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GIOVANNI RINALDI

  • MINERVINO MURGE 1950
    NATALE ORECCHIA,
    BRACCIANTE E "PIONIERE"

    data: 05/02/2021 18:08

    Sto leggendo un vecchio libro, ritrovato casualmente in una libreria antiquaria. Si intitola Vallone del Purgatorio. Lettere di ragazzi italiani, a cura di Dina Rinaldi (con una prefazione di Carlo Levi), pubblicato nel 1957 da Feltrinelli. Raccoglie 150 delle migliaia di lettere inviate da ragazzi e ragazze italiani, dai sette ai quattordici anni, al loro giornalino “Il Pioniere”, dal 1951 al 1956. Scrive Dina Rinaldi, nel 1957 direttrice de “Il Pioniere” (dopo aver condiviso la direzione, nei primi tre anni di vita del giornale, con Gianni Rodari): “La maggior parte delle lettere è stata scritta da ragazzi che appartengono a famiglie modeste e, a volte, povere; da ragazzi che forse troppo presto hanno imparato il senso concreto, e non solo letterale, di parole che appartengono al vocabolario degli adulti: lavoro, salario, disoccupazione, stato, comune, assistenza…”.
    Sfoglio le pagine, leggo nomi di bambini, ragazze e ragazzi, di tutte le regioni italiane, che firmano i loro micro-reportage fotografando una generazione senza infanzia, già adulta: raccontano le loro microstorie, il loro paese, la famiglia, la scuola, i giochi, i sogni, gli affetti. Raccontano la precoce fatica di lavoratori sfruttati.
    Un nome riconosco e mi sorprende. Natale Orecchia, che scrive da Minervino Murge. Nelle mie ricerche sulla cultura popolare pugliese, che svolgevo a fine anni ’70 del secolo scorso, lo incontrai durante il pellegrinaggio al Santuario della Madonna Incoronata presso Foggia. Era il cantore del gruppo e, nelle notti trascorse insieme ai pellegrini delle Murge, cantò di tutte, dalle laudi religiose, alle nenie pastorali, dagli stornelli ai canti sociali e di lotta. Era un vero e proprio “albero di canto” per l’infinita memoria di melodia che custodiva.
    Qualche tempo dopo, era il 1978, andai a trovarlo a Minervino Murge, durante la ricerca sulla storia della festa del Primo Maggio, così come veniva vissuta e ritualizzata in Puglia. E mi raccontò la sua vita, di bracciante bambino. E proprio alcune di quelle cose che mi raccontò allora e che registrai su nastro magnetico, Natale Orecchia le aveva scritte, quindicenne, al suo giornalino preferito, 25 anni prima:

    Natale Orecchia, anni 15
    Non ci crederai, ma sono molti i bambini che qui lavorano e che non possono proprio studiare. Io ho tanti amici che come me lavorano e oggi ti parlo di quattro di loro. Sono:
    Vincenzo Cipriani, di 12 anni, lavora da calzolaio apprendista. Lavora 12 e forse di più al giorno, il salario è di qualche biglietto di cinema: costo L. 40. A Pasqua non ha ricevuto nessun compenso.
    Savino D’Abbene, di 15 anni è un fabbro apprendista. Lavora 13 ore al giorno, di rado il maestro gli dà L. 500 mentre prima gliene dava ogni quindicina.
    Bruno Forte, di 12 anni, lavora in un Bar dalle 14 alle 16 ore giornaliere con L. 1.500 mensili. È costretto a lavorare, vorrebbe studiare, ma il padre è invalido del lavoro.
    Giovanni Superbo, di 12 anni, lavora in campagna a pascolare i cavalli. Lavora dall’alba al tramonto del sole; il padrone gli offre da mangiare, i vestiti usati e non abiti nuovi. Salario niente.

    Minervino Murge (Bari)
    5 maggio 1954

    Cerco nel mio archivio sonoro, tra nastri, cassette e CDrom. Trovo la sua voce, le sue parole e provo a immaginarlo intento a scrivere la sua lettera a “Il Pioniere”, il suo giornale. E provo a legare quella testimonianza scritta, a quella orale, a mettere in relazione il ragazzino quindicenne e il giovane trentottenne che avevo di fronte.
    Natale, quel giorno del 1978, mi raccontò di quando, a dieci anni, diventò un “Pioniere” e cominciò a organizzare i bambini del suo paese:
    Nel 1950 la FGCI, la Federazione Giovanile Comunista, lanciò un appello affinché in tutti i comuni sorgesse l'API, l'Associazione Pionieri d’Italia. Io pensai che per attirare i giovani, stargli vicino, bisognava offrirgli quello di cui avevano bisogno.
    Di cosa ha bisogno un ragazzo? Di sentire un racconto, magari: e così gli leggevo un libro, Cuore, un libro pieno di racconti. Però questo non bastava. Bisognava preparare un gioco, per esempio. Ed io incominciai a fare tutto questo. Raccolsi del materiale adatto e incominciai a formare il primo nucleo di venti trenta bambini. Questi venti trenta bambini poi, attraverso le attività che facevo, si moltiplicarono e rafforzarono.
    Presi contatto con l'Associazione Pionieri nazionale e inviarono presso la nostra sede il giornale "Il Pioniere" pieno di racconti e poesie. C’era anche un'altra rivista, "la Repubblica dei ragazzi", dove si spiegava come si realizzavano i giochi e fare tante attività.
    Prendemmo contatto anche con l’Associazione Pionieri di Imola e un compagno, Gabriele Baldelli, s’impegnò e ci fornì una lampada magica, insomma un proiettore, e facemmo delle filmine. Molti ragazzi si divertivano a vedere quelle filmine. Erano bambini dai sei ai dodici anni.
    In occasione del Primo maggio, poi, facevo sempre delle raccolte di disegni, dei semplici disegni che può fare un ragazzo di cinque sei anni. Oppure raccoglievo qualche tema, qualche pensierino che un ragazzo a quell'età poteva esporre e scrivere.
    La festa del Primo Maggio era molto sentita dai nostri genitori, sentivamo l’affetto per questo Primo maggio. Nel Primo maggio la festa era anche folklore, le persone portavano il garofano rosso all’occhiello, portavano il fazzoletto rosso al collo come simbolo della guerra partigiana, il fazzoletto rosso dei partigiani. Noi bambini, per quella festa, venivano “preparati” dai nostri fratelli e dalle nostre famiglie e così tutti noi, bambini e ragazzi, partecipavamo attivamente al corteo. Bambini di quattro cinque anni, così piccoli, venivano in corteo con i loro tricicli e con le biciclette piccoline. Non c’era una divisa vera e propria, però piaceva anche a loro portare il fazzoletto rosso al collo e addobbare le biciclette con le bandierine rosse o con qualche scritta. I carri venivano preparati nei rioni del paese, dagli uomini, e si collaborava tra i vicini di ogni via e vicolo. I giorni precedenti la festa si andava in campagna a raccogliere dei fiori, un po' di erba. Si prendeva della carta o della stoffa colorata e si preparavano i carri e gli addobbi del Primo maggio.
    Le donne, nel corteo, cantavano canzoni di lotta, canzoni politiche, canti partigiani, i canti della Resistenza. Sul motivo di "Bandiera Rossa", presi dalla vittoria popolare e a dispetto dei borghesi, a dispetto degli agrari, a dispetto insomma di questi retrivi reazionari, si cantava la canzone Ce tine la pena ‘o core s’ l'ha da fa’ passa' (Se hai pena al cuore fattela passare). È più che altro una semplice strofa, si ripeteva tre volte e si finiva con Evviva o comunism' de la libertà.
    Era diverso ogni anno, il Primo Maggio, dipendeva dalle lotte che facevano i popoli.
    Ricordo un Primo maggio dedicato alla Pace, nel senso che in quel periodo si combatteva in Africa, in Asia e noi esaltavamo le lotte di quei popoli con l’aspirazione di far cessare quei combattimenti e avere la Pace in quelle terre e in tutto il mondo. Allora si parlava delle bombe atomiche, a propulsione nucleare. Allora noi allestimmo un carretto, un motocarro, e costruimmo un missile, tutto di cartone e carta pesta. E sfilammo in corteo col nostro missile.
    Quando videro quel coso sul nostro carro, che raffigurava il missile atomico, intervennero i carabinieri che ci volevano impedire di sfilare, ma noi riuscimmo a proseguire, sfilando col carro atomico.
    Poi arrivò il 1957 e morì Peppino Di Vittorio. Il Primo maggio successivo alla morte di Di Vittorio i giovani sfilarono portando tabelloni con la figura di Di Vittorio. Decine di ritratti di Peppino. Di Vittorio fu segretario della nostra Camera del Lavoro all'età di sedici diciotto anni, prima che il fascismo sorgesse. È sempre stato il simbolo di Minervino Murge.

    Nella sua prefazione a “Vallone del Purgatorio” Carlo Levi scrive: “E non senza ragione troviamo, in queste lettere, una più viva personalità proprio nei ragazzi delle terre più povere, degli isolati mondi contadini, dove la necessità è in tutte le cose, nella natura stessa, e va vinta per opera propria…”. Natale Orecchia nel 1954, quando scrive la sua lettera a “Il Pioniere” aveva quindici anni e, nell’età che noi ancora consideriamo soglia della maturità, era già stato pastorello, bracciante, militante comunista, organizzatore sociale e politico, corrispondente e diffusore del “Pioniere”, il suo giornalino preferito.


     

  • SAVINO TOTARO,
    CONTADINO
    E POETA DI STRADA

    data: 19/01/2021 18:46

    Savino Totaro, contadino di Cerignola - nato nel 1906 -, era un vero e proprio attore e autore di macchiette e componimenti in rima, spesso nonsense pieni di ironia e capovolgimento semantico che, recitati in strada tra i passanti, riprendevano la tradizione di un grande attore di strada e poeta popolare come Luigi Piazzolla di Barletta. Nel declamare le sue composizioni in rima Savino Totaro si presentava come "il poeta di Cerignola e non di Barletta" proprio per non essere confuso con Piazzolla. Nelle cerimonie, anniversari e matrimoni, veniva spesso invitato e si esibiva sempre gratuitamente.
    Le sue macchiette migliori, in cui spiccava la capacità contorsionistica di rappresentazione gestuale, si rifacevano al repertorio bozzettistico musicale partenopeo, spesso utilizzato con libere interpretazioni e trasposizioni linguistiche.
    La sua capacità di memorizzazione era quasi unica: ricordava a memoria, oltre i suoi testi in rima – che scriveva su quaderni e fogli sparsi -, anche interi saggi politici letti sugli opuscoli di propaganda comunista degli anni '50 che lui stesso distribuiva per la raccolta fondi per la festa del Primo Maggio.
    Ed era proprio la festa del Primo Maggio l’unico giorno dell'anno (oltre quelli di sciopero) in cui Savino Totaro non andava a lavorare in campagna, mentre non interrompeva il lavoro nemmeno a Pasqua e Natale. Nel corso del lungo corteo Savino recitava, a richiesta del pubblico, le sue macchiette, alternandosi con l'amico Angelo Debono che cantava canzoni napoletane e i gruppi di donne che, sedute su un carro, cantavano gli stornelli a dispetto (due voci in alternanza) che normalmente intonavano durante il lavoro agricolo.
    Savino Totaro gioca con le parole, le usa per convincere e affascinare.
    Conoscere le parole e possedere la capacità di usarle, anche in modo spregiudicato, permette al popolo di difendersi dai soprusi: "Un analfabeta dice sempre la verità. Chi non dice la verità è il professionista, l'intellettuale, perché è come il mulo: studia di notte su come prendere per fessi gli altri il giorno seguente. Il popolo dice solo la verità".
    Nel 1926 invia a Roma la domanda per ottenere il permesso di recitare in strada le sue poesie:

    Ascoltate bene quello che vi dico
    Le parole di un vostro amico
    Nel sentire viene il sorriso
    Parole che scende dal paradiso

    Il millenovecentoventisei mi so’ ricordato
    Un’altra poesia aveva studiato
    Per avere il permesso da poeta popolare
    A Roma la dovetti mandare

    Davvero ebbi una mala risposta
    Perché mi fu fatta una mala proposta
    Se la poesia voi mi spedite
    Dovete mandare la tessera del partito

    Mi dovetti ritirare non ero un fascista
    Il mio ideale da gran comunista
    La poesia l’ho brugiata
    Così la faccenda si è terminata.

    IL RACCONTO DI SAVINO

    Ho fatto tanti di quei mestieri.
    Da ragazzo facevo lo scavatore. Gli adulti faticavano ore a zappare e scavare, mentre noi ragazzi dovevamo trasportare la terra. Lo si faceva in condizioni estreme, sotto il sole, vestiti delle sole mutande, sporchi di terra e della fuliggine proveniente dalle ristoppie bruciate dopo la mietitura. Poi si tornava a casa e non si trovava nemmeno da mangiare.
    Andavamo anche alla trebbiatura, nella masseria La torre a Borgo Libertà. I turni di lavoro erano massacranti, il primo turno dalle 4 di notte alle 14, il secondo turno dalle 14 fino a mezzanotte. La nostra cena era l'acquasale, acqua riscaldata con dentro un po’ di erbe spontanee. Inzuppavamo un pezzo di pane duro condito da una sola goccia d’olio. L’acqua bisognava andare a prelevarla da un pozzo lontano chilometri.
    Quando ero giovanotto e ancora scapolo, non sposato, lavorai anche in un negozio di vino, una rivendita. Ma le cose andarono male e lasciai.
    Passai a fare il lattivendolo, u caprare diciamo noi. Ma appena iniziato mi morirono tutte le capre, in una notte morirono ventiquattro povere bestie. Tutte quelle che avevo. Il perché non l’ho mai saputo.
    E così divenni pescivendolo. Andavo da Cerignola fino a Manfredonia, bisognava andare a prenderselo, dalla marina non arrivava qui da noi. Andavamo con i cavalli, con i birocci, poi cominciammo ad andare in bicicletta. Ma lavoravo a conto terzi, non a conto proprio.
    A venti anni, nel 1926, emigrai a Milano e lì rimasi due anni. Dal meridione andavano tutti a Milano, per lavorare. E quando ci domandavano “Di dove sei?”, se dicevi “Cerignola” non sapevano nemmeno dove fosse. Dovevi rispondere “della provincia di Foggia”. E appena sentivano “della provincia di Foggia” ci buttavano fuori dalle fabbriche. Dicevano che noi meridionali eravamo cattivi e poi non comprendevano il nostro dialetto. Loro parlavano in un modo e noi in un altro, non ci capivamo. Da una parola se ne capiva un’altra e si faceva questione… e baruffa.
    Per un anno, a Milano, feci il cameriere in una delle osterie della ditta Carola. Ne possedevano trentadue! Prendevo otto lire al giorno che col tempo arrivarono a dieci. Con 10 lire non si riusciva a fare niente, perché già pagavo quattro lire per la pensione dove dormivo. La padrona di casa oltre al costo del letto si faceva pagare per lavarci la roba, i nostri panni. Rimanevano sei lire e spesso nemmeno quelle: una lira e cinquanta al giorno per il tram, sigarette, scarpe… Non bastavano mai, a fine settimana era finita tutta la paga.
    Allora trovai da lavorare come muratore e poi ancora in un cantiere stradale. Lì andava un poco meglio: era il cantiere della strada Milano-Pavia, l’azienda era francese. Prendevo 60 lire al giorno e andava meglio, rimaneva qualcosa. Con questa paga un giovane poteva anche divertirsi, fare qualcosa, ma con meno non si riusciva ad andare avanti. Ma anche se prendevi qualcosa in più, poi spendevi di più e non ti restava lo stesso niente in tasca.
    Nel tempo libero andavamo a Porta Genova. Porta Genova era per noi, diciamo così, la piazza del Carmine di Cerignola. Tutti cerignolani. Ma anche andriesi, provincia di Foggia e di Bari. Lì era il nostro Centro: la piazza del Carmine, la piazza Duomo di Cerignola. Era sempre meglio che stare a Cerignola, però, si capisce. Perché lì a Milano avevamo il lavoro garantito, non era come a Cerignola: che un giorno lavoravi e gli altri no e dovevi andare in piazza a elemosinarlo, il lavoro. A Milano, una volta trovato lavoro, eri sicuro di poter andare in giro la sera a divertirti senza quel pensiero: “Speriamo che domani il padrone mi farà lavorare”.
    A quei tempi non avevamo assegni familiari, sussidi di disoccupazione, assistenza medica. Non c’era niente, si doveva pagare tutto. Compravamo di contrabbando anche le scatole di fiale per le medicine che ci servivano. A Cerignola in campagna si facevano 8 ore, nove ore di lavoro, a zappare. La situazione è sempre stata balorda. La classe operaia non è stata mai calcolata da nessuno! Prima era uno schifo dappertutto: nelle fabbriche, in campagna, dovunque!
    Una testimone di Geova bussò alla mia porta e mi disse “Cristo cambierà il mondo”.
    Il mondo dobbiamo cambiarlo noi! le risposi.

     

  • MICHELE SACCO,
    BRACCIANTE, POETA
    E INTELLETTUALE

    data: 04/01/2021 19:06

    Novembre 1977. A Cerignola, nella Camera del lavoro, la sala che ospita la mostra Braccianti Storia e Cultura, è affollata da giovani studenti e anziani braccianti, per una delle assemblee sulla storia bracciantile e sindacale. Si discute di cultura e organizzazione della cultura, di memorie del passato e di progettualità per il futuro. Michele Sacco è tra i più attivi partecipanti agli incontri. All'inizio sorpreso dal nostro interesse di giovanissimi ricercatori, che tutto chiedono, registrano e fissano in immagini fotografiche; poi sempre più partecipe, attento e premuroso nel suggerirci altri possibili informatori, altre notizie utili ad ampliare la nostra ricerca, nel precisare le informazioni didascaliche sotto le foto esposte in mostra.
    Finché una sera, Michele ci dice di voler scrivere un suo diario, la sua autobiografia. E, dicendolo, comincia a raccontare:
    Non posso promettervi nulla, perché le cose se non mi vengono non le scrivo. Tanto la poesia come la macchietta o una barzelletta nascono spontaneamente, non si costruiscono così tra amici, nascono spontanee. Solo così si possono scrivere delle belle cose. Da qualche giorno sto facendo veramente uno sforzo. Dopo la giornata (di lavoro) non esco più di casa e mi dedico a ricordare le mie sofferenze.
    Mi dovrete scusare se ci sarà qualche errore grammaticale. Io sono sempre un bracciante, questo lo dovete tenere presente e vorrei che anche altri sapessero quello che ho potuto imparare dalla lezione di Di Vittorio, dal sindacato e anche dal partito comunista. Perché sono stati loro gli artefici nel farmi imparare tutte queste cose.
    Per il momento non ho altro da dire, perché noi dobbiamo andarci pure a riposare: il mattino andiamo in campagna a guadagnarci il pane. Per la mia autobiografia partirò dal 1931, dalla prima giornata in cui andai nella masseria San Carlo, di Pavoncelli.
    Michele parla al futuro, ma il suo desiderio di raccontare è immediato e sentito. Continua:
    Avevo 10 anni, lasciai la scuola per necessità economica e finanziaria, perché la mia famiglia si trovava indebitata con il Banco Agricolo Pavoncelli. Eravamo mezzadri e avevamo piantato noi la vigna. Fummo costretti a venderci quella versura di terra.


    Così è nata, per me, la vita del bracciante. Non è stata una passione, ma la mia vita, perché sospinto dalla necessità.
    In casa mia sorella più piccola aiutava la mamma, mentre io aiutavo il babbo in campagna per guadagnare un pochettino di finanza. Finita la prima settimana di lavoro andai a riscuotere al Circolo Ofanto, il circolo dei signori. Il proprietario del terreno mi pagò appena nove lire, cioè una lira e mezza al giorno. I lavoratori, allora, non erano tutti uguali, ma c’era la prima, la seconda e la terza categoria. Noi bambini eravamo la terza categoria e prendevamo meno di tutti. Ci rimasi male e ne parlai con gli amici, fermi davanti a un bar. Non sarei riuscito nemmeno a pagare la panettiera quella settimana. Una guardia, che era lì vicino, ascoltò le nostre parole e ci obbligò a seguirlo al commissariato. Ci identificarono e, a noi tre ragazzini, ci fecero una contravvenzione di dieci lire e dieci centesimi. Dovetti fare dei debiti per poterla pagare.
    S’intende, eravamo nel periodo fascista e i fascisti facevano e disfacevano tutto a modo loro.
    Alla mietitura, a Cerignola, arrivavano mietitori da Brindisi, da Lecce, dalla provincia di Bari, perché c’era bisogno di mano d’opera. Povera gente! Qualcuno dormiva alla Casa del mietitore, ma la maggioranza dormiva all’aperto. All’alba li portavano in campagna e gli davano solo un po’ di fave o fagioli. Li pagavano solo con pochi soldi, quelli che avanzavano, non quelli di cui avrebbero avuto diritto. I padroni gli lasciavano i loro spiccioli, quello che gli avanzava nelle tasche, i centesimi che da quelle tasche gli cadevano a terra. Glieli lasciavano raccogliere e così, poi, potevano urlargli: Così sei già pagato, allora! Puoi andartene!

    Intorno a noi che registriamo e a Michele Sacco che racconta si forma un capannello. Michele si dimostra un incredibile raccontatore di storie, ha una impostazione della voce e dei tempi da attore e il fascino che esercita sull’ascoltatore è notevole. Ci si sente spettatori di una storia che viene “rappresentata”. (Molti anni dopo, Michele, infatti, parteciperà da ospite d’onore al progetto teatrale “Braccianti la memoria che resta” che lo vedrà spesso in scena anche in un festival svizzero).
    E nel silenzio della sala e del suo giovane pubblico, Michele riprende:
    I fascisti organizzarono anche il loro sindacato e bisognava tesserarsi, era un obbligo. Per tutte le campagne girava in motocicletta un certo don Beppe, che a noi ragazzi domandava con modi pesanti se avevamo la tessera del sindacato. Chi ne era sprovvisto doveva seguirlo in paese e, una volta tesserato, poteva riprendere a lavorare. Altrimenti dovevamo andarcene. Ci intimidivano, ti mettevano paura e dovevi avere, e pagare, la loro tessera.
    Avevamo sempre fame. Rubavamo dagli alberi le “pràscine”, le pere selvagge, le mettevamo in un sacco, maturavano e così ogni due tre giorni ce le mangiavamo. Quello era il nostro pane sotto il fascismo. La fatica e senza paga. Non solo senza paga, ma pure senza pane dovevi andare fuori (a lavorare).

