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OTTORINO GURGO

  • LA QUESTIONE FEMMINILE
    ALTRA SPINA PER DRAGHI

    data: 23/02/2021 12:39

    Tra i tanti problemi che affliggono il nostro paese e dei quali Mario Draghi dovrà farsi carico, va emergendo con forza quello che potremmo definire "la questione femminile"; una questione certamente non nuova, ma che costantemente si ripropone. A farla oggetto di rinnovate polemiche è, questa volta, la composizione del governo appena costituito che - a detta delle associazioni femministe - ha penalizzato le donne con un numero di ministri inferiori rispetto a quello riservato agli uomini.
    A farsi promotrici di una vera e propria rivolta su questo argomento sono state, in particolare le donne del Pd, fortemente irritate per il fatto che neppure una di loro sia rappresentata nella delegazione del partito al governo. Colpito dalle ripercussioni di una contestazione che può trasformarsi in un vulnus per la sua già fragile segreteria, Nicola Zingaretti ha cercato affannosamente di correre ai ripari giungendo addirittura ad avanzare la propost a- peraltro non benevolmente accolta - di riservare in esclusiva alle donne i posti di sottosegretario.
    Dobbiamo dire in tutta franchezza che non ci piacciono neppure un po' il modo in cui le donne "dem" e il segretario Zingaretti affrontano il problema. Che una "questione femminile" esista è indubbio. Ancora la nostra società è pervasa di maschilismo. Ma insistere nella contrapposizione tra i due sessi significa, nella realtà, perpetuare una discriminazione alla quale bisogna porre termine in maniera radicale.
    E la soluzione non è certamente quella di insistere nel conflitto dando luogo a una gara anacronistica volta a stabilire chi debba occupare questo o quel posto al punto di fissare delle "quote" da attribuire agli uno o alle altre.
    Per arrivare a una effettiva soluzione del problema è necessario che queste assurde distinzioni di genere vadano totalmente e definitivamente abolite e si stabilisca che tra uomini e donne, al fine del conferimento di qualsivoglia incarico, non esiste altra differenza che quella relativa ai meriti, alle competenze, alla preparazione di ciascuno.
    È in tal modo che devono essere assegnate le funzioni ed è soltanto in questo contesto che si sancisce la parità dei sessi, non facendo riferimento a ipocriti "bilancini" artificiosamente creati.


     

  • QUELL'USCITA DI SCENA
    COSI' DIFFICILE PER CONTE

    data: 14/02/2021 16:19

    Nel mondo del teatro è largamente diffuso il convincimento che, per valutare il reale valore di un attore, si debba aver riguardo non solo e non tanto al modo in cui recita la sua parte, certamente importante, ma soprattutto a quello in cui sa uscire di scena.
    È una regola che può serenamente, senza timor di andar fuori dal seminato, essere applicata anche alla politica. Troppe volte ci è capitato, infatti, di vedere uomini politici che, pur avendo esercitato decorosamente la loro funzione, al momento di lasciare, per qualsivoglia ragione, la loro poltrona, hanno varcato i confini della dignità.
    Tra quanti hanno, quantomeno, sfiorato questo confine, dobbiamo purtroppo includere - a quanto sembra - anche Giuseppe Conte al quale pure, in passato, non abbiamo fatto mancare il nostro apprezzamento per il modo in cui - navigatore in gran tempesta - è riuscito per lungo tempo, in due diverse situazioni, prima con il centro destra, poi con il centrosinistra, a guidare il governo.
    Ora, tuttavia, Conte appare incapace di affrancarsi da quel fascino del potere del quale non riesce a liberarsi. Non è un mistero, per uscire dal generico, ch'egli, al di là delle dichiarazioni di facciata, non abbia gradito neppure un po' che sia stato chiamato Mario Draghi a gestire l'esecutivo e che, fino all'ultimo, abbia tentato di mettere il bastone tra le ruote dell'ex presidente della Banca centrale europea.
    Preso atto che ogni tentativo in tal senso sarebbe stato inutile, l'ex premier, pur di non restare a mani vuote, ha cercato di convincere Beppe Grillo ad affidargli la guida del Movimento pentastellato (il che, forse, sarebbe stato anche giusto). Anche questo tentativo è, tuttavia, andato a vuoto avendo l'ex comico genovese optato per una guida collegiale.
    A questo punto a Conte non rimane che rassegnarsi, a meno che non prendano consistenza le voci secondo cui potrebbe essergli assegnato un incarico nell'Unione europea.
    Resta, comunque, il rammarico per il fatto che l'ex presidente del Consiglio abbia perso l'occasione per dare una lezione di stile a un mondo politico che dello stile non ha certamente dato, in questi anni, particolare dimostrazione.
    Nel nostro non esaltante panorama politico, fatto di esponenti tutt'altro che brillanti, Conte potrebbe costituire una non trascurabile risorsa. È lecito, allora, domandarsi, e soprattutto domandare al diretto interessato, se aver dimostrato un così tenace attaccamento alla poltrona possa giovargli al conseguimento di quella carica politica alla quale sembra intenzionato ad investire il proprio futuro.

