatore univ ersalmente apprezzato perché non gli si attribuisca la tracotanza sancita da quel titolo (bugiardo e scorretto)?

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TEPPISTI PENTITI O STRAFOTTENTI? Ma come sono i giovani bulli di periferia? Dopo aver malmenato un cinese nel quartiere romano di Tor Bella Monaca ed essere stati presi, come reagiscono i minorenni di una gang? Sono pentiti, ripensando a ciò che hanno combinato e temendo una severa punizione da parte dello Stato e dei genitori, o rivelano un’irrimediabile, radicata propensione alla violenza e alla spavalderia? I giornali servono evidentemente anche a questo: a capire ciò che succede. Perciò, opportunamente e utilmente, i cronisti dei due più grandi italiani sono riusciti a parlare con quei ragazzi nell’ufficio dei vigili urbani di Tor Bella Monaca, descrivendo il loro stato d’animo e la loro reazione. Il titolo della paginata dedicata da Repubblica (mercoledì 3 ottobre 2008) a questo approfondimento di cronaca apre il cuore alla speranza: “’Che disastro, mio padre mi ammazza’, piange in caserma la banda dei teppisti”. Ma sul Corriere della Sera, stesso giorno, stesso servizio/intervista, c’è tutto un altro titolo: “E i ragazzi in caserma: ‘Nun ce ne frega gnente”. E nel catenaccio: “Felpa e orecchino, non sembrano preoccupati”, più un un altro particolare contraddittorio sulle reazioni di padri e madri: “Lo sfogo di un agente: i genitori se la prenderanno con noi”. Insomma, una rappresentazione perlomeno arbitraria della realtà. E inaffidabile.

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ER PUPONE NON SI SFIORA NEANCHE COL TITOLETTO. Con certe notizie, i giornali italiani ci vanno a nozze. “Lite mentre guardano Totti e Ilary in tv. ‘Loro sì che sono felici’. E lei lo uccide”. Così infatti titola a tutta pagina, la dodicesima, la Repubblica (22 settembre 2008). E Il Tempo di Roma, che fa? Naturalmente sbatte il fatto in prima: “Vede Totti in tv e uccide”. Un po’ schematico, ma efficace. Anche se Totti, “er Pupone de Roma”, sembra quasi il sicario o l’ispiratore di un omicidio. Puntualmente, ma più correttamente, ci punta La Stampa a pag. 19: “La lite su Totti finisce in delitto”. Ti aspetti chissà quale enfatizzazione della notizia sul Messaggero. Vai a vedere,. Niente ovviamente in prima. Devi arrivare a pag. 16, per individuare un titolo che dice così: “Lite davanti alla tv: lei uccide lui con una coltellata”. Totti è addirittura scomparso dalla titolazione. L’immagine del Pupone non può essere sfiorata nemmeno con un titoletto…

MA STAVOLTA IL PAPA NON CE L'HA CON I MEDIA. Il Papa ha di nuovo puntato il dito contro la “crescente secolarizzazione della società, intesa come una concezione del mondo e dell'umanità che mette ai margini la trascendenza, che invade tutti gli aspetti della vita quotidiana, sviluppa una mentalità in cui Dio di fatto è assente dall'esistenza e dalla coscienza umana e si serve spesso dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere individualismo, edonismo, ideologie e costumi che minano le fondamenta stesse del matrimonio, la famiglia e la morale cristiana”. La Repubblica – l’unico dei grandi giornali a riferire del discorso tenuto da Benedetto XVI ai vescovi di Panama, venerdì 19 settembre 2008 (un altro segnale della marginalità mediatica di Dio e delle testimonianze trascendentali?) – titola: “Il papa contro i media: ‘Minano la famiglia’”. Anche il sito Kataweb (stesso gruppo editoriale) titola così la notizia: “Benedetto XVI all’attacco dei media: minano famiglia e morale cristiana”. La titolazione giornalistica è sempre più diffusamente schematica e discorsiva. In effetti, a leggere il discorso del Papa integralmente riportato dall’Osservatore Romano, si ricava che egli ce l’ha con una mentalità determinata dalla secolarizzazione che “si serve” dei media. Certo, afferma quindi che giornali e tv “diffondono” ideologie e costumi che minano matrimonio, famiglia e moralità cristiana, ma non sembra prendersela, se non indirettamente, con essi. Si può certamente immaginare che per Benedetto XVI i media sbagliano a farsi portavoce di un mondo così sconsideratamente secolarizzato (dal suo punto di vista) e che quindi abbia maturato su di essi un giudizio estremamente severo, ma almeno questa volta non ha detto che i media minano la famiglia, ha detto più esattamente che si fanno strumento di valori (o sub valori) che minano la famiglia. Che è, sul piano della logica, nella realtà dei discorsi pronunciati dal Papa e quasi certamente nelle sue intenzioni, una cosa diversa.

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ODIOSA O ODIATA? Flash dell'agenzia Agi del 18 settembre 2008: "RAI, ROMANI, IL CANONE TV, TASSA ODIOSA. Il sottosegretario con delega alle Comunicazioni del governo-Berlusconi, Paolo Romani, non solo si dichiarerebbe contrario a qualsiasi aumento della tassa sul possesso dell'apparecchio televisivo, ma la definirebbe "odiosa". La ritiene personalmente odiosa. E' una notizia, a suo modo. Sul canone Tv si sviluppa infatti da mesi una grossa polemica: la Rai ne chiede l'allineamento al costo della vita e alla media dei canoni viogenti in Europa, il governo non risponde nè si nè no. E ora, finalmente, il responsabile governativo di settore la definisce addirittura "odiosa". Ma non è così. Basta leggere sette righe più sotto del titolo: "Romani ha definito quella dell'abbonamento televisivo 'una delle tasse più odiate'". Dunque, odiata (da chi le paga) non "odiosa" di per se, per tutti e quindi anche per il governo.

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UNA COSA E' IL CALCIO, UN'ALTRA LA CRONACA. Se l’Italia vince una partita di calcio due a zero, e questi gol li ha segnati un giocatore popolare come il romanista Daniele De Rossi, e nella stessa giornata vengono arrestati i due assassini di suo suocero (un malavitoso, ucciso dopo una rapina e uno “sgarro”), non c’è dubbio che la notizia c’è: anzi due notizie (in una) che si esaltano a vicenda. Una partita modesta degli Azzurri e un fatto di cronaca nera di provincia che, insieme, fanno una “bella storia”. Se poi il giovane campione azzurro – considerato già fra i migliori giocatori del mondo, comunque un fuoriclasse – dedica la sua prima doppietta in Nazionale proprio al suocero, le notizie diventano tre. E l’ultima è, di per sé, foriera di sviluppi anche polemici e di dibattiti. E invece non è così per Repubblica dell’11 settembre 2008. In prima pagina, un solo titoletto: “Con due gol di De Rossi vittoria azzurra sulla Georgia”. Privo di qualsiasi accenno al fatto di cronaca e alla “dedica” anche l’occhiellino (“Trasferte ultrà, linea dura di Maroni, scatta il primo stop di Maroni”). Seguiamo l’indicazione: servizi “nello sport”. Su una doppia paginata, 50 e 51, il titolaccio: “Ci pensa De Rossi”. E finalmente, nella seconda riga di catenaccio: “Poi la dedica al suocero ucciso”. E nella cronaca della partita, quella che minuto per minuto descrive azioni e gol, un inciso fra parentesi: “… due gol di De Rossi (che ha dedicato la sua prima doppietta in azzurro al suocero ucciso: gli assassini sono stati arrestati ieri)”. Niente di più. Nemmeno un rimando alle pagine di cronaca nera: né in prima pagina, né nella titolazione della cinquantesima e nemmeno nell’inciso all’interno della cronaca della partita. Solo casualmente, il lettore che sfoglia il giornale, scopre l’intera pagina ventunesima dedicata al fattaccio (“Assassinio del suocero di De Rossi. Due arresti, ‘sgarrò’ dopo un colpo”). Non è solo la solita storia dei quotidiani divisi in settori, gestiti da desk spesso non comunicanti fra loro e non assistiti da un ufficio centrale “creativo” e determinato. E’ anche una questione di foliazione e di rigidità dei format. Una scappatoia però c’è – in alternativa alle pagine monotematiche iniziali che mettono insieme notizie di vario genere se adeguatamente collegate e collegabili fra loro (come in questo caso) ma solo quando c’è la notiziona (non una penosa e fortunosa vittoria contro una squadretta come la Georgia) – ed è quella presa dal Corriere della Sera, lo stesso giorno. Cioè: mettere le due notizie collegate nello stesso titoletto di prima: “L’Italia vince. E De Rossi dedica i due gol al suocero ucciso”, con l’indicazione di andare a leggere i servizi alle “pagine 20, 46, 47, 48 e 49”. Alla 20, un solo riquadrino: “Presi i killer del suocero di De Rossi”. E a pag. 40, distinto dal titolaccio sulla partita, un piccolo sevizio sul dopopartita, con questo titolo: “Daniele e la dedica più difficile: ‘A mio suocero che non c’è più’”. Per curiosità, andiamo a vedere come ha risolto la questione La Stampa, di solito più attenta a questi aspetti tecnici finalizzati a valorizzare le notizie. In prima, un titoletto analogo a quello del Corriere (con “Il romanista: dedico la doppietta a mio suocero”). E nelle pagine sportive, accanto alla cronaca della partita un grande servizio sul “personaggio” De Rossi, sulla “gioia triste del giallorosso a Udine”, e il titolone che ci si aspetta da un buon giornale: “Daniele e la dedica al suocero ucciso: “I gol sono per lui’”. Anche se poi si va a leggere e si scopre che si tratta di un grande servizio sul dopopartita, con poche righe dedicate alla vicenda-De Rossi. Insomma: notizia non approfondita ma molto valorizzata.