    Michele, in quelle sere, nella sala della mostra, si sofferma spesso a osservare, una per una, le fotografie – braccianti al lavoro, braccianti in lotta -, esposte sui tabelloni, legge attentamente i testi delle testimonianze dei vecchi compagni di Di Vittorio: Peppino Angione, Michele Balducci, Alfredo Casucci, ma soprattutto è impressionato dall'interesse dimostrato dai tanti giovani che frequentano la mostra. Studenti, con cui si discute in animati dibattiti e che hanno cominciato a chiedere – a lui e agli altri protagonisti delle storie rappresentate nelle fotografie -, frammenti di vita, episodi e riflessioni personali sul lavoro, sulla cultura, sulla società.
    E gli stessi braccianti - nella loro Camera del Lavoro - hanno la sensazione, nuova, di poter insegnare qualcosa ai propri stessi figli, di poter riprendere a raccontare, narrare storie che, per vergogna, hanno nascosto nei luoghi più reconditi della loro memoria, ma che non avevano rimosso.
    L'identità sociale di una comunità dipende, per strutturarsi, non solo dalla memoria ma dalla verifica costante, nel tempo, dei valori fondanti della memoria stessa, dal suo confronto continuo col presente e le sue sollecitazioni. La memoria non è un deposito chiuso: è la capacità personale e sociale di utilizzo e traduzione continua di esigenze e motivazioni del presente, urgenze di progettazione e individuazione di futuri possibili, con i materiali e le esperienze del passato. Esperienze e materiali che, solo così, tornano ad avere ruolo, utilità, riconoscibilità. Senza queste occasioni, che si potrebbero definire di organizzazione democratica della cultura e della sua memoria, una comunità assillata ed aggredita dalle innumerevoli informazioni, notizie, fatti e opinioni, spesso distanti e non percepiti e sedimentati individualmente, si sfalda come nucleo sociale, perdendo di vista la propria storia culturale. Una storia tra le storie, con pari dignità.
    Michele Sacco, quella sera parlò per ore, noi (con me c’era Paola Sobrero e Alberto Vasciaveo) lo ascoltavamo e registravamo su nastro magnetico la sua roca e calda voce. Tornò ogni sera per tutto il mese, cominciò a mostrarci i primi fogli e poi i primi quaderni dove

    narrava di sé e degli altri.
    Negli anni successivi, con le sue sole forze (anche economiche) diventa auto-editore della sua storia, condensata in volumetti a stampa che distribuisce casa per casa.
    Dai primi testi in cui narra la vergogna dello sfruttamento sui campi del Tavoliere, l’esperienza della guerra in Grecia e della deportazione in campo di concentramento a Berlino, arrivando poi a narrare le sue fantasie, la sua visione del mondo ed i suoi sogni, in poesia, in italiano e in dialetto. Liberato dalla costrizione del racconto fattuale delle sue esperienze usa così tutta la sua capacità di scrittura per comunicare al mondo le sue storie, piccole, semplici ma, nella loro epica, estremamente ricche di profonda umanità. In lunghi anni gli sono stato, per quanto ho potuto, vicino. Mi considerava come un figlio e aveva sempre piacere quando, andandolo a trovare a Cerignola, nel suo modesto pianoterra alle spalle del Duomo, lo ascoltavo leggere i suoi racconti o le poesie appena scritte. Appoggiata a un muro aveva la sua bicicletta, la bisaccia, la zappa, il piccone, la falce.
    Nel 1991, insieme a Luigi Reitani (oggi illustre germanista e traduttore/curatore delle opere di Friedrich Hölderlin), curammo l’edizione di un volumetto di testi e poesie di Michele, che intitolammo Il diavolo e la cicala (dal titolo di uno dei suoi racconti). Luigi Reitani, curatore dei testi, nella sua postfazione scrisse: “…Chi ha vissuto l’esperienza del fascismo nelle campagne, della guerra, della deportazione, porta impresso dentro di sé un marchio indelebile, che lo spinge a testimoniare. È questa la matrice esistenziale della scrittura di Michele Sacco. Autobiografici non sono solo i tempi e le situazioni della sua opera, ma le stesse ragioni dello scrivere”.
    Ripenso a Michele Sacco: alle volte singoli individui comprendono più degli altri le necessità e le urgenze della storia di un popolo, di una collettività. Alle volte, meglio e prima delle organizzazioni, delle istituzioni, dei partiti da cui dovrebbero essere rappresentati.
    In quella sera di novembre del 1977, nella Camera del Lavoro a Cerignola, Michele Sacco fece una promessa ai giovani ventenni che gli chiedevano di raccontare. Una promessa che ha sempre mantenuto - fino al suo ultimo giorno - lottando contro tante fatiche, culturali, fisiche e morali: di questo lo ringrazio profondamente e lo ricordo con grande nostalgia.

    Così mi deprezzarono al
    mercato della carne, ormai
    ero un oggetto senza alcun valore,
    la mia schiena curva non convinse
    colui che stava per comprarmi, e mi lasciò
    come uno straccio sotto il marciapiedi.

    Stralci di questo testo sono ripresi dalla mia prefazione a: Michele Sacco, Racconti e poesie, a cura di Angelo Disanto e Giovanni Rinaldi, Cerignola 2002.
     

  • IL TEATRO DI STRADA
    DI COSIMICCHIO
    E TRIPPETTA

    data: 07/12/2020 18:15

    Aspettavano loro, la loro uscita per le strade. Nella bolgia e nel caos delle mille maschere del carnevale a San Nicandro Garganico, il momento clou era rappresentato dalla nuova mascherata di Cosimicchio e Trippetta. La “mascherata” di Cosimicchio e Trippetta (Francesco Solimando, barbiere e Giuseppe Russo, bracciante) era, all’interno della tradizionale rappresentazione collettiva del carnevale popolare sannicandrese, una specifica forma di teatro di strada che dalla fine degli anni Trenta e poi, soprattutto, dagli anni Cinquanta alla fine dei Settanta, la coppia ha ideato e messo in scena, proseguendo, in forma più originale, innovativa ed autoriale, l’antica forma teatrale del "ditt" (il detto – di cui abbiamo già parlato nel precedente racconto “E voi gentili signori…”). 

    Ricostruire la loro carriera di teatranti di strada è stato possibile registrando i loro racconti, ma anche grazie al materiale documentario costituito dalle fotografie conservate da Francesco Solimando e scattate, anno per anno, da fotografi occasionali. Le fotografie, unite ai loro ricordi, hanno così permesso non solo di ricostruire gli elementi fondamentali, quali la gestualità, i particolari simbolici, i travestimenti, l'azione complessiva, ma anche gli elementi utili a comprendere la condizione umana, l'ambiente sociale, gli avvenimenti e le situazioni che furono alla base delle loro allegoriche azioni teatrali.
    Non è un caso aver ritrovato tanto materiale documentario sulle mascherate di San Nicandro. Solimando, Russo, e il loro terzo e costante partner Antonio Gravina detto Rignanese, hanno costantemente esercitato una funzione specifica di produzione e di elaborazione culturale nella comunità paesana. Possiamo considerarli organizzatori e operatori culturali, intellettuali interni e organici della loro comunità. La loro attività non si limitava all’organizzazione dell'evento teatrale all'interno della ricorrenza calendariale, ma si estendeva alla ricerca, conservazione, riproposta di materiali della tradizione orale locale (canto, poesia, musica), che rielaboravano ed eseguivano non sulla base del ricalco filologico, ma di un'interpretazione innovativa e personalizzata. Erano stati, del resto, tra i principali testimoni delle prime ricerche etno-musicologiche di Alan Lomax nel suo passaggio nel Gargano il 1954.
    Nelle mascherate di Cosimicchio e Trippetta lo spettacolo conserva il carattere itinerante, in gran parte affidato all'improvvisazione gestuale e verbale sulla base di un canovaccio prestabilito oralmente. E “quando piaceva alla folla…” loro si fermavano e recitavano attorniati dal cerchio del pubblico.
    Elemento portante delle loro azioni teatrali era la comicità irriverente e provocatoria, che veniva di volta in volta applicata a elementi e funzioni diverse, utilizzando, oltre al più classico travestimento maschile/femminile, l’allusione sessuale, il doppio senso erotico e linguistico, come nelle mascherate Miss Mondo 1969, La reclame della minigonna 1972, Lo spogliarello 1973, Le nozze d’oro di Pasquale e Maddalena 1974, L’ingegnere e il contadino 1976.
    Per altre si ricorreva al paradosso, al surreale, al grottesco, come elementi di ribaltamento dei ruoli sociali, di trasgressione dei valori imposti, di deviazione dal controllo sociale esercitato sulle funzioni corporee della escrezione e della sessualità, come nelle mascherate Il pannolino sporco 1937, L’enteroclisma 1938, U sicchije, u pisciatùre 1960, Gli evasi dal manicomio 1954.
    Frequentemente la rappresentazione, deformata del reale attraverso il comico (riferito alla situazione, ai personaggi, al movimento dell'azione), costituiva il veicolo di comunicazione di rapporti e realtà sociali, le funzioni del potere, dei ruoli femminili, le situazioni sociali quali l'emigrazione e la devianza, come nelle mascherate In cerca dell’amico emigrato in Germania 1967, Trippetta va a prendere l’amico in Germania 1968.
    In alcuni particolari casi progettavano vere e proprie “Scene itineranti”, comprese le “macchine sceniche”, che sembravano fondate sul realismo teatrale e scenografico, e al contrario nascondevano sorpresa e provocazione, come nelle mascherate La fotografia per prenotare il viaggio sulla Luna 1964, Il Carro di Tespi 1970, L’immondizia 1977.
    Spesso l'azione prevedeva la provocazione diretta del pubblico, trasformandosi in drammatizzazione collettiva, come nelle mascherate I manichini in vetrina 1962 e La fregatura 1963. Condizione fondamentale di questo tipo di azioni teatrali era l'assoluta novità, il fattore sorpresa, l'aspettativa determinata dalla sua predisposizione in segreto.
    Andrebbero raccontate una per una, osservando le fotografie in sequenza e, magari, riascoltando le loro voci che, quasi, le reinterpretavano per farle immaginare meglio a noi, giovani ricercatori che pendevamo dalle loro labbra.
    Ma su due in particolare bisogna almeno soffermarsi, perché rappresentano l’apoteosi del “gesto teatrale”, del rapporto simbiotico tra attore popolare e comunità, della capacità della cultura popolare di innovare nella tradizione.
    Nella mascherata I manichini in vetrina, per esempio, Cosimicchio e Trippetta posarono in vetrina, immobili, per ore, con i passanti che si assiepavano curiosi e gesticolanti. Cosimicchio la ricordava così: “In un vetrinone abbiam fatto i manichini. Io vestito da sposa, con un mazzo di fiori, lui che faceva la reclame dei reggipetti e dei reggicalze. Lui aveva una calzamaglia di filanca, color carnino, sembrava nudo. Però, in mezzo alle cosce, teneva una lampadina da 500 candele accesa. Siamo stati tre ore fissi, senza muoverci… e la folla a bocca aperta a osservarci”. L’anno successivo i due, con la collaborazione dell’allora sindaco del paese (Raffaele Mascolo, figlio di quel Giovanni autore de “Il cafone all’inferno” riportato da Tommaso Fiore), fecero bandire per le strade del paese “Stasera alle ore 7, Cosimicchio e Trippetta terranno una rappresentazione dal balcone del Municipio. Accorrete tutti!” Al sindaco Mascolo avevano, nel frattempo, chiesto le chiavi per accedere al balcone e l’impianto di illuminazione, senza altro aggiungere. Alle 19 si accesero le lampadine, la piazza era affollata da far paura. Ogni tanto dagli altoparlanti echeggiavano voci in lontananza, rumori soffusi, ma il tempo passava e i due attori non si presentavano. Tra il pubblico anche dei parenti di Cosimicchio e Trippetta, in attesa come gli altri. Passate tre ore sul balcone si presentarono finalmente i due attori: “Uè! Che fate tutti qua con le ste bocche spalancate?! Lo spettacolo è finito. L’anno scorso abbiamo fatto noi i manichini per tre ore, quest’anno l’abbiamo fatto fare a voi”. Tra il rumoreggiare della folla aggiunsero “Mò ve ne potete andare a ritirare”.
    Grida, chiasso, la folla pensava a uno scherzo fatto per dare comunque avvio allo spettacolo.
    Si accorsero, invece, che il titolo di quella mascherata, letteralmente “La fregatura”, era stato rispettato e la popolazione ne era stata l’inconsapevole protagonista.
    Se ne parlò per anni.

     


     

  • IL READING DI PEPPE BARRA
    PER PEPPINO DI VITTORIO
    E MATTEO SALVATORE

    data: 29/11/2020 17:38

    Nel 2006 invitai Peppe Barra a Cerignola per la mia rassegna “Leggere la fatica di leggere”, uno dei progetti a cui sono più legato. Le location erano luoghi del lavoro (aziende olivicole, frantoi, stabilimenti enologici, tipografie), in cui facevo incontrare letteratura, musica, immagini, cultura del cibo e prodotti dell’agricoltura. Il progetto era inserito in “Ottobre piovono libri. I luoghi della lettura”, promosso dall’Istituto per il Libro e dal Mibac. Quella sera, il 23 di ottobre, eravamo ospiti dell’Azienda “La bella di Cerignola” presso S. Stefano e la musica di Umberto Sangiovanni accompagnava le letture. Peppe Barra lesse testi su Di Vittorio e Matteo Salvatore (di cui qui si stralciano solo dei frammenti), recitando, in chiusura, la fiaba “La vecchia scortecata” dal capolavoro “Lo Cunto de li Cunti” (o Pentamerone) di Giovan Battista Basile. Le letture si intrecciarono ai suoi ricordi d’infanzia, a riflessioni sulla cultura, sul cibo, sulla povertà e sul valore della memoria.

    In scena, Peppe Barra:
    Prima di leggervi le belle pagine che ho davanti, volevo dirvi che tutto il mio essere, quello che sono adesso, lo devo agli anni della mia fanciullezza e adolescenza. Perché quelli sono gli anni che mi hanno formato: gli anni ’50. Sono stati importanti, per me. Perché negli anni ’50 si viveva ancora nel retaggio dell’Ottocento. Anni pieni di racconti che ho avuto il privilegio di sentire, ascoltare, con lo stupore del bambino.
    Voi sapete che sono figlio d’arte. Mia madre, Concetta, e tutta la mia famiglia, era nel teatro. Ma tutto quello che sono lo devo anche a un’isola, un’isola incantata: l’isola di Procida negli anni ’50. Procida mi ha dato quello che poi ho avuto da grande, dalla Puglia e dalla Campania. Ho più amici in Puglia che a Napoli. La mia seconda patria è proprio la Puglia, perché ci accomunano tante cose. A parte storicamente, come sappiamo, il Regno delle Due Sicilie, ma ci accomuna anche la grande cultura che c’è in Puglia e la grande cultura che c’è a Napoli.
    Perché amo la Puglia? Innanzitutto perché siamo cugini, parenti di sangue, ma anche perché se mange tanto bene, in Puglia. Se mange assaje, proprio bene bene! Ora, io giro il mondo e vado all’estero, in America del sud e del nord, Francia, Belgio, Svezia, Finlandia, uuuh! E faccio spesso il paragone e penso che noi di cultura ne abbiamo tanta, tanta. Perché anche la cucina è cultura. E qui, in queste pagine che mi hanno proposto di leggere, una delle prime cose che noto è: “la favetta”. Ecco, io l’adoro la favetta, la fava. Pensate che mamma ‘a chiammava comm’a vvuje: ‘a favett’. Che se mange oggi? Se mange favett’, mammà. Ecco, nu juorne, ddu juorne, tre juorne, sembe favett’. Anche noi, come voi, sembe favett’.
    Ora leggo, ma devo mettere gli occhiali, perché c’ho una certa età. Togliamo “certa”, c’ho l’età.

    I ricordi dell’infanzia di Peppino nelle parole di Felice Chilanti:
    …il padre di Di Vittorio, nell'intento di salvare il bestiame del padrone, si trascinò per la notte intera attraverso la zona allagata… poi cadde ammalato e morì nel mese di marzo… in casa non vi era nulla da mangiare, la mamma di Giuseppe Di Vittorio prese per mano il ragazzo e lo condusse dal padrone… trovarono buone parole e una magra ricompensa: dieci chili di favetta… ci si poteva sfamare per qualche giorno e per qualche giorno ancora il bimbo poté frequentare la scuola… i dieci chili di favetta finirono. La madre aveva cominciato a lavare i panni alla fontana, ma il guadagno era irrisorio: così per la seconda volta prese il figlio per mano e lo condusse dal padrone... il padrone le donò qualche altro chilo di favetta. Il bimbo frequentò così la scuola ancora per una settimana. La terza volta, quando il padrone si rivide davanti i due con la bisaccia e lo sguardo implorante, disse “Adesso basta”. E fu una nera giornata… a sette anni di età dunque Giuseppe Di Vittorio cominciò a guadagnarsi il pane.
    Di Vittorio ricorda “Il distacco dalla scuola fu una grande amarezza. Amavo molto la lettura e ogni pagina di libro era come una rivelazione per me. Avevo sete di quelle rivelazioni”.

    Pensate, Giuseppe Di Vittorio aveva sete: sete di leggere.
    E mò? In questo periodo, chi legge? Le librerie stanno fallendo. I più giovani non leggono più, tranne qualcuno, tranne pochi. Perché hanno il computer, hanno internet. Invece questo io dico sempre: che cosa c’è di più bello di un libro! Dove puoi volare con l’immaginazione, col fantastico, con l’immaginario. Ecco, il computer è una cosa utile, una cosa molto utile, bella, interessante. Io nonn’o sacce fa’, nonn’o tenghe, a’ case. Ne ho uno, ma è rotto, l’ho rotto proprio io – vedi l’inconscio -, perché non lo sapevo usare. Però è utile, per carità! A faccia mia sott’i pieri ro computer! Però, dite la verità: una giornata di pioggia, una bella poltrona, la pioggia che batte sui vetri… e un bel libro. Dicite a verità, che meraviglia!
    E questo, Giuseppe Di Vittorio l’aveva capito. E aveva assaporato questi momenti, che purtroppo gli furono negati. Vedete com’è, l’ingiustizia. A Giuseppe Di Vittorio, che aveva fame di apprendere, questa cosa veniva negata.
    In quegli anni - voi sapete che la Puglia era povera, ma anche ricca -, i ricchi approfittavano, come sempre, del povero. I pescecani mangiavano i pesci più piccoli.

    C’è una bellissima canzone di Matteo Salvatore, “Don Nicola”. Stasera ve la propongo così come la racconta Matteo, letteralmente, come una piccola novella:
    Don Nicola ricco latifondista venne nella piazza dove giocavano i bambini di 12-13 anni, col mantello a ruota, alto, avaro, crudele e cattivo. Aveva con lui due guardie del corpo col fucile a tracolla: gli sceriffi del tavoliere. Don Nicola mandò a cambiare 100 soldi dai suoi guardaspalle, si mise i soldi in una mano e disse ai ragazzi: Bambini, uagliù, oggi è la mia festa e devo buttare questi soldi a pioggia. Però voglio vedere la sfida, cume ve fraccàte, cume v’ammùntunate. Non credevamo ai nostri occhi. E don Nicola disse: Chi prende più soldi va a comprare più pane. E noi dicevamo, Don Nicola veramente devi buttare i soldi? Prima di buttare i soldi disse due parole rizzate come ferro spinato: Sì, bambini rachitici di eterno abbandono! Buttò i soldi a pioggia. Noi ragazzi non eravamo più compagnucci vicini di casa, ma leoni! Ci sfregiavamo, ci mozzicavamo, a chi prendeva più soldi. Calci, pugni, cazzotti. E don Nicola incitava: Prendete, prendete uagliù! Alla fine, quando vide il sangue dei ragazzini per terra, don Nicola se ne tornò al suo palazzo.

    Queste letture mi hanno veramente emozionato e commosso, perché tutto questo io lo vivevo, lo vivevamo, quando ero bambino. Allora ero lontano dalla Puglia, ero a Napoli: la Napoli dei Quartieri Spagnoli, con gli scugnizzi che all’epoca magnavane i cornicioni! Lo ricordo, perché mio padre mi portava proprio lì per insegnarmi delle cose. Diceva: “Peppì, se tu non vai a’ scola e non impari qualcosa, guarda che fine fai”: questi scugnizzi, che non potevano andare a scuola, mangiavano i cornicioni di pizza. Era la cosa più degradante per un bambino: mangiare i cornicioni di pizza che quelli - i privilegiati che potevano mangiare la pizza, in quegli anni di fame, i primi del dopoguerra -, buttavano per elemosina… il cornicione che non ge’a facevano a magnà! E chelle povere criature, sott’a o tavolo, li raccoglievano.

    È vero, queste cose non mi meravigliano, nelle pagine che ho letto. Dico sempre che queste iniziative andrebbero fatte più spesso. Perché i giovani, soprattutto i giovani, hanno il privilegio di vivere in un mondo di relativo benessere, ma che spiritualmente gli nega tante cose. Vivono nel benessere ma senza aver vissuto dei ricordi, senza avere dei modelli, punti di riferimento.
    Ed è importante passare una serata così, piena di ricordi, anche di tristezza, che ci fa toccare con mano realtà importanti, che io ho potuto leggere, ma che già, ahimè, conoscevo e mi hanno riportato alla mente tantissimi ricordi brutti, però, vi assicuro, anche molto belli. Ricordi malinconici, ma ricordi veri.
    Questa non è solo una serata di ricordi, per ricordare un grande personaggio come Giuseppe Di Vittorio, è anche una serata di cultura, di grande cultura. Abbiamo sentito cose che andavano e vanno dette.