     

  • IL RUOLO DI DESAPARECIDO
    E' IL MIGLIORE PER GRILLO

    data: 08/02/2021 18:31

    Non resta che aspettare, sperando che Mario Draghi riesca ad imprimere una svolta radicale a una situazione politica che, ad ogni livello, a prescindere dall'appartenenza a questo o a quello schieramento, ha attraversato una fase di drammatico declino.
    Raramente, o forse mai, nella storia repubblicana, l'Italia ha vissuto un periodo di così acuta depressione. E sarebbe più cha mai opportuno che politologi e intellettuali (ma ce ne sono ancora?) si applicassero allo studio delle cause che hanno determinato un simile stato di cose.
    Non è questa la sede più opportuna per affrontare tematiche di così vasta complessità. Ma, se volgiamo lo sguardo non possiamo fare a meno di constatare che c'è un personaggio che ha svolto un ruolo non trascurabile nell'accelerare il processo di degrado della politica italiana. Questo personaggio è facilmente individuabile: è Beppe Grillo, ispiratore e fondatore di quel movimento Cinquestelle che, essendosi affermato come primo partito nelle elezioni del 2018, è stato il grande condizionatore di tutte le formule di governo.
    Grillo fece clamorosamente irruzione sulla scena politica italiana all'insegna dell'ideologia del "vaffa" che suscitò gli entusiasmi di un'opinione pubblica a dir poco disgustata da un mondo politico che, dopo l'ubriacatura del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, considerava. – e tuttora considera - corrotto ed incapace.
    Non è stato necessario aspettare molto tempo per rendersi conto che la gestione della vita pubblica non si addice ai dilettanti, cosicché, come hanno confermato tutte le competizioni elettorali intermedie, i cittadini hanno voltato le spalle ai grillini ai quali si erano incautamente affidati.
    Vista la "malaparata", Grillo era scomparso, guadagnandosi l'appellativo di "desaparecido" e lasciando allo sbando i suoi sprovveduti seguaci.
    Improvvisamente, dopo il conferimento dell'incarico a Draghi, Grillo è uscito dalla "clandestinità". Riacquistando la parola e partecipando addirittura alle consultazioni del presidente incaricato, l'ex comico genovese non ha tuttavia portato un contributo di chiarezza.
    In prima battuta ha esortato i suoi a far quadrato attorno a Giuseppe Conte e a pronunciare un secco è perentorio "no" al tentativo dell'ex governatore della Banca centrale europea. Poi, inopinatamente, forse preoccupato di trovarsi isolato in compagnia della Meloni, ha cambiato opinione: i cinquestelle potrebbero accettare Draghi, ma vincolandolo ad una serie di scelte di politica economica (dal reddito di cittadinanza alla patrimoniale) da lui non senza arroganza indicate!
    Ascoltando la sua pretesa di dettare a Draghi le scelte economiche, viene da prendere a prestito una battuta di Alberto Sordi riservata agli interlocutori molesti: "...E statte zitto!" .

     

     

  • PRONTA L'ALTERNATIVA
    PER LA GUIDA DEL PD

    data: 29/01/2021 09:09

    Nicola Zingaretti è certamente destinato ad essere uno dei protagonisti della crisi di governo. Ma, chissà perché il segretario del Pd ci fa tornare alla memoria una feroce battuta che Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni), corsivista principe dell'Unità, dedicò a un leader socialdemocratico che lui, da buon comunista, ardentemente disprezzava.
    Fortebraccio descrisse l'arrivo di questi a Montecitorio: "Si aprì la portiera - scrisse - e non uscì nessuno". Come dire che quel personaggio era un "signor Nessuno".
    Il fatto è che Zingaretti, nonostante occupi da quasi due anni, ormai, la poltrona di segretario del Pd, non è riuscito a dare alla sua carica una marcata identità, tant'è che i suoi compagni di partito, per primi, gli rimproverano non solo di non essere riuscito a far riconquistare al partito i consensi di un tempo neppure troppo lontano, ma di averlo appiattito sui cinquestelle il che, a ben vedere, non è certamente esaltante.
    È andata così affermandosi, e va sempre più consolidandosi, la figura di una sorta di "segretario ombra", Goffredo Bettini, il quale assolve un duplice ruolo, quello di consigliere di Zingaretti è quello di ispiratore delle decisioni e delle scelte di Giuseppe Conte.
    Il cursus honorum di Bettini è di tutto rispetto. Rampollo di una famiglia aristocratica marchigiana, entrò giovanissimo nel Pci e individuò subito in Walter Veltroni il suo politico di riferimento, pur non rinunciando - refrattario com'è ad ogni oltranzismo - a collaborare quando è stato necessario, con Massimo D'Alema.
    Prima di divenire deputato nel 1993, rivestì a Roma incarichi di rilievo (segretario cittadino del partito e consigliere comunale). Da allora si è sempre dedicato, soprattutto, a compiti di strategia. Bettini appartiene a quella categoria di politici che esercitano il loro potere rifuggendo dalle luci della ribalta, preferendo restare nell'ombra. Ma questo non gli impedisce di essere comunque lui a dettare i tempi e i modi delle attività alle quali si dedica. E se ne sta avendo dimostrazione proprio in questi giorni quando, di fronte a uno Zingaretti preoccupato e incerto, dinanzi all'ipotesi di elezioni politiche anticipate, ostenta tranquillità affermando che "le elezioni non sono, comunque, un colpo di Stato", prefigurando già di affrontarle, ma non in una posizione subordinata, con un'alleanza con i cinquestelle per la quale sta già lavorando senza tuttavia rinunciare al tentativo di ricucire lo strappo con Matteo Renzi (riacquistando così i consensi di quella parte del Pd che non ha condiviso l'eccessiva severirà di Zingaretti nei confronti del leader di "Italia viva").
    Insomma, nonostante preferisca operare nell'ombra, Bettini potrebbe, a scadenza non troppo lontana, essere "costretto" a uscire allo scoperto dando al Pd una leadership meno sonnolenta di quella attuale.