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FU VERO LAPSUS? OBAMA E IL CORRIERE. “Il lapsus di Obama nell’intervista tv: la mia fede musulmana”. L’ammissione del candidato nero alla presidenza degli Stati Uniti è oggettivamente clamorosa. E merita abbondantemente le due colonne di spalla, nella prima pagina dal Corriere della Sera del 9 settembre 2008. Anzi, obiettivamente, una notizia del genere meriterebbe molto di più di due colonne di spalla. Obama l’aveva sempre negato, Obama è notoriamente cristiano, Obama sta combattendo come un leone contro una “diceria” che rischia di costargli l’elezione a capo supremo della più grande potenza mondiale. E adesso l’ha ammesso. Con un lapsus, ma l’ha ammesso. E difatti leggiamo, nel richiamo di prima: “E’ successo durante l’intervista tv concessa a George Stephanopoulos, sul network Abc. ‘Non prendiamoci in giro’ – ha detto Obama -, è vero che John McCain non ha parlato della mia fede musulmana’. ‘Fede cristiana’, lo ha interrotto Stephanopoulos. ‘Ok, la mia fede cristiana’ si è corretto Obama, ma ormai il danno era fatto”. Veramente clamoroso. Non c’è dubbio: è stato un lapsus veramente rivelatore. Ma andiamo a leggere nell’interno, a pag. 14. La titolazione conferma: “’La mia fede musulmana’. Obama scivola in tv e aiuta McCain. Gaffe del candidato democratico nel momento del sorpasso repubblicano. Si riaccende la polemica sul credo di Barack, figlio di un cristiano convertito”. Insomma, proprio una gran gatta da pelare per il povero Obama. In un riquadro, piccolo saggio esplicativo sulla parola “lapsus”. E, come insegna Freud e puntualmente ricordato nella noticina, “l’errore lessicale non è casuale, ma manifestazione di un desiderio inconscio”. Insomma, nessun dubbio: Obama ha commesso un lapsus, rivelando probabilmente la verità sul suo credo religioso. Ma se si va a leggere il testo della corrispondenza da New York di Paolo Valentino, si scopre che – contrariamente a quanto affermato nei due titoli, di prima e di quindicesima pagina (ambedue titoli appunto della corrispondenza di Valentino) - non si tratta nemmeno di un lapsus. “… Fra l’altro, la correzione dell’intervistatore era fuori luogo”, precisa l’episodio Valentino, “perché Obama, sia pure in modo involuto, voleva proprio dire che il suo avversario in persona non lo ha mai accusato di essere musulmano”. Non una gaffe, quindi, ma semmai un linguaggio involuto o, più esattamente, la formulazione impropria di un affermazione che era inequivocabile: il mio avversario in persona non mi ha mai accusato di essere musulmano. In realtà – e lo afferma lo stesso Valentino – la notizia (non da prima pagina!) è che quel pezzo di frase pronunciata da Obama, “mia fede musulmana”, “ha innescato la polemica, diventando oggetto di attacchi e commenti sulla rete”. Cioè è entrata in un tritacarne nel quale si fa uso anche di lame quali la propaganda più disonesta, la diffamazione meno motivata e il chiacchiericcio più irresponsabile. Ma che c’entra in tutto questo un giornale con la storia del Corriere della Sera? (Più correttamente, lo stesso giorno, la Repubblica confinava la notiziola in una decina di righe, in fondo a pag. 16, con questo titolo: “’La mia fede musulmana’, in Rete il lapsus di Obama”. Ecco la notizia vera: non il lapsus, ma il lapsus in Rete).

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"SPORCO ITALIANO!", DISSE IL CINGALESE. “Sporco italiano, botte in pizzeria”. Grande titolo di testa in prima pagina. “Finisce con una denuncia la lite tra il cuoco cingalese e il fratello della titolare”. Senza dubbio, una gran bella notizia. Del tipo: l’uomo che morde il cane. Non un italiano che grida “Sporco negro!” a un uomo di colore, ma un lavoratore extra-comunitario che lancia l'offesa “Sporco italiano!”, in Italia, addirittura al parente della sua datrice di lavoro. Lo scoop è del Nuovo Quotidiano di Puglia (“panino locale” del Messaggero, 27 agosto 2008). Si va a leggere all’interno e l’insulto cambia sin dal titolo: non “Sporco italiano” ma “Italiano del c…”, con tanto di inequivocabili puntini di sospensione. Quindi un insulto, più volgare e forse sostanzialmente meno grave. Ma, proprio dall’attacco del pezzo, si intuisce subito che le cose devono essere andate diversamente da come si lasciava capire dal titolo: “’Incapace’. ‘Italiano del c…’. Sarebbe stato questo, più o meno, il botta e risposta…”. Quindi a provocare sarebbe stato l’italiano. E alla fine del diverbio la peggio l’avrebbe avuta “lo straniero, 31 anni, regolarmente residente in Italia, occhio destro tumefatto, una ferita sul sopracciglio destro e un taglio evidente sul labbro superiore”. E alla fine “gli agenti hanno riscontrato responsabilità solo da parte del cameriere fratello della titolare, che è quindi stato denunciato a piede libero, e dovrà rispondere del reato di lesioni personali”. Altro che: “Sporco italiano, botte in pizzeria”! Del resto lo stesso giorno sul Corriere del Mezzogiorno (pagine pugliesi del Corriere della Sera) titolava: “Pizzeria, rissa tra camerieri. Alle mani italiano e cingalese”: Sottotitolo: “L’aggressore sarebbe il fratello del titolare della pizzeria”.

E REPUBBLICA FECE "EROE" IL BUON D'ALESSIO. “Gigi D’Alessio ‘eroe’/ salva 7 persone in mare”. Notizia sacrificata quasi a una “breve”, con un titoletto a una colonna, a pag. 19. Eccome, uno dei più popolari cantanti italiani salva eroicamente addirittura sette persone, presumibilmente mettendo a repentaglio la propria vita (altrimenti che “eroe” sarebbe!), e la Repubblica del 17 agosto 2008 la maltratta in questa maniera? Proprio Repubblica, alla quale semmai si attribuisce solitamente il vizio di enfatizzare? Andiamo a leggere la notizia. Succede al largo di Capo Tindari, in provincia di Messina. La “coppia d’oro” della canzone italiana, D’Alessio e Anna Tatangelo, navigavano tranquillamente sul proprio yatch, quando “hanno visto una piccola imbarcazione con a bordo sette persone, padre, madre e i cinque figli, che chiedevano aiuto”. Ecco qui scattare… l’eroismo: “Il cantante ha subito chiesto al capitano di accostare, e ha fatto salire sulla propria imbarcazione i malcapitati poco prima che il natante affondasse”. In effetti, solo un eroe poteva far accomodare sette persone sulla propria barca: tanto più se si considera che quei sette stavano per affondare e, peraltro, mettendo peraltro a repentaglio la moquette dello yatch!

VIETANO AL BEL RENE' DI FARE IL NETTURBINO? "Vallanzasca netturbino a Milano, respinto il permesso". E perché mai? E chi è quel cattivone, certamente un magistrato, che non consente all'ex-capo della mala milanese in galera con quattro ergastoli (omicidi, furti e rapine), di redimersi prendendo una scopa in mano e ripulendo un po' le strade lombarde? Il titolo del Corriere della Sera (14 agosto 2008) muove quasi alla pena per il Bel René e certamente all'indignazion per certe miopi, burocratiche e reiterate abitudini della nostra giustizia e della nostra politica carceraria. Andiamo a leggere. "A prendere la scopa in mano di Ferragosto per ripulire i sentieri della Brianza... ci sarebbe anche stato. A una condizione, però, che il permesso per aderire al progetto 'Recupero patrimonio ambientale' gli fosse allargato di un giorno per andare a trovare l'anziana madre Maria, che non sta affatto bene, e di un altro ancora per fare una capatina dalla moglie... in ospedale per controlli". E' questa la "condizione" che il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto: "O uscirà solo per spazzare le strade come tutti gli altri detenuti coinvolti nel progetto di mezz'agosto, oppure il Bel René se ne dovrà stare rinchiuso nella sua cella". Quindi quel titolo è bugiardo. Non c'è alcun "permesso" respinto. Al più, non gli è stato consentito di andare a casa dalla madre e in ospedale dalla moglie, e comunque non in questa occasione. A fare il netturbino lo avrebbero mandato e come! Anzi, come lascia intravedere il tempo futuro usato nell'ultima frase ("uscirà", "dovrà") c'è ancora addirittura la possibilità che Vallanzasca, pur di uscire all'aperto, il netturbino accetti di farlo sul serio.

OPINIONI A CONFRONTO: AMBEDUE PRO-DEL TURCO. Esce dal carcere l’ex-presidente della Regione Abruzzo. Dopo ventotto giorni, il gip ha concesso a Ottaviano Del Turco, “accusato di aver intascato 5 milioni e 800 mila euro di mazzette”, gli arresti domiciliari. Il Corriere della Sera dedica all’avvenimento (martedì 12 agosto 2008) la spalla di prima pagina e due pagine all’interno Sotto il pezzo di cronaca, due opinioni a confronto, com’è nella tradizione informativa del più grande giornale italiano, in occasione di vicende che dividono la classe politica e l’opinione pubblica. Due opinioni della stessa lunghezza, con lo stesso format di titolazione e con due fotine di uguali dimensioni dei due intervistati: Emanuele Macaluso e Giuliano Cazzola. Il primo, socialista come Del Turco sin dai tempi della sua appartenenza alla corrente “migliorista” del Pci, sostiene (sotto il titolo “Il carcere usato ancora per ottenere confessioni”) che “con la sua storia, mi stupirebbe se fosse colpevole”. Il secondo, socialista ed ex-sindacalista come Del Turco, sostiene (sotto il titolo “L’ho difeso ma dal Pd non ho sentito un applauso”) che sono state “sgradevoli le parole del magistrato sulle visite in cella”. Insomma, due opinionisti a confronto che la pensano alla stessissima maniera sulla controversa vicenda, su Del Turco e sulla magistratura.

