I Fatti
DIARIO DI BORDO
MEDIATICO
di DARIA TERRACINA
- 16/03/2010 10.06.50
"DETTO QUESTO...". Nel bel mezzo di un'intervista sulla "fronda" di Gianfranco Fini nei confronti della leadership di Silvio Berlusconi, la ministra Stefania Prestigiacomo risponde a una domanda della giornalista di Repubblica Giovanna Casadio premettendo: "Voglio ricordare che il Pdl che l'hanno chiesto gli elettori...". Un fatto dato talmente per scontato da poter essere citato a prescindere da ciò di cui si parla e, in quanto tale, una citazione buona per tutti gli argomenti (e comunque per una utile sviolinata al Capo). Talmente scontato che nemmeno la cronista non cerca di sapere dalla Prestigiacomo - e di far capire ai propri lettori - come e quando gli "elettori" avrebbero "chiesto" a "noi" (noi chi? anche alla Prestigiacomo?) di fondare il Partito delle Libertà. Nè gli fa osservare che proprio Berlusconi si vanta, al contrario, di aver inventato quel partito in assoluta solitudine e in polemica con i suoi alleati di allora, Pierferdinando Casini e appunto Gianfranco Fini, salendo improvvisamente un giorno sul predellino della sua auto, in piazza San Babila a Milano, e comunicando al popolo (gli "elettori") e al sistema mediatico che aveva deciso di fondare quel nuovo partito. Casini si fece indietro indignato, affermando che non prendeva ordini da nessuno. Fini disse che si trattava di una "comica", ma poi, com'è noto, minacciato dai suoi luogotenenti (fattisi "berluscones") di essere lasciato solo, fece buon viso a cattivo gioco, decidendo che era meglio starci e aspettare tempi migliori per una "fronda" seria. Tra l'altro, nello stesso giorno dell'intervista alla Prestigiacomo, in cronaca politica la Repubblica citava fra l'altro l'esistenza di un "quotidiano" chiamato dal deputato e ultras berlusconiano Giorgio Stracquadanio, appunto, Il Predellino, per sottolineare la centralità epocale di quella perentoria e solitaria decisione di Berlusconi. Ma quando la Casadio domanda alla Prestigiacomo cosa pensi delle iniziative di Fini di affrancamento dalla padronanza berlusconiana, la ministra premette: "Voglio ricordare che il Pdl ce l'hanno chiesto gli elettori, quindi non frammentiamolo. Detto questo...". Mera propaganda o dato di fatto? Invenzione mediatica o elaborazione della saggezza popolare? La Prestigiacomo non ha dubbi. Ma, pare, nemmeno la Casadio. (la Repubblica, 16 marzo 2010)
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CLAMOROSO! IL PRESIDENTE HA PRANZATO CON I FIGLI. “Notizie in 2 minuti” è l’agevole e autorevole colonna d’apertura dell’ultima pagina nella quale il Corriere della Sera sintetizza, in poche righe, i fatti più importanti del giorno (e del giornale del giorno). Questi fatti coincidono di solito, com’è ovvio, con quelli scelti per la prima pagina tradizionale. Ma spesso non è esattamente così: la “prima” ha storicamente anche un fine-civetta. Qui si può e si usa enfatizzare alcune notizie leggere - e sostanzialmente meno importanti – per attirare l’attenzione e incuriosire i lettori. La colonna di ultima pagina, invece, è istituzionalmente più seria e posata, ai limiti del burocratismo, dovendo elencare semplicemente le notizie più rilevanti del giorno (e del giornale del giorno). Così, il 10 febbraio, sulla prima del più importante quotidiano italiano c’erano, in ordine di rilievo: il caso Vaticano-Boffo, l’assalto all’ambasciata italiana a Teheran, il caso-Englaro, l’annuncio governativo di interrompere gli incentivi per l’auto, lo scontro fra polizia e tifosi laziali, “Bologna senza sindaco” e la questione della grandi aziende che abbandonano l’Italia. Questa invece la sintesi di ultima: in “Primo piano” Teheran, Vaticano ed Englaro; in “Cronache” l’arresto di un parroco di frontiera e l’espulsione dei calciatori che bestemmiano in campo; in “Economia”, l’interruzione degli incentivi all’auto; in “Cultura”, i musei della scienza dimenticati; negli “Spettacoli”, la partecipazione del cinema italiano al Festival di Berlino; nello “Sport” gli scontri per la Lazio. Per la “Politica” un solo titoletto: “Berlusconi pranza con 4 figli”. Possibile? E’ proprio questo l’evento politico più importante del giorno, per una Paese dilaniato dalle contrapposizioni politiche, in piena crisi istituzionale ed economica, e peraltro alla vigilia di una importante scadenza elettorale? Sembra proprio impossibile, ma è vero: è proprio il pranzo fra Berlusconi e quattro dei suoi cinque figli l’unico argomento politico scelto dal Corrierone per la sintesi di ultima pagina. Un epifenomeno della decadenza della politica italiana – un fenomeno in effetti indiscutibile – o della decadenza dell’antica, autorevole compostezza del quotidiano di via Solferino (un altro fenomeno effettivamente indiscutibile)? (10 febbraio 2010)
