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BEPPE LOPEZ

  • E RISPUNTA
    "LA MALAPIANTA"
    DI RINA DURANTE

    data: 18/09/2020 15:31

    Scrittrice e pioniera della ricerca e valorizzazione della cultura popolare, Rina Durante aveva un carattere duro. Non si era molto promossa in vita, conclusasi nel 2004, ma si era data molto da fare. Insegnamento, battaglie anti-accademiche, giornalismo, avanguardia letteraria, coerente interprete degli studi antropologici di Ernesto De Martino, studi sul tarantismo e fondazione del Canzoniere Grecanico Salentino, intellettuale politicamente impegnata, socialista e poi comunista, eclettica e dispersiva. Ma tra le sue cose più belle – forse la più importante – c’è senza dubbio il romanzo di culto La malapianta, pubblicato con gran successo da Rizzoli nel 1964 e oggi ripubblicata con organico corredo critico (AnimaMundi edizioni). Un libro forte, meridionale, ambientato nell’allora isolatissimo Salento, si può dire neorealista, che racconta dall’interno le storie e la vita di una famiglia di poverissimi contadini, privi persino di competenza esistenziale. E che fece impressione, ebbe premi e riconoscimenti ma fu poi travolto, come tutta l’Italia nella quale era incarnato, dal “miracolo economico”, dall’industrializzazione., dall’emigrazione, dalla televisione…

    Si deve anche dire che Rina, allora, fece un errore. Sottopose la sua opera, scritta come doveva essere scritta La malapianta, cioè raccontata dall’interno, dai suoi stessi inconsapevoli e disperati protagonisti, nientemeno che a Elio Vittorini, allora titolare della narrativa Mondadori e punto di riferimento della cultura di sinistra. E questi le disse che non credeva più al romanzo di argomento meridionale (la povertà, la fame, la vita di paese…), per cui invitò Rina a “sperimentare altre forme di rappresentazione di aspetti della realtà meno datati”. Si pensi che solo ventott’anni dopo, nel 1992, ebbe premi e riconoscimenti un libro meridionale e neorealista come Ninfa plebea di Domenico Rea. Ma Rina, che pure rimase delusa e interdetta, e che per tutta la vita avrebbe continuato a militare nella cultura politicamente impegnata, presa da tenace indignazione per le sorti delle classi subalterne nel Sud, rimise mano al dattiloscritto, intrecciando alla scrittura originaria più moderni modi di rappresentazione della realtà, ottenendone alla fine la pubblicazione da Rizzoli.

    Non esiste una copia della prima stesura del romanzo, probabilmente più coerente e compatto. E quell’errore Rina era destinata a pagarlo ancora. Nell’introduzione accademica a questa nuova edizione de La malapianta si sostiene infatti che in esso “non c’è un intento documentario, né un tono di denuncia delle condizioni della gente del Sud o di polemica ideologica contro il fascismo, secondo gli schemi più vulgati della narrativa neorealista” e che non lo animano “tematiche di natura sociale, come si potrebbe immaginare”, ma tematiche “tipiche del romanzo modernista del Novecento” (La noia moraviana, Il male oscuro di Giuseppe Berto, l’incomunicabilità, l’alienazione…).

    Se potesse Rina si rivolterebbe nella tomba a sentirsi deprivata dei suoi intenti documentarii e di denuncia. E a sentir dire che nel suo romanzo – potente documentario e accesa denuncia, appunto, della disperazione del sottoproletariato meridionale, nonostante gli inserti modernisti suggeriti da Vittorini – la fame, la miseria, gli stenti quotidiani siano elementi “datati”, anziché la causa dell’incomunicabilità, dell’alienazione e dell’aridità sentimentale dei protagonisti de La malapianta, che dopo mezzo secolo ci interroga ancora sulle ingiustizie sociali e sulla disperazione degli “esclusi”. 

  • ELKANN IMPONE MOLINARI?
    SCALFARI FA BUON VISO
    A CATTIVO GIOCO

    data: 13/05/2020 23:26

    I sermoni domenicali di Eugenio Scalfari, com’è noto, si son fatti via via, negli anni, molto autoreferenziali, filosofici e poetici. Da ultimo, il novantaseienne fondatore di Repubblica ha notoriamente perso anche un po’ di lucidità. Ma il suo sermone di oggi, dedicato all’ennesimo, ruvido e improvviso cambio di guardia alla direzione del suo giornale, che in molti si aspettavano o si auguravano di dura reazione allo sgarbo compiuto dai “torinesi” nuovi padroni della testata, contiene almeno due frasi assai lucide e decisive, significative della debolezza dell’ex padre padrone di Repubblica (perché fuori dai giochi e perché novantaseienne) e insieme del suo tenace spirito di adattamento, che una volta si esprimeva in superba spregiudicatezza e in eccelso cinismo. Spregiudicatezza e cinismo che, insieme a una superlativa cultura professionale e a una straordinaria abilità gestionale, consentirono il “miracolo” che furono la nascita, la crescita e i record di vendite e di influenza sulla vita nazionale stabiliti a suo tempo da Repubblica. Vediamo queste due frasi inserite da Scalfari, abilmente, tra una fumosa dissertazione sul “nostro Io” e su Cartesio, una stucchevole rivendicazione dell’inossidabile marchio liberal-socialista della testata da lui portata in edicola il 14 gennaio del 1976 e l’ardita attribuzione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di una buona vicinanza alle “esigenze liberal-socialiste”. Prima, doppia frase: “Se la proprietà non riconosce più questi valori vuol dire che il giornale non c’è più, è un altro oggetto che ha cambiato totalmente il soggetto. Questo può avvenire, ma in tal caso spetta in primis al Fondatore di avvertire quanto è accaduto e trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze”. Seconda, doppia frase, posta intenzionalmente alla fine dell’articolessa: “Repubblica è un fiore all’occhiello sempre fresco dopo quarantaquattro anni. Prima dei cento non si può appassire”. Insomma, come aveva fatto quando Carlo De Benedetti gli impose il torinese Ezio Mauro, come fece quando i figli di De Benedetti gli imposero il milanese naturalizzato torinese Mario Calabresi e come ha fatto più recentemente quando i figli di De Benedetti gli hanno imposto il milanese Carlo Verdelli, Eugenio Scalfari fa buon viso a cattivo gioco anche adesso che i nuovi padroni di Repubblica, gli eredi dell’amico Gianni Agnelli, gli hanno soffiato sotto il naso Verdelli ...

    data: 26/04/2020 17:45  

  • IL CORONAVIRUS LO VUOLE ADULTO MA SCURATI NON CI STA

    data: 30/03/2020 19:54

    Quello di confondere la propria con le altrui vite ed esperienze è un vecchio vizio di Antonio Scurati. Un vizio purtroppo tipico di una certa generazione di intellettuali (e non solo) che naturalmente si ritengono al centro del mondo e, soprattutto, sono convinti che il mondo sia cominciato nel momento in cui essi hanno acquistato capacità - diciamo così- di intendere e volere.
    Oggi, sul Corriere della sera, il cinquantenne “scrittore e accademico italiano” – vincitore l’anno scorso del Premio Strega con il controverso M: Il figlio del secolo – ci ricasca. Firma un’intera pagina, con richiamo in prima, sull’emergenza sanitaria Coronavirus e sul cambiamento delle abitudini, in specie a Milano, da essa determinate. “E’ finita un’epoca”, dice il titolo: “La storia ci vuole adulti”. Scurati, cioè, afferma che il Coronavirus imporrebbe, non a lui solo, di diventare adulti. Lo imporrebbe evidentemente a gente che adulta non è diventata, nonostante l’età. E nel sommarietto si spiega: “I cinquantenni in coda per il pane hanno avuto solo drammi interiori, cellulari e case al mare, più cani che figli".
    Clamorosamente significativo (di una arrogante saccenteria e, insieme, di notevole scarsezza di autostima) la chiusura dell’articolo: “Getto un ultimo sguardo dalla finestra ai miei coetanei cinquantenni, ai miei concittadini milanesi, ai miei ragazzi improvvisamente invecchiati: quanto sono grandi e patetici con le loro scarpe da runner e le loro mascherine chirurgiche. Provo pietà, li comprendo, li compatisco. Fra pochi secondi sarò in coda insieme a loro”.
    Insomma, Scurati dice di compatire e di provare pietà per quelli come lui (cinquantenni e milanesi, anche se nato a Napoli). Ma c’è da disperare che, almeno lui, possa “invecchiare”, nel senso di divenire adulto, di non viversi più come se fosse al centro del mondo e, soprattutto, di non pensare più che la vita, la realtà, la verità siano cominciate e siano state svelate… nel momento in cui lui ha deciso di scrivere questo pezzo per il Corriere e il Corriere ha deciso di pubblicarlo.
    Infatti Scurati questo rapporto, un po’ disturbato e visionario, col mondo l’ha sempre avuto. Scurati è sempre stato così. Ecco qui di seguito un mio scritto del 2008 a proposito del suo saggio “La letteratura dell’inesperienza” (sottotitolo: “Scrivere romanzi al tempo della televisione”). Colui che ha scritto quel saggio dodici anni fa, a 38 anni, è indubbiamente lo stesso, con lo stesso, identico tasso di autoreferenzialità, che ha vergato a 51 anni, l’articolessa pubblicata oggi dal Corriere.

    SCRIVERE AL TEMPO
    DELLA TELEVISIONE
    di Beppe Lopez
    (www.infodem.it, 31 maggio 2008)

    Romanzo d’invenzione e romanzo storico (biografico o autobiografico). E’ di Angelo Guglielmi il merito di aver introdotto questa fondamentale distinzione nel recente dibattito sulla “letteratura dell’inesperienza” attivato dall’omonimo saggio di Antonio Scurati (NELLA FOTO) - pubblicato da Bompiani col programmatico sottotitolo: “Scrivere romanzi al tempo della televisione” - e troppo in fretta archiviato. Un dibattito che, peraltro, avrebbe potuto/dovuto essere colto come ennesima occasione per riflettere, in generale, sui contenuti della scrittura e della comunicazione in Italia.
    Sostiene Scurati: no, non è vero che il rapporto fra letteratura ed esperienza sia venuto meno “per motivi accidentali – perché oggi chi scrive romanzi avrebbe ‘vissuto poco’, ‘conoscerebbe poco il mondo’ etc”. In realtà, per lui, “è la struttura stessa dell’esperienza a essere andata distrutta nelle condizioni di vita della società tardo-moderna”.
    E se la gran parte degli scrittori non riescono più a fare romanzi che abbiano un qualche legame con la realtà, con l’“esperienza”, la colpa non sarebbe, come pure si è portati ragionevolmente a credere, di un ceto di intellettuali – si può dire? borghesi – più o meno colti, sofisticati, autoreferenziali, inesperti della vita reale, della sofferenza e della fatica/passione di capire, di farsi capire, di dare il proprio contributo al comune sentire, all’immaginario collettivo, alla “cultura di massa”, alla politica, al progresso sociale e scientifico.
    La colpa non sarebbe di un paio di generazioni di scrittori figli di una borghesia senza speranze, disincantata, tutta concentrata ad elevare un muro di benessere e di privilegi fra sé e il resto del mondo, e quindi miope e alienata. La colpa non sarebbe di un centinaio di creatori di artificiose trame, di falsi problemi e di improbabili personaggi per i quali è preistoria e illusione l’idea di poter cambiare il mondo o, meglio, del dover essere, comportarsi e scrivere come se il mondo potesse essere cambiato, in bene o in meglio, da ogni nostro più piccolo gesto e a maggior ragione da ogni nostro libro.
    La colpa, afferma Scurati, è del mondo complessivamente “inesperto”, della società mediatica e globale, della cultura di massa. Non dei letterati ma dell’inarrestabile regresso/regressione della modernità. Insomma della realtà, degli “altri”, della gente vittima inconsapevole e a volte complice consapevole.
    Questo, più o meno, è quello che si ricava dal volumetto che ha subito suscitato una discussione importante perché ci riguarda tutti, investendo sì i letterati o, meglio, gli scrittori di romanzi ma in quanto più o meno estranei o estraniati o invece rappresentativi della cultura e del costume, della disperazione e delle speranze della collettività se non dell’umanità. Scurati parla di un processo che si sarebbe avviato “con la nascita stessa del Moderno”, per il quale “oggi, più viviamo più siamo inesperti della vita”, in considerazione del fatto che “il mondo si traduce in esperienza laddove il reale è adeguatamente reso da una narrazione” e dell’“incapacità di fare e trasmettere esperienza tipica dell’uomo contemporaneo”. L’espropriazione dell’esperienza sarebbe già “implicito nel progetto fondamentale della scienza moderna”, la quale difatti “separa verità di fatto da verità di ragione”. E poi c’è stato naturalmente, devastante, “il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa… l’imponente crescita di forme di esperienza mediata…”. In sintesi: “Tutti i principali fattori storici che producono l’inesperienza moderna producono anche la cultura di massa come cultura specifica della società dell’inesperienza”. E questi fattori sarebbero “principalmente tre: il capitalismo trionfante, le tecnologie del visuale artificiale, la comunicazione intesa come logica culturale, propria delle nuove tecnologie della visione”.
    Dunque, tre fattori e tre campi: la politica (economica), la scienza (tecnologica), la cultura (della comunicazione). Tre campi e tre figure di intellettuali: il politico, lo scienziato, lo scrittore. Si può dunque opporre a Scurati che tutt’e tre queste figure sono abilitate e attrezzate alla elaborazione diretta delle politiche, degli sviluppi tecnologici e delle logiche culturali, e comunque della cultura di massa, che per definizione non può escludere nessuno, a priori, dal parteciparvi anche solo servendosene. Certo, questo apporto è rilevante o marginale o nullo, a seconda del livello di consapevolezza, determinazione ed efficacia derivante dai singoli caratteri, dalle storie personali, dalle esperienze di ambiente familiare e sociale, e quindi dalle risorse e dalle opportunità concretamente conquistate e a disposizione.
    Ma tutto questo dipende non solo ma innanzitutto proprio da lui, l’intellettuale. E, in un passaggio del suo ragionamento, allo stesso Scurati sfugge felicemente che “ci piaccia o non ci piaccia, la cultura di massa siamo noi. Non possiamo sottrarci a essa”. Proprio così. E si potrebbe aggiungere che, da un punto di vista – possiamo dirlo? – democratico, la cultura è di massa o non è. Una cultura che non esclude da un canto qualità e valori diffusi, e dall’altro capacità, pratiche, ruoli e sedi di elaborazione di altissimo livello specialistico e scientifico. Del resto, quando essa non è “di massa”, quando nega la sua fondamentale caratteristica collettiva, la sua identificazione con l’umanità, con le sue aspettative, con i suoi bisogni, con i suoi problemi e con le sue speranze, cosa rimane della “cultura” se non autoreferenzialità e subalternità ai potentati economici e strategici?
    Insomma, “la cultura di massa siamo noi”. Scurati, rispetto agli altri scrittori della sua generazione, “la prima a essere cresciuta con la televisione, una generazione di uomini per i quali la guerra è stata una serata trascorsa in salotto davanti alla televisione sorseggiando birra fresca”, ha la qualità, la sensibilità e il merito di interrogarsi, di chiedersi “cosa debba essere una letteratura senza comunità, senza contenuto, senza mondo, se non vuole tradire l’inesperienza su cui si fonda”. Lui cerca di darsi anche una risposta, di “fare”: ad esempio, scrivendo “un romanzo che non ripudiasse di nascere al tempo della cultura di massa ma che non accettasse la nascita come un privilegio, che le appartenesse ma che le resistesse”. Nel momento in cui, come sembra voler fare, Scurati uscisse del tutto dalla gabbia di questo “privilegio” epocale, generazionale, probabilmente anche familiare e socio-economico, si accorgerebbe che fuori dalla vita e dalle pratiche culturali della sua “generazione” di scrittori una comunità c’è, che per trovare i “contenuti” basta uscire di casa non solo però per chiudersi in un centro studi sui linguaggi del cinema, della fotografia e della televisione, e che il mondo continua a vivere e a soffrire e a fare esperienza. Di guerra e di pace, di ricchezza e di povertà, di privilegi e di ingiustizie, di subalternità e di riscatto, di omologazione e di identità. E una via d’uscita, specifica, concreta, dal suo campo di osservazione che è la scrittura e la narrazione, Scurati la intuisce, anche se solo a pag. 77 del suo ragionamento di 78 pagine: “il romanzo storico”. Ma ha il torto di liquidarla come un ipotetico “sentiero da percorrere”. Punto.