E CLIO DISSE: "GIORGIO, C'E' POSTA PER TE". Un ruolo assai delicato e complesso, quello svolto da Giorgio Napolitano in questa insidiosa e per qualche aspetto inquietante fase politica. E' dunque comprensibile che i giornali seguano e riferiscano, con grande attenzione e capacità interpretativa, ogni atto e parola, anche la più apparentemente insignificante, del Presidente della Repubblica e del suo entourage, e ogni manifestazione di entusiasmo e di gradimento da parte del popolo nei confronti della massima carica dello Stato, rappresentante dell'unità nazionale. Si può dunque capire che la Repubblica (10 agosto 2008) mandi un inviato al seguito del Presidente in vacanza a Stromboli e titoli a piena pagina (la dodicesima): "Stromboli accoglie Napolitano: 'Resisti presidente'". Il catenaccio insiste e spiega: "Applausi sul molo, due bambine consegnano una lettera". Ma conlude, con un rilievo forse eccessivo e comunque poco comprensibile: "Clio: 'Giorgio, c'è posta per te'"

TITOLONE ALLA STRAGE, TITOLETTO ALL'ECATOMBE. Qualche altro giornale mette la notizia di pancia, cioè al centro pagina, con una evidenza di livello medio. Per esempio, Il Messaggero: “Un boato, poi la valanga su di noi”. Nel catenaccio l’informazione: “Morti 9 alpinisti, 4 dispersi…”. Si tratta delle drammatiche vicende che si stanno svolgendo, ancora il 4 agosto 2008, sul K2. La Repubblica ne riferisce, sobriamente, forse con eccessiva sobrietà, come terzo titoletto (“K2, il maltempo frena i soccorsi. Già nove i morti, quattro i dispersi”) della fascia collocata sopra il titolo principale. Analogamente, La Stampa ne fa il secondo titoletto (“K2, Confortola coi piedi congelati”) della fascia collocata sopra il titolo principale. Il botto sul K2, il 4 agosto, lo fa il Corriere della Sera, che dedica alla vicenda il titolone di prima pagina. E che titolone! “Scalata del K2, è una strage” (nel catenaccio l’informazione: nove morti, 4 dispersi). Meritava tanto la vicenda? C’è tanto nell’articolo? Una strage da titolone? Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Nello stesso giorno, sullo stesso Corriere, nella stessa prima pagina, proprio sotto la “strage” del K2 una grande foto e un titoletto di ben più modesta forza del titolone: “In India 146 vittime per la fuga dal tempio” (con un particolare in occhiello: “Decine di bambini calpestati”). Ecco il fatto che forse meritava effettivamente la definizione almeno di “strage” nel titolo. Siamo 146 morti a 9, rispetto al K2! E difatti nel richiamo di prima, si arriva giustamente a usare l’espressione “ecatombe”. Ma in corpo 9 e non certamente nel titolo e comunque non come apertura del giornale e comunque, ancora, come terzo titolo dopo il K2. Un’ecatombe dopo una strage. Certo, qui , alle pendici dell’Himalaya, non ci sono valorosi alpinisti, fra i quali peraltro degli italiani, ma solo degli anonimi poveracci del pianeta indiano. Ma via, un po’ di proporzione!

VENTIQUATTR'ORE DOPO: "ARRESTATO DEL TURCO". Il primo flash è dell’Agi, datato Pescara 14 luglio 2008, ore 8.11. Titolo: ARRESTATO OTTAVIANO DEL TURCO. Testo della notizia: “Il presidente della Regione Abruzzo Ottaviano del Turco è stato arrestato questa mattina dalla Guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta sulla sanità condotta dalla Procura della Repubblica di Pescara. Il provvedimento di custodia cautelare ha riguardato anche altri assessori regionali e funzionari dell'ente”. Seguono l’Ansa, l’Apcom e le altre. Tutte ovviamente con lo stesso titolo. Passano ventiquattr’ore, i telegiornali e i radiogiornali – per tacere di Internet e del passaparola da bar - hanno dato e ridato centinaia di volte nel corso di lunedì 14 la notizia, gli approfondimenti, la conferenza stampa degli inquirenti, le reazioni politiche, le interviste alla gente, eccetera eccetera. Insomma, non c’è italiano che non sappia. Anche quello solitamente meno informato, persino quello che della politica e dell’informazione in genere non gliene può fregare di meno… Ed ecco martedì 15, ventiquattr’ore dopo, i titoli dei giornali in edicola. Corriere della Sera: “Tangenti, arrestato Del Turco”. la Repubblica: “Tangenti, arrestato Del Turco” (proprio così, le stesse quattro parole, con la stessa virgola messa nello stesso posto). Il Messaggero: “Tangenti, arrestato Del Turco” (proprio così, le stesse quattro parole, con la stessa virgola messa nello stesso posto). Il Tempo: “Tangenti, arrestato Del Turco” (proprio così, le stesse quattro parole, con la stessa virgola messa nello stesso posto). E non si va molto lontano con le altre testate. l’Unità: “Tangenti in Abruzzo, arrestato Del Turco”. Proprio così, le stesse quattro parole, con la stessa virgola messa nello stesso posto, con la sola inserzione dell’indicazione “in Abruzzo”. Il Sole 24 Ore: “Sanità, in arresto Del Turco, presidente dell’Abruzzo”. Scomparso l’accenno alle “tangenti”, inserito il riferimento alla “sanità”, si specifica che dell’Abruzzo Del Turco è presidente. Ma siamo sempre lì. Almeno, con la Stampa si comincia a ragionare, con un minino di racconto: “Del Turco in cella per tangenti”. Vabbè, poi ci sono le testate di orientamento, per definizione deputate al commento: il Riformista, “Tornano le manette”; il Giornale, “Torna la guerra delle manette”; Libero, “Sgominata la giunta” (a sorpresa, in considerazione della titolazione solitamente fantasiosa ed enfatica di Feltri, il titolo più oscuro e meno efficace di tutti. Chissà perché...); Europa, “Del Turco addirittura in galera. Lo difende di più la destra”; Liberazione, “Abruzzo, arrestato del Turco e il Pd finisce alla sbarra”… Ma con le testate politiche, non c’è sorpresa: commentare è il mestiere loro, forzare e manipolare pure, senza contare le minori risorse professionali quantitativamente e qualitativamente a disposizione. Ciò che sorprende – cioè, che continua a sorprendere chi si ostina a non rassegnarsi alle “montagne che partoriscono topolini” – è la mancanza di capacità rielaborativa e addirittura la omologazione (alla lettera) della titolazione delle grandi testate. Siamo in presenza di redazioni composte da 300, 400, 700 redattori. Di una tradizione e di capacità titolistiche in qualche caso straordinarie (spesso, anche eccessive). Ogni giorno godiamo della lettura dei titoli, degli occhielli, dei catenacci, dei sottotitoli, dei sommarietti con i quali, specie i desk del Corrierone e di Repubblica, animano quotidianamente centinaia di pagine di foliazione e le nostre giornate. Si rimane stupiti di fronte a certe raffinate titolazioni, anche di fronte a evidenti ma machiavellicamente ammirabili manipolazioni dei fatti e degli stessi testi di cronaca. Ma poi, ti capita la notizia-bomba, ARRESTATO OTTAVIANO DEL TURCO, quella già ripetuta e rilanciata un milione di volte per un’intera giornata dal sistema mediatico (che, con tutto l’amore per i giornali, è da decenni ormai o senz’altro da mezzo secolo che non consente più ai giornali di dare, senza che nessuno sappia o se ne accorga o possa apprezzare, una nuda notizia di ventiquatttr’ore prima), ed ecco quei portentosi desk super-specializzati emettere quella clamorosa fetècchia di titolazione: TANGENTI, ARRESTATO DEL TURCO. Certo, in questo c’è anche la cautela, di fronte ad una notizia dalle possibili ricadute le più tumultuose a livello politico, proprio nel momento in cui partiti e coalizioni si scontrano e spaccano aspramente proprio sul rapporto fra istituzioni rappresentative e magistratura. Certo, fare in questa situazione un titolo che si allontani anche solo di poco dalla mera registrazione dell’evento, è un “rischio”. Ma qui è la questione. Se non ci fossero “rischi”, basterebbe uno qualsiasi, non un bravo giornalista ma probabilmente nemmeno necessariamente un giornalista, a titolare la notizia per l’arresto di Ottaviano Del Turco con il titolo: TANGENTI, ARRESTATO DEL TURCO. Ma che Corriere della Sera, che Repubblica sarebbe (anzi, che è) un giornale che se ne esca (anzi, che se ne esce) appunto con questo titolo: TANGENTI, ARRESTATO DEL TURCO?

ARBORE A CAPO DELLA RAI? "Renzo Arbore: 'Io direttore della Rai? No. Per il momento". Un titolo (Il Tempo,13 luglio 2008) che riapre il cuore alla speranza per quanti apprezzano la tv leggera-ma-intelligente che ha saputo fare nel tempo lo showman foggiano (e anche per quanti amano il servizio pubblico radiotelevisivo e assistono con amarezza al progressivo abbassamento del suo livello di qualità e di differenza rispetto alla Tv commerciale). Arbore dice "no", ma solo "per il momento". Niente male. Non esclude di divenire addirittura direttore generale, notoriamente a capo di tutta la Rai, l'unica figura effettivamente in grado - per il potere che concentra nelle proprie mani - di dare una sterzata a tutta l'azienda e soprattutto al prodotto, alla creatività autorale e artistica, in definitiva al rapporto fra "intrattenimento" e realtà del Paese (in quanto cittadini fruitori e anche in quanto talenti oscurati e ignorati da mamma Rai). Ma andiamo a leggere l'articolo. La domanda-chiave dell'intervista da lui concessa al quotidiano romano è questa: "Arbore, perché non torna? Alcuni giorni fa Aldo Grasso ha detto che dovrebbero farla presidente della Rai". Risposta di Arbore: "Ringrazio Aldo Grasso e tutti quelli che mi hanno telefonato per questa ipotesi, ma non ho avuto una sola telefonata dalla Rai: né da marescialli, né capitani né generali ma solo appuntati e alcune appuntate per capire se fosse realizzabile o meno. La risposta è: assolutamente no". Arbore continua, dicendo che vorrebbe mettersi "a fare il pittore astrattista", che potrebbe persino valutare l'ipotesi di una "prima serata" ("Dipende dall'idea, perché no"), ma dietro una scrivania proprio no. E non dice da nessuna parte "per ora". E comunque, l'ipotesi azzardata nell'intervista - e respinta dall'in teressato - non è nemmeno quella del "direttore della Rai" (come invece si afferma nel titolo) ma di "presidente della Rai". Due cose profondamente diverse, come sanno tutti coloro che seguono le cronache Rai: il primo è capo supremo della gestione quotidiana dell'azienda, responsabile di tutte le decisioni di prodotto e titolare del diritto di proposta anche relativamente alle decisioni alte che spettano al consiglio di amministrazione presieduto, appunto, dal presidente.

