Fatti

Il servizio pubblico secondo Angela:
chi ha detto che è per pochi?

piero angela (*)

 Ho letto l’intervento di Giorgio Gori pubblicato l’altro ieri dal Corriere con il titolo «Una Rai con il canone, una con gli spot». Una breve considerazione. Ritengo che trasformare Rai 1 e Rai 2 in reti alimentate dalla sola pubblicità e delegare il ruolo di servizio pubblico a Rai 3 (sia pure con una coroncina di reti specialistiche digitali) significherebbe affondare il ruolo che la Rai, intesa come servizio pubblico, dovrebbe svolgere.

Essendo l’unica rete pubblica rimasta, a quel punto Rai 3 potrebbe correre il rischio, come di regola avviene in Italia, di dover rappresentare «culturalmente» l’arco costituzionale (con tematiche, trattazioni, autori, dirigenti di varie «aree»?), e magari anche di diventare il terminale di tanti eventi «doverosi» (mostre, manifestazioni, premi letterari), e non potrebbe certo ignorare il teatro, i concerti, la lirica e altro.

Ma supponiamo che le cose funzionino bene, che la rete trovi una sua indipendenza, e che i programmi siano di qualità grazie agli autori e registi molto bravi che esistono in Rai. Ci sono due esempi di ottime reti pubbliche: la franco-tedesca Arte e l’americana Pbs (spesso anche noi abbiamo utilizzato dei loro eccellenti documentari): ma entrambe hanno un ascolto che oscilla tra il 2 e il 3 per cento. In Italia Tele+3, che operava in chiaro e gratuitamente, venne chiusa per mancanza di telespettatori. Anche Current Tv, la rete collegata ad Al Gore, è stata recentemente spenta. I superstiti canali specialistici su Sky hanno ascolti di poche decine di migliaia di persone (a volte molto meno). Il problema non sta tanto nella validità dei singoli programmi (che magari trasmessi su una rete generalista sarebbero seguiti) ma è la «gabbia» in cui finiscono che decreta il loro esilio e la difficoltà di arrivare a un grande pubblico.

A questo punto potrebbe sorgere un’obiezione: perché mai tutti dovrebbero essere obbligati a pagare il canone per una rete destinata a una minoranza, che è già colta e certamente non indigente? Non sarebbe un po’ come togliere i soldi dalle tasche dei poveri e metterli in quelle dei ricchi?

Ultimo punto. Il risultato finale sarebbe probabilmente quello di dirottare, di fatto, la grande platea del pubblico sulle reti di intrattenimento, cioè di allontanare proprio quel pubblico che avrebbe maggiormente bisogno di «imbattersi» in programmi di conoscenza.

Si dice spesso che il livello di sviluppo economico di un Paese si misura con il suo grado di sviluppo educativo e culturale. Noi come stiamo? Secondo una recente indagine internazionale il 71 per cento degli italiani, dal punto di vista delle conoscenze di base, non arriva neppure al livello di «mediocrità»! Su cinquanta milioni di italiani solo quattro milioni leggono libri. Per la maggior parte dei nostri concittadini, l’unico aggancio culturale con il loro tempo è la televisione.
Oggi la conoscenza è uno dei beni più preziosi. Tra l’altro è proprio il software a fare la differenza nello sviluppo delle nazioni. Una società che vuole confrontarsi con un mondo in rapida trasformazione deve riuscire a coinvolgere i suoi cittadini nella comprensione di ciò che sta avvenendo.

I programmi televisivi potrebbero fare molto per aiutare la crescita del nostro Paese. Ma a condizione di renderli visibili.

(*) Corriere della Sera, 22 gennaio 2012