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IL CORRIERE DI DON VERZE' SANTIFICA BERLUSCONI. Don Luigi Verzè è un prete-imprenditore notoriamente legato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da rapporti di amore fraterno e di affari (Edilnord, Istituto san Raffaele). Non è nuovo a enfatiche esaltazioni pubbliche della bontà e della rettitudine del generoso benefattore delle sue imprese sanitario-assistenziali. E' proprio nel suo "San Raffaele" che Berlusconi è stato curato, dopo aver subito l'aggressione da parte di uno psicolabile (due denti da ricostruire, rottura del setto nasale e taglio sotto l'occhio sinistro). Così succede che, nel giorno del ritorno a casa del degente, Don Verzè gli invii una missiva in cui lo paragona a Gesù Cristo, per l'altezza delle sue "fatiche" e per il "sangue versato". E fin qui, fatti loro. Ma il fatto assolutamente inedito nella storia del giornalismo italiano e certamente in quello del Corriere della Sera è che quella "lettera" viene pubblicata, come se fosse una rubrica o comunque un inserto redazionale, sotto un titoletto disarmante e furbesco ("Uomo, non santo"), che è santificante - come nelle sincere intenzioni e nell'esplicito testo firmato Don Verzè - ma potrebbe domani essere difeso dal direttore Ferruccio De Bortoli come anti-santificante. Leggiamo l'edificante testo dell'uomo di Chiesa e d'affari: "Carissimo Silvio, ora Te ne vai riaggiustato dal San Raffaele! E che Dio sia ringraziato! Te ne vai più ricco, perchè hai versato un po' del Tuo sangue per questo nostro Paese. Già avevi lavorato tanto e sofferto incomprensioni e umiliazioni. Tutto per fare il bene e distruggere il male! Così il buon Dio ha disposto persino nel suo Figlio Gesù. Ti accompagni questa fierezza: le Tue fatiche, il Tuo entusiasmo, la Tua intelligenza, il Tuo sangue di uomo vero! Ho detto di uomo, non di santo". Ah, di uomo! Meno male. Da perfetto "terzista", De Bortoli ha peraltro presentato graficamente la missiva senza nemmeno una riga di chiarimento o di presentazione.. Così domani potrà furbescamente opporre, a chi gli rimproverasse l'inusuale utilizzazione di quell'interessato ed esaltato corsivista, che la missiva era privata e quello del Corriere era solo uno scoop. (18.12.2009)
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S'AVANZA UNO STRANO SOLDATO: IL SOCIO NON ASSOCIATO. Il socio di un club o di un partito cos’è? L’associato di un club o di un partito, lo dice la parola stessa. Ma per il Partito della Libertà di Silvio Berlusconi non sarà più così. “Gli iscritti sono di due tipi”, riferisce il Corriere della Sera intervistando il deputato Gregorio Fontana, responsabile del tesseramento del Pdl: “il ‘socio aderente” e il ‘socio associato’. Il primo può partecipare a tutte le attività politiche, però ha solo il ‘diritto di elettorato attivo’, non può cioè essere scelto negli organismi dirigenti. L’altro, invece, può concorrere per un incarico di vertice”. Questa fantasia neologismica non attiva alcuna curiosità o istinto di approfondimento nell’intervistatore. Eppure, di fronte alla presumibile prospettiva che i soci “non associati” e privi del diritto di essere eletti a qualche carica interna (ed esterna) al partito possano risultare molti ma molti di più dei soci “associati” (con diritto a farsi valere ed eleggere, anche in contrasto con le direttive dell’alto), appare in una significativa misura svuotato di portata reale l’intento conclamato di “fare i congressi e operare dal basso una selezione della classe dirigente”. (13.12.2009)