TOH, UN MESSIA RISORTO PRIMA DI CRISTO! “’Un Messia risorto prima di Gesù’”. La prima riga del titolo a tutta pagina , la 25a, del Corriere della Sera del 7 luglio 2008, è effettivamente clamorosa. Beninteso, la riga è tra virgolette (cioè l’affermazione non è del giornale ma di qualcun altro, in questo caso di uno studioso israeliano che l’ha scritta sul New York Times) e la seconda riga avverte: “La stele divide archeologi e biblisti”. Vai a leggere e scopri che il testo sulla stele in questione, risalente ad alcuni decenni prima della nascita di Cristo, “farebbe riferimento ad un Messia destinato a resuscitare dai morti ‘dopo tre giorni’”. Non si dice di un Messia già risorto. Continui a leggere: la stele sarebbe “la prova tangibile che l’idea di un Messia morto e risorto dopo tre giorni era presente nel mondo ebraico ben prima dell’avvento di Gesù”. La prova, dunque, non di un Messia morto e risorto (prima di Gesù), ma dell’idea di un Messia che sarebbe morto e risorto. Senz’altro una bella e interessante scoperta, senz’altro fondamentale per gli studi biblici e per le chiese cristiane. Ma dov'è anche solo un accenno al “Messia risorto prima di Gesù” – quello veramente clamoroso – annunciato e promesso dal titolo? Del resto, al titolista sarebbe bastato andare a leggere il pezzo di commento dello specialista Vittorio Messori, collocato appropriatamente dal Corriere proprio sotto l’articolo di cronaca con quel titolo sparato, per rilevare autorevolmente che “stando alla lettura che ne hanno fatto alcuni” – delle 87 righe in ebraico dipinte sulla stele, “alcune delle quali indecifrabili proprio nella parte centrale” – “vi si parlerebbe di un Messia che dovrà morire e risorgere dopo tre giorni”. Non già morto e risorto. In particolare, specifica anche Messori, “quanto alla resurrezione dopo tre giorni: gli specialisti interpellati dal quotidiano americano dicono di non essere certi di questo, visto che il testo è troppo malandato per darne una versione sicura”. Dunque, la stele divide certamente archeologi e biblisti: a parte la sua autenticità, “è di difficile lettura” e addirittura non è certo che si parli di resurrezione. Ma diamo per scontato tutto: l’autenticità, la leggibilità e l’accenno alla resurrezione. Una cosa è certa: non si tratta – e comunque nessuno sostiene che si tratti, nemmeno l’articolo di cronaca del Corriere (mentre il commento di Messori dice addirittura l’opposto) – di “un Messia risorto prima di Gesù”. Al più, di un Messia che, all’epoca della scritta, doveva ancora venire, morire e, se proprio si vuole, risorgere. In parole povere, quello che più correttamente e più semplicemente si legge nello stesso giorno sulla Repubblica, che aveva a sua disposizione lo stesso materiale informativo del Corriere (e in meno l’informatissimo pezzo di Messori): sulla stele “alcuni studiosi hanno letto una fase che predice la resurrezione del Messia esattamente tre giorni dopo la sua morte”. Predice, appunto (o, come sarebbe ancora più corretto, predirebbe).

"CONFERENZA STAMPA". E LE DOMANDE? L’ultima invenzione di Silvio Berlusconi – legittimata dai giornalisti che seguono l’attività del governo e colpevolmente ignorata dai loro giornali, a cominciare dai più prestigiosi – è la conferenza stampa senza domande da parte dei giornalisti. E’ accaduto il 4 luglio 2008. In un clima burrascoso (creato dai retroscena e dai pettegolezzi sull’esistenza di telefonate hard del presidente del consiglio con una o con tre componenti femminili del suo governo) e in un momento politico assai delicato (a causa di una serie di provvedimenti sulla giustizia e sulla sicurezza che l’opposizione ritiene scandalose e anti-costituzionali), era stata convocato una conferenza stampa che si preannunciava caldissima e, in una qualche maniera, importante. Proprio così era stata preannunciata e così sarebbe stata inserita nel sito ufficiale del governo il giorno dopo: “Conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri n.9”. Una conferenza stampa, dunque. Da una parte del tavolo il Presidente con sette Ministri, dall’altro giornalisti parlamentari, giornalisti accreditati presso Palazzo Chigi e giornalisti specializzati in berlusconismo. C’è la diretta di un paio di emittenti televisive. Fa bella mostra di sé sul tavolo governativo, alla sinistra del premier – e quasi per tutta la ripresa televisiva sui teleschermi – un tabellone sugli impegni del governo marchiato con il simbolo del Partito delle Libertà. Parla Berlusconi, parlano i ministri e la diretta si conclude. E le domande dei giornalisti? Gli inviati e i conduttori televisivi impegnati per la “conferenza stampa” non hanno nemmeno accennato alla questione delle domande. Sono state forse soltanto escluse dalla ripresa televisiva? Solo questo avrebbe dovuto determinare la reazione giustamente indignata dei cronisti. Ma si ha il timore che, in effetti, Berlusconi ne abbia fatto un’altra delle sue. Che cioè possa aver deciso di fare il suo comizietto, attorniato e assecondato dai ministri, e poi non abbia dato la parola ai giornalisti, che avrebbero potuto fare delle domande imbarazzanti o solo diplomaticamente critiche. Ma in questo caso, la reazione dei giornalisti avrebbe dovuto essere clamorosa. Appena saputo che non erano previste domande, avrebbero dovuto alzarsi e andarsene. E poi fare un documento di protesta, seguito da quelli dell’Ordine, dell’Associazione Stampa Parlamentare, della Fnsi, dell’Usigrai e compagnia cantando. Così si faceva una volta, così si dovrebbe fare. Vai sulle agenzie per registrare queste reazioni e non ne trovi nemmeno una. Anzi, nelle cronache delle agenzie non si rileva nemmeno, sia pure acriticamente, che non è stato consentito ai giornalisti di rivolgere domande ai conferenzieri. Aspetti sino al giorno dopo, per leggerne qualcosa sui giornali. Prendi il Corriere della Sera. Ciò che ha detto Berlusconi “nella conferenza stampa prima di volare in Giappone per il G8” è l’apertura del giornale. In seconda pagina, nel sommario del pezzo di cronaca si riparla puntualmente di “conferenza stampa a Palazzo Chigi con sette esponenti del governo”. Arrivato alla fine della cronaca - dove il premier, a proposito della controversa norma salva-premier, afferma che “il premier non ne ha bisogno. Si salva da solo perché ha un’autorevolezza che è al di sopra di ogni possibile intervento di questi magistrati politicizzati” – ti accorgi che non v’è traccia di eventuali domande di giornalisti, cominci a sospettare che in effetti nessuno abbbia potuto rivolgere a Berlusconi delle domande e che, soprattutto, la cosa è considerata assolutamente irrilevante da giornalisti, ma talmente irrilevante da non doverla nemmeno citare, manco di sfuggita. Come se al premier fosse riconosciuta un’autorevolezza che è al di sopra non solo di ogni possibile intervento dei “magistrati politicizzati”, ma anche della più innocente delle domande da parte di un giornalista. Stessa cosa su Repubblica. Nessun rilievo di cronaca, nessun accenno ad una eventuale protesta o anche solo a un pizzico di malumore da parte dei giornalisti, nessun documento dell’Ordine o dell’Associazione Stampa Parlamentare o della Fnsi o dell’Usigrai. Allora, ti dici che forse qualche domanda ci sarà stata, magari non ripresa dalle Tv, non riportata dalle agenzie e non specificata nelle cronache della “conferenza stampa”. E invece no. In un passaggio del retroscena di Repubblica, dovuto alla penna di Liana Milella, finalmente la notizia: “le domande non sono ammesse”. Per escludere qualsiasi equivoco, c’è da dire che la “conferenza stampa” è inequivocabilmente un evento la cui caratteristica essenziale risiede proprio nella partecipazione attiva dei giornalisti. Prendere a caso un vocabolario. Conferenza stampa: “intervista concessa ai giornalisti” (Grande Dizionario della Lingua Italiana Utet); “intervista concessa a più giornalisti riuniti (Dizionario Garzanti); “intervista concessa da una persona nota al pubblico, spec. da un esponente del mondo politico, a un gruppo di giornalisti” (Dizionario Sandrom). L’accaduto, insomma, comporta certamente una censura di tipo politico al comportamento di un capo di governo che non si vuole sottoporre alle domande dei giornalisti e altrettanto certamente una censura di tipo linguistico allo staff di Palazzo Chigi che definisce “conferenza stampa” l’esposizione di un bilancio di governo e una esternazione del suo capo (senza dimenticare la stretta interdipendenza, in qualche caso strumentale e manipolatoria, che esiste tra fatti e parole). Ma forse l’aspetto più grave e sconfortante della vicenda riguarda il comportamento dei giornalisti al seguito del premier (disattenti sulla questione alla quale un giornalista dovrebbe tenere di più: la dignità), dei giornali che l’hanno ignorata e degli organi di tutela. A cominciare dall’Ordine dei Giornalisti, di cui in molti chiedono l’abolizione, che dovrebbe tutelare e autotutelare dal punto di vista deontologico la dignità della professione, censurando i comportanti di chi l’aggredisce dall’esterno e censurando coloro che la mortificano dall’interno.