    Letture tratte dai testi: Felice Chilanti, Vita di Giuseppe Di Vittorio, pubblicato a puntate su “Lavoro”, settimanale CGIL, 1952; Matteo Salvatore, La luna aggira il mondo e voi dormite, a cura di Angelo Cavallo, Stampa Alternativa, 2002.
     

  • IL MISERERE CANTATO
    NEL GARGANO
    SUGLI ALBERI DI ULIVO

    data: 23/11/2020 09:15

    Ritornai a Vico del Gargano nell’aprile del 2014, dopo 36 anni dalla mia missione di ricerca antropologica sui cantori e i canti della Passione. Nel 1978 avevo 24 anni ed ero andato a Vico per loro, per ascoltare i loro canti e per registrarli su nastro magnetico. Era la Settimana Santa e giravo per i vicoli del paese col mio pesante registratore Uher.

    Da una chiesa all’altra li avevo seguiti e ascoltati, affascinato dalle loro voci che sembravano provenire da un altro tempo e da un altro mondo.
    Pochissimi, allora, fuori dal paese, conoscevano quest’antica tradizione musicale che vedeva protagoniste le Confraternite di Vico del Gargano. In quegli anni, per i pochi che se ne occupavano per ricerca e studio, quelli erano rituali di un mondo in declino, destinato a scomparire. Invece ancora oggi mantengono la loro forza mai interrotta, diventando simbolo d’identità da esportare oltre i confini del proprio paese e della propria terra.
    Invitato dal Carpino Folk Festival a realizzare un documentario sul viaggio dei Cantori verso il Salento, tornai quindi a Vico portandomi dietro le fotografie e le registrazioni raccolte nel 1978. In piazza, il giorno della partenza, incontrai il gruppo dei 23 cantori scelti tra le 5 confraternite, che avrebbe rappresentato le Confraternite nella rassegna Canti di Passione. Mostrai loro le fotografie, i loro ritratti, alcuni si riconobbero, altri ritrovarono padri e maestri di canto.
    Partii con loro, in compagnia del mio operatore Sergio Grillo. Un viaggio per conoscerli meglio e riprendere, forse, la mia ricerca interrotta.
    Sul bus che attraversava la Puglia mi hanno raccontato la loro tradizione sonora, coralmente, come fanno quando innalzano al cielo le loro voci. E le loro voci ho miscelato, come nel documentario, nel montaggio che ho qui trascritto.

    Il racconto nelle voci dei Cantori di Vico.

    Chi ci osserva dall’esterno, mentre siamo in viaggio, ci vede forse come folklore, ma in realtà, secondo noi, non siamo solo ed esclusivamente folklore. Non andiamo ad esibirci, lontano da casa, per far ascoltare il nostro canto. Io penso che stiamo facendo qualcosa di più interessante: andiamo ad ascoltare quello che fanno gli altri per confrontarlo con quello che facciamo noi.
    Coloro che ci hanno preceduto erano analfabeti, ma tenevano molto a questa tradizione. Erano poveri e allora dove potevano andare, se non in chiesa?
    E ogni chiesa, ogni confraternita, nei primi anni del ‘900 aveva il suo nobile che, in quanto benestante, la sosteneva. La sacrestia si trasformava in ufficio di collocamento. Il nobile che conosceva i suoi paesani dalla bella voce li chiamava a lavorare per lui e così il lavoratore diventava confratello della confraternita protetta dal nobile.
    Al nobile piaceva quella voce e se la accaparrava.
    Il nostro canto corale in confraternita non è prettamente legato allo spartito musicale, tranne che per le funzioni dell’Agonia e del Settenario. Il nostro canto lo impariamo “a orecchio”, siamo legati all’ascolto e all’imparare dai vecchi, per poi riproporlo ai più giovani, per portare avanti queste nostre tradizioni. Io ho imparato… mi hanno imparato gli anziani. Con l’orecchio, devi sentire la voce degli anziani. Quando devi imparare a cantare, ci vuole prima orecchio, devi ascoltare chi la canta prima di te e poi mano mano… ripetere. Perché mica “si nasce imparato”!
    Nessuno di noi è professionista, siamo tutti dilettanti. La nostra formazione non passa attraverso la musica scritta, ma vocalmente, è una lezione orale, non c’è scritto niente da nessuna parte. Devi essere un po’ ladro, ladro delle parti cantate. Alcuni erano gelosi delle parti che cantavano e tu se volevi impararle dovevi essere anche un po’ ladro, imparare a “rubarle”.

    Tutti noi veniamo, di generazione in generazione, da una scuola. Quella di un frate cappuccino, Bernardino Mazzucco, che amava raccogliere intorno a sé una schola cantorum. Era un coro di 50 elementi che andava dai bambini di nove dieci anni ai vecchi di settanta. Lui ci ha formato dandoci modo di insegnare a quelli venuti dopo. Un altro maestro fu fra’ Eugenio Mangiacotti, organista e in ultimo padre Eligio Ciampi che voleva un futuro diverso rispetto alla competizione esistente tra le confraternite. Lui esprimeva il suo desiderio: “Vorrei vedervi un giorno, prima di lasciarvi, cantare tutti insieme. In voi c’è una potenzialità enorme, che è come chiusa in un forziere e cerca di uscire. Mettete da parte questa rivalità, mettiamoci insieme e mostriamo la nostra potenza”.
    Prima le confraternite non cantavano mai insieme, infatti, nel periodo quaresimale.
    Forse, qui a Vico, non esisterebbe il Venerdì Santo se non si crea quel clima di agonismo e competizione tra le varie confraternite. Il Venerdì Santo diventa il giorno in cui io devo farti vedere cosa so fare e tu rispondi allo stesso modo. È da questo che nasce il cambiamento: il canto melodico si trasforma in canto urlato.
    Questa, che chiamiamo la “vecchia tradizione”, non era amata dalla chiesa. Abbiamo avuto dei sacerdoti che la volevano togliere perché dicevano che i cantori, durante le processioni, si ubriacavano e continuavano a girare, fino a notte tarda, cantando a squarciagola l’”Evviva la Croce!”. Questa è una vecchia tradizione, chissà quanti anni ha, secoli, altro che anni. E volevano abolirla.
    Venne un vescovo da Manfredonia che pensava di convincere il popolo a smetterla con questa tradizione. Invitò tutti a discuterne in chiesa. Il popolo è entrato, in chiesa, deciso… lo volevano abbastonare. Il vescovo, con le braccia sollevate, scappò gridando “Non metto lingua, fate come volete!” Provarono anche a rivolgersi ai carabinieri, perché nessuno cantasse al termine del giro, davanti all’ultima Croce. Ma prima cominciò uno, poi due, poi tutti. I carabinieri non sapevano che fare. Volete mettervi contro il popolo?! Non facevamo del male, è una vecchia tradizione. Lascia sfogare la gente!
    Le ultime parole di Ambrogio mi regalano l’immagine più luminosa di questo viaggio.
    Gli chiedo quando comincia a prepararsi per i canti della Passione e lui mi risponde: "Comincio il primo giorno di Quaresima e lo faccio sugli alberi, tra i rami delle piante, mentre sono al lavoro con gli altri. Sugli alberi canto il Miserere, le parti che mi vengono in mente".

    Al termine del tour del Salento, dopo aver riempito le chiese di Calimera e Castrignano de’ Greci delle loro voci, davanti a un pubblico di emozionati spettatori (e fedeli), in un clima che l’organizzatore del festival Canti di Passione, Luigi Chiriatti, definisce “quasi onirico, quasi metastorico”, il gruppo fa ritorno a Vico.
    Ora mi hanno fatto loro confratello onorario. Li ho ascoltati cantare, li ho ascoltati raccontare, in un viaggio non solo geografico, ma anche temporale, alla ricerca delle proprie radici profonde.

    Grazie a tutti gli amici delle Confraternite vichesi e grazie in particolare a Vincenzo Azzarone, Domenico Del Giudice, Ambrogio Mastropaolo, Salvatore Zaffarano, Domenico Lombardi, Matteo Cannarozzi De Grazia, Luigi Chiriatti.

    Link al documentario “Ritorno a Vico”: https://youtu.be/N01kuc8u28g


     

  • Storie. LE ULTIME
    MARIONETTE DI PUGLIA

    data: 19/11/2020 16:02

    Dal 1882, per circa un secolo, le Marionette di Canosa costituirono un straordinario esempio di cultura popolare. La storia della Famiglia Dell'Aquila - e del suo capostipite, Lorenzo, nato a Barletta, - il loro Teatro stabile a Canosa di Puglia, i manoscritti, le tecniche di animazione, i pupi di pregiata manifattura, costituirono quasi un unicum per il Sud Italia, costituendo di fatto l'ultima compagnia di marionette o pupi di origine napoletana (Lorenzo, già a 19 anni, a Napoli, comprò le sue prime marionette e qualche copione). Una storia ben raccontata da Daniele Giancane nel suo Alla ricerca di una cultura. Le marionette di Canosa, del 1985, che ne parla come di fenomeno culturale, ma anche sociale e pedagogico, straordinario esempio di incontro e scambio tra cultura aulica e cultura popolare.

    La famiglia Dell'Aquila-Taccardi custodisce una collezione preziosa e unica che fa parte della storia di quest'arte, costituita da marionette alte anche un metro e mezzo, che arrivano a pesare anche trenta chili, rifinite fin nei più piccoli particolari: le parti in legno, come le teste, in faggio o noce; i luminosi occhi in cristallo; gli abiti eleganti in seta e velluto nei diversi stili e fogge, rivestiti di piume, pizzi ricamati a mano e gioielli; le armature, complesse strutture composte da decine di elementi, frutto di alto artigianato.
    Incontrai la famiglia Dell’Aquila Taccardi nel loro Teatro Aurora, in vico Moscatelli a Canosa di Puglia, nelle sere del 17 ottobre e del 28 dicembre 1976. Ci appartammo nella penombra del laboratorio annesso al teatro, prima dell’inizio della rappresentazione del giorno e, dentro di me - che provenivo dagli studi del primo Dams bolognese, in cui mi ero innamorato delle forme del teatro popolare che faceva sognare, divertire, emozionare, mentre insegnava a parlare la lingua nazionale – prese forma la prima idea di ricerca sul teatro popolare nella Puglia settentrionale.

    Il racconto dei marionettisti di Canosa.

    Parla Anna Dell’Aquila.
    Siamo marionettisti: lavoro con mio marito Giuseppe Taccardi e con i nostri tre figli Sante, Salvatore e Sabina. Ogni sera facciamo spettacolo, ogni sera diverso. Non abbiamo altri lavori. Mettiamo in scena “I tre moschettieri”, “Il Fausto di Ghetti” (Faust di Goethe), “La nascita del Bambino” per Natale e tante altre di quelle storie, come “Il Guerino Meschino” o “La morte di Clorinda” (da La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso). Li replichiamo tutte le sere e il pubblico ci segue sempre. Solo d’estate non lavoriamo, perché fa caldo e andiamo fuori paese.
    Abbiamo quasi 200 marionette di legno, antiche. I costumi sono quasi sempre armature, mentre le sopravvesti in tessuto le cucio io. Una delle armature, la più antica, ha oltre 140 anni. Quelle in ottone hanno una sessantina d’anni ed erano realizzate da un canosino, mentre le altre arrivavano da Napoli. Erano cesellate da orefici, che si dedicavano a questo nei momenti di minor lavoro. Ora non le realizza più nessuno.
    Le teste in legno sono intercambiabili, ne abbiamo circa 500. Le facevamo artigianalmente, ma ora ci dedichiamo solo ai costumi, che vanno rifatti e adattati spesso. Difficile rifarli come quelli originali, quelli più antichi, che in parte ancora usiamo. Noi, ogni giorno, dobbiamo vestire la commedia e abbiniamo corpo e teste delle marionette. Sappiamo quali teste scegliere, in base al testo, se quella di un giovane o di un vecchio, di un uomo o di una donna…
    Usiamo marionette a due fili, uno per braccio. Ad alcune, con un terzo filo, possiamo muovere la bocca. Le marionette più piccole sono per i diavoli che escono nell’Orlando. Quelle con le grandi teste sono dei Giganti. Il corpo rimane, ma cambiamo la testa.

    Parla il figlio Sante Taccardi.
    È strano, ma nessuno mi ha insegnato a fare questo mestiere.
    Quando in famiglia si decise di rimettere su questa tradizione, - perché per un certo periodo avevamo smesso, si era fermata ai miei bisnonni, - e mio padre sette anni fa riprese questa idea, rimise fuori gli arnesi e i ferri del mestiere, sono salito sul palco, lavorando come i miei vecchi, come fossi già un veterano. Non mi aveva insegnato niente nessuno. Il che è strano.
    Per la mia famiglia è la quinta generazione che lavora con questa forma di spettacolo e continua a far esistere questo teatro. Alterniamo attività in loco a molti giri fuori città, con un repertorio costituito principalmente da storie medievali: le storie di Orlando, i Paladini di Francia, di Carlo Magno, fino alla “Gerusalemme liberata”.
    Questo lavoro non lo si fa per guadagno, perché non c’è tanto da sguazzare. Sì, la passione può aver influito, ma in minima parte, perché oltretutto per un giovane fare un’attività del genere è abbastanza pesante, specie se ci sono dissidi in famiglia sul modo di farla.
    Mio padre intende fare ancora il teatro delle marionette come si usava tradizionalmente una volta, 30-40 anni fa. Io lo intendo in una maniera molto diversa. Il che mi mette in crisi e di conseguenza nascono dissidi. Penso sia così in tutte le famiglie.
    Per il momento portiamo avanti il vecchio discorso che, per me, però, significa non rinnovare, non toccare nulla, solo piccoli accorgimenti tecnici.
    La struttura è nostra e vale già molto. Per le scene bisogna affidarsi a un pittore bravo nel realizzarle. Ne abbiamo uno di fiducia che su nostra indicazione le dipinge alla maniera antica. Una piccola innovazione che sono riuscito a inserire sono le musiche, che prima non usavamo.
    Non improvvisiamo, è tutto scritto: personaggi, battute, attrezzi, scene, atti. Non ci possiamo permettere di improvvisare, se non si è attori nati. La battuta scappa sempre, ma non prevista dal programma. Solo i pupari siciliani improvvisano e recitano a braccio. I testi li abbiamo tutti ereditati, ci sono stati tramandati e noi ci atteniamo a questi. Sono circa 1000 copioni, che potrebbero occupare tre anni di spettacolo, tutte le sere.
    Ognuno di noi quando recita cerca di immedesimarsi nel personaggio. Di conseguenza se io mi impegno e non c’è riscontro da parte del pubblico evidentemente non sono in grado di farmi capire, il che è molto grave per uno che recita. Quindi è naturale che se faccio una battuta e c’è da ridere e il pubblico ride, in quel momento sono felice, perché hanno capito il senso della farsa.
    In scena, a muovere le marionette siamo in quattro, poi c’è il rumorista, che è necessario per interrompere la monotonia dello spettacolo stesso, che va avanti uguale, tutte le sere, per decine o centinaia di parti. Sono un po’ contrario a riprendere questi lunghi cicli, perché non si ha modo di dialogare col pubblico, né di spiegare ciò che vedranno, e lo spettacolo stesso ne soffre. Rappresentiamo cicli che durano mesi, quando lavoriamo qui in paese. Invece fuori sede facciamo spettacoli con un inizio e una fine, di una o al massimo due-tre serate e in queste occasioni sono più contento, perché prima di andare in scena esco a presentare al pubblico lo spettacolo, c’è più partecipazione. Qui, a casa nostra, c’è partecipazione solo quando si vede il cattivo che ammazza qualcuno alle spalle e dalla sala si sente gridare “Ueh! disgraziato, perché l’hai ammazzato!?”
    Il testo che mettiamo in scena questa sera, per esempio, è stato copiato nel 1943. Copiato, perché evidentemente l’originale era rovinato e risaliva a molti anni prima. Stasera recitiamo la 31esima parte del Conte Orlando. Il ciclo è quello de I Reali di Francia, però la storia a un certo punto si spezza e se ne apre una tutta incentrata su Orlando, le sue avventure, la sua vita fino alla rotta di Roncisvalle, quando moriranno i Paladini, Orlando incluso.
    Avevamo anche pensato di avvicinarci al teatro classico, Shakespeare, Adelchi di Manzoni, sceneggiare questi testi. Mi ci ero anche messo d’impegno, però, arrivato al problema delle scenografie e dei costumi, mi sono fermato. Bisognerebbe affrontare delle ingenti spese e, al momento, non ci è possibile. Non ci aiuta nessuno.
    Inoltre sarebbe utile fare delle ricerche, studiare i testi, studiarne il linguaggio, dall’arcaico al moderno, le provenienze culturali. E per fare questo servono ancora soldi, risorse. E non ci sono. Certo, sono testi vecchi, storie vecchie, ma potrebbero essere anche reinterpretate, essere attualizzate, nuove: come scoperta culturale, scoperta letteraria.
    Quello che fate, con questa intervista, è lodevole, non dico che sia inutile, però resta il fatto che a voi resta la sola conoscenza, l’arricchimento del vostro bagaglio. Anche a me serve: mi dà la possibilità di uno sfogo. Ma di concreto non c’è niente, le Istituzioni locali non ci aiutano, e nessuno ci sostiene. I giovani sono superficiali, non si riesce a creare teatro, niente musica, poche attività culturali. Questo Teatro delle marionette, a Canosa, naviga nella più assoluta indifferenza.
    Quello che funziona qui sono i bar, col jukebox e il caffè.


     

  • CIURME, RETI E BURRASCHE
    IL RACCONTO DI GIOVANNI
    PESCATORE DI LAGO

    data: 12/07/2020 21:26

    Il racconto di Giovanni Nardella, pescatore di San Nicandro Garganico (*)

    Io sono pescatore. Questa è la mia origine. E ho fatto il pescatore per più di quarant’anni. 

    Pescavamo nel lago di Lesina e tutte le sere, quando si rincasava, tornavamo a San Nicandro.
    Vivevamo di pesca, solo di quello. Allora se prendevi pesce, bene, potevi campare, altrimenti… Tanti anni fa il pesce ce n’era in abbondanza, ma il prezzo era basso. Ora il prezzo è buono, ma pesce non ce n'è. Così, visto che l'arte del pescatore andava declinando, mi sono fatto una piccola vigna, un paio di ettari di vigneto.
    Noi pescatori stavamo meglio dei braccianti, perché nelle masserie a quei tempi si viveva in schiavitù. Noi invece eravamo liberi e guadagnavamo qualcosa in più di loro, che erano quasi schiavi.
    La povera gente, a quei tempi, non era libera come oggi. A quei tempi, i primi anni ’20, i padroni si permettevano di bastonare i garzoni, li bastonavano senza pietà. Qualcuno è stato anche ucciso, altri non venivano pagati. E se un operaio denunziava il padrone che lo aveva bastonato, non si faceva neanche la causa: l’operaio non lo considerava nessuno.
    Sindacati non ce n'erano, ma anche dopo la loro costituzione non avevano la forma giuridica che hanno oggi. I sindacati, oggi, hanno valore perché c'è la legge che li difende, ma noi no, a quei tempi chi ci difendeva? Nessuno!
    Io mi ricordo le tante volte che andavamo a lavorare da quel farabutto di P.
    Si faceva il patto: la paga era di 30 soldi per giornata lavorativa. Una volta, avendo bisogno di lavorare, andai con altri braccianti e faticammo per una intera settimana. Passata la settimana andammo a riscuotere il danaro, e invece di pagarci i 30 soldi a giornata pattuiti, ci pagarono 25 soldi. Non ce lo fece una volta sola questo scherzetto e noi non sapevamo a chi rivolgerci. In quegli anni, a San Nicandro, c'era il commissario, andammo da lui: "Commissario vedete, non ci hanno pagato quanto avevamo pattuito…", "Be’ e che volete che faccia!?", non poteva fare niente e i signori facevano i loro porci comodi.
    Quindi noi pescatori che lavoravamo nel lago eravamo solo un po’ più liberi rispetto agli altri operai che andavano sotto lor signori. Eravamo più liberi e guadagnavamo qualche cosa in più, ma era dura lo stesso.
    Pescavamo a ciurme, acciurmati. Ci univamo, in gruppi di quattro cinque e si pescava tutti in comunità. Fra il mare e la laguna avevamo le nostre capanne. Eravamo circa duecento pescatori di San Nicandro e quattro-cinquecento di Lesina. Noi ci dividevamo così: noi sannicandresi ci acciurmavamo fra sannicandresi, i lesinesi fra lesinesi, divisi in decine di ciurme. Ci acciurmavamo e pescavamo a seconda del tempo atmosferico. Quello che prendevamo si vendeva e settimanalmente facevamo i conti… tanto ciascuno.
    Pescavamo con le reti, con le cosiddette paranze, lunghe palizzate piantate nella laguna a spina di pesce, fatte con delle frasche al centro con anelli di vimini e i bartovelli (o bertovelli), delle reti a forma conica con cerchi di legno, che usavamo come trappole per le anguille.
    Il vento comanda la pesca, non il pescatore. Quando c'è il vento si pesca, quando non c'è il vento si pesca poco. E se il vento è forte si pesca ancora di più e la pesca può durare un giorno, due, specie in autunno. In questa stagione, ai tempi miei, si prendevano cinque sei sette dieci quintali di pesce, anguille soprattutto. Poi si doveva aspettare un'altra occasione di bel tempo, bel tempo per pescare. Quando avevamo fatto due tre ondate, finiva la stagione della pesca. Ma generalmente la giornata la guadagnavamo sempre.
    Per la pesca di notte si usano le reti, si pesca con i bartovelli, ma da fermo: fai la posa dei bartovelli, cali le trappole e le trappole pescano per te. Poi c'è la pesca con la lampara, con la luce, un'altra qualità di pesca. La gran parte della pesca viene fatta sempre di notte, al buio.
    In primavera c’era la pesca delle pantanine, le anguille più piccole e gialle che preferiscono il pantano al mare aperto, in autunno c'era la pesca delle maretiche, le anguille più grandi, femmine, argentate, che lasciano il lago per il mare. Poi quando arrivava il freddo si pescava il pesce.
    Quando vedevamo che il tempo era adatto si andava a pescare, altrimenti si restava a casa. Il pescatore deve stare sveglio, non c'è niente da fare, dev’essere sempre pronto. Più il tempo si fa cattivo e più il pescatore deve andare in acqua. In quelle serate più rigide e burrascose, che ti fa paura anche stare chiuso in casa, il pescatore deve uscire, deve andare a guadagnarsi la giornata che ha perduto precedentemente e così, di notte, va a pescare.
    Quand'è buon tempo, placido e calmo, con la bonaccia, i pesci e le anguille avvistano le reti e cambiano direzione, non entrano né si avvicinano ai bartovelli.
    Mentre quando c'è burrasca e le onde smuovono l’acqua - specie qui da noi che il lago non è profondo, è superficiale -, allora i marosi intorbidano l’acqua col fango, che diventa color feccia, color terra. Il pesce e l'anguilla, nell’acqua torbida, non vedono più la trappola pronta per loro, il vento li spinge, i marosi li portano vicino alle reti e si trovano imbrigliati e intrappolati.
    Abbiamo pescato oltre quarant'anni. Ora tocca ai nostri nipoti, ai giovani, che continuano ancora a pescare, ma purtroppo di pesca ce n’è sempre meno.