     

  • L'ARMA SEGRETA DI CONTE
    PER SALVARE IL GOVERNO

    data: 17/01/2021 13:19

    Bisogna riconoscere che quella imboccata da Giuseppe Conte dopo le dimissioni delle due ministre di "Italia viva" è la strada istituzionalmente più corretta per affrontare la crisi del suo governo. Presentarsi alle Camere per chiedere la conferma della fiducia è, infatti, in una Repubblica parlamentare qual è la nostra, la via maestra da seguire, anche se si tratta di correre il grosso rischio che il presidente del Consiglio si accinge a correre. Così l'interrogativo dell'attuale momento politico concerne la possibilità o meno che il premier riesca a trovare - soprattutto al Senato - i voti che gli servono per poter restare in sella nonostante la defezione di Matteo Renzi.
    La sfida è di quelle che fanno tremare le vene e i polsi, ma per vincere la sua non facile partita, Conte ha a sua disposizione una sorta di "arma segreta" alla quale far ricorso per ottenere, a Palazzo Madama, gli undici voti che gli sono indispensabili per poter sopravvivere.
    Che cosa potrebbe spingere costoro a lasciare lo schieramento nel quale attualmente militano per approdare alla fragile "corte" di Conte, affrontando l'accusa di "voltagabbana" che già da destra viene rivolta a chi pensasse di entrare a far parte di una nuova maggioranza?
    Quanti auspicano la sopravvivenza dell'esecutivo parlano di "senso di responsabilità", quel "senso di responsabilità" che è mancato a Renzi provocando, sotto lo sguardo sbalordito di tutta o quasi tutta l'Europa, una crisi dagli esiti imprevedibili in piena esplosione pandemica.
    Ma l'elemento che potrà indurre gli undici senatori necessari a Conte a schierarsi dalla sua parte - quello che abbiamo definito la sua "arma segreta" - non è tanto il "senso di responsabilità" quanto, piuttosto, il timore di dover rinunciare, con il voto anticipato, alla loro poltrona per affrontare una campagna elettorale durissima nel prossimo giugno.
    Potrebbe, perciò, essere la paura a salvare Conte e a rendere possibile il proseguimento dell'attuale legislatura.
    È una soluzione che, pur evitando le elezioni, comporterebbe un altro genere di rischio: quello, per intenderci, di dar vita ad un governo ancora più debole di quello che Renzi ha messo in crisi, esposto agli incerti umori di coloro che pretenderebbero di essere compensati per l'appoggio fornitogli.
    C'è peraltro, in parallelo, un'altra "arma" della quale vorrebbero avvalersi quanti, nel centrodestra, auspicano la definitiva caduta dell'esecutivo: quella di promettere agli incerti un posto sicuro in lista qualora si dovesse andare a nuove elezioni.
    Si vola basso, dunque, molto basso. Ma la nostra classe politica può volare in altro modo?
     

  • SE DRAGHI ORA E' PRONTO
    A SCENDERE IN CAMPO...