    Invece era forse proprio di qui che sarebbe dovuto partire il suo ragionamento, per non rischiare l’autoreferenzialità generazionale e persino mediatica. Come faceva del resto Guglielmi, prendendo a pretesto il suo scritto - su La Stampa del 27 gennaio 2007 – con una lunga nota significativamente intitolata: “Nelle vite già vissute il futuro del romanzo”. Colui che fu uno dei protagonisti dell’esperienza del Gruppo ’63 e poi l’inventore di una delle più felici stagioni della televisione pubblica italiana, come direttore della Rete Tre, ridimensiona innanzitutto l’affermata strettissima attualità del problema-inesperienza e la sua pressoché definitiva identificazione con i moderni mezzi di comunicazione di massa e in particolare con la Tv, fissandone la nascita “agli ultimi decenni dell’800, quando a cominciare da Cézanne, Flaubert e Mallarmé l’arte voltò le spalle alle firme della natura non più riconoscendosi nelle manifestazioni del verosimile”. Guglielmi ricorda, fra l’altro, ciò che disse Luciano Anceschi proprio degli scrittori del Gruppo ’63: “Hanno contribuito fortemente a delineare un campo in cui la nostra vita trovava impulso e calore”.
    Ma, soprattutto, Guglielmi parte proprio da dove Scurati si ferma. “Le difficoltà di fare romanzo oggi possono essere superate (o comunque affrontate) chiedendo aiuto alla memorialistica (biografica o autobiografica) o a eventi della nostra storia (pubblica o privata) appartenenti al nostro passato (più o meno antico o recente)”. Certo, “con la modernità gli uomini hanno perduto l'esperienza delle cose”. Certo, “le cose si sono allontanate e hanno perduto la possibilità di continuare a essere riconosciute come la sede del senso (il luogo dove i significati si rivelano). Ma “il racconto della storia di un personaggio realmente vissuto conserva quella suggestione di verità che in genere manca al romanzo di invenzione”. Ecco una distinzione assente in Scurati: c’è romanzo e romanzo, e ci sono, prima ancora, diverse tipologie di romanzo, diversi approcci al mestiere di narratore.
    Probabilmente il discorso del giovane, dolente teorico della “letteratura dell’inesperienza” va più correttamente riferito al solo “romanzo d’invenzione”, non a caso genere ossessivamente praticato dalle ultime e dall’ultimissima generazione di narratori italiani. “La solita cosa, ben confezionata, tipica di buona parte di autori inutili che circolano in Italia”, di cui ebbe a parlare Roberto Cotroneo. Il “deserto popolato d’infiniti sottoprodotti letterari, anche rifiniti nel loro formalismo, ma terribilmente inutili”, denunciato da Luca Canali. La “saturazione di tanti romanzi di decorosa e inappellabile mediocrità”, lamentata da Giovanni Tesio. Trattasi del lascito o del vuoto seguito alla scomparsa dei Pasolini e dei Moravia, e dell’attivismo della gran parte dei giovani titolari del neo-potere editoriale e dei neo e neo-neo-avanguardisti affascinati dalla visibilità mediatica, protagonisti delle collane editoriali, dei salotti, delle classifiche di vendita, delle paginate culturali, delle incursioni giornalistiche, delle “cronache letterarie”, degli schermi televisivi, dei laboratori di scrittura creativa, ecc., estranei e comunque dimentichi, quando non consapevolmente ostili alla lezione e alla temperie culturale, sociale e politica degli anni Sessanta (“Certamente la sua eco”, ammette lo stesso Scurati, “era di nuovo già spenta quando chi ha la mia età si pose per la prima volta il problema di cosa scrivere, e quello ad esso collegato: per chi scrivere?”).
    La prosecuzione del ragionamento di Guglielmi è pertinente e illuminante. “Lo scrittore ha perduto da tempo il ruolo (che fino a ieri gli era attribuito) di dispensatore di verità e lo ha perduto quando ha scoperto che per ogni domanda sono possibili più risposte tra le quali sceglierne una, come fa il romanzo di invenzione, è infilarsi in una stretta soffocante anzi è, inevitabilmente, scegliere la strada della manipolazione mistificatoria. Il romanzo biografico o autobiografico consente al contrario di non scegliere giacché consiste nel raccontare la storia di una vita già vissuta che, per i segni oggettivi che ha lasciato, non deve elemosinare da nessuno il riconoscimento di realtà (o meglio lo stato di cosa accaduta)”. Del resto, “non è vero che scrivere di una cosa già vissuta sia compiere una operazione cronachistica e di pura documentazione. Noi non sappiamo chi siamo (e dove andiamo). Ciascuno che guardi nella propria vita scopre una serie di atti e eventi slegati ognuno dei quali recita per sé; una serie di atti che spesso si contraddicono e rischiano l'insensatezza; di ricordi che mentono, di convinzioni che ingannano. Le vite degli uomini sono irriconoscibili. L'irriconoscibilità apre spazi alla creatività (e fantasia) dello scrittore che a partire da quelle vite può puntare a scoprire e trasmettere nuova conoscenza e comunicare possibili suggestioni di autenticità”.
    Quanta distanza dal viluppo di “inesperibilità” di Scurati! I dubbi e i tormenti che lo hanno portato a teorizzare l’impraticabilità di una “letteratura dell’esperienza” fanno onore a questo colto e sofisticato intellettuale (che peraltro ci ha fornito apprezzate prove di romanziere di invenzione e di successo). Ma se condizioni come “il senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale”, “la voce anonima dell’epoca” e “l’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il pubblico” – citazioni da Calvino – “per gli scrittori della mia generazione è come se non fossero mai esistite perché non le abbiamo mai conosciute”, non è detto che la questione sia oggettivamente epocale e non soggettivamente generazionale o sub-generazionale.
    E poi, ammesso e non concesso che non ci sia niente più di vissuto da narrare - o, com’è più realistico dire, non si abbia o si ritenga di non avere niente di vissuto da trasferire in romanzo – perché uno lo deve narrare per forza e fare per forza il romanziere? Perché “infilarsi in una stretta soffocante” che porta inevitabilmente, come giustamente sostiene Guglielmi, a “scegliere la strada della manipolazione mistificatoria”? Ci sono tante altre cose che un uomo e un intellettuale può utilmente fare per sé e per la nostra società, vivendo esperienze, partecipando alle esperienze degli altri, e magari scambiando con essi “impulso e calore”. Anche al tempo della televisione.
     

  • RIPARTIRE DALLA CENTRALITA' DEI COMUNI

    data: 19/01/2020 17:28

    C’è chi crede (o vuole far credere) di aver fatto una rivoluzione epocale riducendo il numero dei parlamentari. E c’è chi ha votato obtorto collo il provvedimento, ottenendo (o facendo credere di aver ottenuto) in cambio una futura riforma elettorale non meglio definita, una futura revisione dei collegi elettorali e future modifiche ai regolamenti parlamentari. Ma sia chi ha punito la “casta” e centrato un proprio antico obiettivo, sia chi ha fatto buon viso a cattivo gioco per garantire (e garantirsi) la prosecuzione della legislatura si sono accontentati di poco. Hanno volato basso. Hanno pensato solo a se stessi e non al paese, non riuscendo ad andare oltre un minimo di accenni e contrasti sul carattere proporzionale o maggioritario della futura legge elettorale, dividendosi o accordandosi in base al rispettivo interesse elettorale e alla presumibile ripartizione del consenso popolare. Non hanno colto l’occasione, nemmeno a parole, nemmeno propagandisticamente, per alzare il tiro inserendo il dato quantitativo della riduzione di deputati e senatori nella grande, sempre elusa questione del riassetto globale delle nostre istituzioni.
    “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, afferma la Costituzione vigente. La Repubblica è una. Non puoi spostarne o modificarne o eliminarne un pezzo, senza considerare il resto. Si tratta di vasi inevitabilmente comunicanti e interdipendenti. Quindi c’è poco da ragionare o, come succede più frequentemente, da sragionare di volta in volta su un singolo aspetto della grande questione: il numero dei parlamentari o le cosiddette autonomie regionali differenziate o gli scandali dei rimborsi ai consiglieri regionali o l’abolizione del voto polare per le Province (ma non delle Province) o le macroregioni o le città metropolitane o la crisi dei Comuni, con un sacco di responsabilità sempre più pesanti sulle spalle e con sempre minori risorse…
    Non a caso il primo elemento della formulazione introdotta dalla pur sciagurata riforma del titolo V nel 2001 sono proprio i Comuni. Non a caso, trent’anni prima, quando nel 1970 si crearono le Regioni con ventiquattro anni di ritardo rispetto al disposto costituzionale, il dibattito si imperniò in particolare sulla valorizzazione dei Comuni, ai quali sarebbero dovuti andare tutti i compiti (e le risorse) per le cose da fare sul territorio, al servizio concreto dei cittadini, mentre le Regioni avrebbero dovuto concentrarsi virtuosamente sul ruolo legislativo e sulla programmazione e coordinamento dello sviluppo regionale. E al posto delle vecchie Province, dal canto loro, sarebbero dovute sorgere agenzie, consorzi e comunque organismi snelli a dimensione territoriale variabile, sulla base di specifiche esigenze e vocazioni sovracomunali.
    Sino alla fine dello scorso millennio c’è stato sempre qualcuno (in realtà, voci clamanti nel deserto e perlopiù mal sopportate) che ritirava fuori la mitica Repubblica delle Autonomie, con il passaggio da uno Stato verticale, centralizzato e romano-centrico, ad uno orizzontale, decentrato col principio di sussidiarietà e più vicino ai cittadini. Con lo snellimento del Parlamento nazionale (toh, magari con meno deputati e senatori). Col graduale passaggio di poteri, funzioni e risorse dal centro alla periferia. E con Comuni dotati finalmente di “compiti organici, poteri effettivi, reali possibilità di programmare e gestire in modo efficiente e responsabile i servizi pubblici, l'assetto e l'uso del territorio, lo sviluppo economico locale” (Ufficio Enti locali della direzione del Psi, 1978). Ma già nel 1982, dopo due legislature regionali, si registrava il fallimento di quel disegno e di quelle speranze, con le Regioni pigliatutto, le Province rimaste saldamente in piedi con maggiori competenze che per il passato, gli enti intermedi tentati e falliti, e i Comuni tenuti a pane e acqua (Rapporto sullo stato delle autonomie, a cura del ministero per gli Affari regionali).
    Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. Il Parlamento messo sempre più in crisi da una logica maggioritaria che premia il leaderismo, l’uomo solo al comando, con deputati e senatori in funzione ancillare e di spingibottone. Le Regioni, similmente, ridotte a campo di strategie e tattiche politiche da potenti “governatori”, mentre i consiglieri regionali non possono che occuparsi precipuamente di potere, di gettoni di presenza, di rimborsi e, scivolando scivolando, di mazzette. Le Province sono notoriamente abolite-e-non-abolite, impossibilitate a operare e addirittura rimpiante. Completano il quadro i 7.915 Comuni italiani, molti in dissesto finanziario, tutti con gravi problemi di operatività, sia per quello che riguarda le risorse finanziarie, sia il personale, sia i mezzi e le strutture a disposizione.
    Che si può fare, allora? Abbastanza poco, finché il panorama di partiti e movimenti sarà così come lo vediamo, frantumato e fragile. Riforme globali possono venire solo da partiti forti e leadership solide. Intanto, potrebbe servire a qualcosa un movimento di sindaci che - anziché servirsi della carica per contare di più nei rispettivi partiti o movimenti, o per conquistare di tanto in tanto qualche titolo di giornale - lavorino per imporre nell’agenda politica il tema della centralità dei Comuni.