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RUTELLI, PASSO INDIETRO O AVANTI? La cronaca del Corriere della Sera da Parma, relativa alla chiusura dell’assemblea fondativa del nuovo partito di Francesco Rutelli, l’Associazione per l’Italia, si apre con la notizia che l’ex leader della Margherita ha deciso di fare un “passo indietro”. E’ con questa espressione che il cronista riassume il senso di questa dichiarazione di Rutelli: “Voglio fare l’allenatore, più che il centravanti”. Niente male come passo indietro: invece di fare il giocatore in campo, fare il capo di una squadra con una trentina di giocatori, centravanti compresi. (13.12.2009)
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NO B-DAY? NO: NO-B DAY! Eh, no. Adesso basta. Se ci cascano persino giornali come il Corriere della Sera e La Stampa, allora il problema c'è. Se sul nuovo quotidiano e sul sito di Travaglio e Padellaro è sfuggita in questi giorni la scritta "NO B-DAY", si può capire: da inveterati e feroci anti-berlusconiani, sono indubbiamente contrari ad una giornata che celebri il signor B. Certo, i promotori della manifestazione indetta per sabato 5 dicembre a Roma - per dire "basta" all'anomalia, al conflitto di interessi e all'uso giudiziario della politica da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - hanno scelto correttamente come proprio motto "NO-B DAY", vale a dire giornata dedicata al "no" a Berlusconi. Perciò quella formulazione scelta dal Fatto (col trattino fra B e DAY, anziché fra NO e B) è scorretta. Ma mentre per Travaglio e compagni si potrebbe addurre la scusa del lapsus freudiano, per gli altri no. Per Google no. Per l'AdnKronos no. Così come per altre decine di testate e siti incorsi in questi giorni (si ritiene involontariamente) nello stesso errore, mentre moltissimi altri hanno bypassato il problema - magari non ponendoselo per niente - eliminando completamente il trattino: "NO B DAY" (sul Foglio si semplifica ancor di più, eliminando anche gli spazi: "NoBday"). Ma il stamane c'era da saltare dalla sedia. Un titolo a tutta pagina (la decima) nientemeno che del Corriere della Sera spara addirittura tra virgolette (quasi a dire: così si autodefiniscono loro, gli organizzatori): "NO B-DAY". E non basta. A corredo del servizio, vi è la foto a colori di una maglietta - nella didascalia si precisava: "presentata dal comitato promotore del 'No Berlusconi Day'" (questa volta senza trattino e col cognome per esteso del politico preso di mira) - sulla quale appare stampigliata la scritta: "NO B-DAY". Sbaglia dunque anche il comitato organizzatore? o più semplicemente un partecipante o un gruppo di partecipanti alla manifestazione? o più prosaicamente l'addetto alla stampigliatura? Fatto sta che in Rete i promotori della manifestazione fanno circolare da settimane la corretta formulazione dello slogan, così come ad esempio sul sito del politico più vicino alla manifestazione (Antonio di Pietro). Invece il Corriere sbaglia e sbaglia pure sul suo sito. E sbaglia La Stampa. vale a dire i due giornali tradizionalmente più corretti, perlomeno sul piano formale, Contrariamente a Repubblica, tradizionalmente un po' più sostanzialista, ma in questo caso correttissima, almeno nelle pagine nazionali. Infatti, oggi stesso, nelle pagine di cronache romane, riferisce in un titolo di un "corteo no-B day". Ma l'aspetto più sorprendente e divertente della vicenda lo offre proprio Il Giornale, proprietà dei Berlusconi, cantore di Berlusconi, lancia di punta delle campagne (anche le meno commendevoli) di Berlusconi. In prima pagina, per parlare ovviamente male della manifestazione, la definisce "no B-Day". Il no è minuscolo, ma è lanciato contro un presunto "Berlusconi day" che invece dovrebbe esaltare Feltri e mobilitarlo perchè vi accorra il maggior numero possibile di cittadini e di propri lettori. (4.12.2009)