    data: 09/01/2021 19:58

    Non da oggi nella politica italiana c'è un "convitato di pietra" al quale molti guardano come a colui al quale, con il sostegno di una maggioranza trasversale, potrebbe essere affidata la guida del governo del paese. Questo "convitato di pietra" è Mario Draghi, l'ex governatore della Banca centrale europea, il solo considerato in grado di affrontare con speranze di successo, la drammatica crisi economica provocata dal coronavirus.
    Sinora Draghi è apparso sempre restio a farsi avanti. Recentemente, tuttavia, probabilmente preoccupato dalle condizioni di estrema precarietà nelle quali versa il governo italiano a causa delle profonde lacerazioni della maggioranza, sembra - a quel che si sussurra nei palazzi della politica - intenzionato a rompere gli indugi alimentando l'ipotesi che, se la crisi dell'esecutivo dovesse precipitare, Sergio Mattarella potrebbe convocare proprio lui al Quirinale per affidargli l'incarico di dar vita ad un nuovo governo.
    Alla luce di questi "sussurri" non è forse un caso che alcuni mas media, senza un'apparente ragione, abbiano rilanciato, nei giorni scorsi, il testo di un articolo sui danni economici provocati dalla pandemia, pubblicato tempo fa da Draghi sul "Financial Times", tra i più autorevoli quotidiani economici del mondo.
    Si tratta, in effetti, di un articolo di straordinaria attualità nel quale Draghi non soltanto illustra in modo dettagliato quali dovrebbero essere, a suo avviso, le misure necessarie per evitare di essere travolti dalle conseguenze - che sarebbero estremamente pesanti - del coronavirus, ma rimarca la necessità di muoversi in tutta fretta.
    È un articolo che sembrerebbe scritto oggi e che indica una precisa linea di condotta.
    Se, dunque, nel pollaio nel quale la politica italiana è precipitata e che il conflitto Conte-Renzi rende sempre più deprimente, dovesse davvero scaturire una crisi di governo e se Draghi fosse realmente disponibile – come un calciatore che, potendo svolgere un ruolo decisivo, si alza dalla panchina, dismette la tuta e scende in campo - a “sporcarsi le mani” e assumersi la responsabilità di pilotare il paese nell'attuale congiuntura, non potrebbero non porsi due interrogativi: 1) il capo dello Stato non sarebbe tentato di sperimentare la possibilità di affidare all'ex governatore della Bce l'incarico di formare un nuovo esecutivo? 2) dinanzi alla prospettiva di appoggiare un governo Draghi, le forze politiche preferirebbero, comunque, andare ad elezioni anticipate senza tener conto dei gravi danni che un periodo di "vacatio" provocherebbe?
    Tra l'altro ci sono partiti, a cominciare dai Cinquestelle, che ben difficilmente manterrebbero la consistente rappresentanza parlamentare. ottenuta nelle passate elezioni. E sarebbe destinata, probabilmente, a subire un forte ridimensionamento anche "Italia viva" che pure, fra tutte le forze politiche appare quella più decisa ad affrontare il rischio di elezioni anticipate.
    In questo contesto, forse, il ricorso a Draghi, tra le varie soluzioni ipotizzate in caso di caduta di Conte appare come la più praticabile.
     

     

     

  • MA ZINGARETTI SA
    QUELLO CHE VUOLE?

    data: 02/01/2021 13:20

    Non è una novità che Nicola Zingaretti punti a fare del suo Pd il partito guida della politica italiana. È un obiettivo legittimo, ma per conseguirlo è indispensabile avere idee chiare da trasmettere ai cittadini elettori e per dire, soprattutto a se stessi, quel che si vuole ottenere e come si pensa di ottenerlo. È qui il punto debole del leader democratico.
    Consapevole che il suo partito ha assoluta necessità di stipulare alleanze che gli consentano di dar vita ad una maggioranza di governo, Zingaretti appare più che mai intenzionato a rinsaldare al massimo l'alleanza con i Cinquestelle.
    I problemi, tuttavia, sorgono quando si devono definire i risultati ai quali puntare che mai o quasi mai coincidono. Se n'è avuta evidente conferma quando si è trattato di definire come utilizzare il denaro derivante dal Recovery found.
    Il segretario del Pd ha detto senza mezzi termini, all'insegna del bartaliano "è tutto sbagliato, è tutto da rifare", che la ripartizione effettuata deve essere assolutamente rivista.
    Una posizione che in qualche misura collima con quella del leader di "Italia viva" Matteo Renzi che ha definito il piano messo a punto dal governo "un collage raffazzonato", annunciando formalmente che, se le numerose modifiche richieste non dovessero essere accolte, il suo partito non esiterà ad abbandonare la maggioranza aprendo così, di fatto, una crisi di governo dalle conseguenze imprevedibili.
    Si tratta di una minaccia non priva di fondamento, tant'è che nella coalizione di governo v'è già chi si sta adoprando per vedere come potrebbero essere sostituiti i parlamentari renziani in modo da garantire, a Montecitorio e a Palazzo Madama, la sopravvivenza dell'esecutivo.
    Si arrestano, di fronte a questa prospettiva, le convergenze tra il Pd e "Italia viva"; convergenze che avevano fatto illudere qualcuno che tra queste due forze politiche potessero crearsi le condizioni per una ripresa del dialogo che la scissione ha bruscamente interrotto.
    In realtà un tale dialogo è praticamente impossibile sia per il diverso temperamento dei due leader, sia perché Zingaretti non ha mai nascosto di nutrire una profonda avversione nei confronti del suo "dirimpettaio".
    Stando così le cose, Zingaretti, volendo comunque differenziarsi da Renzi, pur ribadendo che la ripartizione del Recovery found deve essere rinviata, ha tuttavia aggiunto che bisogna, in ogni modo, evitare l'apertura di una crisi di governo che a suo giudizio avrebbe come unico, inevitabile sbocco quello delle elezioni anticipate.
    Tenere i piedi in due staffe, contestare le scelte di Conte, ma senza spingere alle estreme conseguenze questa contestazione, mantenere, insomma, per dirla volgarmente, la botte piena e la moglie ubriaca, sono comportamenti che non si addicono a chi si proponga di essere alla testa di un partito-guida.
    Non è un caso, del resto, che sotto la guida di Zingaretti il Pd ristagni nei sondaggi.
    Purtroppo una tale linea politica non solo non giova al Pd - il che potrebbe anche interessarci relativamente - ma non favorisce lo sviluppo del dibattito politico.