    (*) Dal Fatto Quotidiano del 14.1.2010
     

  • SI APRE UNA BUCA, STRADA INTERROTTA,
    PAESE BLOCCATO PER TRE ANNI.
    AH, SE CI FOSSE ANCORA LA PROVINCIA

    data: 09/12/2019 17:05

    I recenti disastri e tragedie hanno acceso i riflettori sullo stato di viadotti, ponti e strade in Italia, producendo polemiche, piani di intervento straordinario e, di nuovo, duri scontri sulle grandi opere. Ma il degrado del territorio è anche un antico, diffuso problema di piccole storie e di omessa manutenzione.
    Via Carolano, per esempio. A trenta minuti dal Colosseo, non è una qualsiasi stradina di campagna. Dal centro storico di Montelibretti scende verso la vecchia Salaria. E’ una delle sole due arterie che collegano una comunità di cinquemila persone, alla nuova Salaria da un canto e alla Palombarese dall’altra. E’ anche la strada che porta al cimitero del paese. E’, anzi era lì l’importante capolinea Cotral per Monterotondo, per la stazione di Passo Corese e, dal centro storico, per la città nuova, distante un chilometro circa.
    Ma, da ventidue mesi, via Carolano non è più praticabile. A causa di una frana, è stata interrotta e transennata. La natura si è reimpossessata degli spazi. E, se tutto va bene, il periodo di isolamento di questa comunità non terminerà prima di luglio del 2020. Così come non termineranno i disagi e le difficoltà di collegamento causati all’intero sistema di comunicazione stradale e di commerci che quotidianamente si sviluppa fra la Salaria e la zona di Palombara e Tivoli.
    L’autobus, essenziale per i numerosi pendolari montelibrettesi che lavorano a Roma, per i ragazzi che vanno a scuola e per anziani, malati e disabili, non può più arrivare in via Carolano per farvi la necessaria inversione di marcia. Il capolinea è stato spostato e l’inversione deve essere effettuata un po’ prima, a un crocevia stretto e pericoloso. Ma la Cotral, a cui pure capita di chiudere i bilanci in attivo, sostiene di non avere personale a sufficienza per supportare nella manovra gli autisti. Così, ogni mattina fra le 6 e le 8, e poi fra le 13.30 e le 15, alcuni volontari, compresi quattro amministratori comunali, devono essere lì per far compiere quella manovra in sicurezza.
    Tutto è cominciata la sera del 7 giugno del 2016. Un’auto con due ragazzi sprofondò di muso in una buca, improvvisamente apertasi. Forse per la pioggia, si pensò. La buca fu coperta. Ma otto mesi dopo, nel febbraio 2018, la cavità si riaprì, rivelando un grottone sotterraneo o forse più grotte formate nel tempo, sotto la strada, da piccole sorgenti d’acqua. Per cui si transennò l’arteria.
    C’era da intervenire con urgenza. E invece no. Via Carolano non è di competenza comunale: è una provinciale. Ma la Provincia, la vecchia, bistrattata Provincia, a elezione diretta, con consiglieri e assessori votati sul territorio, attenti ai disagi dei cittadini, pronti e interessati a intervenire - come si sa - non c’è più. Ora c’è la Città Metropolitana di Roma Capitale e, malauguratamente, nel Consiglio Metropolitano a elezione di secondo grado, non c’è nessuno che rappresenti questo comune confinante con il Reatino. Per cui: si, vabbè, stiamo vedendo… E così, fra contatti istituzionali, pigri sopralluoghi, forse anche qualche carotaggio e ritardi motivati formalmente dal triplice vincolo che grava sulla zona (idrogeologico, archeologico e paesaggistico), sono trascorsi già ventidue mesi.
    I soldi necessari all’intervento, circa 300 mila  euro, sarebberoo stati già stanziati. Ora è alle viste la gara d’appalto: il termine di scadenza per la ricezione delle offerte è stato fissato per le ore 9.00 del 17 dicembre. I lavori dovrebbero iniziare in gennaio ed essere conclusi in sei mesi.
    Sperando che tutto ora proceda celermente, l’evanescenza del nuovo sistema amministrativo provinciale avrà costretto a disagi molto seri per ben tre anni un insieme di comunità e un flusso di traffico rilevante, a causa di una buca o un grottone.
    E a conferma della necessità – acclarata da mezzo secolo (più o meno dall’istituzione delle Regioni nel 1970) - di dare finalmente consistenza alla capacità di intervento pubblico per le esigenze e le problematiche di livello intermedio fra quello comunale e quello regionale.

    (*) da Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2019)

  • UNA SENTENZA RINVIATA
    12 VOLTE IN 8 ANNI

    data: 01/11/2019 18:39

    Una sentenza relativa a una vicenda di vent’anni fa, pronta per la decisione da otto anni e che da otto anni – per dodici volte! – viene rinviata per la “precisazione delle conclusioni”. E una seconda sentenza, strettamente collegata alla prima e riguardante la stessa vicenda, anch’essa pronta per la decisione da otto anni e che da otto anni – per dieci volte! – viene rinviata per la “precisazione delle conclusioni”.

    Capita anche ad avvocati e giuristi col pelo sullo stomaco, quando ne vengono a conoscenza, di fare un salto dalla sedia. Non si tratta, in tutta evidenza, di una questione di mera carenza di organici. Non a caso la vicenda tocca nervi sensibili – il diritto del lavoro, in pratica diritti e danaro sottratti a lavoratori, e l’informazione – in una regione come la Basilicata con bassi indici di sviluppo economico e sociale. Non a caso il tutto avviene in un tribunale, quello di Potenza, costretto ad operare in un contesto di radicata autoreferenzialità territoriale, quasi da piccola repubblica a se stante, e di conclamati, aggrovigliati intrecci fra malversatori e istituzioni. Non a caso, infine, è identico il paradossale iter, in relazione alla stessa ventennale vicenda – il fallimento dell’azienda editrice di un quotidiano, La Nuova Basilicata – delle due cause: quella riguardante complessivamente il fallimento e quella attivata individualmente dal direttore responsabile della testata.

    I fatti. Siamo negli anni Novanta del secolo scorso. Il mondo dei quotidiani (cartacei) in Italia non era disastrato come oggi. Non solo non chiudevano, ma addirittura ne nascevano di nuovi. Infatti nel 1996 erano 115, l’anno successivo 119 e quello ancora successivo 122. Io ritenevo e scrivevo almeno da un ventennio che solo la nascita di forti giornali locali (non i “panini” o le “pagine locali”) avrebbe consentito di attenuare il “crollo” che si intravedeva all’orizzonte e comunque la crisi – culturale, democratica e occupazionale – già in atto. A seguito del boom televisivo, affermavano i più. Certo, ammettevo e scrivevo io, ma soprattutto per una arretrata cultura editoriale e giornalistica incapace di concepire (e fare) quotidiani in termini di prodotti utili, di servizio, di mercato.

    Così come avevo fatto alla fine degli anni Settanta, quando abbandonai la Repubblica per andare a fare il “primo giornale locale moderno” nella mia regione di origine, nel sonnacchioso Salento (il Quotidiano ruppe un secolare monopolio), nel 1998 decisi di occuparmi della contigua Basilicata. Era l’unica regione italiana senza un proprio quotidiano. Un buco nel “mercato” editoriale e pubblicitario. Proprio su questo premetti, riuscendo a mettere insieme una decina di giornalisti (per metà locali, per metà romani, baresi e leccesi), un piccolo imprenditore locale che si occupava di alberghi e di una piccola emittente televisiva, l’Agenzia dei Giornali Locali del gruppo Espresso-Repubblica e la società di raccolta pubblicitaria Manzoni.

    Il 23 giugno 1998 era in edicola il primo numero de La Nuova Basilicata: un miracolo, “giornale popolare, cioè di tutti”, di grande vivacità e compostezza grafica, di taglio rigorosamente professionale; intreccio sistematico di alto/basso, nazionale/locale, serietà/leggerezza. Ovviamente una vera rivoluzione nella regione, sino ad allora priva di una propria voce, che però sorprese per la sua qualità l’intero mondo editoriale e giornalistico italiano. La Nuova in pochi mesi si impose come prodotto popolare e di servizio, e come libero e temuto interlocutore delle istituzioni locali. Per chi materialmente lo faceva ogni giorno – un piccolo gruppo di giornalisti, poligrafici e impiegati – una impresa entusiasmante e una fatica del diavolo.

    Ma dopo circa un anno, in occasione della scadenza dei primi contratti giornalistici a costi agevolati (e a retribuzione bassa), consentiti dal patto Fieg-Fnsi finalizzato ad agevolare la nascita della nuova, coraggiosa iniziativa editoriale, avvenne però la rottura del rapporto fino ad allora perfetto fra l’editore e la redazione da me guidata. Non volendo sottoscrivere, come da accordi, la trasformazione di quei contratti provvisori e agevolati in contratti definitivi, ne pretendeva la chiusura, a cominciare da quelli sino ad allora operativi con i giornalisti più bravi e indipendenti e quindi a lui più antipatici. Proprio quelli che sino ad allora avevano dato l’anima per l’affermazione della testata e che solo potevano garantire, in Basilicata, la sua sopravvivenza e l’ulteriore penetrazione nel mercato. Come direttore, mi opposi drasticamente: per il rispetto dei colleghi, per il bene della testata e per la salvaguardia dello stesso interesse aziendale.

    In breve: licenziamento in tronco, non motivato. E incomprensibile – solo qualche settimana prima mi era stato garantito il contratto addirittura per dieci anni – se non per strozzare sul nascere una realtà professionale e culturale che stava già operando virtuosamente per portare trasparenza e partecipazione in un contesto segnato da opacità e separatezza: da una parte, pochi privilegiati, amici e amici degli amici; dall’altra, la massa di cittadini disinformati e costretti a vivere perlopiù in condizioni di arretratezza culturale ed economica. E questo, nonostante le rendite assicurate alla regione in particolare dal petrolio e dall’acqua, oltre che da un fiume di contributi pubblici (nazionali ed europei) che però finivano e, forse, finiscono ancora sempre nelle stesse tasche.

    L’ultimo numero del giornale da me firmato porta la data del 27 marzo 1999. Da allora sono stati allontanati la totalità dei giornalisti che avevano dato vita all’iniziativa, progressivamente ridimensionata e cancellata come elemento di modernizzazione e democratizzazione nella regione. Quel foglio è stato risucchiato nello status quo imposto ai lucani da una classe dominante ristretta e ingorda che, per continuare a lucrare privilegi e rendite parassitarie, li ha isolati dal contesto nazionale civile e per molti aspetti persino legale, come testimoniano gli “scandali” e gli episodi di corruzione che periodicamente scoppiano in quella pur nobile e bellissima regione.

    E sono state avviate le due vertenze. La prima, su mia iniziativa, a seguito delle gravi, molteplici mancanze dell’editore (licenziamento immotivato, mancato reinsediamento, mancato pagamento delle retribuzioni, mancata tutela legale pur contrattualmente garantita, carte falsificate, decreti ingiuntivi disattesi, ecc.). E, a seguire, quella sul fallimento aziendale, al quale ne è seguito un altro (o altri due, non so), in conseguenza di una gestione, diciamo così, avventurosa e spregiudicata (che però non ha impedito al tribunale di Potenza di assolvere nel giugno 2017 l’editore dal reato di bancarotta fraudolenta).

    Intanto La Nuova Basilicata diventava La Nuova del Sud, si riduceva a modesto “panino”, l’amministratore diventava il figlio dell’editore, di cui poi prendevano il posto altri suoi sodali… Si accumulavano così vent’anni dal mio licenziamento, con rinvii e fascicoli ripetutamente inseriti in coda nel calendario delle udienze, il fallimento, le deposizioni tardive, le verifiche dello stato passivo e infine gli otto anni di rinvii di ufficio per la “precisazione delle conclusioni”.

    La situazione oggi è questa: 1) la mia causa contro l’editore Donato Macchia – pronta per la decisione sin dall’11 maggio 2011e poi rinviata dal giudice per dieci volte – sarà discussa o, come è più prudente dire, visti i precedenti, dovrebbe essere discussa il prossimo 4 novembre; 2) per la causa contro il fallimento della società editrice Alice Idea Multimediale – pronta per la decisione sin dal 2 luglio 2011e poi rinviata dal giudice per dodici volte – la prossima udienza è fissata al 22 gennaio 2020.

    Al di là delle vite, non solo professionali, coinvolte e travolte da vicende come questa, si conferma netto il criterio di funzionamento del sistema, a suo modo logico e puntuale: vietato promuovere modernizzazione e democratizzazione, specie in un settore così incisivo come l’informazione, in aree che dovrebbero essere e restare votate all’isolamento, nella “retroguardia” dell’assetto sociale e culturale nazionale. Sei un giornalista che ha acquisito competenze e indipendenza a Roma? Allora ci rimani, fa’ la tua comoda carriera, accontentati della visibilità e degli agi che Roma o Milano può garantirti e non metterti in testa di andare a smuovere le acque, per esempio, in Basilicata. Lascia stare. Altrimenti scatta la punizione: la conclusione violenta e illegale del contratto, l’impunità del violatore, la disoccupazione, la solitudine, i problemi economici… Si pensi a quella decina di ragazzi che si erano messi in testa di fare un giornale moderno e democratico, negli anni Novanta, là dove si fermò Cristo, e i problemi che si sono creati dovendosene poi tornare scornati e disoccupati nelle rispettive sedi (Bari, Lecce, Roma, Milano…).

    Anch’io, che ero – o meglio sembravo – il più garantito, ho dovuto fra l’altro affrontare da solo, per molti anni, le rogne e le spese di otto procedimenti giudiziari accumulati come direttore responsabile de La Nuova Basilicata, nonostante l’impegno contrattuale di copertura assunto dall’editore in materia. Ma questo e tutto il resto, anzi in toto il contratto regolarmente firmato, è come se fosse carta straccia. Totalmente inapplicato, a cominciare dal mancato pagamento di stipendi, rimborsi e liquidazione. Così, dopo vent’anni, per me e per gli altri colleghi c’è persino l’impossibilità di accedere almeno al Tfr, bloccato dai continui, scandalosi rinvii del Tribunale di Potenza che non riesce a “precisare le conclusioni” di due sentenze sentenza già pronte per la decisione. Da otto anni!