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MA CIAMPI HA LE CARTE IN REGOLA PER INDIGNARSI OGGI A CAUSA DELLE LEGGI AD PERSONAM? Ciampi è di quelli che godono di buona stampa. Anzi di ottima stampa. Di più: di stampa superlativa. Del resto è senza dubbio un uomo che può sentirsi appagato per una vita segnata dal successo e dal prestigio. Senza parlare del suo autorevole governatorato della Banca d’Italia e delle sue eccellenti prestazioni di ministro economico, la sua nomina a presidente della Repubblica così viene riferita dagli annali: “In prima votazione e con un numero record di consensi, è il terzo capo dello Stato nella storia della Repubblica a essere eletto al primo scrutinio dopo Enrico De Nicola e Francesco Cossiga. Al momento della votazione, ha totalizzato 707 voti, 33 in più del quorum richiesto”. Tuttora si fa riferimento alla sua figura come ad un padre della Patria post-litteram, capace di opporre una nobile e strenua resistenza alla marea montante della delegittimazione delle istituzioni. Anche e soprattutto presso la fetta di opinione pubblica formata (o indotta) dalla pubblicistica di centrosinistra. Nessuno che ricordi che, proprio durante il suo settennato (1999-2006), prese corpo, mise radici e sfondò la devastante anomalia berlusconiana, contrariamente a quel che avvenne col suo predecessore Scalfaro. Ed è quindi proprio a lui che si ricorre, da parte di Repubblica, per avere lumi sullo stato di salute della nostra democrazia (“In corso la manipolazione delle regole”) e per lanciare, pur con le dovute cautele, un garbato monito a Napolitano perché si opponga e resista all’“imbarbarimento” e all’“aggressione” berlusconiana, in occasione del tentativo del presidente del Consiglio di far passare il cosidetto processo-breve (“Non si promulghi quel testo”). Ciampi - nell'intervista sparata dal giornale fondato da Scalfari col titolone principale di prima pagina - si dichiara molto amareggiato. «Viviamo un tempo triste. Negli anni finali della mia vita, non immaginavo davvero di dover assistere ad un simile imbarbarimento dell'azione politica, ad una aggressione così brutale e sistematica delle istituzioni e dei valori nei quali ho creduto...». Ciampi è veramente angosciato. "Vede, la mia amarezza deriva dalla constatazione ormai quotidiana di quanto sta accadendo sulla giustizia, ma non solo sulla giustizia. È in corso un vero e proprio degrado dei valori collettivi, si percepisce un senso di continua manipolazione delle regole, una perdita inesorabile di quelli che sono i punti cardinali del nostro vivere civile… Qui non è più una questione di battaglia politica, che può essere anche aspra, come è naturale in ogni democrazia. Qui si destabilizzano i riferimenti più solidi dell'edificio democratico, cioè le istituzioni, e si umiliano i valori che le istituzioni rappresentano. Questa è la mia amara riflessione...". Ciampi non immaginava? In compenso, lo immaginavano gli italiani che assistettero impietriti alla sua olimpica, remissiva acquiescenza – naturalmente “equilibrata”, “equidistante” e “terzista” – di fronte all’invasività dell’imbarbarimento, della sistematica manipolazione delle regole, della destabilizzazione delle istituzioni e dell’umiliazione dei valori istituzionali. Nessuno che ricorda a Ciampi che la passività dei garanti delle istituzioni di fronte a tutto questo non è iniziata oggi, ma proprio quando era lui al vertice della Repubblica. No, il degrado non ha aspettato che Ciampi – come ricorda il cronista di Repubblica a suo onore (e non a suo disdoro) – parlasse “forse per la prima volta… senza mezzi termini del Cavaliere”. Ma, come si sa, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Così, proprio il giorno in cui Repubblica intervista alle pagine 1 e 3 il “padre nobile” Ciampi, lo stesso giornale pubblica a pagina 7 l’elenco delle “diciotto leggi ad personam per sottrarsi alla giustizia e salvare i propri affari. Così Berlusconi si è garantito l’impunità”. Di queste ben 13 sono state promulgate da un presidente della Repubblica che si chiamava Ciampi e che ora si duole tanto della legge ad personam sul processo breve sino a sollecitare Napolitano a non promulgarla. Ma durante quel difficile settennato il buon Ciampi fu costretto a non limitarsi a questo. Fu costretto a consentire una serie di altre cose. Un... piccolo esempio? L’inserimento della dizione “Berlusconi presidente” (e in ricaduta di “Rutelli presidente”) sulle schede per le elezioni politiche. E cioè, per usare le parole del Ciampi di oggi, una manipolazione e una umiliazione delle regole costituzionali che delegittimavano il potere del Parlamento di eleggere e del presidente della Repubblica di nominare il capo del governo. Insomma, una... cosuccia da niente che ha consentito da allora al “barbaro” Berlusconi di definirsi – a dispetto del tuttora vigente (anche se disatteso, manipolato e umiliato) disposto costituzionale a presidio del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra democrazia - eletto/nominato dal popolo e al di sopra di tutto e di tutti. (25.11.2009)
