Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

OTTORINO GURGO

  • ECCO COME DRAGHI
    TIENE A BADA I PARTITI

    data: 09/10/2021 17:49

    Che Mario Draghi non abbia in grande considerazione i partiti è largamente noto. In linea di principio (soprattutto in un regime non presidenziale qual è il nostro) il capo dell'esecutivo non dovrebbe prescindere dalle indicazioni di coloro che gli garantiscono la maggioranza. Nel caso specifico, tuttavia, considerato il livello delle nostre forze politiche e, soprattutto, il fatto che le loro prese di posizione hanno un carattere prevalentemente strumentale, il “presidenzialismo” di Draghi trova evidenti giustificazioni.
    Draghi, inoltre, sa perfettamente che lui e le sue proposte avrebbero inevitabilmente vita breve se bocciasse senza possibilità d'appello le richieste dei partiti che lo sostengono. Al primo voto in Parlamento, rischierebbe di finire in minoranza.
    Consapevole di questa ineludibili realtà e perseguendo un obiettivo che vuole ad ogni costo portare a termine - quello, cioè, di risanare l’economia nazionale - il premier sembra aver deciso di adottare un metodo per così dire "soft" per dare comunque attuazione, senza provocare traumi, ai propri progetti.
    Per chiarire meglio il nostro pensiero, prendiamo ad esempio, il "caso green pass".
    È evidente che Draghi sarebbe favorevole a rendere il vaccino obbligatorio per tutti, ma all'interno della maggioranza c'è chi - la Lega in primo luogo - si oppone ad una simile eventualità.
    Probabilmente, battendo i pugni sul tavolo, il presidente del Consiglio avrebbe piegato Salvini (al quale non gioverebbe certamente una crisi di governo nel momento di difficoltà che sta attraversando) e quanti la pensano come lui. Va infatti rimarcato che molti dei politici che si sono arruolai nelle file dei "no vax" sono mossi unicamente dalla volontà di "catturare" voti anche perché nel merito non hanno competenza alcuna..
    Ma Draghi, per far prevalere il proprio punto di vista, ha preferito evitare complicazioni e seguire un altro metodo: quello di introdurre l'obbligatorietà della vaccinazione in modo graduale, introducendola, cioè, ora per questa, ora per quella categoria (statali, insegnanti ecc.).
    Alla fine si giungerà a rendere, di fatto, il vaccino obbligatorio per tutti o quasi e sarà stato più facile far "ingoiare il rospo", senza provocare traumi, a quanti contestano una simile eventualità.
    È una tattica, questa, che giova anche a chi, come Salvini, ha l'esigenza di tenere a freno, all'interno del proprio partito i “no vax" più fanaticamente attestati sulle loro posizioni.
    Non sappiamo se il metodo di Draghi avrà successo. Ma non possiamo non prendere atto che, al momento sta funzionando.
     

  • MA RIUSCIRA' L'ITALIA
    A MANTENERE GLI IMPEGNI
    ASSUNTI CON LA UE?

    data: 02/10/2021 17:24

    Forse Mario Draghi deve ora affrontare il compito per lui più difficile da quando ha assunto la guida del governo: quello di dare concreta attuazione al “recovery plan”, vale a dire al complesso di riforme che l’Unione europea ci chiede di realizzare per consentirci di poter usufruire dei finanziamenti atti a garantire la ripresa economica dopo la pandemia.
    Il piano, approvato dal governo, prevede investimenti per 222,1 miliardi, ma è necessario che, entro la fine dell’anno, sia stata varata una serie di importanti riforme senza le quali i finanziamenti rischiano di saltare. A tali riforme si dovranno, contemporaneamente unire una serie di decreti attuativi ai quali sarà compito dei ministeri interessati dare attuazione. Ė estremamente difficile ritenere che l’Ue - malgrado il vasto prestigio del quale gode, in ambito comunitario, il nostro presidente del Consiglio - sia disposta ad accettare rinvii e ritardi nel rispetto degli impegni assunti dal governo.
    E qui sorge il quesito destinato a segnare, nelle prossime settimane, la vita politica italiana: è in grado, l’attuale esecutivo di mantenere tali impegni?
    Gli ostacoli che si frappongono al rispetto delle assicurazioni fornite a questo riguardo sono molti.
    Non sarò facile, infatti, per Draghi, aver ragione della rissosità dei partiti, nonostante li abbia invitati, senza mezzi termini, ad accantonare, per il momento, ogni disputa in atto, a partire da quella sul nome di colui che dovrebbe succedere a Mattarella alla presidenza della Repubblica per concentrare la loro attenzione alle riforme. “Non ci si immagini - ha detto con evidenti intenti polemici - che si possono rinviare le cose da fare”. E, avvertendo che su questa linea l’intero governo è con lui, ha lasciato addirittura intravedere la possibilità (eventualità che sarebbe gravissima) di un conflitto governo-partiti.
    Ma questi ultimi hanno priorità diverse che, peraltro, quasi mai coincidono tra loro e nel merito di ogni riforma esistono (spesso all’interno delle stesse forze politiche) diversi punti di vista. Non è certamente un caso che nonostante da anni viene sostenuta la necessità di dar corpo a un vasto piano di riforme, nulla di concreto è stato possibile realizzare e la situazione sia rimasta allo status quo.
    A questo ostacolo un altro se ne aggiunge: quello costituito dal freno imposto da sempre alle riforme dal formidabile apparato burocratico - probabilmente il più forte esistente nell’Unione europea – che da sempre blocca qualsiasi iniziativa innovativa.
    Estirpare quello che è stato definito “il cancro della burocrazia” è l'obiettivo che, sin dalla sua costituzione, il governo si è proposto di realizzare. Ma non sembra che, su questa strada, si siano compiuti passi avanti.
    Per ora, dunque, ubriachiamoci di analisi sui risultati delle elezioni amministrative, ma non dimentichiamo che, dietro l’angolo, l’Italia è attesa ad un appuntamento ancora più importante, al quale non può in alcun modo permettersi di mancare.
     