     

  • CHE FINE HANNO FATTO
    LE SCUOLE DI PARTITO?

    data: 26/12/2020 19:07

    Perché un tempo dai partiti, da tutti i partiti, di destra, di sinistra, di centro, provenivano uomini preparati e di notevole livello e oggi il panorama di coloro che dovrebbero rappresentarci è così desolantemente squallido? È una domanda che sentiamo ripetere spesso - e da sostenitori degli schieramenti più vari - quasi che su questo giudizio negativo si raggiungesse una sorta di imprevedibile unanimità.
    Una compiuta risposta a questo interrogativo richiederebbe, probabilmente, una complessa analisi sociologica che non può certo essere svolta in questa sede. Ma, ponendo il problema, ci sorge spontanea, direbbe Antonio Lubrano, una domanda: che fine hanno fatto le scuole di partito, vale a dire quelle scuole organizzate dalle forze politiche per formare e selezionare la propria futura classe dirigente?
    È pur vero che, in anni recenti, qualche partito (in particolare il Pd e la Lega) hanno operato un tentativo di ripristinare dei centri di formazione politica, ma l'esperimento non sembra aver avuto successo.
    Ci sono state scuole di partito che hanno rivestito notevole importanza nella vita politica italiana: si può dire che tutti i grandi partiti disponevano di una organizzazione volta alla formazione dei loro quadri (pensiamo alla scuola di partito del Pci alle Frattocchie, rimasta famosa, ma che non fu un unicum).
    Le forze politiche, dunque, fornivano ai militanti destinati a guidarle un vero e proprio "galateo" che non soltanto forniva loro una preparazione adeguata, ma definiva i comportamenti ai quali bisognava attenersi nel concreto.
    Queste regole non esistono più. Alla politica si arriva per le strade più varie, senza una preparazione specifica. Spesso accodandosi ad un leader o sedicente tale, già affermato, e per il quale si svolge il ruolo, spesso mortificante, del portaborse.
    Poi, più che preoccuparsi di fornirsi delle competenze necessarie, questi "parvenu" della politica si dedicano alla ricerca del maggior numero possibile di benefici che la carica acquisita può comportare.
    È qui, pertanto, che va individuata una (non la sola) delle cause per le quali la politica, da "arte nobile" qual era, è oggi, dalla gran parte dell'opinione pubblica guardata con vero e proprio disprezzo.
    Il fatto è che anche quella dei politici deve essere considerata una professione (attribuendo a questo termine un valore assolutamente positivo) come le altre. I "dilettanti della politica" non ci hanno mai convinto. Ma tutte le professIoni hanno bisogno di una scuola poiché nessuno - direbbero a Napoli - "nasce imparato". Perché l'attività politica dovrebbe sottrarsi a quest'area regola?
     

  • NON CI SONO PIU' STATISTI
    DALLA FINE DEL RAPPORTO
    FRA POLITICA E CULTURA

    data: 19/12/2020 15:08

    Uno statista, nell'accezione comune, è colui che per capacità, abnegazione ed esperienza, sa guidare la vita politica di un paese anteponendo l'interesse pubblico a quello personale o partitico. È proprio quello che, nella drammatica situazione determinata dalla pandemia, servirebbe all'Italia.
    Ma si dice che, per loro natura, gli italiani non hanno il senso dello Stato, considerano le istituzioni come "altro da sé", tendono sempre (o quasi sempre) a far prevalere il proprio tornaconto rispetto alle necessità nazionali.
    Come si può pensare, allora, che essendo tale l'indole dei cittadini, in Italia possano nascere autentici statisti?
    L'assioma è, all'apparenza, incontestabile. Eppure la realtà delle cose non è questa perché, se è vero che nei nostri connazionali il senso del bene pubblico scarseggia, è altrettanto inconfutabile che l'Italia sia stata rappresentata ai suoi vertici, nel corso degli anni, da uomini di prim'ordine, dotati di uno straordinario senso dello Stato.
    Ne citiamo solo alcuni: Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Mazzini e, dopo di loro, Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani, senza contare autorevoli esponenti dell'opposizione, di destra e di sinistra, come Togliatti, Berlinguer, Nenni, Almirante.
    Ma da qualche tempo quella degli uomini di Stato sembra una razza estinta.
    È cambiata, del resto, la stessa nozione di politica. Quella che Norberto Bobbio definì "un insieme di attività che hanno in qualche modo come termine di riferimento la polis, cioè lo Stato", è ormai trasformata in una attività in cui uomini di mediocre levatura hanno come scopo preminente quello di assicurare alla propria parte, quando non addirittura a se sressi, il maggior numero di vantaggi.
    È mai possibile che la stirpe degli statisti sia andata perduta?
    Sembra essere, purtroppo, proprio così e viene da chiedersi quanto questo venir meno degli uomini di Stato sia da collegare con il venir meno degli uomini di cultura.
    La politica, senza la cultura è inevitabilmente destinata a generare dei politicanti ed è certamente questo quello che sta generando attualmente nel nostro paese. Di questo parallelo degrado di politica e cultura ci accorgiamo drammaticamente in un momento di accresciuta difficoltà.
    Non ci si può non chiedere, allora, quali siano le ragioni di questo degrado ed è facile constatare che esso è avvenuto contestualmente alla fine della Prima Repubblica. Doveva essere l’occasione per restituire alla politica una moralità che aveva perduto. Non è accaduto. Per contro la Seconda Repubblica ha segnato la fine delle ideologie e, dei partiti tradizionali.
    La fine del rapporto tra politica e cultura, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato - prima fra tutte il tramonto della figura dello statista - è estranea a questi due eventi? Forse dovremmo cominciare a chiedercelo.
     