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SE I QUOTIDIANI DEBBANO CAMBIARE SOLO L'ABITO. “Cambio d’abito non d’anima” è il titolo dell’editoriale con cui il direttore Virman Cusenza presenta il “nuovo” Il Mattino, caratterizzato – afferma – da “semplicità e chiarezza” per tradurre “in piena era internettiana l’equivalente del clic sul sito web”. Più giù, comunque, Cusenza chiarisce che il rinnovamento dell’antico quotidiano napoletano (“più velocità di lettura”, “più completa informazione”, aumento delle pagine di cronaca sui dorsi, nuova pagina di cultura e società, e “risposte del direttore alle lettere dei cittadini”!) “è un modo per riscoprire con orgoglio ciò che di buono si pensa, si fabbrica e si progetta a Napoli e dintorni, dimostrando a noi stessi che il futuro, magari anche guardando meglio al passato, possiamo costruirlo con fiducia, senza sprofondare sotto la coltre di emergenze che ci avvilisce tutti i giorni. Un po’ di amor proprio e di piacere di vivere non gustano”. Buone e lodevoli intenzioni che, se finalmente concretizzate, consentirebbero effettivamente al Mattino – al gruppo di quotidiani di Caltagirone e a tutta l’informazione quotidiana italiana su carta – di riconquistare o, meglio, di conquistare un rapporto vero con il proprio lettorato e quindi con quello potenziale, insomma con i cittadini e con la società nel suo complesso. Ma per fare questo, i quotidiani italiani dovrebbero cambiare “anima” e non solo “l’abito”: è dagli anni Settanta che, sulla scia della “novità” rappresentata dalla Repubblica, i quotidiani italiani perseguono di fatto – e illusoriamente - una strategia di “modernizzazione senza sviluppo”. Quel titolo messo volenterosamente da Cusenza in testa al proprio editoriale, da questo punto di vista, è un tic purtroppo significativo del tutto. (19.11.2009)
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MONTARE I MONTATI. Valentino: “Adesso potrei puntare all’Oscar”. Bonito Oliva: “Io ci abito (in via Giulia). Diamole il mio cognome”. Uno degli stilisti italiani più famosi al mondo e il critico-organizzatore di eventi artistici dissacranti sono notoriamente fra i personaggi più autocentrati e, per qualche aspetto, più autoesaltati del sistema mediatico italiano. Ma leggere sulla Repubblica (edizione del 17 novembre 2009) quelle due espressioni di presunzione e di megalomania fa lo stesso impressione. A tutto c’è un limite, anche alla pretesa di Valentino di ottenere adesso il massimo premio mondiale non per la moda ma per il cinema, e ancora di più a quella di Achille Bonito Oliva addirittura di vedersi intestata una delle vie romane, progettata dal Bramante, fra le più nobili e illustri. Andiamo quindi a leggere l’intervista all’“imperatore della moda” a proposito dell’uscita di un film a lui dedicato (dove nel titolo il settantottenne Valentino afferma che “potrei puntare all’Oscar” e che “mi piacerebbe sfilare su quel red carpet”). Le sembra verosimile, gli chiede Laura laurenzi, che “Valentino The Last Emperor” riceva la candidatura all’Oscar? Risposta: “Quest’anno per la categoria miglior film ci saranno dieci titoli, così corre voce che uno o due potrebbero essere dei documentari. Certo ne sarei onorato. Ma preferisco non sbilanciarmi: per scaramanzia. Vedere Valentino sfilare sul red carpet come candidato sarebbe un finale bellissimo, ha detto oggi il regista”. Quindi, contrariamente a quello che lasciava capire la titolazione: l’ipotesi dell’Oscar è introdotta da una domanda della giornalista; “corre voce” che quest’anno quel premio potrebbe andare a dei documentari; Valentino si