    (*) https://www.articolo21.org, 14 ottobre 2019 

  • DI MAIO E’ UNA PERICOLOSA
    MINA VAGANTE
    E PUO’ DISINNESCARLA
    SOLO GRILLO

    data: 09/10/2019 00:03

    Archiviando Salvini e le sue intemperanze formali, Conte aveva detto: “Ora, basta sgrammaticature istituzionali”. Ma se Salvini incontrava i sindacati e le associazioni di categoria al Viminale in vista della imminente legge di Bilancio, raddoppiando e sovrapponendosi agli incontri del capo di governo Conte con le parti sociali, oggi Di Maio ha fatto forse di peggio: ha convocato tutti i ministri del M5S alla Farnesina, dove si era appena insediato come ministro degli Esteri, e ha fatto la riunione del “suo” Consiglio dei ministri. Una riunione ufficiale, con foto ufficiale e dichiarazione ufficiale. “Abbiamo fatto il punto su tutti i provvedimenti da portare avanti”, ha dichiarato Di Maio, come se lui fosse Conte e al posto di Conte, o come se fosse ancora vicepresidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Ma ha fatto di più, quasi sbeffeggiandolo. Infatti lo ha ringraziato “per il lavoro che sta continuando a svolgere”, dicendosi “certo che riuscirà ad essere garante anche di questo nuovo governo". Non un presidente del Consiglio vero, come volevano i patti sottoscritti con il Pd e il Quirinale, dopo l’infausta esperienza dei quattordici mesi trascorsi a fare il “garante” fra Di Maio e Salvini: ma di nuovo “garante”, questa volta fra Di Maio e Zingaretti.
    Si sapeva che sarebbero stati due i principali avversari della tenuta del governo, che lunedì o martedì dovrebbe ottenere il voto di fiducia alle Camere, consentendo al Paese di tirare almeno un sospiro di sollievo dopo quattordici mesi d’inferno. Uno esterno: ovviamente lui, Matteo Salvini, il pentitissimo e rancoroso auto-defenestrato.
    Un secondo con un piede dentro e l’altro fuori: Matteo Renzo, il cinico movimentista fiorentino, sempre in attesa del momento giusto – ammesso e non concesso che un giorno arriverà – per sfasciare il Pd uscendone con grandi truppe e far saltare il governo, raccogliendo alle successive elezioni tanti voti da poter tornare protagonista della scena politica.
    Ma ce n’è un terzo, forse il più insidioso: proprio lui, Luigi Di Maio. Dovrebbe/potrebbe sentirsi appagato per lo scampato pericolo (elezioni anticipate, sconfitta elettorale e quasi certa defenestrazione da capo politico del Movimento) e per la posizione conservata/acquisita (capo del Movimento e nientemeno, a 33 anni, ministro degli Esteri). E invece appare ancora irrequieto, frustrato, insoddisfatto, pronto ancora a provocare, ad alzare la posta, a fare capricci, a minacciare ad ogni pie’ sospinto di fare saltare il tavolo…
    Prima che Salvini arrivasse, sorprendentemente, a presentare la mozione di sfiducia praticamente contro se stesso, cioè contro un governo e un’alleanza che gli aveva consentito di raddoppiare (alle Europee) i voti (raccolti alle Politiche), convinto di poter arrivare a elezioni anticipate e lì raccogliere dal popolo “pieni poteri”, il suo co-vicepresidente Di Maio, preso dall’irresistibile voglia di continuare a farsi dissanguare, si era dichiarato disposto a tutto pur di non essere abbandonato dal suo vampiro preferito.
    Ma il delirio di onnipotenza si era ormai impadronito di Salvini, ormai convinto di essere un drago, una Bestia, un irresistibile conquistatore in solitario delle masse ipnotizzate dalla sua propaganda. Il capitano della Lega era talmente accecato dal successo da non accorgersi che stava stravincendo invece una partita giocata in solitario. Questo grazie alla dabbenaggine del suo alleato/competitor Di Maio con “pieni poteri” sul Movimento e alla contemporanea evanescenza del centrodestra e del centrosinistra (ambedue impediti a muoversi o anche solo a fare la più piccola mossa: il primo da un bollito Berlusconi incapace di consentire la nascita di un erede politico, il secondo da un Renzi che preferiva stare a vedere, mangiando popcorn, sempre in attesa del “momento buono” e interessato acché nessuno del Pd potesse giocare e fargli poi ombra). Del resto, lo si è visto subito: è bastato che il Pd si desse almeno un volto, per quanto considerato grigio e poco sexy come Zingaretti, perché i sondaggi registrassero un primo, cospicuo aumento potenziale di voti.
    Il mondo è letteralmente crollato attorno a Di Maio quando il compagno (si fa per dire) di tante polemiche e avventure ha effettivamente presentato la mozione di sfiducia, mentre cominciava ad ergersi polemicamente come un gigante l’esile figura dell’“avvocato del popolo”. Il povero Di Maio sino all’ultimo, sino all’irreparabile, ha tentato di rimettere indietro le sfere dell’orologio. Niente. Poi ci si sono messi Prodi, Renzi, lo stesso Zingaretti (ormai rassegnato), finalmente Grillo, la pressione di mezzo Movimento (e di mezzo mondo)…
    A questo punto, Di Maio ha trasformato un rischio estremo di annichilimento personale in potenza ricattatoria, nei confronti dei suoi e del Pd, verificando che Grillo - l’unico, il Garante, in grado di fermarlo – non era (ancora) pronto a farlo.
    Ha respinto la prima, fondamentale, ragionevole richiesta di discontinuità da parte del Pd: la sostituzione di Conte. Poi ha minacciato di far saltare tutto se il Pd avesse insistito nel volere mettere un proprio vice-presidente unico accanto al presidente del M5S. Vinto! Poi si è opposto, minacciando di far saltare tutto, sia alla nomina di un sottosegretario della presidenza del Consiglio targato Pd sia, in alternativa, ad un sottosegretario di fiducia di Conte. Vinto pure questo! Anzi, ha preteso e ottenuto di mettere un proprio angelo custode, Riccardo Fraccaro, a controllare Conte e l’intera macchina di Palazzo Chigi.
    Gli interlocutori gli hanno fatto vincere tutto o quasi. La formazione del nuovo governo è un affare che riguarda il destino del nostro Paese, della nostra democrazia, del nostro vivere civile. Conte e Zingaretti in primis hanno il compito arduo di tenere a bada, dopo il provvidenziale suicidio politico di Salvini, la “bestia” Di Maio anche per conto di Mattarella, dell’Europa e, diciamo così, dell’Italia riflessiva…
    Ma il trentenne di Pomigliano è uno che non ha limiti né scrupoli. Crede di aver imparato cos’è la politica, avendone afferrato però solo il peggio, prima da parvenu in Parlamento e poi da socio di Salvini: puro esercizio di potere personale, arroganza, bugie, propaganda ,alzare al massimo la posta se si è in grado di farlo, farsi docilissimo se necessario e poi di nuovo rigido, rigidissimo… Non sa altro, non capisce altro. Crede che si faccia così (si ricordi solo il folle episodio della spregiudicata minaccia di impeachment contro Mattarella, disinvoltamente rimangiata dopo poche ore).
    E oggi, appena insediato al ministero degli Esteri, ecco la notizia della riunione con la squadra dei ministri del Movimento. Il ragazzo è fatto così. Non è colpa sua. Un po’ ossessivamente, tende a ricrearsi quello che ha perso. Specie adesso che sente il terreno mancargli sotto i piedi, dopo la clamorosa sconfitta alle Europee, con la presa di distanza di Grillo, la crescita di statura e di leadership di Conte, l’allontanamento da Palazzo Chigi, la formazione di un clima nel Movimento sempre più ostile ai suoi “pieni poteri”, al suo egotismo, ai suoi capricci, in definitiva alla sua inadeguatezza e alla sua fragilità.
    Ma il processo di ridimensionamento potrebbe essere lungo, troppo lungo. I danni collaterali potrebbero essere insopportabili, per il sistema esterno o per lo stesso Movimento. L’unico in grado di risolvere il problema è Grillo. Il Garante, in un minuto, potrebbe rimuovere il capo politico del Movimento. Finché Grillo non riuscirà ad assumersi, finalmente e sino in fondo, le proprie responsabilità, sono possibili colpi di coda o anche scatti di nervi da parte degli altri, dalle conseguenze imprevedibili (o prevedibilissime: la caduta a breve del governo, le elezioni anticipate…).
    Grillo ha preso quella caterva di voti e poi se ne è andato, ha fatto un passo di lato, delegando al Paese e al “sistema” il compito di fare i conti e di neutralizzare le conseguenze delle manchevolezze e della caratterialità dei giovani senza esperienze ai quali aveva affidato non il suo ma il nostro destino. E’ tempo, appunto, che Grillo faccia ora sino il fondo la sua parte, prima che sia troppo tardi. Dopo che la situazione sembrava già irreversibilmente pregiudicata, Salvini ha fatto un “regalo” al futuro del Paese – involontariamente e inconsapevolmente – che certamente non è replicabile.

    * 6.9.2019

  • NO, LA PIATTAFORMA ROUSSEAU NON HA ASSOGGETTATO LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE

    data: 09/10/2019 00:00

    Non si può non condividere l’allarme lanciato autorevolmente, fra gli altri, da Michele Ainis per Tutti i limiti di Rousseau (la Repubblica, 2 settembre 2019), mentre è in atto la consultazione on line del Movimento Cinque Stelle su quella piattaforma digitale.
    Nelle stesse ore in cui questa nota viene scritta, i partecipanti al “referendum” sulla partecipazione del Movimento al Conte-due avrebbero superato le 56 mila unità. “Abbiamo fatto il record mondiale di partecipazione online a una votazione politica”, ha dichiarato soddisfatto Davide Casaleggio, titolare della Casaleggio Associati e presidente dell’associazione Rousseau.
    Casaleggio e la consultazione – il cui risultato favorevole al varo dell’alleanza di governo M5S-Pd viene dato quasi per scontato – non hanno sciolto nemmeno in questa occasione le mille perplessità e le forti preoccupazioni che suscitano, la singolarità e la pericolosità, dal punto di vista democratico e costituzionale, dei rapporti fra la Casaleggio Associati e il M5S. Autentica inquietudine per le sorti della democrazia italiana hanno suscitato in particolare l’esistenza e il potere della Piattaforma Rousseau, specie da quando, alle elezioni politiche del 2018, il M5S ha preso il 32 % dei voti, la maggioranza parlamentare e la guida del governo nazionale.
    A questo portale, controllato da una società privata e commerciale, fanno capo l’operatività del Movimento, le procedure di selezione del suo personale politico (compresi i parlamentari e i membri del governo) e i processi decisionali interni. E in queste ore le 115 mila persone (o “profili”) iscritte alla Piattaforma sono chiamate ad esprimersi su una decisione fondamentale non solo per il Movimento ma per l’intero Paese: consentire la formazione di un governo fra il M5S e il Pd, e la prosecuzione di una legislatura quinquennale appena a quattordici mesi dal suo avvio. In un contesto di crisi istituzionale, di crisi dell’Europa, di ondata sovranista e autoritaria, e chi più ne ha, più ne metta…
    Centomila persone – a parte i consolidati sospetti di penetrabilità della Piattaforma e di manipolabilità dei dati - dovrebbero dunque decidere i destini di una delle più grandi potenze economiche e delle più importanti democrazie del mondo (e per ricaduta dell’Europa), della vita e del futuro di sessanta milioni di abitanti, sostituendosi a 51 milioni di elettori e in particolare al 32% di essi che votò per il M5S nel 2018. Anche dal punto di vista del legittimo diritto dei pentastellati di elaborare da sé le proprie decisioni – a prescindere dalle loro conseguenze per tutti – c’è da rilevare che in queste ore potrebbero decidere di mandare a casa anzitempo fra gli altri i parlamentari pentastellati solo l’1% (peraltro teorico) dei dieci milioni e mezzo di italiani che li inviarono come propri rappresentanti in Parlamento nel 2018.
    Ma condividere queste perplessità e preoccupazioni, ribadite in maniera convincente da Ainis anche in questa occasione, non basta per considerare perfettamente appropriata la formulazione, un po’ schematica e forse fuorviante, che egli usa per criticare e bocciare la consultazione attivata dal M5S sulla Piattaforma Rousseau (“Sei d'accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?”). Infatti, questa iniziativa, questa specie di “referendum” - certamente criticabile e bocciabile, da altri e molti punti di vista - per Ainis addirittura “assoggetta la massima espressione della democrazia indiretta (il voto di Fiducia in Parlamento) al massimo istituto di democrazia diretta”.
    E’ proprio così? E’ vero che la procedura avviata dal M5S sulla Piattaforma Rousseau “assoggetta la massima espressione della democrazia indiretta (il voto di Fiducia in Parlamento) al massimo istituto di democrazia diretta”? Che i tempi della consultazione “s’incrociano con l’agenda del presidente Mattarella, condizionandola, sottoponendola a decisioni esterne. Lui vuole far presto, e ne ha tutte le ragioni. Dovrà invece aspettare che la Piattaforma Rousseau decida di decidere”? E che “fino a quel momento qualsiasi impegno, qualsiasi dichiarazione resa al Quirinale dai vertici del Movimento è come scritta sull’acqua”?
    Qui sembrano intrecciati e confusi due aspetti della questione, invece da distinguere: uno interno al Movimento, più propriamente politico e un altro –con un più forte e immediato profilo istituzionale - riguardante i rapporti, in sede di trattative per la formazione del nuovo governo, fra il presidente della Repubblica e il Movimento, fra le altre forze politiche e il Movimento.
    Le procedure e le modalità di elaborazione di una decisione di partito o di movimento – anche riguardo la formazione di un nuovo governo – rientrano fra le prerogative e i diritti esclusivi di quel partito o movimento. Esso può autonomamente ricorrere a un comitato centrale, a un “caminetto” di correnti, alla lettura dei fondi di caffè, a una seduta spiritica, a un padre-padrone o a una piattaforma digitale. Rispetto a queste procedure e modalità è ovviamente consentito, anzi doveroso il massimo di critica e di opposizione da parte dei sinceri democratici. Laddove possibile e necessario – come per alcuni aspetti controversi dei “patti” intercorrenti fra Movimento e Casaleggio - deve essere praticata persino la via giuridica.
    Ma è Mattarella che decide l’agenda delle consultazioni e sta a lui decidere di non aspettare che Rousseau decida di decidere. Decide lui quale atteggiamento assumere di fronte all’eventuale inaffidabilità delle dichiarazioni e degli impegni assunti dai suoi interlocutori. Del resto, il presidente della Repubblica ha giustamente fatto sapere, proprio a tal proposito, sin dall’inizio delle consultazioni al Quirinale, che avrebbe tenuto presente solo ciò che si sarebbe detto nel suo studio, in sede ufficiale. Punto.
    Per lui era importante che Conte gli chiedesse di vedersi nella giornata di mercoledì per l’accettazione dell’incarico e che quella giornata a lui andasse bene. Quello che avrebbe fatto o avrebbe atteso Conte prima di andare da lui, mercoledì – una preghiera a Padre Pio, una telefonata dalla Merkel, l’esito della consultazione-Rousseau o una preghiera sulla tomba del cardinale Silvestrini – poteva non riguardargli e certamente poteva non condizionarlo. L’importante è che Mattarella, non avendo ovviamente alcun interesse a mettere il bastone fra le ruote al tentativo di Conte e sapendo di alcune sue esigenze di tempistica, compatibili con quelle del Quirinale, abbia deciso di non farsene condizionare, tanto per cominciare a livello formale e, sostanzialmente, per i contenuti e l’obiettivo delle consultazioni ufficiali.
    Similmente, dipendeva da Zingaretti decidere insieme a Di Maio quando incontrarsi, senza necessariamente dirsi i motivi per cui l’uno o l’altro non potesse fare il nuovo incontro il giorno dopo perché impegnato in un precedente incontro magari privato o perché volesse aspettare gli esiti di una seduta spiritica o di un referendum on line fra un nutrito gruppo di suoi amici e sostenitori.
    A quest’ora, mentre si aspettano i risultati finali della Piattaforma Rousseau, e dopo lunghe, ennesime giornate purtroppo segnate da analfabetismo costituzionale, furbizie, bugie e trasformismi, si può forse tirare un sospiro di sollievo e dire che le regole della democrazia parlamentare non sono state assoggettate alle sregolatezze di una approssimativa democrazia diretta e che il presidente Mattarella ha saputo gestire con stile e decisione l’agenda delle consultazioni ufficiali.
    Questo non toglie che, nel corso dell’attività del nuovo governo e comunque a risultato acquisito, si dovrà e si potrà finalmente portare a ulteriore chiarimento la questione. All’interno del Movimento e soprattutto in Parlamento, dove giace minacciosa da qualche parte una legge per l’introduzione del referendum propositivo finalizzata non a rianimare e arricchire la democrazia parlamentare, ma a superarla. Cioè ad azzerarla.