     

  • C'ERA UNA VOLTA SALVINI
    CAPO LEGA INCONTRASTATO

    data: 25/09/2021 18:02

    “Les dieux s’en vont”, avvertono i francesi. Gli dei se ne vanno. Come dire che anche coloro che sedevano nell’Olimpo dal quale sembrava non dovessero mai discendere, sono destinati a dover lasciare anche quando meno se lo aspettano, il loro posto. Il proverbio, trasferito nella vita politica italiana, sembra in qualche misura illustrare la sorte alla quale appare destinato Matteo Salvini. Può darsi che il leader del Carroccio riesca a superare le contestazioni attuali, ma mai come in questa fase è attaccato all’interno del suo stesso partito dove sembra sorgere l’astro di Giancarlo Giorgetti che, al di là delle smentite di prammatica, si propone quotidianamente, per assumere, prima o poi, e più prima che poi, la guida del partito.
    Non da oggi Giorgetti si pone come possibile alternativa all’attuale leader del quale non intende assolutamente essere gregario. Ha proprie idee e proprie ambizioni (come chiaramente ha confermato la disputa tra i due, sul tema del “green pass”).
    Il fatto è che l’appoggio al governo di Mario Draghi ha creato a Salvini molti problemi. La sua decisione è stata ispirata, evidentemente, dalla necessità di qualificarsi come un politico più moderato e responsabile, così da potersi candidare alla guida del governo prossimo venturo che è, da sempre, il suo obiettivo. Ma ha dovuto, per questo, fare i conti con una base riottosa, votata più all’opposizione che al governo e con la concorrenza di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia che hanno scelto di non sostenere Draghi.
    Avrebbe potuto optare per questa seconda opzione, ma ha cercato di far suo, in qualche misura, il modello berlingueriano, trasformando la Lega in un “partito di lotta e di governo”. Ma, poiché non è Berlinguer, non ha, cioè, lo spessore per poter portare avanti una linea così difficile da perseguire, la Lega è divenuta un partito che “non è né carne né pesce”, scontentando sia quanti sostengono l’opportunità di entrare definitivamente e a pieno titolo nell’ambito governativo, sia coloro che vorrebbero tenerlo fuori dalla maggioranza.
    Ecco, dunque, proporsi Giorgetti che, a differenza di Salvini, la sua scelta sembra averla fatta schierandosi definitivamente, anche a costo di dover affrontare apertamente una dura battaglia interna.
    Salvini ostenta sicurezza: “Quanti puntano a dividere la Lega - dice - dovranno aspettare almeno trent’anni". Ma, per quanti sforzi faccia, non può più negare che la sua navigazione non sia più tranquilla come una volta e che incombe sulla sua leadership, lo spettro di Giorgetti il quale non sembra più appagato dalla carica di ministro dello Sviluppo. Punta al partito. E conferma che i tempi in cui la Lega era gestita monoliticamente, appartiene ormai al passato.