    (*) Testimonianza raccolta a San Nicandro Garganico il 24 maggio 1977 da G. Rinaldi e P. Sobrero

     

  • QUELLA NOTTE A LAVELLO
    ASPETTANDO DI VITTORIO

    data: 06/07/2020 15:30

    Il racconto corale degli uomini e delle donne della rivoluzionaria Comunità del Sacro Cuore di Lavello guidata da don Marco Bisceglia (*)

    Di Vittorio ha sofferto come abbiamo sofferto noi.
    Questo era Di Vittorio, era famoso Di Vittorio, un cerignolano, un rivoluzionario, un uomo che faceva valere i diritti, dovunque. L’abbiamo conosciuto sin da quando, ragazzo, lavorava nei campi del Tavoliere.
    Poi scoppiò il fascismo e sentimmo dire che lo avevano messo in galera, lui, Gramsci e tutti gli altri. Dopo la guerra, era il ’43, è risorto.
    Tutti stanchi del fascismo, stanchi della miseria, stanchi della fame, tutto il popolo è insorto, tutto il popolo italiano. E Di Vittorio e gli altri cominciarono a fare comizi in giro per i paesi.
    Un giorno Di Vittorio doveva venire a Lavello. Fu nel 1945, o forse nel 1948.
    Quella sera tutti lo aspettavamo: Ora viene ora non viene, ora viene ora non viene.
    Noi qui volevamo conoscerlo, Di Vittorio, eravamo ansiosi di conoscerlo! E quel giorno dissero che sarebbe arrivato. Ora dicevano che arrivava alle cinque del pomeriggio, ora dicevano alle sei, arrivarono le otto…
    Sul palco, in attesa di Di Vittorio, c’era Alberto Jacoviello, nostro concittadino, scrittore e giornalista, che ci intratteneva per far passare il tempo ed era ansioso del suo arrivo. Vedeva che la gente era stanca e improvvisava, da solo, domande e risposte per tenerci svegli.
    Era tempo di raccolto, in giugno, si mietevano le fave, eravamo tutti stanchi. La piazza era gremita, donne uomini bambini, tutti stesi per terra.
    Avevo sei bambini, tutti stesi per terra, dormivano, stesi in mezzo alla piazza. Ma noi aspettammo Giuseppe Di Vittorio fin quando arrivò.
    Si dormiva anche, ma non si cedeva. Uno disse, Ormai non viene più, lui non viene più!
    La polizia voleva sgomberare la piazza.
    Si fece l’una, le due e mezza, le tre della notte, alcuni gli erano andati incontro, sulla strada verso Andria, per accompagnarlo e scortarlo.
    Nella piazza la folla lo attendeva. Poi lo videro arrivare: Di Vittorio, che era accompagnato come sempre dalla moglie Anita.
    Di Vittorio entrò nella piazza, era notte fonda, e vide tutta quella gente stesa per terra o seduta sui marciapiedi.
    Tutte le creature, i bambini stesi in mezzo alla piazza, per terra, dormivano. Ma nessuno di noi si era mosso nell’attesa di Di Vittorio.
    Le sue prime parole furono: Qui c’è tanta gente che mi conosce. Venivo a lavorare qui vicino con tanti di voi che siete qui a combattere. Io sono andato anche a fare il manovale nella vicina Rapolla e ricordo sempre chi mi ha soccorso, chi mi ha dato un pezzo di pane per sfamarmi. E sicuramente sarà tra voi, qui, in questo popolo. Spesso mi rimproveravano, da ragazzo, quando mi mettevo a leggere, la sera tardi, dopo il lavoro. Leggevo sempre, sempre, era una passione quella dei libri, mentre gli altri compagni, affaticati, riposavano.
    Queste furono le prime parole che disse. Era quella la cosa importante: che parlava in modo che la gente veramente lo capisse. Non come altri politici che sembrano voler parlare proprio complicato, i vari della DC, che sembrano fare apposta, così nessuno capisce cosa vogliono dire.
    Qui la storia, di quella serata, diventa un po’ violenta.
    La gente prima che arrivasse Di Vittorio, rumoreggiava, tutti rivendicavano e gridavano la loro rabbia per le condizioni di sfruttamento nelle campagne. Volevano passare ai fatti!
    Intorno, polizia, carabinieri, erano pronti a intervenire. Non si capiva niente.
    E noi gridavamo, Quando la faremo finita?! Quando spezzeremo queste catene?! Abbiamo ancora tante sorelle digiune, all'estero, fuori terre, siamo tutti digiuni! E ancora la borghesia ci vuol calpestare! Quando la faremo finita questa storia?! Mai?!
    Già nell’attesa di Di Vittorio ci veniva una gioia, non so cosa ci aspettavamo…
    I bambini piccoli chiedevano alle madri: "Mamma quando viene Di Vittorio?" e la mamma diceva "Adesso viene", "E che porta Di Vittorio?", "Ci porta il pane!".
    Lui calmò tutti dicendo poche parole: Compagni. Mi commuovo a vedere tanta gente, tante povere donne e uomini qui in questa piazza, di notte. Siamo sul punto di lottare, e lotteremo! Ma noi non siamo fascisti, siamo socialisti. Noi non vogliamo uccidere nessuno. Voi non dovete uccidere. Siamo democratici, siamo gente che lavora, vogliamo lavorare, vogliamo la terra, vogliamo un nuovo assetto sociale, vogliamo un assetto socialista. Ora andate a dormire, andate a riposare un po’, perché domani dovete andare a lavorare.
    La gente non si muoveva, gridava.
    Basta, buonanotte, andate a dormire.
    Non voleva che si passasse ai fatti, la gente era arrabbiata contro i padroni e gridava “Abbasso la Democrazia, abbasso la falsa Democrazia!”
    No, abbasso nessuno. Perché nella stessa Democrazia Cristiana ci sono i compagni vostri che per ignoranza si sono fatti imbavagliare, ma richiedono le stesse cose che richiedete voi. Noi vogliamo la rivendicazione sociale, abbiamo tutti diritto di vivere, ma non dovete ammazzare. Ora andate a riposare, perché dovete lavorare.
    Questo disse. Erano le due o le tre della notte. E noi lo abbiamo messo a ricordo.
    Avete registrato bene?

    (*) Trascrizione e rielaborazione dei frammenti dai diversi interventi degli anziani durante l’incontro tenuto a Lavello il 4 gennaio 1976.
    Il 9 maggio del 1975 don Marco Bisceglia, già da anni leader delle comunità di base cattoliche seguaci della teologia della liberazione, viene sospeso a divinis per aver benedetto un ‘matrimonio tra omosessuali’ (in realtà un tranello di due giornalisti de “Il Borghese”; il 25 aprile 1978 don Marco celebra la sua ultima messa tra poche vecchiette, alla presenza di carabinieri e poliziotti; il 25 ottobre 1978 Lavello si sveglia assediata dai carabinieri e il tempio del Sacro Cuore viene occupato dalla polizia in assetto di guerra; il 1980 Marco Bisceglia, con Nichi Vendola, fonda ‘informalmente’ a Palermo il primo Circolo ArciGay; muore di Aids il 22 luglio 2001 dopo essersi riconciliato con la Chiesa che aveva combattuto.


     

  • A ME NON E' MAI PIACIUTO
    FARE IL PASTORE, MA
    NON SAPEVO FARE ALTRO

    data: 30/06/2020 10:52

    Il racconto di Michele Cicchetti.

    Sono stato contadino, lavoravo la terra, ma ho fatto anche il fornaio, il carrettiere, il giardiniere, l’ortolano. Il mio primo lavoro però è stato: pastore.
    Avevo sei anni e mia madre manteneva cinque figli, sola, dopo la morte di mio padre. In quegli anni, agli inizi degli anni ’20, non c’erano le assistenze che ci sono oggi. A quel tempo non ti assisteva nessuno. E quindi io a sei anni, non sono potuto andare a scuola, perché mia madre mi ha mandato a guardare gli agnelli, a pascolare gli agnelli e le pecore. A sei anni facevo il pastore.
    A me non è mai piaciuto fare il pastore, ma non sapevo fare altro e dovevo fare quello. Lavoravo notte e giorno e senza salario. Senza salario e facevo lo schiavo. I capi mi comandavano: Vai qua, vai là, vai a prendere l’acqua, pulisci, ramazza la masseria.
    I pastori, quelli più grandi di me, i massari, invece, erano più liberi e facevano anche dei lavoretti in legno, per passare il tempo. Io li guardavo e verso i 14 anni cominciai anche io a intagliare il legno, a fare delle forme, delle statuette. Il pastore pascola gli animali e quando il gregge si ferma a mangiare può dedicarsi a questi passatempi. Così, un pochettino al giorno, mettevo un pezzo di legno nel tascapane e lo lavoravo, appena potevo, seduto su una pietra. Così il tempo passava. Ci mettevo anche quindici giorni per finire questi lavori. Ma poi quando sono diventato più grande, e dovevo arare, zappare con la zappa, non sono più riuscito a fare questi lavoretti.
    Un giorno, mentre pascolavo le pecore, poco lontano c’era un contadino che arava la terra. Con un vomero. Io lo guardavo, mi piaceva quel lavoro e gli feci cenno che volevo arare pure io. Mi chiamò vicino a lui e mentre aravamo insieme, dalla terra emerse uno spuntone. Cos’era? Un osso. Cominciammo a scavare. C’era un morto, là sotto, un uomo grande. Io presi una delle ossa più grandi e ne ricavai un flauto. Avevo dodici anni! Quell’osso era cavo dentro e così, in pochi giorni ne ricavai un flauto, con una bacchetta l’ho ripulito, c’ho lavorato parecchio. Ero contento di quel mio lavoretto, avevo uno strumento musicale. Ma non riuscivo a farlo suonare. Ci provavo e riprovavo, ma non suonava.
    I pastori, a quei tempi, in estate, alla stagione, stavano in campagna, e si riparavano sotto un piccolo pagliarello per dormire la notte. Ogni pastore aveva il suo pagliarello. La mattina lo smontavo e lo rimontavo in un altro pascolo dove portavo le pecore. Ci chiudevamo sotto il pagliarello con una rete per difenderci dai lupi, che di notte potevano scannarti.
    Una notte, mentre dormivo, mi sono sentito tirare uno schiaffone in faccia! Mi sveglia di soprassalto, terrorizzato. Sentii un vero schiaffo in faccia e capii subito che era il motivo era aver preso quell’osso. La mattina corsi a rimetterlo sotto terra nello stesso punto dove lo avevamo trovato. Per parecchi giorni sentii male sulla guancia. Non ho mai più suonato, fino a quando, da adulto non mi sono comprato un organetto.
    E cominciai così a crescere, a far grande, sempre lavorando con gli animali. Poi mi chiamarono sotto le armi, ho fatto il soldato e quando sono ritornato a casa non ho più voluto fare il pastore e mi sono messo a fare altri lavori. Poi mi sono ammogliato.
    All’età di circa trent’anni, nel dopoguerra, alla fine della giornata di lavoro, da bracciante o da contadino, si andava, la sera, da una masseria all’altra per incontrare amici o conoscenti con cui passare le serate. E si cantava, si ballava, si raccontavano storie antiche. Eravamo stanchi ma volevamo divertirci, eravamo giovani.
    In paese, invece, in inverno, per carnevale, si facevano pure delle maschere, le mascherate, una specie di teatro. Giravamo per tutto il paese, recitavamo in strada, dove c’era spazio, agli angoli, al piano, alla piazzetta e ci accompagna il suonatore con la fisarmonica. Io ne facevo una, di maschera: Io so’ Gennaio e so’ il primo di dodici figli! Eravamo in dodici, dodici persone che recitavano questa maschera, la ‘Cantata dei Mesi’, ognuno col suo vestito, le sue parole in versi e in rima, e gli attrezzi di lavoro della campagna. A turno, dal cerchio che facevamo, ognuno si faceva avanti e si presentava. Non mancava mai Pulcinella, che correva tutt’intorno e faceva ridere. Un’altra maschera era quella di San Michele, era la lotta tra l’Angelo - San Michele -, e il Demonio. L’aveva creata un mio amico, che poi è emigrato in America. Io l’ho vista una volta e l’ho imparata a memoria.
    Queste cose le facevamo per allegria, per essere felici.
    Tante cose sapevamo fare noi. Il lavoratore, quante cose sa fare un lavoratore? Io dico che lo scritturale, l’impiegato, non le sa fare tante cose! Lui sa fare soltanto l’arte della penna e basta. Noi lavoratori, lavoriamo la legna, lavoriamo le pietre, sappiamo fare tutte queste cose. Sappiamo aggiustare un attrezzo, a mettere mano a una pala, alle attrezzature di lavoro. Sappiamo lavorare il grano, lo seminiamo, lo sappiamo mietere, lo sappiamo raccogliere… Mentre lo scrittore che cosa sa fare? Un impiegato, oltre quello che scrive, che cosa fa? Scrive soltanto.
    E ti frega, ti frega sempre, sempre. Un povero fesso va là, da lui: Scrivimi una lettera. Prima di tutto, quello che chiede a un altro di scrivere non sa nemmeno lui esattamente cosa cerca. Ma poi quello che scrive lo mette in condizione di non capire tutto quello che dice e così lo porta dove vuole. Insomma, il guadagno del lavoro che tu fai in un mese quello, solo scrivendo, te lo frega in un attimo.

    (Dalla testimonianza autobiografica raccolta, con Paola Sobrero, a Celenza Valfortore il 24 dicembre 1977)

     

  • E LA BAUXITE PORTO'
    A SAN GIOVANNI ROTONDO
    BENESSERE E POI DOLORI

    data: 22/06/2020 13:06

    Il racconto di Matteo Russo (*)

    Nel mio paese, San Giovanni Rotondo, c’era la miniera. Era una miniera di bauxite della Montecatini. Per ricordarla avevano intitolato una piazza ai “Caduti della Miniera” (sulla targa era scritto “Min. Bauxite 1937-1973”). Fu eretto anche un monumento ai Caduti della Miniera, dove i sindacati, quando andavano d’accordo, il Primo di Maggio portavano una corona di fiori. Quando litigavano, non portavano niente. Ma fatta la piazza e fatto il monumento, della miniera non se ne era parlato più. Nessuno sapeva più cosa significava miniera. Cosa rappresentavano gli uomini che erano caduti. Possibile che questa storia deve morire? mi sono detto. Noi non siamo morti, noi siamo ancora vivi. Io mi risento che ho lavorato lì, ero scalzo e la Montecatini mi ha dato il pane, mi risento che sono morti i nostri amici.
    E allora mi sono messo a scrivere e ho fatto delle ricerche, andando a trovare un po’ di amici, una ventina. Chi mi raccontava una storia, chi un’altra, perché io non ero stato sempre presente, mica ero il Padreterno! Queste ricerche le ho fatte attraverso le testimonianze di altre persone, piano piano, andando casa per casa, fino al 1995.
    La miniera è nata per caso.
    Un anziano di San Giovanni, Giovanni Pompilio, che abitava proprio nella mia strada, faceva la spola tra San Giovanni Rotondo con l’Argentina. Era un emigrante, partito subito dopo la grande guerra. L’Argentina non è stata mai una nazione ricca e lui, rientrando, portava pochi soldi. E così, andava per le campagne a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, per lui e per la sua famiglia.
    Un giorno, girando in contrada Matine, vide emergere, dal terreno, delle pietre rosse. Si insospettì. Mi sembrano le pietre che ho visto in Argentina, si disse. Ne raccolse alcune e le portò con sé in paese. Era inesperto e le fece valutare da un farmacista, Giuseppe Bramante. A me sembra un minerale, gli disse. Così, in pochi giorni, scrissero a Napoli alla Commissione per le Ricerche Minerarie e presto vennero alcune persone a indagare, per vedere da vicino queste pietre. Scoprirono così la bauxite.
    Questa commissione interpellò immediatamente la società Montecatini e, passati alcuni mesi, a San Giovanni arrivò un gruppo di esperti e tecnici. S’incominciò a scavare, scoprendo che in profondità c’era un grande giacimento, il più grande d’Europa. Avrebbe potuto produrre 500, 600, 700 tonnellate al giorno.
    Andarono avanti così, all’inizio, con poche persone.
    L’anno precedente, a San Giovanni Rotondo, si erano avviati i lavori per le fognature e l’acqua, per conto dell’Acquedotto pugliese. La ditta incaricata utilizzava soprattutto cavamonti e furono proprio i cavamonti a essere selezionati come primi minatori. Allora si lavorava tutto a mano. Si usava una sbarra di ferro, la barramina, per scavare le buche dove inserire la dinamite che si faceva saltare.
    E cominciarono così a scavare le prime discenderie della miniera. Solo molti anni più tardi, nel 1948-‘49 arrivarono i mezzi meccanici, portarono la corrente elettrica e si incominciò a lavorare con l’aria compressa, i martelli pneumatici, e si aprirono tutte le altre discenderie, i livelli e il pozzo.
    Così è nata la miniera!
    San Giovanni Rotondo era il paese più povero del Gargano, in quanto noi abbiamo poca terra, si andava lontano, giù nel Tavoliere, come braccianti. A quei tempi si lavorava la terra, vivendo nelle grandi masserie e quindi di lavoro in miniera non ne sapeva niente nessuno. Qui c’erano pastori, calzolai, c’erano fabbri, falegnami. Allora, visto l’incremento di questa miniera, per scendere giù a prendere il minerale assunsero lavoratori di tutte queste categorie.
    E andarono tutti a lavorare alla miniera. Il boom fu negli anni Cinquanta, quando si arrivò quasi a 900 persone.
    L’economia cominciò a crescere. In paese chi conosceva le scarpe? chi conosceva i vestiti? chi conosceva la carne? Se la potevano permettere soltanto i ricchi, i latifondisti che avevano le terre alla Puglia. Quelli vendevano l’olio, vendevano il grano e andavano sempre avanti. Invece quelli come me, che ero pezzente, dovevano arrangiarsi. Io facevo il garzone giù ad Amendola, al campo di aviazione, guardavo gli animali, mi davano qualche cosetta, trenta lire al mese e un po’ di grano per poter campare.
    La miniera ha cambiato tutto, perché ha portato tanti soldi in paese. Tanti si sono fatti una casa, comprato le scarpe, i vestiti, hanno mangiato in modo più decente. E poi, la cosa più imnportante, è stato lo sviluppo culturale, non solo lo sviluppo economico, sociale, ma anche culturale. Perché tanti minatori, che per la maggioranza erano analfabeti, non sapevano nemmeno mettere la propria firma, hanno deciso di far studiare i loro figli.
    Quindi incominciarono a studiare, questi figli. E questi figli sono diventati professionisti.
    Nel 1956 quando s’inaugurò l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, c’è stato un connubio tra la miniera e la Casa Sollievo, perché nel frattempo i figli dei minatori erano cresciuti, erano diventati dottori, medici, infermieri, carabinieri, poliziotti, giudici, avvocati. E si è avuto un cambiamento che ha sviluppato ancora di più il paese. Ora il paese ha 28.000 abitanti, prima ne aveva 12.000.
    E anche dalle vicinanze vennero a lavorare alla miniera, come ora vengono alla Casa Sollievo.
    La miniera, però, ha significato anche dolore e lutti.
    I primi incidenti furono dovuti alla poca conoscenza di quel lavoro. Non erano minatori i primi lavoratori assunti. E quindi caricavano troppo i carrelli, non aspettavano che fuoriuscisse tutto il fumo dall’interno. Tante persone nemmeno capivano cosa significava “miniera”. Si buttavano allo sbaraglio, per guadagnare qualcosa per la famiglia. Ognuno sognava la casa da costruire, il piccolo terreno da acquistare. O sognava di sposarsi, come ho fatto io.
    Però quello che ha rovinato il nostro paese, lo dico alla luce del sole, è stato il cottimo. Fu stipulato dalla società Montecatini con i sindacati. Se non ci fosse stato il cottimo, se ci fosse stata la giornata base, un lavoratore faceva la sua giornata, un certo numero di vagonetti e basta! La società Montecatini, con i sindacati, aveva stipulato per contratto il carico di tre vagonetti a minatore, per i minatori che andavano in galleria, allo sfruttamento minerario. Poi c’erano gli altri che montavano i binari, l’armatura, le tubazioni. Ma quelli che andavano nelle gallerie, a mettere le mine, a caricare i vagonetti, non facevano tre vagonetti come diceva il contratto: ne facevano sei, ne facevano otto, ne facevano anche quindici a persona. E subivano così anche problemi di salute, perché lì si andava allo sbaraglio: o c’era il fumo o c’era pericolo, pur di riempire i vagoni si buttavano lì dentro, in galleria, senza fermarsi un momento. E questo era provocato dall’inesperienza e dal lavoro che veniva fatto a cottimo. E poi anche il Padreterno si metteva di mezzo, quando ti deve capitare una disgrazia, capita.
    Il primo caduto si chiamava Matteo Siena e quella fu una giornata che i nostri paesani non dimenticheranno. Era il 25 marzo del 1940, l’Annunziata, e facevamo la festa come ogni anno presso una masseria sulla strada che scende a Foggia. A quell’epoca la miniera era già dotata di sirena, che suonava al termine del lavoro. Quel giorno la sirena suonò fuori orario. La gente si impaurì, qualcosa era capitato. Infortuni capitavano tutti i giorni: i primi tempi non si usava nemmeno il casco e l’inesperienza era tanta. Quello fu il primo incidente mortale. Matteo, che aveva trent’anni, rimase sepolto sotto una montagna di minerale. Alla fine i caduti furono 27.
    Fui ingaggiato alla miniera il 31 luglio 1946 e il primo agosto del 1946 avevo già la tessera della Cgil. Un giorno mi chiamarono dal sindacato. Io non sono uno di poche parole, un muto, parlo volentieri e a volte in compagnia parlo per delle ore. Quindi, vista la mia capacità espressiva, mi presero. Ero il più giovane sindacalista della Cgil.