L'HO SEMPRE SOSTENUTO... “Curzi ‘pentito’: abbiamo sbagliato a sospenderlo”. Interessante. Il consigliere di amministrazione della Rai, Sandro Curzi, area sinistra radicale, che si dichiara pentito e che si schiera a favore della permanenza in Rai di Agostino Saccà, “compromesso” dalle intercettazioni di alcune sue telefonate con Silvio Berlusconi. Si tratta di una intervista, pubblicata sul Corriere della Sera del 28 giugno 2008, che prende a pretesto l’espressione “un povero Cristo” usata “ironicamente” da Liberazione, organo del Prc (giornale già diretto da Curzi e partito al quale aderisce Curzi), proprio a proposito di Saccà. Si va a leggere. Domanda del cronista: “Vista con gli occhi di oggi, il consigliere Sandro Curzi (area sinistra radicale) sarebbe ancora d`accordo con la sospensione di Agostino Saccà da Rai Fiction?”. Risposta di Curzi: “Ecco, qui veramente abbiamo sbagliato tutti. Il direttore generale Claudio Cappon così come noi del Consiglio di amministrazione. Delle due l`una. O avremmo dovuto preparare il suo licenziamento disponendo di prove inoppugnabili. O, al contrario, avremmo dovuto lasciarlo al suo posto e poi capire il senso di quelle carte. Tenere in piedi un provvedimento disciplinare per sette mesi in un`azienda senza decidere nulla, non ha veramente alcun senso”. Vada per il “pentito”, parola effettivamente mai pronunciata, ma in tutta evidenza Curzi non dice esattamente che non si doveva sospendere Saccà (per lasciarlo al suo posto, come peraltro, di fatto, lascia intuire il titolo) ma che bisognava o licenziarlo o lasciarlo al suo posto. Insomma che si doveva decidere e non decidere di non decidere, tenendo appesa per sette mesi una questione vitale per l’azienda (e qui, più che di pentimento o di autocritica, sembra trattarsi di implicita e specifica critica alla direzione generale, titolare della responsabilità di proporre al CdA un provvedimento disciplinare di quel tipo e di quel livello). Passano tre giorni, e il 1° luglio la questione della posizione di Curzi sul caso-Saccà si ripropone in termini questa volta, più che ambigui, decisamente manipolati, sullo stesso Corrierone. La doppia pagina tutta dedicata alla cronaca e alle reazioni alla sentenza del giudice del lavoro con cui si ordina alla Rai di reintegrare Saccà, è sormontata da quattro fotine di sostenitori della causa di Saccà: il ministro di centrodestra Maurizio Gasparri, il consigliere Rai di centrodestra Giuliani Urbani, il comico (sempre dichiaratosi di destra) Lino Banfi e appunto Sandro Curzi. Il titoletto della didascalia della fotina di quest’ultimo è inequivocabile: “Il sostegno”. Le quattro righe di didascalia, ancora di più: “L’ho sempre sostenuto, in Cda, nei colloqui informali e nelle dichiarazioni sulla vicenda”. Curzi che dichiara di aver “sempre sostenuto” Saccà? Mbe, proprio una notizia interessante. Quasi clamorosa. Si va a leggere la dichiarazione rilasciata alle agenzie il 30 giugno da Curzi e in effetti essa comincia così: “L’ho sempre sostenuto, in consiglio di amministrazione, nei colloqui aziendali informali e in tutte le mie dichiarazioni sulla vicenda…”. Ma se si legge il seguito, si capisce che l’articolo “lo” usato da Curzi in quel “L’ho sempre sostenuto” non si riferisce al personaggio Saccà, ma a ciò che lui ha sempre sostenuto: che la Rai doveva decidere, a favore o contro Saccà, ma decidere. Ecco infatti il testo integrale della prima parte della dichiarazione rilasciata quel giorno da Curzi (e nemmeno citata dal Corriere, se non in quella didascalia, in quella maniera): “L’ho sempre sostenuto, in consiglio di amministrazione, nei colloqui aziendali informali e in tutte le mie dichiarazioni sulla vicenda, sino a quella pubblicata proprio sabato scorso sul Corriere della Sera: l’azienda aveva da tempo tutte le carte in mano, aveva adempiuto a tutte le necessarie indagini interne, aveva accertato minuziosamente fatti, comportamenti e telefonate (intercettate, messe a verbale e messe formalmente a sua disposizione). Poteva e doveva decidere da tempo in merito al profilo aziendale delle responsabilità del dott. Saccà, a prescindere dal loro profilo e destino giudiziario. Poteva licenziarlo, poteva sospenderlo (ma non per sette mesi, lasciando peraltro vacante il suo ufficio, strategicamente fondamentale per l’attività della Rai), poteva rimuoverlo e spostarlo ad altro incarico, poteva invece decidere di lasciarlo al suo posto. Non ha fatto niente di tutto questo. Come rileva correttamente il giudice, l’azienda ha semplicemente deciso di fare l’ultima cosa che dovrebbe fare e che si dovrebbe fare in un’azienda, peraltro del rilievo e della importanza della Rai: decidere di non decidere”. L’ho sempre sostenuto, dichiara dunque Curzi, in effetti. Ma non: Saccà. Più semplicemente che bisognava decidere. Decidere di licenziarlo, di sospenderlo (non per sette mesi), di spostarlo ad altro incarico o di lasciarlo al suo posto. Ma decidere. "Saccà" e "decidere" sono due cose leggermente diverse. La prima è un nome, una persona, e la seconda un verbo, un'azione.

E LA SOSTANZA DEL CONFLITTO? E IL CONFLITTO? L’aspetto più singolare e sorprendente della maniera in cui il Corriere della Sera, nella sua edizione del 28 giugno 2008, ha trattato dello scontro in atto sul problema della giustizia fra Silvio Berlusconi e il suo governo da un canto, e la magistatura e il centrosinistra dall’altro, non è l’intervista di prima pagina all’ex-magistrato Felice Casson (“I dubbi di Casson: così i magistrati ricreano il Caimano”). Certo, i duri giudizi attribuiti all’intervistato sulla magistratura e sul Csm sono talmente duri ed eccezionali, da costringere l’intervistatore a chiarirne così l’identità: “Eppure non è il Cavaliere e nemmeno un suo famiglio. Anzi, in passato era considerato una ‘toga rossa’. Ora Felice Casson è senatore del Partito democratico”. Ma ben più singolari e sorprendenti sono – alle pagine 2 e 3 - la cronaca, il pezzo quirinalizio e la nota politica. "L'opposizione smarrita e i rischi di rissa permanente". Il titolo della Nota di Massimo Franco sintetizza, per il Corriere della Sera, il senso della giornata politica incentrata sull'approvazione, da parte del governo, del disegno di legge sulla sospensione dei processi a carico delle quattro più alte cariche dello Stato. "E sulla giustizia", si aggiunge in un titoletto, "Di Pietro cerca di imporre la logica dei referendum". Una impostazione, insomma, tutta sbilanciata sulle conseguenze di quell'approvazione (l'opposizione smarrita, i rischi di rissa, l'iniziativa referendaria di Di Pietro) e priva di sostanziali riferimenti ai contenuti di quel ddl e alla "politica per la giustizia" del governo che, più esattamente, hanno determinato quelle conseguenze. Ma l'aspetto più singolare della vicenda è nella semplice, totale assenza di un qualche riferimento, anche solo di sfuggita, al reale motivo del contendere: l'effetto combinato dell'emendamento "blocca processi" (imposto dal governo alla Camera qualche giorno fa) e appunto del ddl sull'immunità per Capo dello Stato, presidente del Consiglio e presidenti di Camera e Senato. Massimo Franco, nella sua nota, accenna al "modo in cui è maturata" la sospensione dei processi per le quattro più alte cariche pubbliche, all'"accelerazione di Palazzo Chigi", al "grappolo di referendum" annunciati da Di Pietro, al rischio di una "rissa nella quale si smarriscono le responsabilità"... Arriva a a lamentare che "gli oppositori di Berlusconi alimentano i peggiori clichè"... Parla di tutto: delle intercettazioni, del fatto che "si accentua agli occhi dell'Europa l'immagine di un'Italia senza pace" (un'Europa evidentemente ritenuta incapace o disinteressata a distinguere ruoli e responsabilità), delle impronte digitali che il ministro degli Interni vuole prendere ai bambini rom, dell'Alitalia, della spazzatura a Napoli... Franco parla di tutto, meno che della sostanza del conflitto in materia di giustizia e delle oggettive responsabilità in campo. Accenna a tutto, meno che all'elemento più eclatante e al vero motivo dello scontro: il "salva premier", l'emendamento al decreto-sicurezza che blocca centomila processi per consentire a Berlusconi di sottrarsi al processo-Mills. Senza questo, sullo "scudo" ci sarebbe stata opposizione, ci si sarebbe confrontati su tempi e modi della immunità per le quattro più alte cariche dello Stato, ma certamente non ci sarebbe stata "la fine del dialogo", pronunciata notoriamente a malincuore da Veltroni. Comunque, è indubbiamente l'approvazione del "salva premier" che si è riverberata e ha drammatizzato lo scontro sullo "scudo". E' in questo il senso della giornata politica. Nella realtà ma non nella Nota del Corriere. Del resto - mentre, nello stesso sabato 28 giugno, la cronaca della Repubblica cominciava significativamente così: “Dopo il ‘salva premier’ arriva anche il nuovo lodo Schifani. O meglio Alfano. Silvio Berlusconi ha una fretta del diavolo” - nella cronaca del Corriere alle “norme cosiddette ‘blocca-processi’” si fa riferimento solo indirettamente e marginalmente, accennando alla polemica (concentrata appunto sulla sostanza del conflitto in atto) fra il ministro della Giustizia Alfano e il vice-presidente del Csm Mancino. Il titolo del servizio (“Il governo vara l’immunità per le alte cariche”) e le prime parole del catenaccio (“Veltroni: così dialogo archiviato”) accreditano peraltro in maniera addirittura elementare la tesi che Veltroni ha archiviato il dialogo a causa dell’immunità per le alte cariche. Mentre, notoriamente, così non è. Ma particolarmente singolare e sorprendente è il trattamento riservato dal Corriere agli aspetti quirinalizi della vicenda. Ripartiamo dallo “scudo” e dalla Nota di Franco. “Osservando la situazione, ieri il premier si è sfogato: ‘O guido il governo o vado alle udienze’, nelle quali è imputato. Il dilemma è drammatico: per l’Italia più ancora che per lui”, annota Franco avviandosi alle conclusioni. “L’opposizione sostiene che se fosse condannato in primo grado non dovrebbe dimettersi. Ma sarebbe ragionevole trovare una soluzione prima. E il Quirinale si prepara a dire un sì tecnico alla decisione di ieri del governo”. A parte la scelta dei dilemmi che dovrebbe porsi il Paese, il rapporto del livello di drammaticità di tali dilemmi “per l’Italia” e “per lui”, e la stessa scontata ragionevolezza della tesi berlusconiana (rispetto a quella, evidentemente irragionevole o comunque meno ragionevole, dell’opposizione), si attribuisce al presidente della Repubblica Napolitano la ragionevole decisione di sottoscrivere il ddl sullo “scudo”. Tutto qui? E il “blocca processi”? E il disagio presidenziale sul complesso della politica governativa e dello “stile” berlusconiano sulla giustizia? E le sue preoccupazioni, anzi le sue angosce sulla rottura del dialogo fra maggioranza e opposizione? “Colle, sì tecnico con perplessità. E vedrà il premier”. Questo il titolo della corrispondenza quirinalizia, pubblicata a pag. 2 accanto alla Nota di Franco. Ti aspetti di trovare qui, almeno, qualche lume sui rapporti reali fra Palazzo Chigi e Colle in materia di giustizia e in particolare sui destini del “blocca processi”, al centro dei contrasti (e della decisione di Veltroni di archiviare il dialogo). Invece no. Niente. Anzi, una impostazione che ti apre il cuore all’ottimismo. “Nonostante tutto” – “spiegano a denti stretti i suoi consiglieri” – il presidente della Repubblica “crede che, sulla questione giustizia, sia possibile trovare un punto di equilibrio attraverso il dialogo e il confronto”. E ancora: “Certo, Napolitano è consapevole che si tratta di una partita difficile, per di più soggetta a forti pressioni di piazza, come le manifestazioni annunciate per l’8 luglio” – i soliti dipietristi, girotondini e grillini! – ma “ne discuterà in un incontro con il premier Berlusconi, la prossima settimana, per organizzare il quale si è speso personalmente Gianni Letta”. E si sa, quando si spende personalmente Letta… Ma in cosa consista la “questione giustizia” e di cosa discuteranno i due presidenti (grazie ai buoni uffici di Letta) non è chiarito. Insomma, anche qui, non si parla della pietra dello scandalo, del motivo reale del conflitto, delle ragioni forti delle preoccupazioni presidenziali: il blocca-processi. E che le cose stiano in maniera diversa di come le raccontano il cronista, il notista e il quirinalista del Corriere sabato 28 giugno, non lo dicono solo il buon senso, un minimo di conoscenza delle cose e tutto ciò che si è letto nei giorni scorsi (anche sul Corriere). Basta leggere, nella stessa giornata di sabato, il titolo del retroscena della Repubblica: “Napolitano non molla sui processi. ‘La sospensione va tolta dal decreto’”. Ecco il vero problema del giorno, ecco la vera ragione dello scontro solo ribadito dai distinguo (della maggioranza) e dalle perplessità (di Napolitano) sul ddl approvato venerdì. “… Niente scambio tra lo scudo e la sospensione dei processi. Su quella il Quirinale ribadisce un insistente e inflessibile richiamo riassumibile in una sola parola: ‘Dovete cambiarla’. C'è questo dietro la scena del Consiglio dei ministri di ieri. L'affanno degli uomini più vicini a Berlusconi per strappare un assenso al capo dello Stato e chiudere un patto…”. E ancora: “… Ma il Quirinale sulla ‘salva premier’ non molla. Chiede che si lavori a ‘un punto di equilibrio’, vuole la prova di ‘un dialogo’, insiste su ‘un confronto realistico’. La sospensione dei processi va modificata, altrimenti la firma del capo dello Stato sotto il dl sicurezza potrebbe essere seguita da un messaggio alle Camere contro gli eccessi dei decreti e gli sconfinamenti nella materia”.