    * 3.9.2019

  • SE NASCESSE, SAREBBE UN GOVERNO CHE RENZI POTREBBE USARE COME UNA CLAVA CONTRO IL PD

    data: 08/10/2019 23:55

    Mai come in questi giorni la politica italiana era stata segnata da contraddizioni, incoerenze, “tradimenti”, colpi di coda, colpi di scena e inganni, grandi ma soprattutto piccoli piccoli. Mai si era mostrata così ingarbugliata, manipolata e poco comprensibile anche ai più raffinati esperti della materia. Un frutto avvelenato dell’incrocio, mai così determinante dalle nostre parti, fra dilettantismo e cinismo.
    Non sappiamo cosa ci riservino le mosse e contromosse del decaduto fronte di partiti, movimenti e leader nelle prossime ore. Figuriamoci nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.
    Può succedere di tutto, di minuto in minuto: il peggio inimmaginabile o il minor male. Un nuovo governo M5S-Pd o una riedizione dell’alleanza M5S-Lega. L’interruzione della legislatura con elezioni anticipate a breve o medio termine, o la prosecuzione di quella iniziata praticamente un anno fa, non sapendo sino a quando. Il truce Salvini potrebbe essere proficuamente cacciato all’opposizione oppure al contrario confermato al Viminale… E giornali, Tv, siti internet e social network – con pochissime eccezioni - aggiungono il loro decisivo contributo alla ulteriore frammentazione e al disordine, con i loro fantasiosi “retroscena”, la loro dozzinale, acritica, diuturna, ininterrotta rincorsa di pseudo-avvenimenti e pseudo-dichiarazioni, e soprattutto con le fake news.
    Ogni giorno, su ogni cosa, su ogni gesto, su ogni parola proveniente da una classe politica prevalentemente di quart’ordine (non solo dal punto di vista culturale e di professionalità politica, ma prima ancora dal punto di vista etico), si imbastiscono disinvolte “narrazioni” che cambiano radicalmente di segno di ora in ora.
    Non è nemmeno pensabile, mentre si scrive questa nota, una realistica previsione di quello che succederà stasera nelle trattative M5S-Pd sulla formazione del nuovo governo e tanto meno domani, alla fine del secondo giro di consultazioni al Quirinale. Sino ad appena qualche minuto fa, le trattative sembravano irreparabilmente interrotte, ma ora sembrano riprese, anche se sempre sul filo dei giochini di parole e delle riserve mentali…
    In tutto questo insensato bailamme, si può e si deve però registrare, fra gli altri, un elemento importante, fondamentale del sistema di interessi e contro-interessi. strategie e contro-strategie che si è messo in moto con l’apertura della crisi del governo Conte. Un elemento certamente toccato e trattato, qui e là, in qualche intervista o retroscena, ma non approfondito come avrebbe meritato. E certamente non collocato nella sua oggettiva centralità rispetto all’uscita dalla crisi, al sorprendente coinvolgimento del Pd, alla impensabile sua alleanza con il M5S e – se ci sarà – alla qualità e alla tenuta del governo cui essa potrebbe dar vita nei prossimi giorni. Questo elemento è costituito dagli interessi e dagli obiettivi di Renzi.
    Certo, tutti hanno parlato dell’iper-attivismo e delle manovre dell’ex-segretario ed ex-presidente del Consiglio, al quale fa riferimento la maggioranza dei parlamentari del Pd. Egli da mesi lavora apertamente alla formazione di un nuovo partito, tutto suo. Recentemente aveva detto che non procedeva alla definitiva fuoruscita dal partito, nel quale in effetti non è molto amato, solo perché non era ancora il momento giusto. Che, improvvisamente, il “nemico” Salvini gli ha invece involontariamente regalato con la mozione di sfiducia a Conte. Con grande prontezza di riflessi e notevole spregiudicatezza, è stato proprio Renzi - cambiando nel giro di poche ore i propri giudizi sul M5S, prima escludenti con disprezzo qualsiasi contatto con esso - ad aprire al “nemico” Di Maio, proponendo e alla infine imponendo al Pd di aprirsi all’alleanza con il M5S.
    Tutti sapevano che il segretario Zingaretti avrebbe preferito – e preferirebbe – acconciarsi direttamente ad elezioni anticipate, che promettevano la conferma della frenata nella perdita di consensi di cui soffriva il partito e, in aggiunta, gli avrebbero consentito di rinnovare la rappresentanza parlamentare del Pd in base a liste elettorali finalmente da lui preparate in quanto nuovo segretario.
    Così lo sviluppo della crisi aperta da Salvini ha visto Renzi pian piano tornare in campo da protagonista, facendo valere la propria forza parlamentare, e Zingaretti pian piano adeguarsi alla situazione di oggettivo vantaggio regalata proprio dal Capitano leghista all’esuberante, individualista e “machiavellico” politico fiorentino. Il segretario del Pd ha evidentemente man mano ceduto, accettando di aprire le trattative con il M5S, anche sulla spinta della pressione degli altri dirigenti del partito, compresi quelli a lui più vicini, quelli che mantengono una propria autonomia e capacità di spazio e manovra, e quelli più o meno vicini a Renzi; della pressione dei parlamentari del partito, prevalentemente vicini a Renzi e comunque interessati alla prosecuzione della legislatura; e forse soprattutto della pressione esterna alle istituzioni propriamente deputate alle scelte politiche. Una pressione planetaria che va dalla Ue alla Chiesa, alle principali cancellerie noccidentali, al “mercato”, all’establishment, ai sindacati ecc. ecc. perché Salvini e la Lega siano tenuti fuori dal governo, avendo fatto peraltro essi stessi l’errore della mozione di sfiducia a Conte.
    Insomma, sono ovviamente e notoriamente molteplici le cause, le motivazioni e gli interessi che animano le scelte e le mosse dei protagonisti di questa vicenda. Ma, come in tutte le vicende umane, complesse per definizione, alla fine, nel corso delle cose quotidiane, vale ciò che prevale.
    E in questa vicenda prevale questo: il governo e la maggioranza parlamentare che stanno nascendo (se nasceranno) li ha voluti fortemente Renzi, che ritiene di poterli condizionare, tenere in piedi o affossare, insomma ricattare e sottomettere ai propri interessi, ai propri tempi e alle proprie future iniziative politiche (nuovo partito o, meno probabilmente, un nuovo assalto alla segreteria del Pd). E ritiene di poterlo fare, con qualche ragione, grazie al decisivo numero di parlamentari che lui come segretario fece entrare alle Camere e che a lui sembrano essere rimasti compattamente fedeli. Così Renzi, senza dover inventarsi questa volta un hashtag tipo #zingarettistaisereno o #contestaisereno, si appresterebbe a condizionare il nuovo governo giorno per giorno, scelta per scelta, nomina per nomina, tenendolo in piedi finché e nei modi in cui gli farà più comodo.
    E’ proprio q uesto, evidentemente, ciò che Zingaretti avrebbe voluto (e chissà, vorrebbe ancora) evitare. Il segretario, sin da queste trattative e da questa fase di formazione del governo, sta cercando di individuare tutte le contromisure, i rapporti e le alleanze, non solo all’interno del partito, affinché quelli in formazione non divengano effettivamente e pericolosamente un governo e una maggioranza nelle mani di Renzi, esposti quotidianamente al potere, ai capricci e agli obiettivi politico-partitici che, dal giorno dell’insediamento del nuovo governo, Renzi riterrà di perseguire.
    Una mano d’aiuto al segretario potrebbe arrivare dal presidente Conte, che in queste ultime settimane e, per pressione proprio del Pd, in queste ore dovrebbe assumere un più preciso ruolo di massimo rappresentante istituzionale del M5S, dismettendo i panni di “indipendente” fra due parti politiche (ruolo che per un certo periodo era riuscito a recitare fra Di Maio e Salvini). Forse Conte avrebbe preferito continuare ad indossare questi panni. Forse lo avrebbe voluto anche Di Maio, che ha tentato di confermare con il Pd il modulo dei due vice-presidenti adottato con la Lega. Non a caso Zingaretti ha insistito – e sta insistendo – sulla necessità di introdurre forti elementi di discontinuità nel nuovo governo, rispetto al precedente.
    Con un Conte “forte”, il nuovo governo sarebbe in grado di resistere meglio alle pressioni, specie quelle più sotterranee e opache, provenienti dai maggiori e più spregiudicati “azionisti parlamentari”, in primis Renzi.
    Dal punto di vista di Zingaretti, potrebbe avere una ricaduta positiva ancora più strutturale, per neutralizzare e contenere il pericolo rappresentato dall’inaffidabilità di Renzi, l’accenno che si è fatto durante le trattative di questi giorni all’ipotesi di una alleanza M5S-Pd che si estenda in particolare alle elezioni regionali e che consentirebbe ai due partiti di far fronte comune contro l’espansionismo della Lega…
    In tutti i casi, se sino a ieri il problema principale per il paese, per il centro-sinistra e per il Pd era rappresentato da Salvini e dal salvinismo, da domani il problema principale di Zingaretti, del centro-sinistra, del Pd e, diciamolo, del paese, potrebbe essere rappresentato dalla irrequietezza, dal personalismo e dall’indomito revanscismo di Renzi.
    (A meno che, come sembrerebbe in questi ultimi minuti, tutto salti e si vada a elezioni anticipate. Più o meno ravvicinate o rinviate appena di qualche mese. Giusto il tempo di…)  

    * 28.8.2019

     

  • LA VOCE DEL VERO SALENTO
    CHE GIA' NON CANTAVA PIU'

    data: 13/08/2019 09:10

    Ero a Zollino, domenica sera, in piazzetta, all'anteprima nazionale di "A Sud della musica", dedicato dal regista Giandomenico Curi alla "voce libera di Giovanna Marini". C'era naturalmente anche la grande Giovanna, indiscussa numero uno della ricerca e della musica popolare italiana, attorniata da una intera generazione di studiosi e operatori culturali salentini. Quel docufilm, straordinario, documenta efficacemente il lavoro compiuto da Giovanna, in più stagioni, proprio nel Salento, che lei considera esplicitamente la più ricca in Italia per tradizioni musicali, caratterizzata peraltro da alte caratteristiche tecniche.
    C'erano tutti anche nel docufilm. E con gli altri c'era lei, Bucci Caldarulo, l'indimenticata, grande voce dei primi lavori di scavo, ricerca e rielaborazione dei canti popolari salentini agli inizi degli anni Settanta. Al solito, pensavo, brilla per la sua assenza fisica, sempre appartata e disdegnosa com'è, sempre polemica con gli arrivisti dello sfruttamento della pìzzica. Meno male che almeno rivedevo la sua immagine, dopo anni, sul grande schermo allestito in piazza Sant'Anna a Zollino, all'interno del programma ufficiale della Notte della Taranta, mentre ricordava con determinata chiarezza quando e perché fondò prima il Canzoniere Salentino con Anna D'Ignazio e Luigi Lezzi (1972) e poi il mitico Canzoniere greganico salentino con Rina Durante, Daniele Durante, Luigi Chiriatti, Roberto Licci e Rossella Pinto (1975). E come venne fuori nel 1977 il primo vinile del gruppo: "Canti di Terra d'Otranto e della Grecia salentina". In quella fondamentale collana folk della Fonit Cetra, curata da Giancarlo Governi, il Canzoniere era l'unica presenza pugliese, a parte Toni Santagata, che già allora praticava un tipo di "folk" che faceva storcere il muso ai puristi come Bucci.
    E' stato proprio mentre lei veniva intervistata, in un passaggio del docufilm, che mi è arrivata una telefonata con la notizia della sua scomparsa.
    Bucci Caldarulo era nata nel 1944. Fu all'università, a Lecce, che casualmente cominciò ad occuparsi di musica popolare. Lei non era contadina, ma figlia di borghesi. Con alcuni compagni di Lettere stava preparando uno spettacolo diretto dal noto regista Giorgio Pressburger, che li invitò a cercare nei campi canti e canzoni popolari. E nacque la passione. Formarono il primo gruppo a tre. Ebbero successo. Ma determinante, travolgente fu l'incontro con Rina Durante, più grande di Bucci di una quindicina d'anni ma soprattutto intellettuale energica, anti-accademica e anti-conformista. Una delle intelligenze più aperte e moderne che abbia avuto il Novecento pugliese.
    Quando nel 1975 Bucci e Rina fondarono il Canzoniere greganico salentino, Rina aveva già alle spalle una cospicua militanza culturale e politica. Gli studi a Bari, i confronti e gli scontri con intellettuali come Vittorio Bodini e Vittore Fiore, la pubblicazione nel 1964 con Rizzoli di un classico della narrativa meridionale come La malapianta, il Sessantotto a Roma, la frequentazione con le avanguardie letterarie e finalmente il ritorno nel Salento e l'approfondimenti delle sue tradizioni, a cominciare da quelle etnico-musicali.
    Viene attribuita proprio a Rina l'idea iniziale di mettere insieme il Canzoniere Salentino e un gruppo che a Calimera si dedicava allo studio e alla rivalutazione della cultura grica, per dare vita al Canzoniere grecanico salentino, che incise dischi e fece concerti, partecipando in particolare al circuito di "feste" legate alla sinistra e soprattutto al Pci. Ma dopo circa dodici anni di intensa e proficua attività, nel 1982 - il boom della pìzzica è ovviamente molto di là da venire - Bucci improvvisamente mollò tutto, lasciando a Daniele Durante (oggi direttore artistico della Notte della Taranta) la leadership del Canzoniere.
    Perché lo fece? Si legge in rete che già in sede d'incisione dei "Canti di Terra d'Otranto e della Grecia salentina", dopo una esibizione del Canzoniere al Folk Studio di Roma, "si accende il dibattito all'interno del gruppo su quali dovessero essere le modalità interpretative dei brani tradizionali. Vincerà la linea di Daniele Durante e Roberto Licci, che premevano per dare agli arrangiamenti del gruppo maggiore valore musicale". C'è invece, fra chi le voleva bene, chi attribuisce quell'improvviso arretramento al suo carattere: "S'era stufata".
    Più realisticamente - a prescindere dal giudizio di ciascuno di noi sulla bontà, per esempio, della pìzzica così come è stata rivista e viene praticata oggi - Bucci potrebbe aver intuito quale strada stesse prendendo il lavoro non solo del Canzoniere ma di tutti coloro che si occupavano di musica popolare, in particolare nel Salento, e non le piaceva. Smettendo di cantare. 
     