dichiara con modestia “onorato” dell’ipotesi, e la sua sfilata sulla madre di tutti i red carpet “farebbe piacere” al regista (anche se ovviamente in cuor suo, ma per ora solo in cuor suo, non in una dichiarazione riportata nell’intervista, farebbe piacere anche al diretto intyeressato). E se si va a leggere il servizio in cronaca di Roma dedicato alla festa per i settantanni di Bonito Oliva, si scopre curiosamente lo stesso stile e lo stesso trattamento giornalistico: montare i montati. Quel servizio si conclude infatti così: “Di via Giulia (Bollito Oliva) dice ironizzando: ‘Perché non darle un cognome? Via Giulia Bonito Oliva ad esempio'”. Capito? “Ironizzando”. Ironia totalmente estranea alla dichiarazione follemente seriosa attribuita al critico nella titolazione: “Diamole il mio cognome”. (17.11.2009)
E CHE CE FREGA A NOI DELL'ACQUA SULLA LUNA. 14 novembre. I quotidiani hanno a disposizione un straordinaria notizia, che peraltro non manca di appeal mediatico, scientifico e popolare insieme: c’è acqua sulla Luna! Si studiano nuove missioni lunari, si avvicina il sogno di una stazione permanente, di una colonia umana sul nostro satellite! E che volere di più come componente spettacolare e straordinariamente evocativa per una bella prima pagina! Ebbene, ad eccezione della Stampa e del Sole 24 Ore, che piazzano la notizia in grande evidenza con una splendida fotografia della Luna – in seconda posizione, rispettivamente, solo alla Finanziaria che “va avanti senza la Banca del Sud” e al Pil che “cambia passo e torna a crescere” - gli altri grandi quotidiani d’informazione brillano per quasi totale indifferenza a questa storica scoperta, pur capace di attivare curiosità e immaginario collettivo. La ignorano totalmente le prime pagine dei giornali “d’opinione”, come l’Unità e il Giornale, ma anche quella del "popolare" per eccellenza qual è considerato Il Messaggero. Nella prima pagina del quotidiano romano c’è spazio per tutto: caduta del dollaro, il ragazzo ucciso per un pestaggio in tribunale, il dibattito politico sulle proposte per la giustizia del governo Berlusconi, la donna morta in barella, lo stop ai fondi per i ricercatori, gli sviluppi del caso di via Poma, il turista che muore cadendo dall’Ara Coeli, persino il nuovo libro di Valerio Massimo Manfredi. Ma non per la scoperta dell’acqua sulla Luna. Anche i confezionatori dei due più diffusi quotidiani italiani, pur qualificati a livello mondiale da un’inedita tipologia di giornali insieme di qualità e popolari, si rivelano poco emozionati dalla scoperta. Il Corriere della Sera richiama la mezza pagina 23 dedicata - insieme ad un commento nella pagina delle opinioni - all’argomento con uno strilletto di sottotestata in prima(occupata da otto servizi e da altri otto strilli. Ancora più singolare la scelta del più moderno la Repubblica: due bei servizi dispiegati a pag. 26 e 27 e nessunissimo richiamo in prima. Dove c’è di tutto: la legge salva-premier, il caso-Cucchi, la Finanziaria nel caos, l’ipotesi della richiesta della pena di morte per i terroristi dell’11 settembre, la possibile partecipazione al Festival di Sanremo di canzoni in dialetto, la notizia che il premier ha dormito due notti a Palazzo Chigi per una questione di sicurezza, lo sciopero della fame che avrebbe intenzione di iniziare il terrorista Battisti per evitare l’estradizione dal Brasile, donne che raccontano l’uomo al tramonto, l’intervista con Michael Connelly, il nuovo film di Aldodòvar con Penelope Cruz… Ma per la l’acqua sulla Luna, no: nella prima pagina del quotidiano diretto da Ezio Mauro non c’era posto nemmeno per una riga. Quella sera i deskisti di largo Fochetti avevano forse la Luna storta. (14.11.2009)