    (*) Matteo Russo al termine delle sue ricerche dette alle stampe un libro, Lavoro e cultura nella miniera di San Giovanni Rotondo (stampato in proprio, 1998).
    Questa sua testimonianza la raccolsi per il mio reportage televisivo “Diritti sulla Terra. Cent’anni di CGIL. Cent’anni di Capitanata”, prod. CGIL Foggia – Teleblu, 2007.

     

  • LA MASSERIA
    E LA BIBLIOTECA
    IL RACCONTO
    DI PEPPNO PAPA

    data: 15/06/2020 12:54

    Sono nato a Motta Montecorvino nel 1920 e già da bambino, a undici anni, sono stato portato in una grande masseria della pianura del nostro Tavoliere, in mezzo alla malaria. Per la malaria rimasi con un intero fianco sfregiato dalla suppurazione, ma mi salvai.  

    Cominciai a lavorare come pastorello. Fui “pastore nella fanciullezza e bracciante nella giovinezza” come ho scritto raccontando la mia vita. Poi negli anni feci tanti altri mestieri.
    Con me nella masseria c’era mio padre. Anche lui da piccolo era stato pastore e in masseria faceva il massaro delle pecore. Poi c’era il curatolo, il sottocuratolo, il guardiano, il buttero che si occupava dei muli e poi braccianti, aratori, carrettieri. Tutti lavoravano in questa masseria e tutti avevano un compito preciso. C’erano anche i salariati fissi, che stavano qui in masseria. La domenica, per andare alla messa, andavano a piedi in paese, passo dopo passo. Invece per far la spesa alcuni usavano il cavallo del massaro, il cavallo del buttero e potevano così andare in paese più velocemente e tornare con le provviste.
    C’era una certa armonia, lo devo riconoscere. Però qui, si faticava!
    Si lavorava dalla mattina prima che uscisse il sole alla sera dopo il tramonto del sole. La vita della masseria, per molti anni, non è stata bella, anche perché c’era solo un pozzo dove potevamo attingere acqua, che era acqua salsa, fangosa, non era buona. Cambiò tutto quando arrivò l’Acquedotto Pugliese.
    E poi c’era la fame, che da noi, qui, non è mai mancata. Alla masseria arrivavano anche i lavoratori a giornata, i braccianti. E tra loro c’era mia madre.
    Io sono testimone di un particolare che la riguarda e posso giurare, su questa pietra su cui mi sono seduto da bambino e i piedi non toccavano terra, che è tutto vero. Mia madre quando andava sui campi si portava dietro un tascapane di stoffa, come facevo anch’io quando ero pastore. Ma a casa noi bambini non vedevamo mai nostra madre metterci dentro del pane. Anche mio padre si domandava perché. Mia madre dentro il tascapane portava qualcosa, ma non era pane. Il pane non lo toccava, lo lasciava a casa per noi. Nel tascapane c’era un sasso.
    Lei lavorava con tante altre donne alla scerbatura del grano, a mondare il grano dalle erbe infestanti. Nelle campagne, decine e decine di donne hanno fatto questo lavoro, a schiena bassa a strappare le erbacce. Arrivato mezzogiorno, si mettevano, appartate, e ognuna fingeva di mangiare. Anche lei fingeva di mangiare, ma non mangiava nulla. Poi prendeva la pietra dal tascapane e la nascondeva, la lasciava lì, nel campo. Fingeva di aver mangiato il pane portato da casa.
    Ecco le sofferenze. E mia madre ha fatto anche lei, come tante altre povere donne, queste cose. Quando noi figli ce ne siamo accorti, abbiamo pensato che non era giusto, ma lo abbiamo capito che eravamo già grandicelli.
    Ricordo quando andavamo a zappare le fave, insieme a mia madre. Il padrone ci dava un po’ di terra e noi piantavamo le fave, leguminose. Questa regalìa spettava per contratto al massaro, al guardiano e ad alcuni salariati fissi che lavoravano nella masseria: un orticello dove seminare fave. Fu allora che vedemmo finalmente mamma mangiare sul lavoro, perché lei non metteva niente nel tascapane e mangiava solo quello che portavamo noi.
    Ecco la sofferenza che c’è stata, nella masseria dove lavoravamo e in tutte le altre.

    La biblioteca.
    A 27 anni mi chiamarono a fare il segretario generale della CGIL di Lucera. Era un giorno di aprile ed ero a lavorare come bracciante. Facevo il bracciante e dovevo dirigere i braccianti, ma c’erano anche gli operai, la classe operaia, c’erano persone che facevano altri mestieri. Nel sindacato avevamo tutte le categorie e ognuna mostrava orgogliosamente il suo simbolo sulla bandiera: un carciofo gli ortolani, il pane bianco o le spighe i mulinai, la frusta i carrettieri e i barrocciai, il mattone i fornaciai, la zappa i braccianti. Quando uscivamo in corteo, o il Primo Maggio o per protesta, portavamo tutte le bandiere. Solo non avevamo i calzolai, né i barbieri, perché non erano operai, classe operaia, ma classe media.
    Fu allora che mi resi conto di quante cose non sapevo. Io non avevo mai conosciuto una biblioteca, prima di aver bisogno di sapere. Ero un autodidatta.
    Io devo essere padrone delle cose della città, devo conoscere la città, pensavo.
    Per fortuna, un amico del sindacato, Dante Tozzi, democristiano, che era con me nella segreteria unitaria, mi disse, Peppì non ti rammaricare, vai alla biblioteca. Gli risposi, Cos’è la biblioteca? E lui, Un posto dove ci sono tanti libri e un direttore un po’ burbero.
    Non aspettai un attimo, di corsa mi avviai! e andai alla biblioteca. Non trovai questo direttore, ma un funzionario. Chiesi un libro per conoscere la storia della città di Lucera, che parlasse di Lucera.
    Cominciò col farmi la tessera con le mie generalità: segretario generale della Camera del lavoro, bracciante agricolo, Giuseppe Papa. Poco dopo mi portò un libro grosso e pesante.
    Lì, seduti intorno a un tavolo lungo, c’erano degli studenti. Io, intimidito, mi andai a sedere in fondo, all’ultimo angolo del tavolo. Giravo pagine, giravo pagine di quel librone. Ma tutto c’era, meno che quello che cercavo. Io cercavo gli operai! le forze sindacali, le forze che si muovevano, i braccianti, ma anche i contadini o i vignaiuoli: cercavo qualcosa che riguardasse i lavoratori!
    A un certo punto, nel salone, entrò il direttore. Il funzionario era corso a dirgli che c’era il segretario generale della Camera del lavoro… Il direttore, trasecolato, non aveva mai visto un segretario della Camera del lavoro andare in biblioteca. Si affacciò, quindi, col tesserino in mano che avevo firmato poco prima.
    Scusate, disse agli studenti, chi è Giuseppe Papa?
    Io, che stavo in fondo al tavolo, mi sono alzato. Sono io Giuseppe Papa.
    Fermi fermi fermi! disse il direttore a tutti gli studenti, un po’ di pazienza.
    Pensai, madonna, cosa sarà successo? E lui, Per la prima volta, studenti, giovani, in questa sede è entrato il lavoro!
    Quel direttore era Giambattista Gifuni, grande studioso, storico e giornalista.
    Da quel giorno diventammo grandissimi amici.

    (Giuseppe Papa, è stato uno dei sindaci più amati di Lucera ed esponente di primo piano del Partito comunista. Questa testimonianza la raccolsi per il mio reportage televisivo “Diritti sulla Terra. Cent’anni di CGIL. Cent’anni di Capitanata”, prod. CGIL Foggia – Teleblu, 2007)

     

  • LA MEMORIA CHE DEVE
    RESTARE: FOGGIA '43,
    I BAMBINI SOTTO LE BOMBE

    data: 08/06/2020 11:56

    Il racconto di Mario Napolitano, Arnaldo De Cristofaro, Mario Muscatiello.

    Mario Napolitano
    1939. Ci siamo imbarcati a Napoli col piroscafo Toscana. Eravamo 14.000 militari. Siamo sbarcati dopo due giorni a Tripoli. Da Tripoli siamo stati portati a Gargaresc, di sera. Montammo le tende, ma non avevamo acqua.
    Dopo alcuni mesi che stavamo lì, siamo stati inviati al fronte, a Gedabia, Bengasi, Tobruk, Bardia. E abbiamo cominciato le avventure della guerra.
    Non ti dico. Non voglio parlare della guerra. Perché non voglio ricordare. Perché mi vengono solo i brividi a ricordare. Siamo partiti in migliaia e migliaia, siamo ritornati in pochi. Perché mentre si facevano le operazioni di guerra, che si andava contro il nemico, tutti gli amici che sono partiti con me cadevano. Tu li vedevi cadere e proseguivi. Non potevi fare diversamente.
    Poi è passato il tempo. 1945, siamo stati liberati, dalle truppe inglesi. E abbiamo fatto ritorno a Foggia. Non ti dico, quando sono ritornato a Foggia. Non capivo. Dicevo, Ma questa è Foggia? Non c’era più niente. Alla prima persona che incontrai, che conoscevo da ragazzo, dissi, Scusa Peppì, mi fai sapere come sta tuo fratello. Rispose, È morto, nel bombardamento del 19 agosto di due anni fa.
    Foggia non era più niente. C’erano ancora macerie, il disastro. Io non mi orientavo più, le strade non c’erano più, i palazzi che conoscevo… Io ricordavo un palazzo a fianco all’Epitaffio, il monumento di via Manzoni, dove abitava Ugo Stella, u sgubbatille, lo chiamavamo, il gobbo. Quello ha fatto tremare Foggia, perché era cattivo. Ha fatto arrestare un sacco di gente. Li ha mandati tutti quanti alle acqueverdi (così chiamavano il confino di polizia alle isole Tremiti). Chi non era fascista lui lo denunciava. Era il terrore di Foggia, almeno fino a quei pochi anni che l’ho conosciuto. Quindi chiesi, Qua abitava u sgubbatille, dove sta ora? Nessuno lo sapeva.
    Ho ancora in mente i disastri che vidi, in ogni strada c’erano rovine di palazzi che non esistevano più, le piazze sparite. Era il 1945, avevano po’ sistemato, ma pensavo a quelli che erano qui nel 1943.

    1943, Arnaldo De Cristofaro aveva otto anni.
    Il 22 luglio era un giorno, me lo ricordo bene, molto caldo e giocavo con altri bambini davanti al teatro Giordano, quando suonò l’allarme. Lo conoscevamo già bene, anche se bambini. Lo conoscevamo bene il suono dell’allarme, quando arrivavano gli aerei. Allora io scappo via e vado a casa. Lì vicino al teatro c’era un cinema. Io mi infilavo nel cinema e uscivo dall’altra parte, dove abitavo io. Vado a casa, vado a rifugiarmi a casa, perché arrivano i bombardamenti, arrivano gli aerei, mi dicevo. Corro a casa. Se non che, arrivato a casa comincia lo scoppiettio… lo scoppiettio?! I rumori, enormi! delle bombe. Proprio lì ci fu una distruzione totale delle case e io ricordo solo che a un certo momento sentii mia madre che gridava U criatùre, u criatùre! perché ero finito sotto le macerie. Mi ha tirato fuori e sanguinavo dalla testa, infatti ne ho ancora i segni.
    Allora lei si strappò un pezzo della sottana e me lo avvolse intorno alla testa. Uscimmo fuori, c’era una nuvola fumosa… sembrava nebbia, ma era così acre. Mi portò verso via Saverio Altamura, dove c’erano dei militari. Un soldato mi prese in braccio e a piedi, correndo, mi portò all’ospedale. Arrivati lì salimmo una scala, alta e ripida, che portava a uno stanzone. Non vi dico che cosa ho visto in quello stanzone. La prima vista era una ragazza, una donna, giovane, con una gamba tutta spappolata. Io l’ho ricordato per anni questo fatto qua. Era una stanza grandissima con tanti feriti stesi a terra. Chi piangeva da una parte, chi dall’altra e i medici cercavano di accudire chi potevano. Mi presero, mi misero in un angolo… evidentemente la mia ferita non era tale da preoccupare troppo i medici, però perdevo sangue. Ho ancora il segno qua, sulla tempia! Qualcuno mi fasciò la testa.

    Mario Muscatiello aveva dodici anni.
    Io andavo in bottega di fronte all’Epitaffio. C’era una falegnameria, dove io imparavo il mestiere. Da quando avevo dieci anni. Feci sei anni di falegnameria. Era il 22 luglio 1943. Si attaccava a lavorare la mattina alle sette, nelle putéche, le botteghe degli artigiani. E abbiamo iniziato la bella giornata.
    Invece arrivò il cataclisma… l’apocalisse, dalle nove e mezza in poi.
    Cominciarono a suonare l’allarme, con insistenza, con insistenza. Io ero lì davanti alla bottega. Ho visto centinaia e centinaia di persone che scappavano tutte alla chiesa vecchia, in quei vicoletti verso la piazzetta vecchia, la prima piazzetta di Foggia. E non si è capito più niente! Fecero sei sette ondate, andavano e venivano, gli aerei.
    Nelle prime ondate siamo stati tutti chiusi in bottega, tutti ammucciati, nascosti. Ma la cosa si aggravava sempre più, vedevamo centinaia di persone che scappavano da destra e da sinistra.
    Il mastro ci disse Mo c’ammucciamo sotto al bancone! E ci siamo nascosti sotto il banco di falegnameria. Ma con gli scoppi delle bombe e delle mitragliatrici… io mi sono impaurito e sono scappato dalla bottega.
    Dall’Epitaffio all’Arco di Porta Grande sono non più di 150 metri. Avrò trovato più di 50 morti, per terra. Un’impressione terribile. Palazzi che si muovevano… era una cosa indescrivibile, terribile. Tanti morti, come tante galline, per terra. Allora mi sono impressionato e sono tornato alla bottega.

    Arnaldo
    La sera mi riunii alla famiglia e a piedi, coi carretti, andammo verso Biccari.
    Io, che ero più piccolo, andavo con mia nonna, che a sua volta trascinava una figlia che era handicappata. Quindi immaginate un poco. A Lucera trovammo delle macchine e ci portarono a Biccari. A Biccari ci accolsero bene, ci dettero da mangiare, ci dettero del pane, del cibo e ci fecero sistemare in una scuola all’ingresso del paese. Ci portarono un po’ di cibo. Così terminò quella brutta giornata del 22 luglio 1943.

    Mario
    Al pomeriggio, si erano calmate un po’ le acque, ci hanno messo sui pulmann, eravamo trecento persone, e ci hanno trasferito. Prima tappa: San Giovanni Rotondo, dove sta Padre Pio. Noi a San Giovanni eravamo in sei, papà era riuscito ad acchiappare i più piccoli, con mamma. La mia famiglia si era sparpagliata, perché su undici persone, sei ci trovammo da qua e altri cinque si trovarono dalla parte opposta, a Montaguto, a Cerignola. Ci siamo rivisti e riuniti solo dopo cinque mesi.
    Ci hanno fatto scendere tutti in piazza e hanno chiamato la popolazione: Chi vuole accogliere qualche sfollato? Chiesero di ospitare almeno i criatùre, i bambini, almeno per una sera, farci dormire, darci un po’ di pane. Così noi bambini ci sparpagliammo tra le famiglie, e ci hanno accudito.
    Fortuna ha voluto, ché avevamo trovato una bella signora, di quelle signore antiche, con quelle vesti a montagna. Questi tre ragazzi me li prendo io, disse la signora. Eravamo: io, mio fratello Vittorio e Bianca, mia sorella. Siamo andati a casa della signora. La gentilezza! la prima cosa che ci ha detto: Là c’è un bacile, lavatevi le mani. Dopo lavate le mani, ha preso una pagnotta, di quelle grandi come un treno, e col coltello ci ha tagliato tre fette di pane che potevano essere più di mezzo chilo a testa. Ci ha messo il pomodoro sopra e ci siamo messi a magnà.
    Ame sciute ind’a carruzzella! (come se ci fossimo fatti un giro in carrozza) ci sentivamo in paradiso! Era il primo pane che vedevamo. Dopo, ci ha fatto rilavare le mani: Adesso andate a dormire. In casa aveva un tavolato, sul tramezzo, all’antica, di quelli che si saliva con la scala di legno. Ci ha fatto salire lassù. Su quel tavolato c’era un materasso enorme, pieno di paglia dei palanghille, di foglie di granturco. Ci siamo tuffati su quel materasso! per la stanchezza ci siamo lanciati in questo letto… Ci siamo svegliati la mattina!

    Arnaldo
    Quello che ho visto quel giorno, l’ho sognato per anni e anni e anni! Sinceramente era una cosa terribile, nei sogni, vedere le ossa, la carne maciullata. Una cosa triste. Adesso che sono ottuagenario, che ho ottant’anni - allora ne avevo otto -, sono un po’ scemati questi ricordi. Però i film in televisione, di guerra, non li vedo, me ne vado. O spengo o cambio. E me ne vado.

    Testimonianze raccolte nel novembre 2013 presso l’AUSER Foggia per un cortometraggio prodotto dal Ce.Se.Vo.Ca. Guarda il corto “Non voglio parlare della guerra”. https://www.youtube.com/watch?v=dgN6lLrYoTs&t=188s

     

  • LA VEDOVA BIANCA
    BRACCIANTE, CON MARITO
    EMIGRATO IN GERMANIA

    data: 01/06/2020 15:12

    Il racconto di Giuseppina Rezzolla di Orsara di Puglia.
    La mia vita da donna sposata è andata male come più male non poteva andare. Non avevo una lira in casa, soldi in mano non ne ho mai avuti. Mio marito era in Germania, per guadagnare qualche soldo, lì dove se ne guadagnavano di più. Sono rimasta sempre sola. Mi faceva compagnia solo mia figlia.
    Mi sono sposata nel 1956 e lui se ne andò nel 1960. Partiva a gennaio e tornava ad agosto per pochi giorni di ferie. Ripartiva e tornava a Natale. A gennaio ripartiva ancora e tornava ad agosto e così anno dopo anno, sempre. Lavorava a Monaco di Baviera e, lavorando, ha perso la salute.
    Dopo 15 anni, nel 1975, è rimpatriato. Si ritirò, stufo di vivere lì da solo. Ha solo due anni più di me, ma a guardarlo direste che è un vecchio, perché ha sofferto, per il lavoro, per il freddo.
    Ci sono stata lì, in Germania.
    Una volta lasciai mia figlia in paese e partii. Volevo lavorare, ma senza di lei non sono riuscita a stare che pochi giorni. Rientrai subito a casa.
    In un’altra occasione, per Pasqua, mio marito mi chiamò, pregandomi di andare a trovarlo e stare un po’ di tempo da lui. Mi disse, Vieni a farti una camminata. Portai con me il bambino, aveva due anni. Rimanemmo lì due mesi e poi dovemmo tornare a casa.
    Qui in paese avevo mio padre paralizzato da anni, cieco. Era immobilizzato in casa.
    Poi un giorno telefonai a mio marito: Ora posso venire in Germania! Mio padre era morto.
    Ma fu proprio allora che mio marito rispose, Sono stanco, non ce la faccio più a vivere in Germania, voglio rientrare. A Natale del 1975 arrivò a casa. Qui non ha mai più lavorato abbastanza, c’è poco lavoro. Lavora, quando trova, ma i soldi mancano sempre.
    Ora, la sera, ci mettiamo tutti a tavola per la cena. Quando lui era in Germania la tavola non si apparecchiava mai. Ero sola con mia figlia e non avevo nemmeno voglia di cucinare. Nemmeno quando era festa. Ogni volta che potevo, lavoravo in campagna come bracciante. Siamo abituati a lavorare, anche per avere qualche soldo a disposizione, perché prima avevo sofferto, sapevo cosa significava non avere nemmeno un soldo da spendere.
    Quando hai un marito emigrato, devi rimanere chiusa in casa, magari con i tuoi rimpianti. Sempre.
    Qui in paese usiamo fare le feste, come quella di San Michele o il Primo Maggio, sono feste di paese e partecipano tutti. Io potevo solo sentirle, chiusa in casa. Mettevo una gonna pulita e stavo così, sul pianerottolo, visto che ero senza un marito. Ferma vicino alla porta vetrata d’ingresso e guardavo fuori perché non potevo uscire. Se era freddo mi mettevo accanto alla stufa, altrimenti giravo per casa, su e giù. Dovevo stare in casa. A mia figlia dicevo di non rientrare tardi la sera, perché non riuscivo a dormire senza di lei.
    Se mi vedevano a passeggio chissà quante me ne dicevano. Erano capaci anche di farlo sapere a mio marito, le volte che tornava dalla Germania. Io penso che non ci sarebbe stato niente di male a uscire di casa per una donna col marito emigrato. Io penso così, ma gli altri non so. Ma dove potevo andare? Senza un marito dove potevo andare?! Vivevo come una vedova. Qualche amica mi veniva a trovare. Ma se qualcuna mi invitava a casa sua dovevo rifiutare, non potevo andare in giro per il paese.
    Mia figlia l’ho fatta crescere senza nessun aiuto. Il padre scelse di andare in Germania proprio per questo. Vedeva che non avevamo i soldi per darle una vita migliore e così partì. Lei ha fatto le scuole elementari, le medie, ma sempre senza il padre accanto. Conosceva solo me, la mamma. Quando tornava il padre dalla Germania era ansiosa e felice quando le portava una bambolina o la cioccolata. Ma per qualsiasi cosa si rivolgeva solo a me e non al padre. Mio marito si risentiva. Mia figlia non lo faceva per cattiveria, ma una bambina sempre sola con la madre si comporta così. Ora è diverso, da quando mio marito è tornato a casa. Mia figlia se desidera qualcosa, prima chiede al padre.
    Con l’altro mio figlio è stato lo stesso, aveva tre mesi quando il padre partì. Il piccolo non lo ha mai visto in casa e così il figlio ha dimenticato il padre.
    Dalle nostre parti ci sono delle tradizioni che si rispettano. Sui figli, le madri lasciano decidere i padri. Se il padre acconsente allora è giusto.
    Hanno sempre dominato loro, gli uomini. Oggi non è cambiato, vogliono continuare a fare lo stesso. Le leggi dicono che l’uomo deve essere pari alla donna e che la donna deve essere pari all’uomo. Si dice. Ma non è vero. La donna rimane sottoposta all’uomo.