  • LA ROULETTE RUSSA
    DI GIUSEPPE CONTE

    data: 10/12/2020 15:10

    "Gioco alla roulette russa ogni volta che mi sveglio al mattino". Con questa frase Robert Kennedy illustrava i rischi ai quali la sua attività politica lo esponeva quotidianamente.
    La roulette russa è un pericolosissimo gioco d'azzardo: si colloca un solo proiettile in una rivoltella; si fa ruotare rapidamente il tamburo; si punta l'arma alla tempia e si preme il grilletto.
    Mutatis mutandis, e in modo certamente meno drammatico di Robert Kennedy, anche il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte gioca ogni mattina alla roulette russa poiché non v'è giorno in cui non si prospetti dinanzi a lui un problema che potrebbe essere letale, ovviamente e fortunatamente non per la sua vita, ma per la sua permanenza alla guida del governo.
    Sono molte le ragioni di questo permanente stato di tensione e d'incertezza. E prima fra tutte è il fatto che la maggioranza sulla quale l'esecutivo di Conte si regge, è tutt'altro che omogenea, tenuta insieme non da un "comune sentire", ma dalla volontà di impedire l'ascesa di Matteo Salvini e del centrodestra.
    In queste condizioni è inevitabile che colui che è chiamato a guidare un esecutivo la cui fragilità è sotto gli occhi di tutti sia costantemente soggetto agli sbalzi di umore dei cosiddetti alleati.
    È, dunque, dura la vita di Conte affannosamente costretto, più che a portare avanti un proprio progetto, ad una estenuante e faticosissima opera dì mediazione, in una politica del compromesso che raramente porta alla soluzione migliore.
    Tuttavia, se vuole mantenere la sua poltrona a Palazzo Chigi, non ha alternative. L'uomo della strada ha, allora, diritto di chiedersi quale sia la molla che consente al nostro presidente del Consiglio di resistere a questa martellante serie di tour de force. È l'ambizione e non è detto che ciò comporti automaticamente un giudizio negativo.
    Helmut Kohl, il cancelliere tedesco, era solito dire che "l'uomo politico senza ambizione è come un cane da caccia che resti a cuccia". L'ambizione è certamente una componente essenziale, oseremmo dire inevitabile, e probabilmente anche necessaria.
    Deve, però, accompagnarsi ad una visione progettuale. E perciò la domanda è: Conte ha questa visione progettuale? O la sua ambizione è soltanto il frutto di una tenace, ostinata, pervicace volontà di restare al potere?

     

  • I CINQUESTELLE IN MARCIA
    VERSO LA SCISSIONE?

    data: 02/12/2020 21:25

    C'era una volta il Movimento Cinquestelle; un'autentica macchina da voti che nelle ultime elezioni politiche - all'insegna dell'ideologia del "vaffa" della quale era gran parte il suo fondatore Beppe Grillo - sbaragliò il campo divenendo l'ago della bilancia di qualunque ipotesi di governo al quale ha partecipato prima alleandosi con il centrodestra e, poi, con un repentino salto della quaglia, alleandosi con il centrosinistra. Ma ora questo Movimento che doveva dettare le regole del nuovo corso della politica, non c'è più. Anzi, ce ne sono due.

    I test elettorali seguiti alle "politiche" del marzo 2018 hanno fatto registrare un progressivo e all'apparenza inarrestabile calo di consensi dei pentastellati ai quali l'opinione pubblica ha clamorosamente voltato le spalle. Così, come sempre accade in presenza di una sconfitta della quale tutti rifiutano la paternità, appaiono, per dirla con una celebre battuta di Peppino De Filippo, non più "vincoli", ma "sparpagliati".