     

  • PERCHE' ADESSO SALVINI
    VUOLE DRAGHI AL COLLE

    data: 18/09/2021 12:31

    Molti problemi con l'indicazione delle loro possibili e quasi mai coincidenti soluzioni affollano le scrivanie dei leader politici e viva è l'attesa per il prossimo test amministrativo che coinvolge le principali città italiane, da Roma a Napoli, da Milano a Torino. Ma così numerosi e importanti impegni non fanno dimenticare ai partiti e ai loro dirigenti il grande appuntamento di febbraio quando Camera e Senato, in seduta congiunta, saranno chiamati a eleggere il successore di Sergio Mattarella; un'elezione dalla quale dipenderà in gran parte il futuro della nostra vita politica.
    Per adesso, ovviamente, non filtrano rumors sulle intenzioni delle forze politiche, ma poiché mantenere un silenzio assoluto sulle intenzioni dei leader è sempre difficile se non addirittura impossibile, nei corridoi dei palazzi romani della politica cominciano ad emergere alcune indiscrezioni.
    La prima concerne la posizione della Lega e in particolare di Matteo Salvini che sembra orientarsi in favore della elezione di Mario Draghi a capo dello Stato. Il capo del Cary, infatti, sembra essersi reso conto che il fattore tempo può giocare un ruolo determinante nella cosiddetta "questione governo".
    Esistono almeno due ragioni che spingono Salvini a serrare i tempi: in primo luogo non è detto che alla fine della legislatura, il centrodestra conservi ancora quella maggioranza di consensi che i sondaggi gli attribuiscono; inoltre, continuando il trend attuale, Fratelli d'Italia e Giorgia Meloni potrebbero affermarsi come primo partito della coalizione scavalcando la Lega mettendone, quindi, in discussione la leadership.
    L'elezione di Draghi alla presidenza della Repubblica renderebbe molto probabile il ricorso ad elezioni politiche anticipate e forse la Lega riuscirebbe a mantenere Il primato nella coalizione di centrodestra così da proporre il proprio leader per la guida del governo prossimo venturo.
    Non è invece da escludere che, se l'attuale esecutivo dovesse durare sino alla naturale conclusione della legislatura, possa giungere a compimento quella "operazione sorpasso" che Fratelli d'Italia ha già da tempo avviato nei confronti della Lega. E, in tal caso, non sarebbe facile per Salvini porre la propria candidatura alla presidenza del Consiglio.
    Per questo, anche se s'affollano i problemi che le forze politiche devono affrontare e risolvere nell'immediato e l'elezione del nuovo capo dello Stato appare (ma non lo è) ancora lontana, sotterraneamente ferve il lavorio, che impegna gli stati maggiori dei partiti per cercare una soluzione che eviti di giungere "al buio" all'appuntamento di febbraio.

     

  • DISISTIMA E DIFFIDENZA
    ECCO LA MALAPIANTA
    CHE BLOCCA I RAPPORTI
    FRA PARTITI E NEI PARTITI

    data: 11/09/2021 19:23

    C'è una parola che ben definisce i rapporti tra leader e forze politiche nel nostro paese. Questa parola è "diffidenza", vale a dire una reciproca mancanza di fiducia determinata dal sospetto di essere ingannati. Questo fenomeno non riguarda soltanto i rapporti tra i partiti, ma si verifica anche al loro stesso interno, provocando spesso effetti paralizzanti e bloccando sul nascere iniziative e progetti.
    Potremmo parlare, in proposito, di "politica del sospetto" che concerne, indistintamente, il centrodestra e il centrosinistra. C'è diffidenza, ad esempio, tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che si contendono la guida della coalizione alla quale appartengono così come c'è, sul fronte opposto, tra Enrico Letta e Giuseppe Conte, ciascuno dei quali vorrebbe che spettasse al proprio partito la guida del raggruppamento al quale appartengono.
    Perché questa permanente conflittualità che diviene elemento determinante e caratterizzante della vita politica italiana?
    Alla base c'è, a nostro avviso, una mancanza di stima. È difficile, infatti, diffidare di coloro che si stimano poiché tra gli elementi che determinano la stima c'è, certamente, il riconoscimento di una lealtà che genera fiducia che è l'antitesi della diffidenza.
    Ciò non vuol dire - sia ben chiaro - connivenza.
    Un esempio fra tanti. Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti furono indiscutibilmente avversari e lo furono in modo decisamente aspro. Si contrastarono con durezza e il loro fu tutt'altro che un idillio. Basti pensare a quel che accadde prima, durante e dopo le elezioni del 1948, che costituirono una sorta di pietra miliare nella storia politica italiana.
    Eppure, sia De Gasperi, sia Togliatti, pur combattendo senza mezzi termini colui che era il proprio avversario al quale non fecero mai sconti, non diffidarono di lui poiché alla base del loro rapporto c'era, appunto, una stima profonda che non lasciava spazio alla diffidenza.
    Adesso, invece, politici e partiti si guardano con sospetto perché, al fondo, si disistimano.
    Nascono da questa "diffidenza-disistima" due conseguenze: la prima è che gli uni ritengono di poter facilmente, non diciamo imbrogliare, che è un brutto termine, ma farsi gioco dell'altro; la seconda è che tutto si svolge con lentezza estrema, attraverso trattative spesso estenuanti, che la gran parte delle volte producono risultati che non possono non essere considerati scadenti.
    È possibile estirpare la malapianta della diffidenza? Ci sia consentito di esprimere, al riguardo, un forte scetticismo che nasce proprio dalla considerazione dello scarso livello del nostro cosiddetto personale politico.