CLAMOROSO ALT DEL CSM O SOLO UN "ANNUNCIO"? "Bloccaprocessi, alt del Csm" (la Repubblica). "Blocca-processi, il Csm attacca" (Corriere della Sera). "Il Csm contro Berlusconi" (l'Unità). Questi i titoloni di prima pagina su tre dei maggiori quotidiani italiani - simili a quelli di molti altri giornali, il 22 giugno 2008 - dedicati all'ultimo, clamoroso sviluppo dello scontro fra un Silvio Berlusconi da poco tornato a Palazzo Chigi da un canto e, dall'altro, la magistratura, le opposizioni parlamentari (compresa quella del Pd sinora guidata fin troppo cautamente da Veltroni), i giornali "di sinistra" e adesso, ufficialmente e formalmente (a quanto si ricaverebbe dai titoloni), anche il Consiglio Superiore della Magistratura, vale a dire uno dei massimi organi istituzionali della Repubblica, non a caso presieduto dal presidente della Repubblica in persona (presidente al quale nei giorni scorsi si è attribuita, appunto, una crescente insofferenza nei confronti di alcune fra le ultime decisioni del governo presieduto da Berlusconi). Che è successo il 21 giugno, dunque, di così clamoroso? "Secondo il Consiglio superiore della magistratura", si legge in prima pagina, sulla Repubblica, nelle prime righe del sommario della notizia e dei servizi, "il provvedimento del governo che prevede la sospensione dei processi è a rischio di incostituzionalità". Se fosse così, quel titolone ("Bloccaprocessi, alt del Csm") sarebbe perfetto. Ma continuando a leggere lo stesso sommario, si viene a sapere che "il giudizio è contenuto in una bozza del documento sul decreto sicurezza che la sesta commissione del Csm discuterà lunedì". Titolo forzato, anzi decisamente ingannevole, dunque: il Csm non ha intimato nessun "alt" al decreto blocca-processi. La clamorosa decisione, ribadita nell'attacco del sommario, viene retrocessa al rango di "giudizio" già alla sesta riga. Ma non basta. Non si tratta nemmeno di un "giudizio" del Csm, che peraltro coinvolgerebbe la valutazione o il consenso o la non ostilità del presidente della Repubblica. La questione è ancora a livello di commissione, di una delle sue commissioni di lavoro. E, come se non bastasse ancora, non si tratta nè di una decisione nè di un giudizio della stessa commissione, ma solo di un documento. Anzi, si tratta - meglio, si tratterebbe - di una "bozza" di documento che la commissione discuterà o dovrebbe discutere fra due giorni. Il titolista ha ritenuto di salvarsi la coscienza (e la professionalità) inserendo solo nel lungo occhiello l'informazione "bozza di parere sul Dl sicurezza", anticipata peraltro da un perentorio "E' anticostituzionale" e da una sintesi di dichiarazione: "Mancino: la politica non cerchi espedienti per eludere le leggi" che rafforzano e legittimano il clamoroso titolone. La cui presunta veridicità è valorizzata ulteriormente dal titolone a tutta seconda pagina: "Processi, il Csm contro Berlusconi. 'La sospensione è incostituzionale'". Stessa perentorietà - accompagnata da un'inadeguato accenno, negli elementi minori della titolazione, a una maggiore corrispondenza al fatto - sull'Unità. Al titolone di prima pagina, icasticamente affermativo ( "Il Csm contro Berlusconi" ), è sottoposta una riga di catenaccio che ribadisce in maniera peraltro articolata il motivo della (presunta) clamorosa dedcisione del Csm: "La norma blocca-processi rischia di violare 3 e 111 della Costituzione". E il titolone di terza pagina conferma: "Norma salva-premier, l'altolà del Csm". Solo in un angolino della pagina, nel secondo blocco di occhiello, si chiarisce: "Domani la discussione su una bozza che pone forti dubbi: probabilmente il testo del governo viola gli articoli 3 e 111 della Carta". Più cauta (per storica moderatezza professionale o per cautela politica? ai commentatori l'ardua sentenza) la titolazione del Corrierone. Nel titolo di prima, con una modesta forzatura, si parla di un Csm che "attacca" sul decreto blocca-processi. Il sommario dei servizi è puntuale: "La norma che sospende i processi è a rischio di incostituzionalità. E' la sintesi del parere tecnico contenuto nella bozza che sarà proposta domani alla sesta commissione...". Pur tuttavia, nel titolo di seconda pagina i redattori di via Solferino non resistono alla tentazione di ricorrere a una sintesi analoga a quella usata dai colleghi di Repubblica e dell'Unità ("Altolà del Csm a Berlusconi"), salvo a precisare nel catenaccio che si tratta di un "annuncio della bocciatura".

CARLA': DIRETTRICE, CAPOREDATTRICE O SEMPLICE "PARTECIPANTE"? "Carla direttore? No grazie. Libération boccia la Bruni". Accattivante il titolo di Repubblica, 20 giugno 2008, apertura di pag. 16, con vistosa foto di Carla Bruni. La bella italiana maritata Sarkozy direttrice del quotidiano della sinistra francese! Una gran bella pensata, non c'è che dire. Ma già nel catenaccio veniva ridimensionata: "Esperimento di un giorno, ma è stop dei redattori". Quindi l'ipotesi, stoppata dalla redazione, sarebbe stata quella di affidare per un solo giorno a Carlà la direzione di Libé. Comunque, intrigante. Ma, se vai a leggere l'articolo, non si tratta nemmeno di questo: la "provocazione intellettuale" immaginata dal direttore Laurent Joffrin prevedeva "la moglie di Sarkozy che partecipa alla fattura del giornale anti-Sarko". Per un solo giorno, quindi, la signora non avrebbe fatto il "direttore" ma semplicemente "partecipato alla fattura" del giornale. Se poi si va a verificare sul Corriere della Sera, si scopre che la proposta, più esattamente, sarebbe stata quella di invitare la première danme di Francia a fare il "caporedattore per un giorno". Tutto qui. Divertente, ma tutto qui.