    (Testimonianza raccolta a Orsara di Puglia nel febbraio 1978)

     

  • LI CHIAMAVANO I BAMBINI
    DI CHERNOBYL, VENIVANO
    DALLA BIELORUSSIA

    data: 18/05/2020 16:08

    Questo è Liosha, il tuo bambino. Il racconto di Alice Folicaldi (parte 1)

     

    “Non dimenticare l’ospitalità perché alcuni, praticandola,

    hanno accolto angeli senza saperlo.” (San Paolo lett. Ebrei 13,2)

    Avevo otto anni e frequentavo il centro ricreativo estivo dove alcune famiglie portavano a giocare i bambini russi che ospitavano. Li chiamavano i bambini di Chernobyl, venivano dalla Bielorussia.
    Era il 1997 e in quella estate diventai molto amica di Sasha, un bambino di due anni più grande di me, ospite di una coppia che aveva un figlio della mia età che, ingelosito dall’accoglienza di Sasha, sembrava avere come unico scopo quello di infastidirlo ed essere aggressivo con lui. Questo atteggiamento mi indispettiva e mi avvicinava sempre più a Sasha. Trascorrevo più tempo con lui e cercavo di comunicare con lui a gesti, per giocarci insieme.
    Ricordo i suoi capelli biondi, i suoi sandali e i suoi occhi azzurri profondi che osservavano tutto con uno stupore sorpreso. Non aveva giocattoli e quelli che erano in casa gli erano proibiti dal figlio della famiglia ospitante.
    Credo sia nato da un piccolo gesto questo mio amore verso i bambini bielorussi. Un giorno regalarono a tutti i bambini bielorussi un sacchetto di palloncini gonfiabili. Finalmente Sasha aveva qualcosa di suo, anche se ai miei occhi sembrava solo un piccolo regalo. A casa, di giocattoli, io, ne avevo tanti.
    Ci ritrovammo soli nella sua cameretta, lui tutto contento che gonfiava i suoi palloncini, io che morivo dalla voglia di chiedergliene uno, ma dentro di me ripetevo Non è giusto, lui ha solo quelli. Ma il desiderio vinse e gliene chiesi uno. Mi aspettavo dicesse di no, invece aprì il sacchetto e me ne regalò la metà di quelli che aveva, superando la mia ritrosia.
    Conservai quei palloncini per anni, senza utilizzarli, mi chiedevo come fosse possibile che, avendo solo quelli, fosse stato disposto a rinunciare alla metà di essi solo per giocare insieme con me e così diventarmi amico.
    Da quel momento capii che quei bambini avevano qualcosa di speciale, trasmettevano amore in ogni gesto che compivano, e non mi staccai più da loro.
    Sasha, un bambino educato e buono, che divorava qualsiasi cibo gli venisse proposto, guardandoti con quegli occhi così profondi ed intensi: tutto è cominciato da lui.
    Ogni anno arrivavano bambini diversi, conobbi Natasha, dolce e malinconica, Dasha, vivace e intraprendente che pianse disperatamente il giorno del rientro in patria, Yura, biondo e bellissimo che imparò intere frasi in italiano dopo appena un mese, Serghei, un bambino silenzioso che canticchiava con me le canzoni che ascoltavo alla radio, Musia, una bambina sveglia e furba.
    Ogni anno lo passavo nell’attesa di luglio e dell’arrivo dei bambini di Chernobyl.
    Nel 2002 arrivarono i bambini di Bilinici, della provincia di Moghilev, erano i più poveri tra quelli arrivati negli anni precedenti. In questo gruppo c’era Andrei, che diventò subito mio amico. Era un vulcano, ma estremamente bisognoso di affetto, orfano di madre e con il padre alcolizzato, come tanti in Bielorussia.
    Rosa, la mia vicina di casa, quell’estate ospitò Natasha, una bimba graziosa e timidissima, che giocava volentieri con la figlioletta della coppia. Rosa e suo marito sono stati per me un esempio, un modello e la loro disponibilità nel tempo ad accogliere con amore i bambini russi mi ha portato poi a immergermi in questo progetto totalmente.
    Arrivarono così, estate dopo estate, i bambini di Babruisk, di Slavgorod. Alle loro spalle, spesso, lasciavano storie drammatiche e di violenza che, pian piano, crescendo, riuscivo sempre meglio a decifrare.
    A sedici anni appena compiuti, nel gennaio 2006, presi il primo volo per Minsk. Sull’aereo accompagnavamo i bambini che rientravano dopo aver passato il Natale in Romagna. Ero finalmente un’accompagnatrice.

    Tre anni più tardi, nel 2009, nel viaggio organizzato dalla Misericordia di Castel Bolognese, arrivò il mio primo ospite: Alexei (Liosha) e proprio con lui inizia davvero la mia avventura. Attesi con ansia ed emozione di sapere quale fosse il nome del bambino che avrei ospitato. Finalmente arrivarono gli elenchi dei bambini, associati a chi li avrebbe ospitati: Alexei Matkov – Alice Folicaldi.
    Alexei (diminutivo Liosha): era lui il bambino assegnato a me.
    Avviai il conto alla rovescia, ero impaziente di incrociare il suo sguardo e di poterlo abbracciare, ogni bambino che incrociavo per strada mi portava a pensare a lui, Alexei. Sarebbe potuto essere così? L’amavo già.
    Il 27 giugno 2009, eravamo a Malpensa, aspettammo tre ore in aeroporto. Credo di non essere stata ferma neanche cinque minuti. Apparve la scritta Volo da Minsk: Atterrato. Ero emozionata, ferma davanti alle uscite, in prima fila: non dovevo perdermi nulla.
    Uscirono in gruppo, li scrutai tutti, mi sforzavo di distinguere i loro nomi nelle piccole valige che avevano con sé e cercavo senza sosta di leggere Alexei; mi parve di vederlo, mi avvicinai e le accompagnatrici a voce alta lo chiamarono Liosha! E ci presentarono Ecco, Alice, questo è Liosha, il tuo bambino! E a lui dissero Lei è la tua mamma italiana.
    I nostri sguardi si incrociarono, si fissarono, poi lui abbassò lo sguardo, lo salutai e lo abbracciai, era molto impaurito. Avevo il cuore in gola dall’emozione, finalmente era davanti a me, il mio Alexei, al quale avevo dedicato tanti pensieri, prima ancora di conoscerlo.
    In pullman, rientrando a casa, le accompagnatrici mi illustrarono la triste situazione famigliare del mio bambino. Liosha e Masha, sua sorella, sono figli di due alcolizzati. I due bambini erano stati chiusi almeno due anni in una cantina, con poco cibo e spesso picchiati. Molte volte era la nonna, nei momenti di sobrietà, che si occupava di sfamarli, quando non veniva, a sua volta, picchiata dalla figlia. Quando i genitori dei piccoli si separarono, il padre prese Liosha e la madre prese Masha. Dopo un anno la casa della madre finì distrutta in un incendio provocato da una sigaretta che la madre, ubriaca, aveva lasciato cadere sul pavimento di legno. I bambini furono salvati dai vigili del fuoco e portati in due orfanotrofi diversi: erano evidentemente denutriti e maltrattati. Si ritrovarono dopo due anni, quando una signora, per ottenere il sussidio statale, li accolse a casa sua. Loro furono molto felici, pensavano di avere trovato una famiglia che li amasse, ma ben presto impararono che la realtà non era così.
    Mi venne la pelle d’oca ad ascoltare quella storia così crudele, avrei voluto correre dal mio Liosha e abbracciarlo talmente forte da fargli cancellare ogni suo dolore.
    A Castel Bolognese ci era venuta a prendere mia madre e così, dopo i saluti, io e Liosha arrivammo a casa, a Lugo.
    Ero felice, ma lui non sorrideva, rispondeva a fatica alle mie domande. Gli feci visitare la mia casa, lo portai al suo letto. A tavola, mangiando, ringraziava e abbassava lo sguardo. Poi gli proposi la doccia, ma fu l’unico suo No, senza parole, scuotendo la testa. Lo accontentai, ci avremmo pensato la mattina successiva.
    Quella notte rimasi accanto al suo letto, guardandolo mentre dormiva: era un cucciolino con una storia terrificante e io ero emozionata all’idea di potergli dare un po’ di serenità.

    (1. segue)

    (Grazie ad Alice Folicaldi per aver messo a mia disposizione scritti e informazioni sulla sua lunga esperienza di accompagnatrice ed ospite dei bambini di Chernobil. La tesi universitaria di Alice Folicaldi è intitolata “Gli aerei della felicità. I bambini bielorussi e l’ospitalità. 30 anni dal disastro di Chernobil”)
     

  • ATTORI E POETI ANALFABETI
    COSI' SI ESIBIVANO
    IN PIAZZA NEL GARGANO

    data: 11/05/2020 19:24

    Era Pulcinella che dava inizio al teatro: 

    E voi gentili signori
    al suono di questo canto
    faciteve tutt’avande

    Ai tempi nostri, quando eravamo giovani, per carnevale, a San Nicandro Garganico si usava fare il ditt’ (il detto). Per il paese giravano gruppi di uomini. In uno slargo si fermavano e lo recitavano come un pezzo di teatro.
    Ricordo il mio primo ditto. Nel 1912 mi trovavo a San Severo e assistetti al Ditto de nu zingare e nu pezzente. Ero ragazzo, mi sono impegnato e l’ho imparato a memoria. Andai più volte alla rappresentazione, quasi quattro o cinque giorni di seguito, per imparare ogni battuta. Era un po’ lunghetto questo Ditt’ ed ero ansioso di impararlo per poterlo poi recitare al mio paese. Altri miei amici che mi accompagnavano ci provarono, ma fui l’unico a riuscirci.
    Questo ditte l’hanno inventato persone di cervello. Qua in paese si facevano tutti gli anni, a carnevale. Un anno, ricordo, recitammo Il calzolaio e il negoziante, in altri anni facemmo Il celibe e l’ammogliato, Il massaro e l’artigiano, Il professionista e il contadino. Erano contrasti, duravano un’ora o anche due ore.
    Erano testi scritti dai “Poeti”. Qui a San Nicandro avevamo parecchi poeti analfabeti che inventavano queste storie che venivano messe in scena. In alcuni casi, quelli che sapevano leggere trascrivevano su fogli o quaderni le storie che avevano letto su opuscoli, romanzi o drammi d’autore, come Fioravante e Rizieri, Guerin Meschino dal ciclo dei Reali di Francia, Il Conte di Montecristo, La figlia del Cardinale, Genoveffa, Pia de’ Tolomei, Beatrice Cenci, Francesca da Rimini, La sepolta viva, Il bacio di una morta, Rondini, Otello, Diavolo nero.
    Questi appassionati, da un anno all’altro, leggevano il testo, dopo tante letture lo imparavano quasi a memoria e poi buttavano giù le parti.
    Avevamo un contadino, analfabeta, lo chiamavano Il Poeta. Era un pastore, viveva di quel lavoro. Tutto l’anno, seguendo il suo gregge, pensava e scriveva queste storie. Aveva un vero istinto da poeta, ed era ateo. Al tempo in cui stava per morire, la moglie lo pregò di confessarsi e lui così le rispose

    O Dio se tu ci stai
    e i falli miei tu sai
    perdona me perdona Dio
    se peccator puoi dir che sono io.

    Quando arrivava il Natale, il Poeta faceva lo scenario (il canovaccio) e distribuiva le parti. Era analfabeta ma aveva una pratica tale da organizzare l’intera rappresentazione.
    Si preparava la compagnia già dai giorni di Natale, terminate le feste. Tutti quelli che venivano scelti per recitare, gli attori, studiavano le parti per impararle a memoria.
    Era un divertimento paesano, perché televisione non c’era, c’era il cinema, ma era muto, ci andavano in pochi. Quindi ci si divertiva con queste recite. Di solito era una compagnia, ma qualche anno si sono addirittura alternate diverse compagnie, che giravano nelle case del paese. E appena finito il carnevale si pensava alla rappresentazione per l’anno successivo.
    In origine, per la scena, usavano un lenzuolo bianco, disteso tra due mazze di legno. Al termine della recita si arrotolava e se lo portavano via. Quando si apriva il lenzuolo tutti gli attori vi si nascondevano dietro insieme al suggeritore. Tutti avevano imparato la propria parte e, uno alla volta, si mettevano davanti al lenzuolo per recitarla. C’erano attori che ripetevano ogni parola del suggeritore, quello diceva Pausa e loro ripetevano Pausa!
    Recitavano solo gli uomini, tutti uomini, anche vestiti da donna. Le donne, a quei tempi, non si mettevano in mostra ma, in questa occasione, cucivano i costumi. Nella parte delle donne erano molto bravi, bisogna essere sinceri, questi uominisessuali. Erano bravi, vestivano da donna e recitavano come donne. Spesso erano i primi attori, uno o due per compagnia.
    Il gruppo degli attori girava per il paese, indossando già i costumi. Se la rappresentazione si svolgeva all’aperto si faceva il pomeriggio, prima che diventasse buio, in uno slargo dove si radunava il pubblico per assistere allo spettacolo. La gente si radunava e circondava gli attori. Altre volte il gruppo era invitato nelle case, ospiti di chi aveva spazio per poter ospitare attori e pubblico: “Quest’anno a casa mia ho invitato il ditto!
    Chi ospitava offriva anche i complimenti, dei regali, cibo e dolci. Qualche volta si faceva anche una colletta e chi poteva dava qualche moneta ai recitanti. Ci facevano anche mangiare, ci offrivano dei veri e propri pranzi, chi portava il vino, chi i taralli, chi i pupurate, i dolci locali.
    Pian piano andando avanti negli anni si cominciarono a prendere in affitto le case, distribuendo gli inviti alle famiglie, ai familiari, agli amici. Si arrivò a fare proprio i biglietti, per entrare. Avevamo la folla che voleva assistere e così si replicava, quattro cinque repliche. Erano quaranta giorni di armonia, il paese era affollato, chi andava a un ditt’ chi a un altro. Era un divertimento. L’unico divertimento.
    Il ditto era rappresentato da un Pulcinella, due contendenti maschi, una femmina. In chiusura si ballava la quadriglia, si suonava e si cantava la tarantella. C’era il dramma, ma anche la comica e poi balli e canzoni. Nei primi ditt’ c’era sempre una vecchia che filava e il demonio, il diavolo. Questi non mancavano mai: la Vecchia, l’Angelo, il Demonio. La Vecchia era la ruffiana. Il Demonio tentatore dava ragione ora all’uno ora all’altro dei contendenti. Vestiva tutto di pelo, una pelle di capra, aveva le corna e le catene, faceva un gran rumore, era il demonio!
    A loro si aggiungevano tutti gli altri.
    Si chiudeva con la quadriglia. Allora attori e spettatori si accoppiavano. Il Pulcinella al centro. Chi comandava il ballo gridava: “Turdimè” (da Chevaliers, roulez autour de moi) e Pulcinella si agitava in maniera comica, cercava una donna e non la trovava. Faceva il comico, si infilava tra le coppie e si trovava sempre dispari. I ballerini facevano il Grandiscè (da Grande Scène) e lui non trovava a chi dare il braccio o la mano, rimaneva sempre fuori. Tutti i ditti si chiudevano con la quadriglia e poi si passava alla controdanza, la contradanza.
    Piano piano, con gli anni, cominciammo a fare un palco basso, con le quinte fatte con la carta da parati, un semplice sipario con un panneggio. Si apriva e si recitava. Finimmo per fare un vero e proprio palcoscenico: mettevamo dei tufi con le assi di legno sopra e con le quinte. Non era più un ditt’, ma teatro vero e proprio. Anche adattamenti dalle opere, La Tosca, Il Trovatore.
    C’era la recita, poi le danze, poi la farsa, la comica e poi in ultimo si chiudeva col canto. Era un vero teatro.

    (dai racconti di Francesco Solimando detto Cosimicchio, Giuseppe Russo detto Trippetta, Antonio Gravina detto Rignanese, Ciro Michele Meola, Angelo Russo, Giovanni Nardella, raccolti a San Nicandro a fine anni ’70)
     

  • VOCI DAL PASSATO.
    RACCONTO DI CONCETTINA:
    LA CENERE DAL CIELO

    data: 04/05/2020 13:44

    Nel Tavoliere di Puglia, alla periferia di Cerignola, in Contrada San Martino, si trova la chiesetta campestre di Santa Maria delle Grazie, meglio nota come del Padr’Eterno o Incoronatella. Maria Concetta Mancini, per tutti a Cerignola Concettina del Padreterno, fino agli anni ’80 del secolo scorso, è stata custode della chiesetta e, per oltre mezzo secolo, ha sostenuto il culto al Padre Eterno, mediante le offerte dei fedeli, con cui celebrare messe ogni venerdì. All’alba del lunedì di settembre, giorno di pellegrinaggio in cui l’icona della Madonna di Ripalta veniva riaccompagnata al suo Santuario sul fiume Ofanto, Concettina era solita girare, per i vicoli della Terra Vecchia, borgo antico del paese - come prima di lei aveva fatto un’altra anziana donna -, col suo richiamo “Alla Madònne, alla Madònne! Alzàtev fìgghje sante, alla Madònne! Alla mamma nòste, alla bella nòste” (Alzatevi figli santi, andiamo dalla Madonna, la nostra mamma, la nostra bella). 

    Con Paola Sobrero, tra il 1975 e il 1977, ci recavamo spesso al suo pianterreno da accumulatrice seriale. Sommersa da oggetti e cose, su un pianetto, Concettina scriveva su fogli e foglietti sparsi, giorno per giorno, i suoi sogni notturni. Mostrammo interesse verso queste sue ‘storie’ e la invitammo a scrivere anche i suoi ricordi autobiografici. Da quel momento, ad ogni nostra visita, ci donò un fascio di fogli che ci aveva preparato diligentemente. Forse eravamo i soli che lei riteneva interessati alla sua vita e ai suoi sogni.