    (*) da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 13 agosto 2019

  • REGIONI DIFFERENZIATE?
    E 70 ANNI DI FALLIMENTI?

    data: 21/02/2019 12:46

    Può un sovranista nazionalista comportarsi da sovranista regionalista? Sembrerebbe una contraddizione in termini. E invece la Lega, proprio con questa doppia faccia, sta imponendo al governo il sedicente “regionalismo differenziato”: amica degli abruzzesi e dei pastori sardi dalla Tv, sui social e nei comizi, ma nelle istituzioni realizzatrice dell’antico sogno dell’autonomia economica e funzionale delle regioni ricche. Per ora il progetto è stato bloccato, all’ultimo momento utile, in consiglio dei ministri, su iniziativa dei capi-dicastero pentastellati: si sono accorti delle molte, troppe competenze e risorse di cui sarebbero stati privati lo Stato centrale e loro stessi. Ma è sicuro che i leghisti non molleranno.
    La Lega di Bossi (e del giovane Salvini) voleva la secessione del Nord e l’azzeramento dello Stato italiano, e ce l’aveva con i meridionali, brutti, sporchi e cattivi. La Lega di Salvini sinora ha mostrato la faccia feroce con l’Europa (sino a far sospettare di volerne l’azzeramento) e con i migranti morti di fame. Ma improvvisamente ecco riemergere, con la decisioni di riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” alle Regioni a statuto ordinario – su iniziativa di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna  (quest’ultima, a guida Pd, con qualche distinguo) - una concreta secessione.
    Qualcuno l’ha definita in “doppiopetto”, per i modi felpati, quasi riservati, con cui questa volta la Lega stava per riuscire nel proprio intento e ci riuscirà, se verranno a mancare vigilanza democratica e capacità di controproposte unitarie da parte della sinistra e dei progressisti. Tutto questo, grazie al 17% circa del 73% del corpo elettorale ottenuto da Salvini nelle elezioni politiche del 2018, alla oggettiva debolezza del suo alleato Di Maio e soprattutto a Berlusconi e Renzi, che hanno continuato ad annullare, pur per ragioni e con metodi diversi, qualsiasi capacità di reazione da parte rispettivamente del centrodestra e del centrosinistra. E grazie anche alla benevolenza più o meno esplicita di presidenti di Regione di centrosinistra solleticati dall’idea di poter gestire direttamente un consistente flusso automatico di risorse pubbliche. Del resto, già nel 2001, per lisciare il pelo all’elettorato attratto dalla Lega, con la riforma del Titolo V della Costituzione, firmata dall’allora ministro Bassanini, il centrosinistra introdusse il cosiddetto “federalismo fiscale” e la sostanziale disuguaglianza nella prestazione dei servizi pubblici, salvo prevedere un “fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale”.
    Solidarietà, fondo di perequazione... Se non fosse ipocrita compassione, si tratterebbe di fatto della riproposizione di una vecchia, fallimentare politica destinata ad aiutare il Sud con misure specifiche e provvedimenti ad hoc.
     
    “Niente leggi speciali ma riforma della politica generale”. Questo ammoniva Gaetano Salvemini nel 1945, a proposito degli interventi straordinari per il Sud, in contrasto con chi voleva la Cassa per il Mezzogiorno (poi effettivamente istituita nel 1950). E spiegava, scrivendo al meridionalista Guido Dorso: “Ogni riforma generale, se fatta nel senso necessario al benessere delle classi che lavorano e che producono, sarà utile soprattutto all’Italia meridionale. Le leggi speciali sono sterili inganni. Per un privilegio che otterrete a qualche angoletto del Mezzogiorno, vi sarà altrove chi penserà ad ottenere per sé, con braccia più lunghe e con spirito più energico, favori ben più grandi”.
     
    Salvemini rimase inascoltato. La Casmez ha realizzato cose anche notevoli nel campo infrastrutturale”. Ma, soprattutto, non ha ridotto gli squilibri Nord-Sud, che invece sono progressivamente aumentati, insieme a corruzione e criminalità. Si è continuato per settant’anni con gli interventi straordinari, con i provvedimenti ad hoc, con misure frammentate, episodiche e casuali, mentre scompariva l’idea stessa della programmazione economica e svaniva la pratica di una vera, organica politica generale, all’interno delle quali evidentemente prevedere realisticamente priorità e azioni per il superamento degli squilibri territoriali, sociali, produttivi, ecc.. Ancora oggi, nel Governo del Cambiamento, abbiamo uno specifico “Ministro per il Sud”, la pentastellata Barbara Lezzi, come se settant’anni di fallimenti e di sprofondamento del Sud nel degrado economico e nell’abbandono non ci avessero insegnato nulla.  
     
    In realtà la questione meridionale e la stessa questione settentrionale – che ci si ostina a proporre separatamente e praticamente a contrapporre – possono essere proficuamente affrontate solo se considerate come aspetti, peraltro correlati e strettamente intrecciati, di una sola realtà. 
     
    (*) www.articolo21.org, 18 febbraio 2019
     

     

  • UNA RETE DI CENTRI STORICI
    UNICA AL MONDO

    data: 06/02/2019 12:23

    Forse bisogna essere di una certa età (e quindi baricentrici per sempre), bisogna essere emigrati negli anni Sessanta o Settanta, bisogna essere tornati in Puglia nei primi Ottanta scoprendo la grande bellezza del Salento, bisogna aver guardato da lontano la lenta formazione della grande area metropolitana poi velleitariamente (stavo per dire sciaguratamente) divisa in BA e BAT… Insomma, forse bisogna aver vissuto tutto questo – come in effetti è successo a me - per godere e infine rendersi conto di una strepitosa realtà. Mi riferisco alla rete di antichi centri storici, considerevoli per dimensioni, qualità e, perlopiù, per restauri e cura, insediati in quella che una volta veniva chiamata Terra di Bari. Una rete, un territorio unitario, se si vuole anche un potenziale, potente brand turistico, che non viene percepito e, comunque, non è conosciuto come tale e come meriterebbe.
    Eppure si tratta di un bene storico, urbanistico e architettonico diffuso, antico e unico al mondo, compreso in un fazzoletto di territorio stretto fra le Murge e il mare Adriatico che si allunga, al massimo, da Barletta a Monopoli. Una trentina di chilometri in larghezza, un centinaio in lunghezza. E dentro, a portata di mano, le meraviglie del mondo. Dedali arabeschi di vicoli e piazze, cattedrali bizantine e romaniche, castelli longobardi normanni svevi angioini e aragonesi, insediamenti rupestri e splendidi palazzi nobiliari, luminosi lungomari e ulivi secolari, masserie spagnolesche…
    Niente a che vedere con gli isolati, deliziosi borghetti a mare della Liguria più celebrata, con le più rinomate località balneari della Sardegna, con le belle città medievali del Nord’Italia… Qui siamo in un susseguirsi ininterrotto di città d’arte da centomila, cinquantamila, quarantamila abitanti, con centri storici poderosi, abitati da autoctoni che ci vivono quotidianamente. Le cattedrali di Trani o di Ruvo non sono gioielli in un deserto abitativo, ma cuori pulsanti di comunità attive. Certo, qui non mancano bellezze isolate, grandi e piccole, come Castel del Monte e il Marchione della campagna conversanese, ma praticamente tutti i nostri centri storici sono dominati da possenti manieri.
    Da perfetto baricentrico, ho scoperto tutto questo col tempo. Per noi ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta, Bari si limitava al nostro quartiere (il Libertà, la Madonnella, il rione Japigia, Carrassi, poi Poggiofranco) e al centro murattiano, più precisamente al quadrilatero definito da corso Vittorio Emanuele, corso Càvur e via Sparano. Di più: il nostro quartiere e il centro murattiano per noi erano tutto, personale e pubblico. Erano il mondo. E noi ne eravamo al centro e non ci curavamo d’altro. Tanto meno di centri storici e di bellezze architettoniche pugliesi. Addirittura, la gran parte di noi facevano un salto a Barivecchia solo per comprare le sigarette di contrabbando a piazza Chiurlia.
    In sostanza – l’esplosione del mondo globalizzato stava per arrivare, ma a nostra insaputa – avevamo ereditato il baricentrismo dei nostri avi, sapienti costruttori dall’Ottocento in poi della Bari moderna e commerciale. E quale era la filosofia che aveva fatto grandi (e poi piccoli) i nostri commercianti, allora ancora padroni di se stessi e del mondo? Se volete, noi qua stiamo: era questo il massimo di apertura e di autopromozione del commerciante di Barivecchia e del grossista di via Argiro, di via Melo e dell’Estramurale Capruzzi. Starsene ben seduto alla cassa o, al più, su una sedia davanti al proprio magazzino, dove accatastava intere partite di tessuti, di confezioni, di formaggi e salumi… E funzionava. In effetti, torme di piccoli commerciali venivano qua da tutta la Puglia, dal Molise, dalla Basilicata e persino dalla Calabria per i propri acquisti.
    Con noi baricentrici degli anni Cinquanta e Sessanta era cominciato il declino di quella filosofia e di quel ceto. Bari già annaspava alla ricerca di un nuovo ruolo e di un nuovo primato (che poi sarebbero arrivati con l’esplosione dei collegamenti locali, la globalizzazione e di fatto la nascita di natura esogena della grande area metropolitana). Non sapevamo ancora – e chi se ne fregava – della bellezza del barocco salentino o della preziosa raccolta di reperti della Magna Grecia che era destinata a diventare il MArTA. Certo, un salto a Castel del Monte lo si faceva. I Trulli erano un po’ considerati casa nostra, insieme a Fasano e alle grotte di Castellana. A Nord si arrivava al più a Molfetta, per il pesce, ovviamente senza curarsi di Giovinazzo. Bisceglie era il manicomio e basta. Al Sud non si andava oltre Mola e Cozze. E se a volte ci si spingeva sino mare del Capitolo o a Torre Canne o alla Selva di Fasano, Polignano a Mare veniva letteralmente saltata… Del resto, effettivamente tutti i nostri centri storici allora erano ancora perlopiù trascurati, incurati e sporchi. Diciamo pure: brutti, sporchi e cattivi.
    Poi abbiamo scoperto, appunto, il Salento. Debbo dire che il Gargano – a parte Monte Sant’Angelo e la costa, Tremiti comprese – sembra a tutt’oggi quasi isolato. Ma la grande bellezza della Valle d’Itria ora ci è chiarissima. Persino Taranto, col suo centro storico abbandonato che gonfia il cuore di orgoglio e tristezza…
    Ecco: non mi sembra sia ancora chiara a tutti l’unitaria, strepitosa bellezza e forse persino l’esistenza della Terra di Bari. Millenaria. Addirittura certificata e promulgata da Federico II con le Costituzioni nel 1231 e tale rimasta sino al Regno delle due Sicilie e alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1861. L’antica Canusium, la medievale Baruli, Andros miticamente fondata da Diomede come la bella e nobile Trani, capoluogo della provincia di Terra di Bari sino al 1808, la rinata Bisceglie, Molfetta la grande, la sorprendente Giovinazzo, l’incomparabile Polignano a Mare… E che dire di Monopoli, peuceta e insieme messapica? E poi ancora: la bellissima Ruvo, l’accimata Bitonto, la signorile Conversano, Alberobello scoperta persino dalla Walt Disney, Locorotondo, Cisternino… Saltiamo colpevolmente a decine i decorosi e a volte straordinari, centri storici che spuntano in ogni pizzo della grande terra di Bari. E ci si potrebbe affacciare, se vogliamo, anche alle murgiche, meravigliose Altamura, Gravina e Matera, più barese che lucana, capitale europea della cultura 2019.
     
     

        

  • CANTI POPOLARI PUGLIESI
    PATRIMONIO DA TUTELARE

    data: 31/01/2019 09:54

    La Puglia può vantare molte virtù, che ne fanno in assoluto una delle regioni più belle e suggestive in assoluto. Le decantate coste, gli ammirati beni architettonici e centri storici, un territorio fra i più affascinanti e vari d’Italia, una grande cucina… Ma la nostra regione possiede una ricchezza - che da sola basterebbe a tenere alta la sua reputazione nel mondo - non tutelata a dovere, non valorizzata e poco conosciuta nella sua integrità: il patrimonio di musica popolare giunta fino a noi da tempi lontani. Un patrimonio che si è conservato particolarmente ricco e vario, proprio perché questa regione, dopo essere stata attraversata nei secoli da numerose culture, è diventata – specie nell’isolato Gargano e nello sperduto Salento – enclave ai margini della grande modernizzazione e delle grandi trasformazioni di fine Ottocento e di gran parte del Novecento.
    Quando, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sulla spinta del folk revival americano, studiosi, etnomusicologi e antropologi scandagliarono i paesi più sperduti della penisola alla ricerca di musica e poesia arcaica, rimasero impressionati dalla ricchezza e dalla bellezza dei canti, nenie, lamenti, ballate, strambotti e stornelli che scoprirono e potéttero registrare dalle nostre parti, prima che scomparissero del tutto. Poi c’è stato il folk revival in Italia, poi ancora la musica popolare è entrata nel dimenticatoio. Da tempo, di nuovo sulla spinta americana, al centro della scena è tornata la musica cosiddetta “etnica”. E anche la Puglia è riuscita a dire la sua, grazie soprattutto a una sorprendente iniziativa locale spontanea che ha dato vita alla Notte della Taranta.
    Ma per consentire a quella nostra tradizione di dare il meglio di sé, anche a beneficio dei contemporanei,  attraverso il turismo, la reputazione mediatica e il mercato culturale, non ci sono enti o risorse come per il turismo o per i beni culturali materiali. Dunque c’è bisogno di un iniziativa della Regione e delle istituzioni pubbliche – una Fondazione, un Consorzio, un’Agenzia, si vedrà – di tipo strutturale e sistematico, come si fa per le attività economiche o per le politiche del territorio. Un’azione organica con l’obiettivo di recuperare lo straordinario materiale già esistente, di attivare nuove ricerche, di catalogare, di analizzare, di approfondire, di promuovere e valorizzare quel nostro straordinario patrimonio, per molti aspetti unico al mondo.
    Ora la situazione delle “quattro corone pugliesi” è questa.
    1) La pìzzica salentina si è imposta da sola, grazie all’intuizione del sindaco (Sergio Blasi) di un paese di poco più di duemila abitanti (Melpignano) e allo straordinario lavoro di traduzione in sonorità moderne che ne ha fatto in particolare Ambrogio Sparagna. Dai tempi pionieristici dei “maestri” e del solitario Canzoniere grecanico salentino si è così passati al nutrito numero di cantori, musicisti e gruppi di musica popolare che poche altre regioni al mondo possono vantare.
    2) Non altrettanta fortuna ha avuto la Tarantella di Carpino, che pure negli anni Settanta era arrivata prima della pìzzica a farsi amare, oltre che dai cultori, anche da un pubblico vasto qual era quello della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che ne aveva realizzata una seducente versione. Ha potuto contare, finché sono vissuti, sul diretto apporto dei tre vecchi cantori Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno. Ma non ha trovato dalle sue parti un Blasi e di conseguenza non è stato reclutato uno Sparagna.
    3) Con il mio recente libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, ho documentato la piena appartenenza alla tradizione della gran parte del più celebrato repertorio del cantastorie di Apricena, che nella seconda parte della sua vita aveva fatto di tutto per essere apprezzato come cantautore. E’ stato, invece, soprattutto un formidabile portatore, arrangiatore ed esecutore di straordinari canti popolari, alcuni dei quali di origine remotissima.
    4) Anche l’area centrale della Puglia e Bari, dove più velocemente è scomparsa la memoria del passato mentre gli artisti si sono dedicati più al multitasking (canzone popolare, rock, canzone politica, teatro, cabaret, Tv locali, cinema, ecc.) che alla ricerca e al recupero della tradizione, è pure ricchissima di talenti. In particolare andrebbero catalogate al massimo livello la quarantennale attività di tenace e silenziosa ricerca, e la straordinaria maturità raggiunta dalla voce e dal repertorio di Maria Moramarco e del suo gruppo altamurano Uaragniaun. 157 brani, dodici Cd (dal primo Canzoni dell’Alta Murgia, in effetti un vinile del 1990, al recente Cillacilla) e una presenza continua sul territorio.
    Tutt’e quattro questi pezzi eccellenti già emersi del nostro ben più ampio e ricco patrimonio musicale regionale conoscono oggi una fase di passaggio: la morte dei tre maestri Cantori e la difficile eredità, oggi ancora non in vista; la recente ricollocazione di Matteo Salvatore a pieno titolo nella tradizione; la stasi che conosce in particolare la Notte della Taranta, negli ultimi anni alla ricerca di una via “altra” rispetto alla “formula” fissata da Sparagna; la maturazione raggiunta dalla voce di Maria Moramarco e dal repertorio degli Uaragmiaun, anche grazie alla scelta di rimanere chiusi nel territorio ma che ora appare un confine da superare.
    E poi, si pensi a quanto c’è ancora di importante nel Gargano e nel Salento, oscurato sinora dalla coppia Cantori-Salvatore e dalla moda della pìzzica. E al lavoro fatto dai pionieri, negli anni Sessanta, a Bari e poi abbandonato, che oggi pare coinvolgere un’altra generazione: Vito Signorile, la Compagnia dell’Arco, Nico Berardi, Rocco Chiumarulo, … E alla tarantina Carmelita Gadaleta… E il lavoro da fare anche dove più si sono perse le tracce del passato, prima che scompaiano del tutto.
    Qualcosa si sarebbe potuto fare con Puglia Sounds. Ma, singolarmente, essa si è limitata sinora alla promozione di concerti e della produzione “con particolare attenzione agli artisti esordienti” per diffondere la “cultura musicale pugliese”. Come se dal concetto e dalla promozione della “cultura musicale pugliese” si potessero sistematicamente escludere - come si è fatto - non solo figure come Matteo Salvatore e i ricercatori non esordienti di musica popolare, ma anche il lavoro di ricerca, recupero, catalogazione, analisi, approfondimento, promozione e valorizzazione necessario per lo straordinario patrimonio di musica popolare che fa della Puglia una regione fra le più ricche e affascinanti al mondo.