     

  • VIETNAM E AFGHANISTAN
    DUE "CASI" DIFFERENTI

    data: 04/09/2021 19:57

    Non c'è dubbio che, a prima vista, si può avere l’impressione che la vicenda dell'Afghanistan e quella del Vietnam siano tra loro comparabili. A determinare questa impressione è il fatto che entrambi gli eventi hanno segnato una clamorosa debacle del colosso americano. Ancora una volta il piccolo Davide ha sconfitto il gigante Golia.
    Ma mettere sullo stesso piano vietcong e talebani è, in realtà, un formidabile errore perché, al di là delle apparenze, la caduta di Saigon e quella di Kabul sono “casi” ben differenti tra loro..
    Se osserviamo quel che oggi è diventato il Vietnam unificato, non possiamo non constatare che il paese, nato dopo una lunga guerra con gli americani, si è perfettamente organizzato ed è addirittura all'avanguardia nel continente asiatico non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico e sociale come dimostrano, tra l'altro, i brillanti risultati conseguiti da questo paese nella lotta al Covid.
    La situazione afghana è completamente diversa e molti dubbi esistono sulla possibilità che i talebani, pressati come sono da organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e, soprattutto l'Isis, possano in un prossimo futuro "normalizzarsi".
    Il fatto è che nella situazione dell'Afghanistan pesa notevolmente quel fondamentalismo religioso che nella vicenda vietnamita non esisteva.
    Così i talebani e i loro alleati si muovono secondo le norme di un islamismo esasperato da essi creato e che nulla ha a che vedere con la vera religione musulmana, basato com'è sull'odio e sulla mancanza di rispetto per la vita umana.
    E proprio per questo appare assolutamente disdicevole lo sconcertante silenzio dei paesi islamici nella vicenda afghana e la loro mancata condanna delle idee e del comportamento dei talebani che danno al mondo un'idea dell'Islam orrenda quanto falsata.
    Se, dunque, ad un primo impatto l'equiparazione tra vietcong e talebani, per la clamorosa sconfitta inferta dagli uni e dagli altri agli americani, può essere comprensibile, ad una analisi solo un poco più attenta non si può non convincersi che una simile equiparazione sarebbe un micidiale errore.
    I vietcong agivano in attuazione del principio dell'autodeterminazione dei popoli che supera ogni incrostazione ideologica. Il principio - se principio si può chiamare - che ispira i talebani è un altro: è quello di dar vita ad uno Stato islamico nel quale la parola "islamico" può tranquillamente essere sostituita dalla parola "terrorista".
    Saigon e Kabul sono cose ben diverse. Attenzione a non dimenticarlo e a non cadere nella trappola di paragoni impropri.
     