    Dal loro ridimensionamento, infatti, non si delinea la volontà di serrare le file, ma quella di una scissione dalla quale potrebbero nascere, appunto, due partiti: quello di Luigi Di Maio, di Vito Crimi che di Di Maio ha preso il posto nel partito e di Stefano Patuanelli, ministro per lo sviluppo economico. Tutti e tre, accantonando le reciproche diffidenze, sono sostenitori di una linea filogovernativa, ispirata dalla volontà di difendere con le unghie e con i denti, le loro poltrone. Perseguono, invece, un ritorno alle origini, Davide Casaleggio, figlio del fondatore, con Grillo, del Movimento e il sempre irrequietissimo Alessandro Di Battista, decisi a rilanciare la cosiddetta "piattaforma Rousseau" , vale a dire lo strumento attraverso il quale dovrebbe realizzarsi quella che viene definita "la democrazia della rete", tesa a garantire una più diretta partecipazione dei militanti alla gestione del Movimento.

    Ma, poiché in politica uno più uno non fa mai due, ma molto meno, è da prevedere che presto comincerà quella che potremmo definire "la grande fuga" di quanti, soprattutto tra i dirigenti, si sono finora riconosciuti in una forza politica solo perché la ritenevano vincente.

    Resta da vedere chi beneficerà di questo esodo annunciato. E, in particolare, in qual modo si determineranno i nuovi equilibri politici diversi da quelli scaturiti dalle elezioni del 2018 e attualmente in vigore. Ma si tratterà, comunque, di un'operazione a futura memoria.

  • GLI EDITORI ALLA ELKANN
    VOGLIONO DISTRUGGERE
    LA CARTA STAMPATA

    data: 18/11/2020 20:58

    Non è una novità che politica e giornalismo marcino in parallelo. Non è una novità che politica e giornalismo siano in crisi. La crisi della politica è confermata dalla incapacità dei partiti - sanzionata dalla crescente sfiducia dell'opinione pubblica - di rendersi interpreti delle esigenze dei cittadini; la crisi del giornalismo è certificata dal disastroso e inarrestabile calo delle vendite della carta stampata.
    Le cause di queste crisi sono molteplici. C'è un autentico ventaglio di spiegazioni possibili.
    Ma tra queste - specialmente per quanto riguarda la crisi dei giornali che più da vicino ci interessa - ce ne è una che merita una particolare sottolineatura e che proprio di recente è stato chiaramente svelato.
    Ci riferiamo al lunghissimo articolo pubblicato da "La Repubblica" nel quale John Elkann spiega al colto e all'inclita come e perché si debba passare dal giornale cartaceo a quello on line.
    Presidente del gruppo Gedi, magna pars del settore editoriale, Elkann sostiene che "grazie alle tecnologie, si potranno trovare nuovi modi di interagire con i lettori, raccontare e fare giornalismo" e che è opportuno lavorare per quella che definisce "la trasformazione del mestiere" e che, insomma, "il giornalismo è un mestiere necessario, ma con strumenti del ventunesimo secolo".
    A conforto della sua tesi, il presidente di Gedi cita dati che la renderebbero inconfutabile. Uno soprattutti: all'inizio del 2020 gli abbonamenti digitali erano 110mila; a fine anno raddoppierebbero a 220mila.
    Non si può tornare indietro: le nuove tecnologie impongono una svolta radicale. La stampa sarà "altro" rispetto a quella che attualmente è. Avremo un diverso tipo di comunicazione.
    Ma la strada non può essere quella indicata da Elkann che, sia pure in maniera soft, vale a dire con una rilevante dose di ipocrisia, propone il passaggio dalla carta stampata ai giornali on line.
    Carta stampata e giornali on line sono cose diverse: la prima induce a pensare; la seconda si limita ad informare. Possono convivere, ma l’una non può sostituire l’altra senza infliggere alla cultura un vulnus, senza mortificarla, senza immiserire un patrimonio radicato in abitudini che è assurdo pretendere di stravolgere.
    Gregory Bateson, sociologo e filosofo inglese del secolo scorso, affermava che “la saggezza è saper stare con le differenze senza voler eliminare la differenza”.
    Fare giornali migliori, questo sì è un imperativo categorico al quale gli editori farebbero bene a non sottrarsi e del quale si avverte la necessità. Ma questo agli editori – e ce ne accorgiamo quotidianamente – sembra non interessare. Hanno un unico obiettivo: far soldi. Tutto il resto, per loro, è noia.