    (*) la Repubblica, pagine pugliesi, 30 gennaio 2019

     

  • L'ERESIA "SALVINI PREMIER"

    data: 12/01/2019 10:25

    Nessuno parla più di partiti padronali e presidenzialismo. In questo tornante della politica italiana, le parole che vanno per la maggiore sono populismo, sovranismo e disintermediazione. Così, sembra passare in cavalleria un piccolo particolare – nei particolari, com’è noto, si nasconde il diavolo – che in realtà ripropone una vecchia questione che da quarant’anni angustia i sostenitori della democrazia parlamentare: la personalizzazione della politica. Un fenomeno perentoriamente imposto in epoca moderna da Bettino Craxi, portato a livelli prima impensabili da Berlusconi, più recentemente rianimato da Renzi e oggi sorprendentemente riemerso nel cuore stesso della democrazia parlamentare: il Parlamento. Riemerso in modo quasi beffardo, un po’ patetico e un po’ inquietante.
    Infatti succede che – in occasione delle consultazioni al Quirinale per la formazione del primo governo della legislatura e ora ascoltando i tg o leggendo le cronache parlamentari – si viene a sapere quasi di sfuggita che a Montecitorio e a Palazzo Madama operano ufficialmente un gruppo denominato “Lega - Salvini premier” e un gruppo denominato “Forza Italia - Berlusconi presidente”. Proprio così: con i nomi del capo-partito e del padrone del partito ben scolpiti nell’intestazione del gruppo.
    E’ evidentemente strano che, in un sistema non presidenziale come il nostro, per cui ogni singolo parlamentare “rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” – e nel quale peraltro non esiste la figura del “premier” ma, al contrario, quella del presidente del Consiglio quale primus inter pares – il fatto sia passato quasi in sordina, come se fosse un elemento di colore e poco più. Nell’attuale maggioranza parlamentare Lega-M5S, poi, si sono imposti con chiarezza una visione della politica “da uomo solo al comando” e il proposito di introdurre il “vicolo di mandato” (oggi di fatto, ma domani anche nella Costituzione). Eppure nessuno ha protestato oppure opposto resistenza. Né il presidente della Camera Roberto Fico. Né il Pd o la sinistra. E nemmeno il presidente della Repubblica, che pure viene percepito come supremo custode della correttezza anche formale del sistema rappresentativo.
    Bisogna dire che, vista dal Quirinale, la questione ha un illustre precedente. Ricordate? Fu un magnificato presidente della Repubblica, Azeglio Ciampi - eletto anche con i voti del centrodestra - a consentire fra l’altro l’inserimento della dizione “Berlusconi presidente” (e in ricaduta di “Rutelli presidente” per il centrosinistra) sulle schede per le elezioni politiche. Proprio questo permise per molti anni al Cavaliere di definirsi – a dispetto del vigente disposto costituzionale a presidio del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra democrazia - eletto/nominato dal popolo.
    Alle ultime elezioni la scritta “Berlusconi presidente” fu peraltro inserita nonostante che lo stesso fosse, per le noti questioni giudiziarie, “incandidabile”. La Lega, di suo, cancellava la parola Nord e aggiungeva “Salvini premier”, nel tentativo di scrollarsi di dosso il pesante fardello del Bossi travolto dallo scandalo dei rimborsi elettorali. E ora è stato annunciato che, al prossimo congresso, l’abolizione del riferimento al Nord e dell’immagine di Alberto da Giussano sarà definitiva, insieme all’assunzione del nome “Lega per Salvini premier”.
    E’ il risultato dell’effetto-valanga iniziato ai tempi di Ciampi. Prima il diritto di un partito di chiamarsi come vuole, poi l’inserimento di pretese irrealizzabili (e anticostituzionali) nei simboli elettorali e adesso una lesione delle regole non solo formali, che sono a presidio della democrazia parlamentare, consumata addirittura in Parlamento, nell’organizzazione e negli atti ufficiali della Camera e del Senato. 
    (*) Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2019

  • MOLTE FIERE,POCA LETTURA

    data: 03/01/2019 07:38

    In questi giorni l’Istat ha tirato fuori l’indagine sui libri e sulla lettura in Italia nel 2017. Così abbiamo scoperto che, in un anno, solo il 27,6% dei pugliesi hanno letto almeno un libro (esclusi naturalmente quelli consultati per motivi scolastici). Una percentuale ancora più bassa della già meschina media meridionale (28,3). In sostanza, una realtà che smentisce radicalmente la quotidiana narrazione di una regione colta, moderna, pienamente inserita nel mondo globalizzato.
     Ma questa non era la regione in cui è stata diffusa capillarmente, per dieci anni, la scoppiettante politica culturale di Vendola? Non è qui che opera da diciassette anni il nucleo forte (70 su 118) dei Presidi del Libro? Non va forse per la maggiore, la Puglia, per le centinaia di rassegne e presentazioni di libri, massicciamente frequentate, specie con la bella stagione, nei posti più incantevoli e turisticamente accattivanti? Non viene ritenuta l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” fra i più dinamici centri di formazione della classe dirigente meridionale? Non è questa la città della prestigiosa casa editrice Laterza? Non operano nella regione decine di nobili case editrici medie e piccole, la cui produzione e i cui autori vengono quotidianamente celebrati? I social e i nostri giornali non sono pieni delle osservazioni e delle imprese letterarie di centinaia di operatrici culturali e di acculturati presentatori di libri? E poi, la Puglia non era una regione meridionale, sì, ma “diversa” da tutte le altre?
    No, non era e non è proprio così. E proprio sui libri, sulla lettura — è il caso di dirlo — casca l’asino. Dalla rilevazione Istat viene fuori che ovviamente i soliti settentrionali leggono più libri dei pugliesi (i trentini letteralmente il doppio, 54,2; i bolzanini il 52, i friulani il 50,6, i liguri il 49,1 e così a scendere). Ma in questa significativa statistica ci sorpassano pure i lucani, i molisani, gli umbri, i sardi e così a salire. Come la mettiamo? Che significa? Forse che le rassegne letterarie costituiscono perlopiù un fenomeno turistico? Forse che l’università barese non è riuscita, nei decenni, a far crescere generazioni di professionisti e intellettuali curiosi di sapere e interessati a crescere culturalmente? Un po’ di tutto questo.
    Ma i “principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura nel nostro Paese” interpellano anche altre sfere e componenti sociali. Questi fattori sarebbero infatti: il basso livello culturale della popolazione, la mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura e la scarsa abitudine alla lettura nelle famiglie. Quindi c’entra innanzitutto, nell’ordine: la scuola, la scuola e la scuola. E a seguire: le istituzioni pubbliche (in primis Comune e Regione), le politiche scolastiche, l’Università e le strategie editoriali. La partecipazione alle presentazioni dei libri, come ha spiegato Franco Botta su queste colonne, ha le motivazioni più varie e complessivamente c’entra assai poco e comunque induce assai poco alla lettura.
    Qualche anno fa accreditati esponenti del mondo culturale pugliese discettarono sull’ipotesi di una Fiera del Libro a Bari, già in precedenza autorevolmente evocata da Alberto Asor Rosa. Ma quella proposta, per come fu prefigurata e accolta, oggi appare a maggior ragione lontana mille miglia dal grave ritardo messo in luce dalla citata indagine statistica Istat. Tanto è vero che proprio un editore come Alessandro Laterza (Confindustria, Luiss), dichiarò a la Repubblica che lui non vedeva bene né “una iniziativa generalista di carattere nazionale” né una fiera specializzata, perché si sarebbe trattato di “entrare in campo per replicare ciò che si fa altrove”. E allora? Ecco la soluzione: “un fine settimana in cui riempire il lungomare, con banchi sui quali i librai e editori baresi e pugliesi possano offrire al meglio della loro fantasia le mille meraviglie dei cataloghi dell’editoria italiana”. Con l’aggiunta “dal Fortino a Pane Pomodoro, di appuntamenti musicali, di incontri con autori, di iniziative per i bambini, di passeggiate o biciclettate a tema”.
    In realtà, anche alla luce del duro richiamo alla realtà che arriva dall’Istat, se c’è un settore, in particolare nel Sud, che non ha bisogno di ulteriori dosi di “fantasia” commerciale e di “mille meraviglie”, è proprio quello della lettura e delle politiche finalizzate all’emancipazione culturale degli italiani. E’ la scuola che si deve mobilitare. Il lavoro più grosso e decisivo spetta ai docenti, per quello che possono fare non nelle rassegne letterarie ma nel lavoro quotidiano, nelle aule. E’ l’università che deve darsi una mossa. Sono il Comune e la Regione che debbono promuovere e possono creare le condizioni — non con la distribuzione di contributi ed elargizioni frammentate o, peggio, clientelari — perché si elevi il basso livello culturale della popolazione e si mettano in campo efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura, coinvolgendo giovani e famiglie.
    E se si dovesse/potesse fare una Fiera del Libro, evidentemente ha da essere specializzata: l’unica qualificazione che valga nel sistema globalizzato. Ha da essere un’eccellenza assoluta. Solo così avrebbe una qualche ricaduta positiva, almeno, sulla città e sulla sua reputazione.
     
    (]) la Repubblica, edizione di Bari, 2 gennaio 2019

        

  • MATERA CAPITALE ARCAICA

    data: 23/12/2018 21:25

    E’ difficile che gli eventi di Matera capitale europea della cultura 2019 possano costituire per i materani addirittura una “straordinaria opportunità di cambiamento della visione del mondo”, come con entusiasmo forse eccessivo si augura il presidente della Fondazione ed ex-sindaco Salvatore Adduce. Ancora più difficile che possa realizzarsi, al contrario, la prospettiva conservatrice evocata due anni fa sul New York Times dall’attuale sindaco Raffaello De Ruggiero, che sorprese l’universo mondo affermando: “Non vogliamo turisti. Non vogliamo essere occupati dai turisti. Questa città ha un’anima preistorica e ce la stanno spengendo” (proprio così, da spengere, forma toscana e letteraria di spegnere).
    Quasi certamente la “visione del mondo” dei materani, a fine 2019, rimarrà quella che è: sospesa fra passato e presente, fra le competenze e le risorse che condividono con Potenza e le opportunità metropolitane che li avvicinano a Bari. Ed è certo che fra i Sassi arriveranno molti più turisti del solito, così come si confermerà un ricordo del passato la loro “anima preistorica”, già spenta da tempo.
    Ma è indubbio che, nonostante i gravi ritardi infrastrutturali e la complessiva inadeguatezza del quadro politico e istituzionale regionale, l’evento Capitale europea consente all’antico centro lucano un nuovo, decisivo passo in avanti, verso un futuro migliore rispetto al proprio passato ma anche al presente e al futuro di altre città e regioni italiane, stravolte da un turismo di massa e da un modernismo più subiti che accolti. E’ appena il caso di citare il Salento – “cugino” di Matera in barocco, cartapesta e impronte bizantine – sconvolto da un turismo “povero” di massa che ne ha compromesso l’identità, il silenzioso fulgore e la vocazione alla lentezza, e trasformato Gallipoli, almeno in estate, in un immenso pollaio.
    Ci sono tutte le condizioni perché Matera riesca a sottrarsi a questo fatale destino, col quale sta facendo i conti persino Venezia e che ha già rubato il futuro a gran parte del Sud costiero, a cominciare dalla Calabria. In effetti, Matera è arrivata con lenta e virtuosa progressione all’appuntamento, più che con la grande notorietà mediatica, con la considerazione universale per la sua arcaica bellezza. Fu negli anni Quaranta che a Carlo Levi, fra i Sassi, “sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste”. E’ degli anni Cinquanta la legge speciale che portò la quasi totalità dei suoi abitanti nei quartieri di nuova costruzione, acquisendo al demanio e imponendo l’abbandono di quei tuguri. Negli anni Sessanta furono “valorizzati” da Pasolini nel Vangelo secondo Matteo. Solo negli anni Ottanta si autorizzarono i primi ritorni e i Sassi fecero da cornice all’hollywoodiano King David con Richard Gere. Negli anni Novanta l’Unesco li dichiarò “patrimonio dell’umanità”. Nel 2002 f ecero il botto mediatico universale con Passion di Mel Gibson…
    Questa progressione, sino alla designazione nel 2014 di Capitale europea della cultura 2019, ha consentito agli italiani e al mondo di scoprire e praticare in misura e modi civili Matera, e a Matera e ai materani di adattarsi e trarre giovamento dal fenomeno, almeno sinora, senza snaturarsi. In questo senso anche i difetti e le mancanza nei collegamenti ferroviari e persino stradali hanno virtuosamente sdrammatizzato i ritardi e le mancanze infrastrutturali.
    Certo , da questo punto di vista si è un po’ esagerato, diciamo così. Basti solo pensare al fatto che la Regione Basilicata – nonostante questa fase preparatoria di quattro anni – arriva allo storico appuntamento senza una giunta in carica nella pienezza dei poteri e della rappresentatività. Si sarebbe dovuto votare il 20 maggio per il rinnovo del Consiglio regionale, proprio il giorno dopo la prevista apertura ufficiale di Matera Capitale europea della cultura. Ma, scaduta il 18 novembre e travolta dallo scandalo in materia sanitaria che ha portato agli arresti domiciliari e poi al divieto di dimora il presidente Marcello Pittella, la giunta si è di fatto autoprorogata di sei mesi, sino al 26 maggio. La decisione è stata contestata dalle opposizioni. Una parola decisiva dovrebbe venire dal Tar della Basilicata, il 9 gennaio. Insomma, un gran pasticcio...