  • PERCHE' GIORGIA MELONI
    NON SARA' PRIMO MINISTRO

    data: 28/08/2021 18:15

    Non v'è dubbio che Giorgia Meloni, qualunque opinione si abbia di lei e del suo partito, sia il personaggio politico del momento. Per chi abbia dubbi al riguardo è sufficiente far riferimento alle più recenti classifiche sulla vendita dei libri di saggistica che vedono al primo posto il suo "Io sono Giorgia". Un interesse certamente provocato più dalla curiosità per colei che ne è l'autrice che dalle sue qualità letterarie.
    Ma, preso atto di questo, è naturale chiedersi se la Meloni possa realisticamente pensare - obiettivo comune a tutti i più ambiziosi leader politici e che lei stessa ha dichiarato di perseguire - alla guida del governo prossimo venturo.
    Perché ciò sia possibile occorre che si verifichino due condizioni preliminari: che Fratelli d'Italia sia il partito più votato all'interno della coalizione di centrodestra e che la stessa coalizione risulti maggioritaria rispetto a quella di centrosinistra.
    Entrambe queste condizioni sono possibili se non addirittura - stando ai sondaggi - probabili. E, tuttavia, non basta.
    Per ottenere l'incarico dal presidente della Repubblica e dare vita ad un nuovo esecutivo, la Meloni dovrebbe poter disporre di una maggioranza in Parlamento. Con i consensi di quali forze politiche potrebbe ottenerla?
    Scontato il "no" del Pd, è molto improbabile che su di lei possano convergere i voti di Matteo Salvini e della Lega.
    Dopo il "patto d'acciaio" stipulato con Silvio Berlusconi (sempre alla ricerca di un punto d'appoggio per una sua improbabile rinascita politica) il capo del Carroccio è favorevole ad un'intesa elettorale a tre con Fratelli d'Italia, ma finalizzata a portare lui alla guida del governo e non certamente la Meloni, per la quale non ha alcuna simpatia considerandola la sua principale rivale.
    Questa rivalità si è, negli ultimi tempi, ulteriormente accentuata essendosi la leader di Fratelli d'Italia impegnata in una sorta di "campagna acquisti" nei confronti di quei parlamentari leghisti che non condividono l'appoggio a Mario Draghi.
    Stando così le cose, non crediamo proprio che Salvini sarebbe disposto a dire il proprio "si" ad una presidenza di Giorgia Meloni. Ed è da pensare che ancor più perentorio sarebbe il "no" del Pd.
    Quanto ai cinquestelle (che dal prossimo turno elettorale dovrebbero comunque uscire fortemente ridimensionati) i rapporti con Fratelli d'Italia sono a dir poco pessimi. È pur vero che, con i pentastellati, tutto è sempre possibile, ma un loro appoggio alla Meloni sarebbe del tutto sconcertante.
    Se è dunque vero, per dirla con Otto von Bismarck, che "la politica è l'arte del possibile" , bisogna ritenere irrealizzabile l'ipotesi di un governo affidato alla leader di Fratelli d'Italia, anche perché è da tener presente - e la cosa non è da sottovalutare - che la sua avversione alla UE e il suo sovranismo esasperato, ci relegherebbero ai margini dell'Europa. Il che non è certo, in questo momento, auspicabile.
     

  • ALLE ELEZIONI D'AUTUNNO
    LETTA SI GIOCA TUTTO

    data: 22/08/2021 12:58

    L'esito dei sondaggi più recenti non è di particolare conforto per Enrico Letta. Ma la vera svolta per il segretario del Pd - quella da cui probabilmente dipenderà la sua permanenza alla guida del partito - è legata ad una ben precisa scadenza: quella del 4 ottobre prossimo, quando saranno noti i risultati dell'importante tornata elettorale amministrativa e delle elezioni suppletive di Siena alle quali Letta si è candidato per poter tornare alla Camera dei deputati. In questo duplice test il segretario del Pd gioca gran parte della sua credibilità e sarà chiamato a verificare la bontà delle scelte da lui compiute in questi ultimi mesi.

    Quando, succedendo a Nicola Zingaretti, assunse la leadership del partito, Letta aveva di fronte a sé due obiettivi: riassorbire la diaspora che aveva provocato una sorta di spezzettamento del partito e stipulare una solida alleanza per fronteggiare, con qualche speranza di successo, la coalizione di centrodestra che le previsioni danno per "grande favorita". Finora Letta non è riuscito a conciliare i due obiettivi che hanno finito con il rivelarsi addirittura antitetici tra loro.

    I gruppi "ribelli" del partito, infatti, non gradiscono le concessioni, in verità a volte eccessive, del segretario nei confronti dei pentastellati e Letta sembra, per contro, meno aperto al dialogo di quanto ci si potesse aspettare nei confronti dei suoi ex compagni.

    Un esempio per tutti, quello di Siena. Letta ha decisamente rifiutato ogni possibilità di alleanza con Matteo Renzi che, nonostante la demonizzazione della quale è stato fatto oggetto, in Toscana è probabilmente in grado di esercitare ancora qualche influenza.

    Né Letta ha reso possibile - proprio a causa della sua predilezione per i pentastellati - il ritorno nel partito di Pier Luigi Bersani, che pure aveva manifestato una certa disponibilità a ricongiungersi con quella che, a suo tempo, definì "la ditta" che era un modo per accreditarla come "la casa di appartenenza".

    È lecito chiedersi che cosa accadrà nel caso in cui il leader democratico dovesse uscire sconfitto dal test di ottobre. Potrebbe il partito affrontare le importanti scadenze che aspettano il paese con un leader con il piombo nell'ala? E, d'altra parte, è mai possibile sostituire in questa fase il segretario?