     

  • PREAVVISO DAI SONDAGGI:
    NUOVI LEADERS IN ARRIVO?

    data: 05/11/2020 16:10

    Sondaggi e statistiche non ci hanno mai convinto più di tanto, convinti come siamo dell'affermazione di Trilussa secondo cui, se la statistica dice che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa, vuol dire che c'è chi ne ha mangiato uno intero e chi non ha mangiato nulla.
    Ma i sondaggi sono divenuti i grandi condizionatori delle scelte dei partiti e non si può fare a meno di prenderli in considerazione, qualsiasi analisi si voglia tentare.
    Dai più recenti di questi sondaggi d'opinione scaturiscono, infatti, due significative indicazioni che riguardano sia il centrodestra sia il centrosinistra.
    Emerge che nell'attuale maggioranza comincia a farsi concretamente strada una non irrilevante battuta d'arresto della popolarità di Giuseppe Conte al quale non hanno certamente giovato le incertezze manifestate nella lotta al coronavirus.
    Finora il presidente del Consiglio aveva occupato il primo posto in questa particolare classifica. Non è più così: ora il premier viene scavalcato dal leghista Luca Zaia, presidente della regione veneta.
    Questo calo del gradimento alimenta le speranze di quanti, soprattutto all'interno della maggioranza, puntano, non da oggi, a "far fuori" Conte e potrebbe indurre quanti nel Pd aspirano a succedergli a rompere gli indugi e a scendere in campo.
    Non dissimile è la situazione nel centrodestra. Malgrado le "punture di spillo" di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, forte dei più che positivi risultati ottenuti dalla "sua" Lega, ha tenuto in pugno la leadership della coalizione con Fratelli d'Italia e Forza Italia.
    Ma ecco che ora, come abbiamo detto, è sempre secondo i sondaggi, s'impone l'altro nascente di Zaia il quale, tra l'altro, ha ottenuto un clamoroso successo nelle recenti elezioni regionali. Lui nicchia, ma non sono pochi, all'interno del Carroccio, ad auspicare che prenda il posto di Salvini giungendo ad auspicare che, in caso di una vittoria elettorale del centrodestra, Zaia assuma addirittura la guida del governo nazionale.
    C'è, dunque, nelle indicazioni dei sondaggi, una sorta di preavviso: le attuali leadership potrebbero, in un periodo non lontano, sotto la spinta del favore popolare, lasciare il posto ad altri.
    È evidente che, se ciò avvenisse, il cambio degli uomini incaricati di guidare le due coalizioni potrebbe modificare il quadro politico. In qual modo non è ancora, ma di certo ci troveremmo di fronte ad un nuovo scenario; il che, per molti versi, potrebbe anche essere un fatto positivo.

  • MELONI PRENDERA'
    IL POSTO DI SALVINI,
    COME SALVINI PRESE
    IL POSTO DI BOSSI?

    data: 28/09/2020 20:28

    Un antico detto napoletano e la trama di un famoso film degli anni Cinquanta, concorrono - per strano che possa apparire - a spiegare quel che sta accadendo nel centrodestra con la prepotente ascesa di colei che, a qualunque schieramento si appartenga, non può non essere considerata l'astro nascente della politica italiana: Giorgia Meloni.
    Recita il proverbio napoletano: "sì trasuto 'e spighetto e te sì piazzato 'e chiatto". Tradotto per i non napoletani: "sei entrato in punta di piedi e ti sei sistemato alla grande".
    Come non ricordare, infatti, che agli inizi, Fratelli d'Italia era la componente più fragile della coalizione d centrodestra?
    Timidamente, Giorgia Meloni faceva "da spalla" ai due suoi più consistenti alleati, la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi.
    Ma, giorno dopo giorno, elezione dopo elezione, i rapporti di forza nella coalizione sono cambiati sino a portare Fratelli d'Italia a scavalcare nei consensi degli elettori Forza Italia, ma a insidiare il primato della Lega.
    Infine, non solo il partito della Meloni si è andato rivelando come il motore propulsivo del centrodestra, ma la sua leader ha superato personalmente, in popolarità, lo stesso Salvini, tanto da indurre non pochi a parlare di lei come della vera candidata alla guida del governo prossimo venturo.
    Ecco, allora, il riferimento al famoso film del quale abbiamo parlato all'inizio. S'intitolava "Eva contro Eva, vincitore di ben sei premi Oscar, diretto da Joseph L. Mankiwicz e interpretato da due grandi attrici, Bette Davis e Anne Baxter.
    Vi si narrava la storia di Eva, una giovane aspirante attrice che riusciva a farsi apprezzare e benvolere da Margo, diva di grande fama e successo, ponendosi completamente al suo servizio e assecondandola in tutto e per tutto.
    Ma, ricorrendo a mille astuzie, lentamente, ma con grande tenacia, Eva riusciva a sostituirsi a Margo e a prendere il suo posto come "prima attrice". Si compiva così, inesorabilmente, la parabola di Margo e emergeva la stella di Eva.
    C'è un evidente parallelismo tra questa storia e quella che ha per protagonisti Matteo Salvini e Giorgia Meloni. È la legge cinica e spietata dello spettacolo che si addice - eccome - anche alla politica.
    Il film si conclude con l'apparizione di una giovanissima attrice che si presenta a Eva ed è destinata a seguire il suo stesso percorso.
    E forse non è azzardato, volgendo lo sguardo all'indietro, ricordare che allo stesso modo, più o meno, Salvini prese il posto di Umberto Bossi.