    Ma la macchina della Capitale della cultura è in funzione e può operare in autonomia. Molti i cantieri ancora aperti. C’è chi si interroga: sarà un successo o un flop? saremo all’altezza della situazione o rimedieremo una storica figuraccia? Si vedrà. Matera e i suoi Sassi hanno comunque un vantaggio anche da questo punto di vista: qui non si tratta di dover ripristinare in una qualche maniera una bellezza decadente ma, al contrario, di gestire una “vergogna nazionale” diventata bellezza e vanto per quella che è e che è stata per ottomila anni. E fra i duecento eventi programmati per quarantotto settimane sembra non esserci alcuno che voglia e possa fare il botto. E’ tutto un po’ sottotono. Come se, appunto, non si voglia troppo turismo. E si voglia salvare il salvabile dell’“anima preistorica che ci stanno spengendo”.

    (*) da la Repubblica, edizione di Bari, 23 dicembre 2018 

  • DIECI PICCOLI POST

    data: 08/12/2018 07:38

    8.12.2018
    splendida figura di #salvini ad #AccordiEDisaccordi su la #Nove. i conduttori #Scanzi e #Sommi sono riusciti a fargli dire ciò che voleva e come lo voleva. nemmeno un impaccio o un momento di difficoltà.
     
    4 dicembre
    come si chiama questa "nouvelle vague"? demenza autoreferenziale di un microceto di intellettuali privilegiati, annichiliti dalla fuffa montata e feroci, seriali costruttori di mostri? forse è troppo? o forse troppo poco?
    (dopo il fascistometro, “Con Michela Murgia il femminismo diventa principio di colpevolezza per tutti i maschi. Il post antisessista di Michela Murgia è una sorta di allucinazione totalitaria in cui il principio di non colpevolezza si converte in principio di colpevolezza per tutti gli uomini”).
     
    4 dicembre
    cassa integrazione per tremiladuecentoquarantacinque addetti? ma gli esiti e i conti di questa #Fca non erano formidabili e floridi? forse solo per gli azionisti e i dirigenti, e un po' meno per lavoratori e casse pubbliche?
    (“Fca, cassa integrazione per 3.245 a Mirafiori”)
     
    26 novembre
    "Novecento", una delle prove più alte della passione civile, della compassione per la sofferenza dell'umanità e della condivisione del suo diritto all'emancipazione che si potesse dare con il mezzo cinematografico.
    (a proposito della morte di Bernardo Bertolucci)
     
    25 novembre
    "storicamente di sinistra" tutt'e tre i candidati alla direzione delle tre reti #Rai, assicurano i giornali, non chiarendo se i tre siano tutti diventati gialloverdi o se #M5S e #Lega si siano spostati a sinistra.
     
    25 novembre
    altro che minculpop!
    (“Ieri sera Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, ha inviato un messaggio via chat ai giornalisti chiarendo che è inutile chiedere interviste autonomamente a ministri e sottosegretari, perché tutto deve essere autorizzato da Palazzo Chigi”).
     
    24 novembre
    ##UdineseRoma 1-0 cacciare immediatamente l'inadeguato #DeFrancesco e impedire a mr fuffa #Monchi di fare una terza dispendiosa, devastante e liquidatoria campagna acquisti.
     
    24 novembre
    dopo #tottidolatria, nella #treccani ė stato introdotto anche il brutto neologismo #paralimpico. per festeggiare l'evento, #Mattarella ha invitato tutti a "saper pesare le parole". alludeva alle iene da tastiera o a quelli della treccani?
     
    24 novembre
    #Conte: "Se mi fossi affidato solo ai giornali non mi sarei sentito rappresentato e descritto". In realtà sono proprio i giornali, specie gli antipatizzanti, che lo stanno sovrarappresentando nientemeno come premier
     
    18 novembre

    possibile che in questo paese, dopo decenni di sedicente "sinistra" privatizzatrice, dovevano arrivare la destra e i post-fascisti per vedere una classe politica di maggioranza battersi per la proprietà pubblica delle reti e dei servizi pubblici? 

  • "I MIEI? CANTI POPOLARI"

    data: 23/11/2018 17:15

    Per vent’anni, sino al 1970, Matteo Salvatore aveva raccontato, senza reticenze, come era venuto in possesso del corpus di canti della tradizione che lo hanno reso celebre, insieme alle strtaoprdinarie tecniche di esecuzione chitarristica e vocale che conosciamo. All’età di sette anni aveva incontrato Vincenzo Pizzìcoli, un cantastorie cieco, “iglio di cantastorie e nipote di cantastorie, ed era rimasto accanto a lui per quattordici anni, imparando e ripetendo ossessivamente – e tenendo a memoria – quei canti e quelle tecniche.
    Ma nel 1970 – e per trentacinque anni, sino alla morte – aveva raccontato e ripetuto ossessivamente, ritenendosi e volendo essere un grande cantautore, che quei canti li aveva composti lui, testo e musica. Nonostante che l’originaria narrazione avesse lasciato inequivocabili tracce anche scritte (insieme ad altre tracce e dati di fatto documentati nel mio recente libro: Matteo Salvatore, l'ultimo cantastorie, edizione Aliberti). Vediamone qualcuna.
    “Chiedete dunque a Matteo”, scriveva Franco Antonicelli nel 1957 sul Radiocorriere, “i canti dei lavoratori che scendono a spigolare nel Tavoliere, la nenia del mendicante, il ricordo del giorno dei morti (i suoi spirituals), la gentilissima serenata Capilli neri, e soprattutto Filumena, Teresa, O furastiero, il doloroso Padrone mio, ti voglio arricchire, e i canti religiosi e processionali di S. Michele del Gargano, di S. Lazzaro, di S. Luca, di S. Nicola, della Madonna dell’Incoronata e la patetica melopea del Giovedì Santo. Aiutatelo a conservare queste commoventi musicali
    memorie di popolo”. Antonicelli era uno dei più prestigiosi intellettuali dell’epoca, fine letterato, antifascista, uomo della Resistenza, vicino al Partito comunista. In quegli anni collaborava anche con la Rai. Poteva scrivere di Matteo Salvatore  − premetteva – perché l’ha conosciuto, ha parlato a lungo con lui, ne ha ascoltato la storia e le storie; “perché l’ho sentito suonare e cantare. Suona la chitarra con piani, delicati accordi e canta con voce fine. Qualcuno che se ne intende più di me ha ammirato la sua musicalità. Per conto mio, apprezzo il tesoro di canti ch’egli conosce e tramanda della sua terra… Un menestrello (il titolo che gli do non vuol essere certo spregiativo) è il portavoce di tutti, è il cantore pubblico; porta un messaggio d’amore come un lamento funebre, accompagna un lavoro come una processione. Cose, abitudini che si vanno perdendo, che non si sanno, non si ritrovano più. Quel vecchio che insegnò quei canti al nostro Matteo Salvatore, senza forse volerlo li salvò: quel suo mestiere quotidiano è divenuto oggi per noi una piccola fonte di cultura popolare”.
    Nove anni dopo, nel 1966, Michele Straniero – un vero e proprio monumento della musica popolare italiana – fa registrare a Matteo il suo primo Lp, Il lamento dei mendicanti, che contiene un fascicoletto ciclostilato. Dove si legge che col tempo, accompagnandosi al suo maestro, Matteo diventò chitarrista provetto e imparò (tenendole a memoria) centinaia di canzoni: “circa centocinquanta”. In particolare, scrive Straniero, Matteo raccontò che “il padre, il nonno e il bisnonno di questo cieco, Vincenzo Pizzìcoli, hanno insegnato questi canti popolari che si tramandavano da padre in figlio”. Ecco cosa Matteo affermò e Straniero registrò e riversò per iscritto: “Le canzoni che il professor Franco Antonicelli dice che sono melodie e melopee sono, non so, Duecento, Settecento, Ottocento, Quattrocento, e poi sono alcune del Mille, insomma una cosa del genere. E ogni canzone c’è il suo fatto, com’è nata, com’è tutto, perché il vecchio (Pizzìcoli, ndr) m’insegnò, mi disse di che cosa si tratta, perché io dicevo: che significa questo? dice: la storia è questa, questa e questa. E lui m’insegnò pure il modo di cantare, così, con un fil di voce, come cantavano gli antenati suoi, e così, via…”. Scusa, gli chiese Straniero, ma tu queste vecchie canzoni imparate da Vincenzo Pizzìcoli, le hai cambiate? Lui rispose chiaro e secco, schietto e sincero, inequivocabile: «Niente, rimaste intatte com’erano, parole e musica, come le cantava lui, perfettamente”.
    E ancora tre anni dopo, nel 1969, scrivendo la biografia di Matteo per il Cantagiro, dove si esibivano insieme nel girone folk con Lu soprastante, fu la sua collaboratrice, compagna e partner Adriana Doriani a ribadire questa versione: Pizzìcoli “lasciò in eredità al giovane Matteo il vasto repertorio di canzoni popolari della regione, alcune delle quali antichissime, con la raccomandazione di eseguirle così come lui gli aveva insegnato, con un filo sottilissimo di voce accompagnato da piani e delicati accordi di chitarra”. Quindi lui non si era inventato niente, godendo invece dell’eredità pizzicoliana: una “vasta” raccolta di canti popolari pugliesi, anche “antichissimi”, e l’indicazione di come cantarli, tecnica del falsetto compresa e di come accompagnarli con la chitarra. 
    Si deve poi alla sua voce, ai suoi polmoni e alle sue dita, alla sua memoria, alla sua caparbietà, alla sua tenacia, al suo analfabetismo divenuto col tempo semi-analfabetismo ma nulla di più, alla generosità e alla pazienza di Adriana, al suo carattere ossessivo e possessivo, alla sua formidabile istanza a farsi valere, al suo istrionismo e ad altro ancora se registriamo questo caso forse unico, per arcaicità e universalità, di portatore e di "albero di canto". E se un patrimonio forse unico di musica, di poesia, di umanità e - diciamolo - di realtà e valori sociali secolari, in qualche caso forse millenari, sia pervenuto nel terzo Millennio, conquistando un posto probabilmente incancellabile nella memoria collettiva, non solo nazionale.

  • STORIA D'AMORE E MORTE

    data: 06/11/2018 15:03

    “Nel 1973 la sua carriera ha uno stop forzato: viene infatti arrestato con l'accusa di aver ammazzato la sua compagna, la cantante Adriana Doriani, accusa da cui poi verrà assolto dopo cinque anni e la revisione del processo”. Così si legge in Wikipedia e così affermano tutti coloro che sinora hanno scritto e parlato di Matteo Salvatore, facendo propria una bugia messa in campo dal diretto interessato (insieme all’altra bugia, quella sulla fonte autorale dei propri canti più celebrati, da lui invece ereditati dalla tradizione, come documentato nel mio libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, editore Aliberti).
    La storia d’amore e di morte fra Matteo Salvatore e Adriana Doriani è parte decisiva della vita e dell’arte dell’Omero di Apricena. Durante i quindici anni della loro convivenza, non hanno condiviso solo amore e sesso, casa e soldi, problemi e felicità. Hanno condiviso tutto. Lei ha aiutato lui, perfetto analfabeta, a cominciare a distinguere una lettera dall’altra e persino a scribacchiare qualcosa. Insieme hanno dato forma grafica ai “centocinquanta canti” che Matteo aveva appreso, dai sette ai ventun anni, dal suo maestro cieco, Vincenzo Pizzìcoli, e che da allora aveva dovuto tenere a memoria. Adriana gli ha fatto da maestra di lettere e di maniere, da segretaria tuttofare, da public relation woman, da cameriera e da infermiera. Gli curava i contratti, lo lavava, ne sollecitava l’attenzione per la moglie e i figli… Insomma, gli faceva tutto. Anzi, a detta di amici e colleghi, Adriana era diventata il suo tappetino. E lui, diffidente per natura di tutto e di tutti - ma appagato dall’assoluta sottomissione della compagna – finalmente era riuscito, con lei, ad abbassare le difese.
    Insomma un rapporto - basato sul bisogno patologico di possessività da una parte e sulla rinuncia ai propri diritti anche più elementari dall’altra - che comunque ha vissuto molti anni di serenità e felice convivenza, forse non solo apparente.
    Poi, dopo quindici anni, proprio nel momento di maggior successo di Matteo, anzi si può dire della coppia, ecco che esplode la tragedia. Il 1973 è, per l’artista Matteo Salvatore e per la storia della musica popolare italiana, l’anno del cofanetto con quattro Lp e ben cinquantasei esecuzioni: Le quattro stagioni del Gargano. Un capolavoro assoluto, un successo travolgente, la santificazione definitiva del più grande cantastorie italiano, per molti del più grande “poeta popolare” del Novecento. Ma dopo pochi mesi, il 26 agosto del 1973, a San Marino, poche ore prima di un concerto, Matteo ammazza Adriana.
    E’ difficile dire cosa sia scattato nella mente di Matteo. Certo, un mix di inadeguata elaborazione del proprio rapporto col mondo, di incapacità di gestire il successo e naturalmente di gelosia e di possessività, forse diventata improvvisamente precaria. Difatti Adriana, alla quale nei primi tempi era affidato un ruolo decisamente ancillare nella coppia, ormai era considerata e si considerava un’artista a tutto campo. I concerti che facevano non erano più di “Matteo Salvatore con Adriana Doriani”, ma di “Matteo Salvatore e Adriana Doriani”.
    Matteo fu fortunosamente condannato a soli 7 anni di carcere (perizie sbagliate, un buon avvocato, “esimenti” generosamente accordate, ecc.) ma se ne fece solo 4, perché la legge di San Marino prevede che la buona condotta del condannato ne consente la messa in libertà condizionale dopo aver scontato la metà della pena. Quindi, non ci fu alcuna revisione del processo e nessunissima assoluzione.