MADDALENA: UNO, DOPPIO E TRINO. Nuova legge ad personam di Berluscomi e scoppia la guerra fra governo e opposizione, fra premieer e magistratura. Fa clamore, quindi, l'intervista rilasciata dal Procuratore capo di Torino, Marcello Maddalena, al Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. Richiamata giustamente, il 18 giugno 2008, in prima pagina ("Ma io dico: niente scandalo") e titolata in apertuira di pag. 2 così: "Maddalena: Non è uno scandalo la precedenza alle cause più gravi". Stesso giorno, intervista con lo stesso Maddalena sulla Stampa, con taglio totalmente ribaltato: "Non ha senso bloccare tutti i procedimenti". Procuratore -chiede il giornalista - ma non era stato lei a prevedere una scala di priorità per i suoi sostituti nel seguire certe indagini? Risposta: «Che il legislatore indichi delle priorità non è né una novità né uno scandalo.Era già previsto nel vecchio codice, dalle disposizioni attuative del nuovo codice e anche dall`articolo 227 del decreto legislativo 51 del 1998». Ma lei sostiene che una cosa è la sua circolare, un`altra gli emendamenti. Perché? «Se è vero che il legislatore ha questo potere, è altrettanto vero che è discutibile la sospensione obbligatoria di tutti i procedimenti per fatti precedenti al 2002. Si tratta di un automatismo che non tiene conto della realtà dei singoli tribunali».Faccia un esempio. «Quando la mia circolare è entrata in vigore, il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli ha convocato una riunione con tutti i presidenti dei tribunali del resto del Piemonte. È emerso che altrove c`erano problemi diversi rispetto a Torino, da affrontare con soluzioni diverse. Per questo la mia circolare non venne adottata». Quindi sarebbe sbagliato esportare il suo modello a tutta Italia? «Il principio può essere corretto, ma poi va tagliato su misura su ogni tribunale. Mettiamo caso che in un certo distretto l`arretrato non sia tale da pregiudicare i reati che si vuole prioritari: perché quella procura non dovrebbe portare avanti quelli che si vuole sospendere? Vedo in questo automatismo una violazione dell`obbligatorietà dell`azione penale».Ma questa non era l`accusa che le era stata mossa? «Sì, c`erano stati dubbi nel Csm e anche nelle camere penali, quindi non è vero che la mia circolare passò senza critiche come qualcuno oggi afferma. Però la mio provvedimento non era un`imposizione. Prevedeva, nel caso in cui la parte lesa o l`imputato ne facessero richiesta, o nel caso in cui pm o giudice lo ritenessero opportuno, che si proseguisse». È solo un problema di forma? «No. Anche di sostanza. Faccio fatica a capire la ratio di questi emendamenti. Se il problema è quello di non lavorare a.vuoto,alIora perché prevedere la sospensione automatica dei processi per poi riprenderli dopo un anno? E se tra un anno la situazione dovesse essere peggiore? Si,sarebbe solo perso tempo». In quel periodo la prescrizione sarebbe tra l`altro sospesa. «E anche questo non è di facile comprensione. Nella mia circolare si prevedeva l`accantonamento dei processi le cui pene venivano rese vane dall`indulto.Se questa è la stessa ragione degli emendamenti, allora perché prevedere la sospensione della prescrizione? Sarebbe più logico lasciarla scorrere, in modo tale che alla fine il processo non si celebri proprio». Ci sono solo aspetti negativi? «Assolutamente no. Per esempio il comma 7 e 8 mi sembrano condivisibili. È previsto che il presidente del tribunale sospenda quei processi vicino alla prescrizione. Questo meccanismo sarebbe preferibile perché il presidente di un tribunale sa esattamente quali sono le carenze e le efficienze del suo ufficio». Se gli emendamenti passassero, un tribunale come quello di Torino ne trarrebbe giovamento? «Non molto. La sospensione automatica per reati commessi prima del 2002 penso che coinvolgerebbe all`incirca un centinaio di casi. Una goccia nel mare»... Questa l'intervista di Maddalena alla Stampa. Rimane quell'altra intervista, al Giornale, nella quale, fra l'altro, "se l'hanno fatto a suo tempo Zagrebelsky e poi Maddalena può farlo anche il legislatore"; "il testo del governo non mi scandalizza"... Ma anche: «Il punto che non mi trova d’accordo è la sospensione obbligatoria e automatica di tutti i procedimenti aperti prima del 30 giugno 2002». Perché? «Perché può essere che ci siano sul campo situazioni diverse, città per città». Insomma, meglio valutare caso per caso? «Vorrei capire. La situazione di Torino è diversa da quella di Alessandria o Novara. Perché imporre la sospensione dove ci sono i mezzi per andare avanti? Per tornare all’esempio di prima perché bloccare il pagamento delle tasse se uno ha i soldi?». E se uno non li ha? «Allora niente da dire. E infatti mi trova d’accordo il settimo comma». Vale a dire? «Quello che dà ai presidenti dei tribunali il potere di sospendere i processi prossimi alla prescrizione. Se non capisco male, il settimo comma non è soltanto una misura emergenziale, ma varrà anche per il futuro. Questo punto sì che si avvicina alla mia circolare. Quando io varai quella misura, il procuratore generale di Torino Caselli chiamò i 17 procuratori del Piemonte e chiese loro di valutare l’applicazione del provvedimento». Risultato? «Molti risposero che ce l’avrebbero fatta a smaltire anche i procedimenti sotto indulto. Solo Novara, se non ricordo male, si trovava in una situazione analoga a quella di Torino». Il decreto prevede comunque la precedenza assoluta per i procedimenti relativi ai reati più gravi. «Anche quello è un criterio plausibile. Ripeto: il problema è l’impossibilità di celebrare tutti i processi. Quando io ho preso quella decisione, c’era solo un’alternativa». Quale? «Farli tutti lo stesso. Col risultato che la stragrande maggioranza sarebbe affondata nella palude della prescrizione. Sarebbe stato uno sforzo inutile, io ne ho preso atto». Ora il copione si ripete? «L’importante è non fare pasticci. Un punto in particolare del decreto mi sconcerta. Anzi mi pare un controsenso». Addirittura? «Sì. Se si stabilisce che insieme ai processi viene bloccata anche la prescrizione, allora siamo al punto di prima»... Lo sconcerto e il controsenso, nella titolazione, non ci sono. Doppio Maddalena, dunque o doppio e diverso, anzi opposto trattamento, lo stesso giorno - sul Giornale e sulla Stampa - dei ragionamenti di Maddalena? E Maddalena, infine, come la pensa: come il Giornale, come La Stampa o come Maddalena?

"UCCISO UN DIPIETRISTA, TONINO PROTAGONISTA". Veramente inquietante, oltre che intrigante, il titolo d'apertura della prima pagina del Riformista, lunedì 16 giugno 2008, a proposito dell'assassinio di un combattivo consigliere provinciale dell'Italia dei Valori nel Leccese. "Protagonista" in che senso? Scartando per carità di patria l'ipotesi - pur teoricamente accreditata dal titolo - di un qualche coinvolgimento, diretto o indiretto, del leader dell'IdV nell'oscuro e tragico fatto di cronaca, rimane evidentemente quella di un tentativo o di una tentazione, da parte di Di Pietro, di strumentalizzarlo politicamente. Vai a leggere, e di tutto questo non c'è assolutamente niente: nè una parola di Di Pietro men che sobria e misurata, nè un pur vago accenno anche solo vagamente critico del cronista nei confronti dell'ex-Pm, peraltro notoriamente poco amato dalla direzione del quotidiano arancione. Rimane solo quell'odioso "protagonismo" sospeso nel vuoto.

"VATICANO 'PIU' GRANDE' DEL TEXAS". E' il titolo di una fotonotizia del Corriere della Sera (14 giugno 2008) in una pagina dedicata all'incontro fra George Bush e Benedetto XVI. I due sono ritratti mentre osservano il panorama dello stato pontificio dalla terrazza della Torre di San Giovanni. "Più grande" in che senso? Si va a leggere con curiosità le sei righe di didascalia, per capire chi fra gli illustri partecipanti all'evento abbia pronunciato quella evidente forzatura, quel paradosso, quella battuta e quale significato volesse in una qualche maniera attribuirle. E si legge che il presidente Usa, da quella postazione, ha escalamato: "Che spettacolo, quant'è grande il Vaticano?". Gli ha prontamente risposto, scherzando, il prefetto della Casa pontificia, James Harvey: "Non quanto il Texas". Replica di Bush: "Sì. ma è molto più importante". Più importante.

IL PASSO DI RONCHEY E SPADOLINI, E QUELLO DI BONDI. "I suoi modelli sono Ronchey e Spadolini: 'Due grandi con un passo umile". Si legge proprio così nel sommario dell'intervista concessa a (o da?) Panorama datato 12 giugno 2008 dal (o al) neo-ministro ai Beni culturali Sandro Bondi. Ronchey e Spadolini con un passo umile? Spadolini umile? Il giudizio è clamoroso e da approfondire. Ronchey e Spadolini passano per due giganti del giornalismo (il secondo anche della storiografia e della politica), notoriamente molto consapevoli della propria levatura. Si va dunque a leggere con un certo interesse e molta curiosità questo passaggio del pensiero di Bondi. "Intendo camminare lumngo la strada segnata da ministri come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey", afferma in effetti nell'intervista Bondi, che aggiunge di volerlo fare "con un passo umile se penso a queste due grandi figure...". Titolazione quindi disattenta o troppo attenta ad accostare il passo di Bondi, che dell'"umiltà" ha fatto esplicitamente da sempre la sua cifra personale e politica, al passo di quei suoi due grandi predecessori?