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FORMIGLI RESUSCITA IL PEGGIOR SANTORISMO. Una nuova, bella e utile puntata, quella di stasera di “Annozero”, con un’inchiesta forte su una Napoli violenta (e annichilita dalla camorra) purtroppo inedita sui teleschermi. Ma Corrado Formigli ha fatto una cosa assai brutta e moralmente indecente (la facevano i santorini e le santorine ai primordi del santorismo): inseguire sin sull’uscio di casa una vittima della camorra – in questo caso due, il figlio e la moglie di un uomo ucciso da qualche giorno – costringendola a mostrare la propria “omertosa” e “intollerabile” mancanza di reazione alla criminalità organizzata, incitandola alla rivolta morale. E che diavolo, vi hanno ucciso il padre e il marito e non vi rivoltate? Che fate? Non reagite? Ma come si fa… Formigli è un bravo telereporter: ma provasse lui ad abitare in un quartiere dominato da una camorra che intimidisce e uccide, senza soldi, senza tutela pubblica, alla completa mercé dei violenti e degli assassini. Quella, caro Formigli, non è paura, non è mancanza di tensione civile: è certezza di essere fatti fuori. E questo sentimento di annichilimento e terrore va compreso, descritto con intelligenza e cautela, avendo un grande rispetto per le vittime di un sistema criminale imbattibile e comunque imbattuto. Va descritto con ancora maggiore rispetto e attenzione di quelli riservati, nella stessa trasmissione, da parte dello stesso Formigli – giustamente – nei confronti degli altrettanto disarmati e impotenti poliziotti. (12.11.2009)
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"UNA MORATORIA DI UN ANNO SUGLI STUDI DI SETTORE". Il più diffuso e prestigioso quotidiano italiano, il Corriere della Sera, apre oggi così la prima pagina. Tutti gli altri quotidiani, a cominciare da Repubblica, puntano sulle manovre giudiziarie del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ("prescrizione breve" e proposta di ripristino dell'immunità parlamentare). Invece il direttore di via Solferino, Ferruccio De Bortoli, ha deciso di valorizzare, su tutto, la richiesta di artigiani e commercianti per la revisione del sistema vigente di valutazione (e tassazione) del giro d'affari minimo delle attività imprenditoriali. Una nuova puntata della gestione del Corrierone ispirata ad accentuata cautela, diciamo così, nei confronti delle sregolatezze istituzionali di Berlusconi? O, più semplicemente, De Bortoli ha dimenticato di essersi recentemente spostato dalla direzione del Sole 24 Ore a quella del Corrierone? Di certo, si tratta di un titolo poco adatto - anche per come è stato concepito e realizzato, al di là del suo stesso contenuto - alla capacità di comprensione della stragrande maggioranza dei lettori di quell'autorevole giornale ("moratoria"?, "studi di settore"?) e, ancora di più, alla caratteristica fondamentale che dovrebbe qualificare una titolazione giornalistica, specie in prima pagina. E cioè: attirare l'attenzione e la curiosità del lettore. Questo ha forse qualcosa a che fare con gli interessi più immediati della "borghesia lombarda". Ma poi non ci si dovrebbe che per il fatto gli italiani comprano e leggono poco i giornali. (12.11.2009)
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PER ESSERE PRECISI. Intervista all'ex-magistrato, ex-Pci ed ex-presidente della Camera Luciano Violante sulle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che per la prima volta ha partecipato alla celebrazione del 25 aprile, parlandone come di una festa di tutti. Titolo: "Violante: il premier ha senso delle istituzioni". Ad un certo punto, il cronista del Corriere della Sera gli fa notare: "Quando 13 anni fa lei parlò di Salò, qualcuno disse che in realtà strizzava l'occhio alla destra perchè puntava al Quirinale". Risposta di Violante: "Sì, si tratta di persone aduse evidentemente ad agire per fini di carriera e non per fini di verità. Mi dispiace che tra i critici ci fosse un uomo come Giorgio Bocca. I fatti hanno dimostrato che quella era solo una malignità". Se Violante si fosse limitato ad una battuta tipo: "La verità è che io non sono stato eletto presidente della Repubblica. E questo dovrebbe bastare", nulla quaestio. Ma se fa riferimento ai "fatti" - cioè il non essere stato eletto presidente della Repubblica - essi non dimostrano inequivocabilmente e soltanto qualcosa sulle sue intenzioni. Rimane tutta in campo anche l'ipotesi che potrebbero essere stati determinati dalle scelte di coloro ai quali avrebbe "strizzato l'occhio". Non è che tu strizzi l'occhio a qualcuno e quello necessariamente ci sta. (26.4.2009)
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