    Una cosa è certa: qualunque sia il risultato delle elezioni di ottobre, Letta dovrà cambiare passo, imporre alla sua leadership quel ritmo e quella capacità d'iniziativa che sono finora mancati.
     

  • L'EQUILIBRISMO DI SALVINI
    TRA LA SUA BASE E DRAGHI

    data: 14/08/2021 19:06

    Una vignetta pubblicata nei giorni scorsi da un quotidiano a larga tiratura ci sembra fotografi in modo ineccepibile l'attuale situazione della Lega e spieghi il comportamento del suo leader, Matteo Salvini. Nella vignetta un interlocutore dice all'altro:"Decisivo l'atteggiamento della Lega sul green pass". E l'altro risponde: "O si fa come dico io oppure come dice Draghi". C'è, in questo scambio di battute, tutto l'equilibrismo al quale Salvini è costretto a far ricorso, in bilico tra la linea oltranzista della Lega e quella più moderata di Mario Draghi.
    Che Salvini miri a succedere all'attuale presidente del Consiglio a Palazzo Chigi non è un mistero per nessuno. Ma, per sperare di raggiungere questo obiettivo, il leader del Carroccio ha assoluta necessità di riuscire a contemperare due esigenze che sono, almeno all'apparenza, incompatibili: quella di consolidare il suo legame con la base dura e pura della Lega e quella di accreditarsi come il più affidabile tra i leader della coalizione di centrodestra.
    Salvini è convinto che Berlusconi faccia di tutto per dare l'impressione di essersi perfettamente ripreso dai problemi di salute che lo hanno recentemente afflitto, rilasciando un giorno sì e l'altro pure interviste per dare di sé l'immagine di un leader moderato e liberale, ma che non potrà più assumere incarichi di governo. E quanto a Giorgia Meloni, che è certamente la sua concorrente più insidiosa, non le può assolutamente giovare la linea seguita, cioè quella di collocarsi all'opposizione di Draghi e di avversare l'Unione europea e le sue decisioni.
    Ma Salvini sa anche che la condizione principale perché egli possa, con speranza di successo, porre la sua candidatura alla guida del governo è che la sua Lega si accrediti nelle prossime elezioni come la forza in grado di ottenere il più elevato numero di consensi superando sia Fratelli d'Italia sia il Pd.
    Per conseguire questo obiettivo, tuttavia, Salvini non deve perdere neppure un voto nei territori tradizionalmente leghisti e conquistare nuovi spazi nel centro sud.
    Non è un'impresa facile perché i leghisti del nord, formatisi sotto la guida di Umberto Bossi, non hanno rinunciato al populismo, al sovranismo, all'antieuropeismo e alla loro avversione per coloro ai quali, sprezzantemente, riservano l'appellativo di "terroni": tutte caratteristiche della loro linea politica che male si conciliano con l'appartenenza ad uno schieramento che si riconosca nelle posizioni di Draghi!
    Ecco perché, per assecondare le proprie ambizioni e rendere credibile la propria candidatura alla guida del governo, Salvini è costretto a trasformarsi in una sorta di equilibrista, facendo forza alla propria natura.

  • MA RESTA IL PROBLEMA:
    CHI COMANDA NEL M5S?

    data: 09/08/2021 11:16

    Può apparire strano. Ma mai come nell'attuale fase politica, che lo vede destinato ad un forte ridimensionamento dopo le prossime elezioni, il movimento Cinquestelle sta vivendo una situazione di assoluta tensione per stabilire chi sia il suo reale leader suscitando, nel contempo, l'attenzione delle altre forze politiche.
    A contendersi la leadership sono almeno in tre: Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte
    Non inganni, infatti, la maggioranza bulgara con la quale quest'ultimo è stato eletto alla presidenza del partito (oltre il novanta per cento). Il problema resta: chi comanda nel partito?
    Detto brutalmente, si potrebbe essere indotti a liquidare la faccenda con una battutaccia: "Fatti loro".
    Ma, malgrado i pentastellati siano in uno stato di decadenza a prima vista irreversibile, continuano a far leva su una "rendita di posizione" che consente loro, come fu per il Psi craxiano, di essere determinanti per la formazione o meno di una coalizione maggioritaria (ed è proprio per questo che Letta e il Pd, nella convinzione che senza i cinquestelle non riuscirebbero a battere la concorrenza del centrodestra, continuano a blandirli).
    In questa situazione, mentre Grillo mira a esercitare il ruolo di "grande guru" del movimento, anche se, negli ultimi tempi, il suo carisma è apparso fortemente appannato, Di Maio e Conte sono espressione di due diverse linee politiche.
    Di Maio sembra più che mai deciso a sostenere il governo Draghi. Particolarmente attivo nel mantenere i rapporti con i mass media, il ministro degli Esteri ha ribadito con forza, a più riprese, il proprio impegno in questo senso, differenziandosi così dalla posizione del suo presidente.
    Ufficialmente Di Maio tiene a rimarcare di essere assolutamente allineato con Conte ma lascia, tuttavia, chiaramente intendere di differenziarsi da lui.
    Conte, peraltro, non nasconde di guardare al suo successore con molta diffidenza e di avere nei confronti del suo governo più di una riserva.
    Bisogna, tuttavia, prendere atto di una realtà e cioè che, nonostante il loro declino, i cinquestelle continuano ad esercitare un loro fascino; un fascino al quale sembra non riuscire a sottrarsi neppure Mario Draghi.
    Il presidente del Consiglio, infatti, non snobba minimamente i pentastellati, tant'è che, proprio in questi giorni, ha avviato con loro, come ha rivelato il presidente della Camera Roberto Fico, una trattativa per migliorare quel "reddito di cittadinanza" che essi considerano il loro "fiore all'occhiello" e che, invece, secondo altri (Renzi, ad esempio), considerati i molti danni che ha provocato, andrebbe del tutto abolito.