CELLI, BETTINI O CALABRESI? Titolo a tutta pagina (la n.10) della Stampa, il 6 giugno 2008: "Rai, decolla il ticket Celli-Parisi", perché "sarebbe vicina l'intesa tra il premier e i democratici perr i posti di Presidente e Direttore generale". Stesso giorno, titolo a tutta pagina (la n.5) del Messaggero: "Nuovo vertice Rai, spunta il ticket Bettini-Parisi". Stesso giorno, titolo di pancia in prima pagina sul Riformista: "Rai, Veltroni punta su Calabrese" (alla presidenza di viale Mazzini). Retroscena? Ballon d'essai? Candidature per le allodole? Candidature vere? Candidature inventate? A chiudere il cerchio, sulla prima pagina di Liberazione, lo stesso giorno, un editorialino del direttore Piero Sansonetti intitolato: "Rai: propongo Sandro Curzi" (sempre alla presidenza).

CASSANATA O PICCOLO INCIDENTE? Clamorosa prima pagina dello sport, sul Messaggero del 4 giugno 2008), con un titolo a caratterio cubitali: "La Cassanata". Occhiello: "Gli azzurri non trovano pace: ma questa volta era già tutto previsto". catenaccio: "Totò prima smette di allenarsi, poi riparte e insulta Chiellini". Segue lungo pezzo scandalizzato dell'inviato Roberto Renga, romano e romanista molto legato alle sorti della società giallorossa, impegnato in una feroce e pervicace campagna anti-Cassano sin da quando l'irrequieto fantasista andò via dalla Roma, dopo averne subito quello che più volte Giorgio Tosatti aveva definito un vero e proprio atto di estorsione. Dal pezzo di Renga, e dal clamore della paginata, parrebbe che l'ex-calciatore della Roma abbia compiuto, durante gli allenamenti della Nazionale, chissà quale atto teppistico e quale scombussolamento nel clan azzurro. Appunto, una Cassanata, e delle più riprovevoli. Ma vediamo come l'episodio, nello stesso giorno, viene descritto dall'inviato del Corriere della Sera, Alberto Costa, in un breve inciso fra parentesi, di appena quattro righe. Si fa riferimento slla "forza ed esuberanza fisica" del difensore Chiellini - che già un paio di giorni prima hanno causato a capitan Cannavaro danni tali da costringerlo addirittura ad abbandonare i campionati europei - "ieri estrinsecatesi in un deciso intervento, sulla palla, che ha scatenato le rimostranze di Cassano: incidente peraltro subito morto e sepolto". Nemmeno un accenno nella titolazione. Solo una breve didascalia sotto una fotina di Chiellini e Cassano che si stringono la mano: "Stretta di mano. In allenamento Cassano s'arrabbia per un intervento di Chiellini ma i due fanno subito pace, senza alcuna tensione successiva". Allora: Cassanata o Rengata?

GOMORRA E SALVO LIMA. “Agguato di camorra: ucciso un super pentito legato al caso dei rifiuti”. “Pentito ucciso come nel film Gomorra”. “Sangue sui rifiuti, la camorra uccide un imprenditore”. Così il Corriere della Sera, la Stampa e la Repubblica titolano in prima pagina, lunedì 2 giugno. Quest’ultima, che con la notizia apre il giornale, pubblica anche un piccolo doppio scoop. Un “colloquio” proprio con il giovane e coraggioso scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra – non a caso giornalisticamente legato al gruppo Espresso - così titolato, sempre in prima pagina: “Saviano: Era il Salvo Lima nei rapporti tra clan e politica”. Una singolare tesi (qui il doppio scoop) perché Lima era un politico, il capo della corrente andreottiana in Sicilia, assassinato dalla mafia – secondo un’acclarata tesi giudiziaria e mafiologica – per lanciare un avvertimento a un pezzo di politica e delle istituzioni che, dichiaratosi prima disponibile a scambi di favore, avrebbe poi tradito le aspettative di impunità e di affari poco puliti coltivate dalla Cupola. Mentre l’assassinato di Casal di Principe, Michele Orsi, non era un politico ma un “imprenditore” che “conosceva i segreti di clan, politica e rifiuti”, che “stava collaborando con i magistrati”. Insomma era un “pentito” o, comunque, un "dichiarante". E per la verità, la suggestiva analogia Orsi-Lima – tanto suggestiva da essere valorizzata nel titolo – è appena accennata, ovviamente nell’attacco del “colloquio”. Uno va a cercare il seguito dell’articolo, a pag. 3, per approfondire e confrontarsi con quell’ardita analogia ed effettivamente incappa con un grande titolo a cinque colonne che sembrerebbe ribadire la tesi e prometterne l'approfondimento da parte di Saviano: “Era il Salvo Lima della Campania, conosceva i rapporti tra cosche e potere”. Solo che non è proprio così. Si tratta dell’intervista ad un altro personaggio, Franco Roberti, capo del pool anti-camorra di Napoli. E Saviano? Il seguito del colloquio con Saviano, sempre a pag. 3, è titolato: “L’ultimo allarme di Saviano: Fermate le paranze militari dei boss”, in coerenza con il suo contenuto (dove di Salvo Lima non v’è più traccia).

GOVERNO BATTUTO SU RETE4? "Scontro alla Camera su Rete4, governo battuto" si legge mercoledì 28 maggio 2008, in apertura di prima pagina, silla Repubblica. Solito Berlusconi? Solito conflitto di interessi? Eh, certo! Accanto al puntuale editorialino dello specialista Giovanni Valentini ("Il padre padrone"), ecco infatti il sommario dei servizi alle pagg. 2 e 3: "E' battaglia alla Camera fra maggioranza e opposizione sulle norme che riguardano il destino di Rete4. I provvedimenti sulla tv di Berlusconi sono inseriti in un decreto sugli ogglighi Ue e, a sorpresa, il governo è andato sotto su un emendamento al dl". Vai a pag. 2. e un titolaccio a tutta pagina ribadisce: "Battaglia alla Camera su Rete4. E il governo a sorpresda va sotto". Evidentemente su Rete4, no? Vai a verificare sull'Unità, e la cosa sembra stare proprio così: "Rete 4, battaglia alla Camera. Governo battuto ma insiste". E, a sancire il tutto, nell'occhiello si precisa che la battaglia e la votazione negativa per il governo riguardano - tutto alto in neretto - il "conflitto d'interessi". Devi essere proprio un San Tommaso per riuscire a capire, in un piccolissimo inciso, in un passaggio del sommario di prima dell'Unità, che in realtà battaglia e votazione si riferiscono a un "emendamento governativo (sulla caccia) al decreto legge sugli obblighi comunitari. Lo stesso decreto che contiene anche l'emendamento del sottosegretario Romani ormai noto come 'salva Rete 4'". Capito? Sulla caccia. Insomma, come riferisce più correttamente nel suo sommario di prima il Corriere della Sera dello stesso giorno (più abilmente titolato: "Governo battuto alla Camera: assenti al voto cento deputati", non privo di un puntuale riferimento, nell'occhiello, allo "scontro sul 'salva Rete4'"), il governo è stato battuto "su un proprio emendamento relativo alla tutela della fauna selvatica". Ma chi va a spiegarlo, ai titolisti dei giornali fondati da Gramsci e da Scalfari, la differenza che passa tra Emilio Fede e un mignattaio?

LA VITA E' UN FILM? Lunedì 26 maggio, il Corriere della Sera riportava a tutta pagina (pag. 17, con richiamo in prima): "Ragazza gettata nel lago, fermato il marito". la Repubblica dedicava al fatto un'intera pagina (la 17! a conferma del simbiotico rapporto tra i formati informativi dei nostrri due maggiori quotidiani) e un titolo analogo, praticamente sovrappomibile: "Uccisa e gettata nel lago, sospetti sul marito". Ambedue le redazioni, poi, si erano mosse nella stessa direzione per arricchire la cronaca: quella di Milano con una scheda sul film La ragazza del lago e quella di Roma con un'intervista al regista del film La ragazza del lago. Perché? Lo spiega puntualmente il titolo solferiniano: "Così il film di Molaioli ha anticipato la realtà". Leggi la scheda e, per giustificare il rispescaggio della pellicola, non si va molto oltre l'affernmazxione che "il ritrovamento di Agnese Schioppetti nel lago d'Iseo, ricorda da vicino l'inizio del film", ambientato in Friuli. In effetti, a parte l'analogia ambientale - il lago - i due episodi, quello reale e quello della fiction, non hanno altro in comune. Del resto, il cadavere nel primo è ritrovato sulla riva, nel secondo è avvistato nelle acque a un metro e mezzo di profondità. Più ardita, come spesso avviene, l'iniziativa redazionale di Repubblica - addirittura un'intervista con il regista Angelo Molaioli - e più azzardata (come pure spesso avviene) la relativa titolazione. "Un giallo proprio come nel mio film" si spara nella prima riga del titolo e, nell'occhiello, si chiarisce: "Tante analogie con la cronaca". In effetti, nell'intervista non v'è alcuna traccia di analogie, a parte la ragazza morta e il lago.

MA DI PIETRO RISE O SORRISE? Titolo: "Di Pietro, inchiesta sui rimborsi elettorali. L'ex pm: mi fa ridere" (Corriere della Sera, 22 febbraio 2008, pag. 15, spalla). Insomma, un bell'atto di iattanza - e di mancanza di rispetto per la magistratura - da parte dell'ex magistrato Antonio Di Pietro. Naturalmente, se il titolo corrispondesse alla realtà o, più semplicemente, a quanto scritto nell'articolo. Leggendo il quale si viene a sapere, invece, che l'ex Di Pietro ha detto: "Accolgo con un sorriso i tentativi di Panorama di sporcare la campagna elettorale con allusioni che non hanno alcun riscontro nella realtrà". Al più, quindi, si sarebbe potuto sintetizzare con un "mi fa sorridere". E comunque a far sorridere (o anche ridere) Di Pietro non è l'inchiesta, come parrebbe dal titolo, ma la "provocazione" di Panorama, come precisa in effetti lo stesso Di Pietro: "I fatti penali in questione sono già stati valutati, sia in sede civile, con il rigetto di tutta la donmanda del denunciante, sia in sede penale, con la richiesdta di archiviazione formulata dal pm già dall'anno scorso". Una provocazione, dunque, che Di Pietro non raccoglie "lasciando che la magistratura, verso la quale nutriamo rispetto e fiducia, lavori in pace". Raccolta invece dal Corriere della Sera e, soprattutto, forzata nel titolo.

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