    IL RACCONTO DI CONCETTINA.
    Io la sottoscriva la vita e una storia.
    Nata il 3 maggio 1895 da Ripalta Antoniello e Michele Mancini mio padre, questi erano religiosi e lavoravano in casa col negozio di generi alimentari. Io andavo da mia nonna, che mi faceva dormire in casa sua. La mattina presto vedevo mio nonno che si alzava per andare a lavorare: lo vedevo farsi la Santa Croce, dire la sua preghiera, baciare tutti i quadri dei santi, poi usciva per raggiungere la campagna. Mia nonna invece andava tutti i giorni alla Santa Messa. Mi voleva bene e mi portava con lei benché fossi piccolina. Crescendo andavo sempre con piacere alla Santa Messa, tutti i giorni alle ore 6 del mattino! Mia madre, essendo occupata per il negozio, alla messa ci andava solamente la domenica, le preghiere le faceva a casa.
    All’età di 11 anni, un giorno, nell’uscire dalla chiesa, abbiamo visto nuvole di cenere che cadevano dal cielo, così come fa la neve, e piombammo nell’oscurità! Non si poteva camminare, giravamo per le strade con le fiaccole, con le candele e queste si spegnevano. Tutti piangevano, si facevano dei pellegrinaggi, dalle chiese portavano fuori le statue dei Santi.
    Erano le undici del mattino e non si vedeva la luce.
    Portarono in strada anche la nostra Patrona, la Madonna di Ripalta, e il Crocifisso che stava nella chiesetta vicino al Duomo. Quando la Madonna si mise di fronte alla chiesetta, uscì Gesù Crocifisso. In quel preciso momento una farfalla volò accanto al volto di Gesù. E così cominciò a far luce. Fu un grande terrore, tutta Cerignola era lì, piangevano tutti.
    Erano le undici e mezza, non lo posso dimenticare!... Fu nell’anno 1906.
    Mia nonna mi raccontò la storia di quel Crocifisso miracoloso. C’era un vecchio falegname che, lavorando di notte, costruì tre Crocifissi. Arrivato al terzo si addormentò e non lo completò, lasciandolo senza testa. Quando al mattino si svegliò, trovò la testa completata e sentì una voce: Dove m’hai visto che m’hai dipinto così come sono? Corse a confessarsi, ma poco tempo dopo morì.
    Sembra che il Crocifisso che parlò sia proprio questo di Cerignola. Infatti ogni volta che tentavano di spostarlo dalla Cappella in cui si trovava, le chiavi del cancello si spezzavano, arrivava il terremoto piovevano pietre dal cielo e tutti piangevano di paura.
    All’età di 15 anni mi dettero il nastro violetto della congregazione del Santissimo. Una devota nel vedere che ero tanto appassionata mi regalò un bel libretto della SS. Trinità con le invocazioni all’Eterno Padre, un libretto che ho conservato tanti anni e che ho diffuso anche tra tante altre persone. Ecco perché ora mi trovo nella sua chiesa, la chiesa del Padreterno.
    All’età 17 anni mi feci carmelitana e fu allora che cominciarono a tormentarmi i giovani per sposarmi e mia madre non voleva più mandarmi in chiesa. Quanti dispiaceri ho dovuto provare! Volevo andare in chiesa ma, povera mamma, aveva paura di mandarmi sola e così, quando trovava qualcuno, mi faceva accompagnare. Io non volevo sposarmi, mia madre mi diceva Figlia mia anche sposata tu puoi andare in chiesa, perché se io muoio tu farai da mamma alle tue sorelle che restano, altre quattro sorelle che avevo dopo di me. Tutti i clienti che venivano a spendere in casa nostra mi dicevano le stesse parole. Un giorno venne a casa un giovane pittore, un imbianchino che stava lavorando nella nostra strada e mi dette di nascosto un biglietto in cui chiedeva di sposarmi. Io non volevo, ma quello veniva con la scusa di comprare il pane e incominciarono i miei martirii, non potevo avvicinarmi nemmeno alla porta. E che tormento, perché mia madre era severa e avevo paura…
    All’età di 20 anni mi sposai questo pittore, andò soldato alla guerra del 1915 e fu un altro dolore più forte. Andavo a pregare che il Signore facesse finire la guerra, ma durò tre anni, il ’18 fu congedato. Ebbi quattro figli maschietti, alcuni morirono piccolini e altri due ho cresciuto.
    L’anno 1926 sognavo che stavo a Roma e dovevo ritornare a Cerignola. All’improvviso vidi un vecchio dentro una macchina tappezzata di velluto rosso. Io scendevo di corsa da una montagna e trovato questo bel vecchio gli dissi Mi vuoi accompagnare? Mi rispose di sì. Io andai da mio marito per dirgli che volevo ritornare a Cerignola, mi rispose che non sarei riuscita a prendere il treno. Gli dissi Mi faccio accompagnare da un vecchio con la macchina. A sentire queste parole lui mi rispose Ed io me ne vado da un’altra donna più giovane. Quando tornai dal vecchio, mi disse Tuo marito non vuole che vieni con me, è geloso. Allora io gli dissi Non m’importa, tu sei mio padre? E io sono padrona della vita mia! Vengo con te.
    Mio marito non voleva che io andassi elemosinando per la chiesa del Padreterno. Si vergognava. Che dovetti passare! Poi piano piano si fece capace, ma quanti insulti ho sopportato per amore del Signore. Quella chiesa era come una stalla, i tetti tutti sfasciati, e li dovetti riparare. Così facevo un po’ per volta, ogni anno. Ma i tetti si rompevano ogni anno, i ragazzi ci salivano per prendere gli uccelli e sfasciavano tutto. Erano la mia croce ogni anno.
    Ora vi dico un racconto accaduto.
    Un anno non pioveva. Il grano si era seccato dal troppo caldo e il popolo faceva preghiere a tutti i Santi e anche alla Madonna di Ripalta. Faceva caldo!
    Io sognai la Madonna che mi disse Dove vai? Sto qui a bussare e non mi vuoi aprire? Allora io mi avvicinai a un agricoltore e gli dissi Avete finito? Mi rispose Sì, abbiamo finito il triduo di preghiere e domani andiamo alla “casa” della Madonna. Gli feci sapere che L’acqua dal cielo non riuscite a ottenerla perché non siete andati dal nostro Padre. E allora uno di quegli agricoltori andò in chiesa a far celebrare le Sante messe. Così il Signore fu preso da grande compassione e ci dette per tre giorni l’acqua. Ce la mandava di notte, per non farsi vedere. Noi siamo cattivi e non ricordiamo che c’è sempre un Padre da chiamare.
    Io ricordo bene queste cose: appena celebrata la prima messa si scurì l’aria e il cielo si riempì di nuvole. Uscii fuori e sulle mani mi cadevano stille d’acqua e tutti piangevano. Quando entrai nella chiesa sentii una voce: La Madonna ha pregato l’Eterno Padre, è stata considerata e l’acqua è arrivata.
    E così il grano riprese e si fece una bella raccolta.
    Ma i figli hanno dimenticato di nuovo!

     

  • DA CERIGNOLA A BERLINO
    VERSO LA LIBERAZIONE

    data: 24/04/2020 20:36

    Il lungo viaggio verso la Liberazione del ventenne Michele Berardi.

    Mio padre era un antifascista. In casa nostra a Cerignola, sotto il fascismo, a notte fonda si svolgevano clandestinamente delle riunioni e noi bambini venivamo messi presto a dormire. Ricordo che dormivamo sulla paglia, per terra, in un angolo. Al buio questo continuo parlottìo mi teneva sveglio, e spaventato chiedevo a papà Chi sono queste persone? e lui rispondeva Dormi, dobbiamo discutere, sono compagni miei, dormi! Mio padre è stato un perseguitato, arrestato e messo in galera, diverse volte. Un martire, insieme a tanti, tanti altri.
    A 18 anni compiuti, nel gennaio 1941, mi chiamarono sotto le armi e dopo appena quaranta giorni ero a combattere in Grecia.
    Dopo quasi tre anni di guerra, l’8 settembre ‘43, in caserma arrivò un ordine: in ogni battaglione
    italiano rimaneva armata solo una compagnia, per difendere gli altri dalle aggressioni partigiane. Ma, passati appena tre giorni, i tedeschi ci disarmarono tutti. Cominciammo così a odiarli. Ci dissero: Potete scegliere, se partire per la Germania come prigionieri o rimanere qui a combattere, con noi.
    Ci fecero mettere tutti in fila, sul piazzale, eravamo un centinaio: Chi vuole andare con i tedeschi
    faccia un passo avanti!

    Bisogna dire che noi tutti, arrivato l’8 settembre, urlammo di gioia Finita la guerra, finita la guerra,
    finita la guerra!
    Si piangeva dalla gioia, finalmente tornavamo a casa. Ma che tornare a casa! Fu da allora che cominciò la nostra via crucis. E allora, su quel piazzale, dalla fila dei 100 si fecero avanti si e no 4, 5 soldati. Il capitano, rivolto a tutti coloro che non si erano mossi, urlò le peggiori parolacce unite al termine badogliani. Da quel momento ci siamo divisi, badogliani contro mussoliniani. Io rimasi dietro, con quelli che non si mossero, e così i tedeschi ci impacchettarono facendoci salire su un treno merci che attraversò tutti gli Stati balcanici diretto a Berlino. Fu una lunga e drammatica via crucis che durò circa due mesi e mezzo, tra ponti crollati fatti saltare in aria dalle bombe e soste forzate continue. Ma nonostante tutto, spesso venivamo anche avvicinati dai partigiani jugoslavi.

    Arrivammo a  Berlino e ci chiusero in un campo di concentramento gigantesco, Sachsenhausen.

    Ci davano da mangiare solo barbabietole, quelle per gli animali, e da bere distribuivano una specie di tè, quasi mai dell’acqua, forse era cattiva. Ci davano solo 100 grammi di pane a testa, pane nero, non bianco. La fame era terribile e chi non ha avuto fame a vent’anni non può capire. Bisogna provarlo.
    La fame offuscava la vista, ti faceva commettere di tutto, scavalcare reticolati per rubare qualsiasi cosa, frugare nell’immondizia per recuperare anche solo degli avanzi.
    In una occasione i tedeschi si accorsero che avevamo rubato qualcosa dal deposito vettovaglie. Ci misero tutti in cerchio, volevano sapere chi aveva rubato. Eh, e chi glielo diceva! Nessuno si fece avanti. Ci dettero il tempo di contare fino a tre, poi scattò la decimazione: ogni cento di noi ne prendevano due, a caso, e dopo parecchie centinaia, misero il gruppo dei prescelti contro un muro e li uccisero.
    L’odio ci arrivò fino alla cima dei capelli.
    Fu allora che riuscii a farmi destinare al lavoro in una delle fabbriche poco lontano dal campo, una fabbrica terribile. Si andava a lavorare la mattina presto e la sera si rientrava al campo. Ci muovevamo in gruppi di cento sorvegliati da una sentinella armata. Lungo il percorso trovavamo mucchi dei rifiuti e da questi raccoglievamo bucce di patate, pane ammuffito, tutto quello che consideravamo commestibile, nascondendolo nei posti più impensati, visto che ci perquisivano all’uscita e all’entrata dal campo. Un giorno mi riempii le mutande, quelle militari che si abbottonavano sotto, di bucce di patata. Durante il tragitto queste bucce si ammassarono, rigonfiandomi i pantaloni, così, alla perquisizione, fui scoperto. Quante botte presi, fui pestato. Sotto gli scarponi, al tacco, i soldati tedeschi avevano come un ferro di cavallo: mi schiacciarono le mani e il braccio, persi un dito e per diversi giorni mi chiusero in una stanza che aveva le finestre con i vetri rotti al gelo e senza mangiare.
    In vita mia non avevo mai pregato, non sono uno che tutte le mattine va in chiesa a battermi il petto però mi sento abbastanza religioso, amo la vita e piansi come non ho mai pianto in vita mia: Madonna di Ripalta mia, se devo morire non farmi soffrire così, fammi morire.
    I nostri guardiani erano tutti mutilati - perché i soldati abili erano tutti al fronte – e quello che mi
    controllava aveva una gamba amputata. Questo tedesco si faceva servire, in ogni suo bisogno, da un altro soldato italiano, un bel ragazzo, che ogni volta che poteva, di nascosto dal guardiano, mi passava attraverso i vetri rotti quel poco che trovava per farmi mangiare. Ma un giorno il guardiano tedesco se ne accorse e quel giovane, per le tante botte subite e la perdita di sangue, dopo otto giorni di agonia morì. 

    Sopravvissi per due anni, nel campo di Sachsenhausen e finalmente, nell’aprile del ’45 arrivò la
    liberazione. E a Berlino la liberazione arrivò portata dai Russi.
    Una notte, al campo, fummo svegliati dalle urla dei tedeschi Bisogna partire! sloggiare, evacuare! E lasciammo il campo in migliaia per essere trasferiti in campi più lontani. Io e pochi altri riuscimmo a scappare dal gruppo in marcia e ci addentrammo nella periferia della città: i bombardamenti fino a quel giorno avevano distrutto tutto, anche la fabbrica dove lavoravo. Berlino era stata tappezzata dalle bombe, quartiere per quartiere, zona per zona, rasa al suolo tutta. E pensare che io una città come Berlino non l’avevo mai vista, fino a 18 anni non mi ero mosso dal mio paese, Cerignola, e non avevo mai visto tram correre sottoterra, altri correre in aria e altri ancora correre sulle strade.

    E così, come fuggiaschi, circondati dai russi, ci siamo dispersi nelle strade di Berlino, riuscendo a nasconderci alla fine in un rifugio.
    E li vedemmo arrivare! I Russi. Arrivarono, e per occupare l’intera città impiegarono ben otto giorni.
    Noi, timorosi, uscimmo dal rifugio e ci unimmo a loro, presi la prima arma che mi capitò a tiro e,
    come un pazzo, ho combattuto insieme ai russi per quegli otto giorni tremendi.
    Ho liberato anche io Berlino! a fianco dei russi contro i tedeschi, che indietreggiavano metro per
    metro.


    (*) Da un incontro collettivo nella sede ANPI di Cerignola, nel gennaio 1977

  • VOCI DAL PASSATO
    PER CAPIRE IL PRESENTE
    "MANGIAVAMO
    PANE E COMIZI"

    data: 20/04/2020 15:08

    Il racconto di Antonietta Frisoli e Angiolina Gagliarda, braccianti (*)

    ANTONIETTA

    La storia delle donne qui a Orsara di Puglia è stata magnifica negli anni passati. Ora non ne vogliono più sapere, né i giovani né le donne né gli uomini. Eravamo noi quelle più attive, a piedi casa per casa, organizzando le riunioni di cellula. C’era una grande attività. Ora dormono tutti, pensano solo ai fatti propri.

    Noi siamo state le prime. Si discuteva di tutto, di come andava il partito e del nostro avvenire che sarebbe stato sicuramente migliore. Tutto è cambiato rispetto a prima, la nostra vita non è più la stessa, oggi rispetto a ieri. Io sono bracciante e, un tempo, quando si andava sotto padrone gli eravamo sottoposte. Ora non è più così, ma si sta tornando indietro, nel rapporto con i padroni.

    Un tempo partivamo per la campagna alle tre di notte, anche quando si andava a coltivare sui nostri piccoli terreni. Si lavorava per dieci dodici tredici ore… sedici ore! non capivamo niente. L’orario di lavoro dipendeva da chi comandava, dal padrone della terra. Per arrivare sui terreni de La Torre, si partiva all’una della notte dal paese, soprattutto al tempo della mietitura, quando la facevamo a mano con le falci. Partivamo all’una e tornavamo in paese alle otto, alle nove, anche alle dieci. Ti buttavi sul letto, ma dopo appena un’ora o due più tardi dovevi rialzarti. Venivano a bussare per chiamarti e ripartire. Mamma in quegli anni portava il lutto e lavava i suoi panni con la terra, non col sapone, con la terra. Noi ragazze ci levavamo la mutandina e ce la lavavamo così, quando il tempo era bello, altrimenti te la tenevi sporca, non avendone altre. Ora le donne vanno alla Puglia, giù nel Tavoliere, fanno l’orario stabilito, sette otto ore, poi rientrano. Devono comunque svegliarsi molto presto al mattino, ma alle tre del pomeriggio sono a casa. Quando si andava più lontano, nelle masserie, non si rientrava in paese e si dormiva lì, arrangiati dentro soffitte malmesse o sotto baracche rivestite di teloni tesi tra pali di legno. Quella era la nostra sistemazione, la nostra coperta.

    Abbiamo attraversato tempi tristi, poi lentamente si è cominciato a migliorare. Si vorrebbe stare sempre meglio, ma i fatti sembrano dirti che è impossibile.

    Era triste, anche perché tu, dopo essere andata a lavorare, tornavi e avevi i servizi di casa da fare.

    Noi compagne, inoltre, dovevamo pure metterci in cammino a far tessere per il partito, il partito comunista. Si girava per le case, si facevano riunioni, nelle cellule, in ogni quartiere. Per organizzare una riunione di cellula dovevi camminare a passo svelto per tutto il paese, casa per casa, e dovevi trascinarle con te, perché non tutte avevano le nostre stesse idee. Le donne che la pensavano come noi ci assicuravano: Va bene, c’è la riunione stasera, appena arriva l’ora vi raggiungo, ma per molte bisognava proprio andare a prenderle, una per una. Me’ dai, stasera c’è la riunione, dobbiamo riunirci, abbiamo un programma da svolgere, dobbiamo fare questo e quest’altro… A quel tempo nessuno aveva diritti, ma la gente si riuniva di più, ci riunivamo e provavamo a risolvere qualcosa. Nei giorni di pioggia, lo stesso, ci bagnavamo, nemmeno la neve ci fermava, lungo strade dissestate o quasi inesistenti. Il fango ci arrivava alle ginocchia, tornavamo fradice e sporche a casa. Giorni davvero tristi e faticosi: per conquistare solo qualcosa di più e qualcosa di meglio. Quante volte ci hanno urlato contro: Ma andate a rammendarvi le calze bucate che avete! Erano quelli contropartito che ci dicevano così, con disprezzo. Altri ci deridevano: Ma chi ve lo fa fare?! Cosa andate facendo? Chi ti diceva una cosa chi un’altra, sempre offensivi. Alcuni non ci lasciavano nemmeno parlare: Voi ve ne dovete andare da qui, sparire! voltavano lo sguardo. E tu con una gran faccia tosta, entravi, insistevi e parlavi. Quelli più vecchi, più arretrati, poi, ti etichettavano direttamente come una malafemmina! Così le donne si sono emancipate per davvero.

    Quando si tenevano dei comizi in paese, per la campagna elettorale, noi donne rientravamo dal lavoro nelle campagne con un bel pezzo di pane tra le mani, con qualcosa per accompagnarlo, altrimenti solo pane. Ci si radunava qui a Porta San Pietro, era qui che si svolgevano sempre i comizi, e ci sedevamo a terra, stringendo il pane tra le mani: mangiavamo e ascoltavamo i comizi. Tanto che tra noi dicevamo Mangiamo sempre pane e comizi!

    Abbiamo fatto anche ribellioni scioperi marce, in momenti davvero tristi.

    ANGIOLINA

    Nel 1967 ci fu uno sciopero un po’ lontano da qui, presso Giardinetto, verso Troia, per richiedere riforme agrarie e lavori per l’irrigazione dei campi, per non far mancare il lavoro, anche se poi è sempre mancato. Io avevo ancora diciotto anni, non capivo tante cose, non avevo esperienza. Sono sempre stata bracciante agricola con istinto e sudore, ho fatto tante giornate di lavoro, versato contributi, so come si lavora sotto i padroni. Non sono mai sazi!

    E andammo in tante a questo sciopero, facemmo tanta strada a piedi. Per me ragazzina fu dura, non avevo mai fatto tanta strada a piedi: due ore o forse più, non ce la facevo più a camminare. Da quella volta in poi ho sempre partecipato, ogni volta che c’era uno sciopero. Mi è sempre piaciuto fare queste cose, però delle volte ti cadono le braccia quando vedi che non si riesce a ottenere nulla, che quello che desideri non lo raggiungi. Tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto d’istinto e col sudore delle braccia. Facevo lo sciopero, facevo le manifestazioni, andavo a tirar fuori la gente dalle case o a scacciare i crumiri dalle aziende durante gli scioperi. La gente però a un certo punto non ha avuto più quella passione per lottare, perché mentre io lotto, tu mangi e bevi. Ma io continuo a lottare, sempre, pur dovendo, per trovar lavoro, andare a 50 o 60 chilometri da casa mia.

     ANTONIETTA

    C’ero anche io, allo sciopero di Giardinetto e portai anche mio figlio piccolino. Era il 24 aprile e si fece un grande sciopero con cortei che, dai paesi di Orsara di Puglia, Bovino, Troia e Castelluccio dei Sauri, raggiunsero il Villaggio Giardinetto per una grande manifestazione.  

    Portai con me mio figlio e gli dissi: Devi venire pure tu con mamma, così quando diventerai vecchio potrai raccontare ai tuoi figli e ai tuoi nipoti ‘Io c’ero, quel giorno’. Se quei terreni andranno a finire nelle mani dei lavoratori, tu potrai dire ‘L’ho fatta pure io quella lotta, avevo dieci anni’.

    Fu per questo che portai mio figlio.  

     (*) Incontri del febbraio 1978 a Orsara di Puglia con Antonietta Frisoli, anni 45, bracciante; Angiolina Gagliarda di Ariano Irpino, anni 29, bracciante; con Paola Sobrero e Anna Del Priore)

     

     

     

     

  • VOCI DAL PASSATO
    PER CAPIRE IL PRESENTE:
    "DON CARLO SI DIVERTE"

    data: 13/04/2020 10:02

    Il racconto di Giuseppe Russo, bracciante (*)