     

  • CONFERMA DI MATTARELLA:
    E' PROPRIO DA ESCLUDERE?

    data: 02/08/2021 18:14

    Non c'è bookmaker disposto a scommettere sulla possibilità di una conferma di Sergio Mattarella al Quirinale dopo che lo stesso diretto interessato ha escluso, con perentoria determinazione, l'ipotesi di poter accettare un rinnovo del suo mandato.
    Eppure, nei corridoi dei palazzi romani della politica, dove si ricorda che, in politica, vige la regola del "mai dire mai", la voce secondo cui l'attuale Presidente potrebbe alla fine, messo alle strette, accettare, sia pure a termine, la riconferma alla presidenza della Repubblica, così come fece il suo predecessore Giorgio Napolitano, continua a circolare.
    A dar forza ad una simile eventualità, è soprattutto una considerazione logica.
    È opinione largamente diffusa, infatti, che il candidato più idoneo a succedere a Mattarella, sarebbe Mario Draghi. Proprio a lui, del resto, si era pensato sin da quando aveva lasciato la presidenza della Banca centrale europea. Il suo nome come futuro inquilino del Quirinale era sulla bocca di tutti.
    Ma i positivi risultati conseguiti dal governo sotto la sua guida, e il gradimento manifestato dall'opinione pubblica e dall'Unione europea per il lavoro svolto dal suo esecutivo, hanno indotto politici e osservatori a ritenere, in larga maggioranza, che il paese potrebbe subire un trauma nel caso in cui egli lasciasse la presidenza del Consiglio.
    È tuttavia evidente che sulla designazione di un altro candidato al Quirinale ben difficilmente sarebbe possibile raggiungere un accordo tra le due coalizioni e al loro stesso interno.
    Si rischierebbe, quindi, di dar vita, come accaduto in precedenti, analoghe occasioni ad un lungo periodo - destinato a durare per chissà quanto tempo - di scontri e di tensioni, con il moltiplicarsi dei "franchi tiratori ", che come si sa nelle elezioni presidenziali affiorano sempre in gran numero.
    Tutto questo, certo, non gioverebbe al paese in un periodo delicato come l'attuale.
    Insomma, quella che si prospetta è una situazione complessa che richiede un collettivo esercizio di senso di responsabilità.
    Ecco perché i partiti cominciano a domandarsi se non sia davvero possibile che Mattarella ritorni sui suoi passi e accetti di veder rinnovato il suo mandato.
    A far pensare che ciò sia possibile è, al di là di tutte le pressioni che potranno essere esercitate su di lui in questi mesi dalle forze politiche, è la constatazione che tutto il settennato di Mattarella è stato caratterizzato da un profondo senso dello Stato. Ed è proprio il senso dello Stato l'arma sulla quale fanno leva coloro - e sono in molti - che sperano ch'egli resti al suo posto almeno sino alla fine della legislatura.