    Doveva essere il novembre del 1917 o del ‘18, io ero bambino, forse era il ’19, comunque prima del fascismo. Qui a San Nicandro Garganico avevamo un capopopolo, prima socialista e poi anarchico rivoluzionario, Emanuele Gualano. Una sera, Gualano, percorse le strade del paese soffiando forte in un corno, come un banditore, e svegliando la popolazione.
    A quel tempo, nel nostro paese, per gli usi locali, operai, braccianti e piccoli contadini senza terra, avevano il diritto di raccogliere le olive nei giardini vicini al paese fino al giorno di Tutti i Santi, ma non oltre. Allora i più poveri così campavano, potevano andare su quei terreni per raccogliere un po’ di olive ancora acerbe o un po’ di frasche per il fuoco. Una volta passato il due novembre, però, non si poteva più e i terreni tornavano di esclusivo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri.
    Quella sera di novembre inoltrato, verso mezzanotte, Emanuele Gualano girò per tutto il paese radunando la gente più povera, gridando davanti alle porte chiuse dei pianterreni: Chi vuole andare a raccogliere le olive? Alzatevi! Seguitemi, andiamo tutti insieme sui terreni sopra Zincone!
    La gente al buio uscì dalle case e pian piano divenne folla. Io avevo sette otto anni, non avevamo nemmeno il pane. Tutti si svegliarono e uscirono per strada. Ci radunammo a migliaia, uomini donne bambini e ci incamminammo verso i terreni sopra Zincone. Al buio brillarono centinaia di fuochi accesi con le frasche, era una scena bellissima, tutta la gente riunita in attesa dell’alba.
    Fece giorno e con le prime luci Emanuele Gualano e altri suoi compagni ci guidarono verso i giardini. Nel frattempo qualcuno fece la spia avvisando i carabinieri, che arrivarono immediatamente con quattro cinque camion. Noi eravamo più di mille, avevamo già raccolto qualche sacco di olive. Allora Gualano si portò avanti alla folla e salì su una maceria di pietre. Tutti noi ci radunammo intorno a lui per ascoltarlo. Si rivolse ai carabinieri con belle parole: Potete andarvene, perché questo che vedete è pane, qui noi cerchiamo il pane, non cerchiamo nient’altro. All’improvviso, dal mare di persone che lo attorniavano, scappò via una lepre. Un giovane, con una mazza, al volo la colpì. Emanuele Gualano, allora, prese la lepre dalle mani del giovane e si avvicinò al maresciallo dei carabinieri che lì accanto osservava in silenzio: Prendila, vai a mangiare questa lepre, perché noi qua, noi veniamo a cercare pane, solo pane!
    Belli quei tempi! Noi vivevamo senza pane, il pane non esisteva. Quando ero ragazzo, a casa non lo trovavo mai, pane a casa non lo abbiamo mai visto, come non esistesse. Che società miserabile! Poi piano piano arrivarono anche i fascisti. E con i fascisti rimanemmo ancora senza pane.
    I carabinieri al momento non intervennero e sembrarono ritirarsi. Allora Gualano, che guidava la folla, si diresse verso una strada diversa da quella percorsa nella notte, ma proprio su quella strada li trovammo appostati, i carabinieri, pronti allo scontro. Non lo dimenticherò mai, uccisero un altro padre di famiglia, un bel giovane.
    Io, bambino, ero riuscito a raccogliere un sacchetto di olive, a casa eravamo senza pane e quelle olive non le avrei lasciate nemmeno se mi uccidevano. Allora mi lanciai, nel parapiglia, verso un canale ripido che correva tra due vigne e scendendo veloce dentro alla fratta di compare Michele, raggiunsi, sconvolto, casa mia. E le olive ero riuscito a salvarle!
    Che tempi, che società di gente poveretta. Non c’era niente, nemmeno la coscienza. Non so da cosa dipendeva, eravamo più ignoranti, certo. Eravamo rassegnati, dicevamo Così è fatto il mondo, perché non sapevamo il male da dove veniva, il male chi lo faceva.
    Noi andavamo a lavorare nelle masserie, all’uscita del sole in mezzo alla piazza cercavamo il lavoro e poi, sui campi, potevi smettere di lavorare solo quando il sole era calato. Di notte dormivamo nelle mangiatoie delle bestie, tra cimici pulci, senza pulizia. Ma io e i miei compagni eravamo gente dritta, veramente! Ci facevamo rispettare in quella società di cornuti. Sapevamo cantare e così riuscivamo a stare allegri, come se la miseria non ci riguardasse. Si suonava, si cantava, si rideva, niente pane si teneva. Era proprio l’ignoranza che ti faceva stare contento. Qualche volta, tra noi compagni dicevamo Ma possiamo fare una vita così!?
    Crescendo mi feci giovanotto e andai a padrone da un grande proprietario di terre, un certo Don Carlo Z. Aveva un brutto vizio, Don Carlo, la sera mi chiamava per divertirsi. Avevo la pelle molto scura e allora lui faceva: Chiamate a Nerù – mi chiamava così – chiamate a Nerù! Finito il lavoro, appena calato il sole, si tornava in masseria che era buio, e con gli altri braccianti si mangiava quel poco che ci davano, in un grande stallone. Quasi ogni sera, dal balcone della casa del padrone, sentivo urlare Chiamate a Nerù, chiamate a Nerù!!! Uscivo dallo stallone e chiedevo Signoria, che vuole? E lui Esci, muoviti, vai in mezzo all’aia! Allora fumavamo le Macedonia, le sigarette. Il suo divertimento – solo a ricordarmelo gli sputerei ancora in faccia – era prendere tra le dita una sigaretta, lui in alto sul suo balcone… noi sotto, sull’aia, eravamo più di cinquanta sessanta braccianti, lavoravamo su terreni di 400, 500 ettari. Don Carlo si affacciava, con la sigaretta tra le dita, la lanciava sul gruppo e godeva, godeva nel vederci fare a botte per acchiapparla al volo: un macello! uno sull’altro aggrovigliati.
    Una sera di quelle, con un mio amico suonatore di chitarra, ce ne stavamo un po’ discosti, appoggiati a un muro, non partecipavamo alla zuffa per la sigaretta lanciata dal balcone. Nerù, mò ti voglio vedere in mezzo agli altri, muoviti! Gli risposi Signoria, devo lavorare, potrei farmi male. Lui dal balcone Ti voglio vedere in mezzo agli altri, capito?! Guarda: stavolta butto il pacchetto intero… E gettò un pacchetto intero di sigarette. La combinazione volle che il pacchetto rimbalzò sulla testa del figlio di Scalofone, che era un tipo abbastanza alto, e me lo ritrovai tra le mani. Dal balcone don Carlo gridò E no! Tavola e gioco, tavola e gioco! Che vuol dire ‘così non vale’. Se volete il pacchetto dovete azzuffarvi, tutti assieme. E ci obbligò a riportarglielo indietro.
    Nerù, allora mò cantaci una canzone! Sapevano tutti che ero bravo. Tra me pensai questo la deve smettere tutte le sere di sfottermi e decidere lui quando devo cantare, ero stanco per il lavoro e questo sfotteva. A quei tempi andava in voga la canzonetta “Don Carluccio Martelluccio”, lui si chiamava don Carluccio e la canzone si chiamava proprio così. Allora, chiesi al mio amico di prendere la chitarra e gli dissi Suonala in fa! E quello dron dron dron…

    Je songhe don Carlucce Martellucce
    V’agge a dì ca songh un prjme ciucce
    Na matin pe na cantat’e galle
    È menute na signurina e m’ha squacciat’u calle
    L’hanne squacciate u calle a don Carlucce…

    Licenziato, vai via! Si era accorto che lo sfottevo. E ordinò a un guardiano di accompagnarmi fuori dalla masseria, io avanti e quello dietro, fino alla strada, al buio. Quando ero già lontano, mi raggiunsero con una giumenta e mi dissero di tornare. Don Carlo mi tormentava tutte le sere, tutte le sere! non finivo di mangiare e già mi chiamava, dovevo uscire fuori e soddisfarlo.
    Era un cretino, un cretino proprio, con un panzone grosso…


    (*) Dall’incontro nell’abitazione di Giuseppe Russo, detto Trippetta, bracciante e muratore, nato nel 1910 a San Nicandro Garganico, presenti Paola Sobrero e Alberto Vasciaveo, maggio 1977

     

  • VOCI DAL PASSATO
    PER CAPIRE IL PRESENTE:
    "PADRONE MIO
    TI VOGLIO ARRICCHIRE"

    data: 06/04/2020 12:27

    Ci recammo a Orsara di Puglia, nel subappennino dauno, nel febbraio del 1978. Con Paola Sobrero, mia compagna di ricerca e di vita e Anna Del Priore, allora assessore alla cultura del paese. Con Anna entrammo nelle case di tante donne braccianti (a Orsara in maggior numero degli uomini) e contadine, chiedendo loro di parlarci e raccontare la loro vita, familiare e di lavoro, tra tradizioni antiche e nuovi comportamenti sociali e politici. Era, allora, una nuova forma di inchiesta, non legata solo alle statistiche e alle analisi sociologiche, ma alla raccolta di storie orali personali e collettive che meglio potevano rappresentare la reale condizione femminile in quegli anni, in quelle terre. 

    Antonia Del Priore, bracciante e contadina quarantenne, la incontrammo nella sua casa a pianterreno, dove quasi con sconforto, ci raccontò la sua storia familiare, piena di fatica e di soggezione ai soprusi padronali negli anni più lontani, per arrivare alla sua contemporanea vita quotidiana fatta, ancora, di viaggi nei pulmini dei caporali verso le terre del Tavoliere

    IL RACCONTO DI ANTONIA

    Allora, negli anni del dopoguerra, non avevamo mezzi di trasporto a nostra disposizione. E così dormivamo fuori, quando si andava a lavorare nelle campagne lontano dal paese. Trascorrevamo anche un mese intero nella masseria. Mettevamo su, con reti e sacchi, una capanna e quella diventava la nostra casa. Quando finivamo la quindicina, due settimane di lavoro, a volte, un camion ci riportava in paese per due soli giorni. Erano tempi tristi. Non si mangiava come ora, ci si vestiva male, ci si lavava male, riempivamo tutti insieme un’unica stanza con conigli, maiale, l’asinello nostro, così, uomini e bestie. Nella stessa stanza, da un lato avevamo il maiale, dall’altro i lettini per noi e, accostato, il letto di papà. Ora è un’altra vita. Allora, nelle masserie, non lavoravamo sette ore, si faticava dal sorgere del sole al calare del sole, una intera giornata. Si lavorava troppo male, perché la mattina ci si alzava presto, col buio, alle tre e mezza quattro, e si andava lontano, molto lontano. Qualcuno, più vecchio di noi raccontava che ai suoi tempi i padroni, con una bacchetta, si piazzavano dietro ai lavoratori, e picchiavano chi rimaneva indietro, perché andasse più veloce e forte. Ora invece no. Certo, devi fare il tuo dovere, lavorare, ma non ci sono questi maltrattamenti. Eppure, noi, i nostri diritti sapevamo come difenderli. Ai caporali e ai padroni dicevamo: Attento… prendo la zappa e te la sbatto in testa. Ti vai a fottere tu e la tua terra! Certo, si capisce, non siamo stati dei fessi.
    Allora le donne erano costrette a lavorare insieme ai loro uomini e, tornando, subivano anche i rimproveri e le urla di questi, perché i mariti volevano trovare anche pronto cucinato a casa. Quando eravamo alla mietitura, vicino al paese, ogni donna seguiva i quattro cinque uomini che falciavano il grano. Gli uomini mettevano a terra le spighe falciate e le donne dovevano coglierle e legarle in fascette, i grégne Cinque minuti prima che gli uomini smettessero di lavorare, ogni donna doveva, a piedi, correre a casa a cucinare. Gli uomini poi, a dorso di mulo o a cavallo venivano a Orsara e pretendevano di trovare già pronto tutto in tavola.

    In campagna, tempo fa, si cantava, ma anche ora, qualche volta. I più antichi cantavano così:

    Padrone mije te voglie arrecchij (padrone mio ti voglio arricchire)
    Cume nu cane voglie fatijà (voglio lavorare come un cane)
    M’e fatte veve l’acque allù geloune (mi hai fatto bere l’acqua ghiacciata)
    M’e fatte fa’ la vite cum’a nu cane (mi hai fatto fare una vita da cani)
    e poi aggiungevano
    Patrone mije te vurrije fa’ capitano (padrone mio ti farei capitano)
    Al posto mio avess’capita’ tu (al posto mio dovresti trovarti tu)

    Dicevano questo, perché tanti padroni sono andati sotto davvero, finiti a bassa fortuna. Si cantavano sempre gli stornelli, quelli a dispetto, botta e risposta, e si pazziava così:

    U sole ca dda cala’ (il sole che ora scende)
    e moki e mokà
    sop’a chi a dda cala’?
    (su chi scenderà?)
    Cala sop’Antuniette
    (scenderà su Antonietta)
    e moki e mokà
    cala sole ca dda cala’
    (scende il sole che scende)
    A’ ‘ntuniette chi c’ama dda’
    (A Antonietta chi daremo?)
    e moki e mokà
    cala sole ca dda cala’
    (scende il sole che scende)

    Sempre ripetendo cala sole cala sole. Si sfottevano l’un l’altro, glielo dai a tua sorella e a tua madre…, si provocavano da una squadra verso l’altra. Verso il tramonto, invece, cantavano le strofe di Russillo, il cavallo pigro

    Sop’u castille ce steva Russille (Sul castello stava Russillo)
    ch’u pozzen’accide non vole fa’ ninde
    (che non vuol lavorare nemmeno morto)
    quanne arrive l’ore de scapula’
    (quando arriva l’ora di smettere)
    quille Russille non vole cchiu camena’
    (lui, Russillo, non vuole più camminare)
    Cara Russille cara Russille (il caro Russillo)
    dumand’aumende allu stuppille
    (domanda di dargli più biada)

    Russillo era un cavallo che non voleva tirare l’aratro. Naturalmente era una scusa cantare di Russillo che non voleva arare. Erano i braccianti che, al termine della giornata, volevano finalmente staccare dal lavoro o, almeno, essere pagati di più. Così, cantando, si badava meno alla fatica e il tempo passava. Qualche volta abbiamo lavorato insieme a gente di Ordona, di Orta Nova e loro cantavano sempre, ma quello che dicevano nei loro canti erano sempre versi contro il padrone. Si cantava soprattutto quando era tempo di mietitura e trebbiatura - la chiamavamo la pesatura - con tufi e pietre trainate dai muli, che schiacciavano le spighe raccolte. Si cantava sempre, uno provocava gli altri, poi si mangiava tutti insieme e i fiaschi giravano di bocca in bocca.
    Al termine dei lavori, quando si mieteva non lontano da Orsara, quello, il padrone, sul suo sciarrabball’, o traìno a due ruote tirato da un mulo, se ne tornava al paese. E tu, a piedi, più lento, lo seguivi, rimanendo indietro. Quando avevi ancora un po’ di forze per rientrare, altrimenti rimanevi alla masseria. Quando arrivavi in paese rientravi a casa al buio e sempre al buio ripartivi per la campagna. Sul tavolo trovavi un piatto pieno solo di acqua ciotta, acqua e grasso sciolto dentro. Mentre i padroni mangiavano carne noi fessi mangiavamo olive e cipolle. Mio marito è andato alla mietitura mangiando solo una cipolla, quello gli facevano mangiare. Lui e un suo compagno hanno rischiato di morire per strada, tanto il caldo gli infuocava dentro l’aceto e le cipolle. Stava male, per il troppo caldo e il lavoro faticoso, poi l’aceto e la cipolla. Mentre i porci, sì che mangiavano, sempre carne, i padroni.
    Un anno, mia madre e mio padre, nei giorni di San Lorenzo, dopo aver diviso, col padrone del loro piccolo terreno, il granturco coltivato, per mettersi in pari gli dovevano ancora una giornata di lavoro sui suoi campi lontano dal paese, presso la sua masseria. Così si recarono lì e dovettero quindi restare a dormire, all’aperto, sull’aia. Il padrone e la moglie dormivano nel loro letto, nella palazzina, e tutti quei poveri cristiani che erano giunti lì per lavorare, erano a terra, dappertutto, stesi su sacchi riempiti di paglia. Dormivano così, ogni donna vicino al marito suo. Quel porco del padrone, poi, in piena notte, si svegliava per fare un poco d’acqua e, scusatemi l’espressione, pisciava sopra la gente che dormiva sotto. Era proprio un gran porco.
    Noi donne, certo, oggi lavoriamo meno di una volta, in campagna. Vanno più le anziane che le giovani. Ora che arriva aprile cominciamo con le barbabietole, poi finite le barbabietole si curano i tendoni dell’uva, poi i pomodori in agosto, poi la raccolta dell’uva a settembre e così si arriva alle olive a novembre. Noi, in tante, all’alba, scendiamo coi pulmanini verso le campagne del Tavoliere. I padroni preferiscono sempre le donne, al lavoro, perché le pagano poco, gli uomini non si accontentano. Le donne sono più disposte ad accettare qualsiasi paga, ma non siamo noi a parlare col padrone. Chi contratta è quello che ci porta sul lavoro col pulmanino, è lui che ci vende.
    Andiamo al mercato e lì, ci vende.

     

  • VOCI DAL PASSATO
    PER CAPIRE IL PRESENTE:
    IL RACCONTO DI MARIA

    data: 31/03/2020 18:37

    Mi è stato offerto questo spazio blog, e ringrazio Beppe Lopez di avermi invitato.
    Nella mia vita non ho fatto altro che farmi raccontare storie, da tanti uomini e donne a cui nessuno aveva mai chiesto un parere, una testimonianza, un frammento di vita vissuta. Ed è sempre stata, la mia, una scelta: farmi raccontare il bello e il brutto, il dolce e l'amaro di chi, quasi sempre, rimane fuori dai circuiti mediatici e di conseguenza, apparentemente, fuori dalla Storia, invisibile.
    Sugli scaffali nelle nostre case sistemiamo file di libri. Sui miei, oltre ai libri, ci sono file di cassette e nastri magnetici, un archivio che contiene migliaia di voci, migliaia di storie, quasi tutte del secolo scorso.
    In questo mio blog, estrarrò periodicamente, in veste di contastorie, frammenti di vita, pensieri, canzoni, della storia popolare del '900. Sono storie di un altro tempo, ma il loro racconto potrebbe servire a farci riflettere su come noi tutti affrontiamo oggi, le nuove crisi, le nuove difficoltà, e come a queste si possa reagire e resistere, comunque.
    Ogni volta sarà quindi, per me, l’occasione di riprendere dagli scaffali una cassetta o un nastro magnetico, un minidisk o un video, ri-scrivendo, ma forse più evocando, le parole originarie che mi furono offerte tanti anni fa e che registrai pensando che così non sarebbero andate mai perse, come la memoria di coloro che incontravo.

    Maria Manzi la conobbi nell’agosto del 1975, a Cerignola, bussando alla porta del suo pianterreno in uno dei vicoli dei rioni più popolari di Cerignola. Era nata a Canosa di Puglia nel 1914, per una vita al lavoro nei campi come bracciante agricola e poi in quelli più recenti come infermiera. Ci raccontò (a me e Paola Sobrero) frammenti di una vita faticosa e povera, riscattata negli anni del secondo dopoguerra dalla orgogliosa militanza nel partito comunista. Era una donna rude, imperiosa e fiera, dalla voce roca e forte. Ogni suo ricordo, dei momenti più critici vissuti dalla sua famiglia, era venato sempre di una sottile ironia, quasi un sorriso sornione, come a dire, a me curioso delle sue storie: Voi non ce l’avreste fatta, io sono sopravvissuta e posso anche riderne, ora.

    IL RACCONTO DI MARIA

    Eravamo tre sorelle, in casa, con mio padre e mia madre. La vita era faticosa e monotona. Erano i primi anni sotto il fascismo, ero una bambina.
    Per strada giravo sempre scalza. Qualche volta con le scarpe rotte e piene di buchi. Erano dure, facevano male. Certe volte tagliavamo i capelli e con i capelli tagliati facevamo una soletta morbida che mettevamo nelle scarpe, così il piede poggiava sul qualcosa di morbido. Mamma ci diceva: Su, tagliamo i capelli, li mettiamo lì dentro e arrangiamo. Quando sarà, poi, le andiamo a comprare nuove. Non le comprammo mai.
    Mio padre per lavorare faceva anche lo spaccapietre, per fare le nuove strade, era il Municipio che pagava. Io cominciai a crescere. Maria, vieni con me, andiamo a schiacciare pietre! E come andiamo, senza pane? dicevo io. Sta zitta, ora cuciniamo due fave lesse. Noi la sera le mettevamo a mollo, le bollivamo, poi ce le infilavamo nelle tasche, papà se le metteva nelle tasche della sua giacchetta sudicia e andavamo insieme sulla strada a lavorare. Ci sedevamo ognuno su una grossa pietra e ting tang ting tang! Papà mi incitava, Se riesci a fare un monticello e mezzo ti do un centesimo! Papà, ma io mi stanco. Mari’ muoviti, fallo! Ding dang, feci il primo monticello. Così correvo più avanti, sceglievo il monticello di breccia più piccolo, mi accoccolavo vicino e battevo. Ne completai due interi, erano tre metri di breccia ridotta a pietroline. Finivamo quel lavoro e si andava alla cava delle pietre, dove i camion caricavano i massi per la breccia.
    Tornavamo a casa senza forze. La sera quando andavamo a dormire, sul letto dei miei genitori veniva steso, a formare una capanna, un lenzuolo legato ai quattro capi del letto stesso. Lo si faceva per le zanzare. Non avevamo né un picchiatoio, né il flit, nulla. Si dormiva in camicia o senza nemmeno quella. Qualche volta, di mattina, noi bambine del vicolo, sedute sul gradino del nostro pianterreno, giocavamo con i sassolini e le palline di vetro, e vedendo uscire mamma con la camiciona lunga, ridendo tra noi, dicevamo: Hai visto? Sta andando a pisciare al pisciatoio! E tu? Hai visto tuo fratello?! Erano i nostri giochi di bambine. Qualche volta, di notte, andavo a piedi scalzi a sollevare quel lenzuolo steso, come capanna, sul letto. Che hai fatto!? Hai sollevato il lenzuolo e stavano tutt’e due coricati?! Sì, ma non dirlo a nessuno, altrimenti ci danno le botte, ci legano! Eh, proprio così, sono stata spesso legata con una corda alla trave che reggeva il tramezzo al centro della casa. Ogni volta, per un qualsiasi motivo, quando non volevo fare i servizi di casa o avevo risposto male a papà… Mia madre mi metteva di spalle, mi stringeva le mani e mi legava stretta alla trave. Mi legavano così, con una cordicella, e loro mangiavano mentre io li guardavo. Ero una bambina, piccola. E chi lo dimentica. Quando divenni signorina lo rinfacciai a mio padre: Quante me ne hai fatte passare, papà mio! Non rispondeva.
    Qualche notte mia madre si svegliava, mi scioglieva e mi infilava sotto il letto per farmi dormire, sul pavimento. I letti, allora, erano fatti con le assi di legno poggiate su bassi cavalletti e sopra poggiavano un sacco pieno di paglia scadente, quella che davano agli asini. Solo le famiglie che avevano qualche lira in più usavano la paglia del grano, più morbida. Noi poverissimi, andavamo nei campi appena trebbiati e con le falcette tagliavamo le ristoppie, prima che le bruciassero, tornavamo a casa e riempivano con queste i sacconi che usavamo come materassi. Appena ti stendevi su questi sacconi, le ristoppie si piegavano e spezzavano, gli steli erano rigidi e puntuti, ci pungevamo ed era tutto un fastidio per l’intera notte. Ci lamentavamo, soprattutto noi bambine. E i miei genitori ci zittivano, Schiaccia! Schiaccia! Cosa volevi schiacciare, premevi da una parte e fuoriuscivano dall’altra, uno strazio. Avevamo solo questi sacchi, mai visto un lenzuolo, cos’era un lenzuolo? Mah! Pezze, solo pezze.
    Ogni mattina noi bambini in casa piangevamo, Mamma, il pane! E lei rispondeva sempre: Non vi preoccupate, ora ora lo vado a comperare, appena si cuociono le fave lo vado a comperare. Allora poi usciva, andava alla piazza del mercato, si accostava ai banchi delle verdure e appena qualcuno puliva le verdure in vendita, buttando via le foglie più grosse o i gambi dei carciofi, lei raccoglieva da terra quel che poteva, nascondeva tutto in un foglio di giornale e, per non farsi notare, fingeva di portare a casa la spesa appena fatta. Più tardi arrivava papà, quelle foglie di cicoria le bollivamo insieme alle fave e ce le mangiavamo così, senza altro condimento. Qualche volta i vicini di casa ci domandavano cosa avevamo mangiato e nostra madre ci imponeva di rispondergli sempre, una volta usciti di casa, Carne e pesce!
    A papà piaceva anche suonare la chitarra, la sapeva suonare un po’. Ci chiamava, Ballate, ballate! Dididìn dididìn… Lui suonava e noi ballavamo, mano nella mano, in cerchio. E dai, papà, s’è fatto tardi, abbiamo sonno. E lui: Fra poco, appena andate a dormire arriverà un signore col panierino, pieno di pane, andate a letto, appena arriva col panierino vi sveglio per mangiare.
    Così andavamo a dormire, fiduciosi… arrivava così la prima luce dell’alba.
    E avevamo superato un altro giorno.