     

  • RIFORMA DELLA GIUSTIZIA:
    SCIOGLIERA' MOLTI NODI

    data: 24/07/2021 17:50

    Sulla scrivania di Mario Draghi non ci sono soltanto i dossier sul Covid e sulle modalità da seguire per far fronte a questo virus maledetto, ma la ingombrano, da qualche tempo, anche quelli relativi alla riforma della giustizia penale della quale, recentemente, il Consiglio dei ministri ha esaminato gli emendamenti e che, prossimamente, dovrà essere discussa in Parlamento.
    Il fatto che il voto del Consiglio dei ministri sia stato unanime, non deve creare illusioni. Contrasti ce ne sono ancora, e molti, tra i partiti e nei partiti (e perplessità sono già state manifestate dall'Avvocatura dello Stato e dall'associazione dei magistrati) cosicché, per il premier, condurre in porto questa riforma è compito tutt'altro che facile. I nodi da sciogliere sono ancora molti e molte sono le implicazioni che l'approvazione o meno della riforma comporta.
    In primo luogo queste implicazioni concernono il movimento Cinquestelle, già profondamente lacerato al suo interno e che sul tema della giustizia rischia di esplodere clamorosamente. È pur vero che, incontrando Draghi a Palazzo Chigi, Conte ha assicurato al suo successore la piena collaborazione del suo partito sulla giustizia. Ma chi gli è vicino non nasconde che le perplessità dell'ex presidente del Consiglio restano, così come restano le riserve di una parte non irrilevante del partito.
    Prima di giungere all'approvazione della riforma, dunque, è assai probabile che Draghi si troverà a dover affrontare molti altri ostacoli.
    Per contro, se la riforma dovesse essere approvata, il prestigio dell'attuale esecutivo si accrescerebbe notevolmente e costituirebbe un'ulteriore conferma della opportunità di non modificare - almeno sino alla fine della legislatura - l'assetto di governo attuale.
    L'approvazione della riforma della giustizia - un obiettivo raggiunto dopo aver superato un gran numero di ostacoli e dopo una serie di fallimenti registrati dai precedenti governi - costituirebbe, inoltre, uno straordinario successo della ministra Cartabia. E sulla scia di un tale successo, qualora ragioni di opportunità consigliassero di non spostare Draghi da Palazzo Chigi, farebbe balzare la Cartabia al primo posto nella lista dei candidati al Quirinale.
    Verrebbe considerato con simpatia il fatto che, per la prima volta, la presidenza della Repubblica fosse affidata a una donna, ma giocherebbe a favore della Cartabia, anche un dato più strettamente "politico" . La sua candidatura, infatti, si qualificherebbe non per l'appartenenza a questo o a quello schieramento, ma per una valenza squisitamente "tecnica", essendo stata, tra l'altro, presidente della Corte costituzionale. Ciò potrebbe consentire di raccogliere attorno a lei un vasto numero di consensi e farebbe sì che le elezioni presidenziali, evitando traumi e polemiche, non registrassero né vincitori, né vinti.
     

     

  • UN ENIGMA DA SCIOGLIERE:
    MA CHI E' MATTEO SALVINI?

    data: 17/07/2021 19:33

    "Todo cambia" avverte una vecchia canzone spagnola. È vero, tutto cambia. Ma ci sono cambiamenti che non possono non lasciare interdetti e dei quali si cerca di individuare le ragioni che li hanno determinati. Così, nell'osservare le trasformazioni di cui è stato protagonista, negli ultimi anni, Matteo Salvini, che fanno di lui una sorta di "Fregoli della politica", non può non sorgere spontanea - come direbbe Antonio Lubrano - una domanda: "Chi è, realmente, il leader della Lega?".
    Sfrontato sino all'impudenza, arrogante, contrario a ogni sorta di compromesso, anti europeista e antitaliano. Così ci era apparso Salvini sino a qualche tempo fa, da quando aveva fatto la sua apparizione sul palcoscenico della politica subentrando a Umberto Bossi alla guida del Carroccio.
    All'improvviso la trasformazione. Ora il leader leghista si presenta in modo radicalmente diverso: disponibile al dialogo, strenuo difensore dell'Italia e della sua identità, rispettoso del proprio interlocutore, attento alle problematiche europee,
    Ecco perché è lecito chiedersi chi sia, in realtà, Salvini, quale sia, effettivamente la sua personalità .
    L'interrogativo non è fine a se stesso, ma ha una precisa valenza politica. È pur vero, infatti, che è assurdo pretendere che a un politico sia inibito cambiare opinione. Anzi, spesso bisogna riconoscere che saper cambiare idea non è un difetto, ma una virtù.
    E, tuttavia, nel caso di Salvini e delle sue ricorrenti trasformazioni, ci sia consentito esprimere almeno due perplessità.
    Per la prima prendiamo a prestito una frase di Arthur Schopenhauer il quale ammonisce che "gli uomini mutano sentimenti e comportamenti con la stessa rapidità con cui si modificano i loro interessi”.
    In altri termini: può davvero Salvini garantire che i suoi cambiamenti sono realmente determinati da una legittima presa d'atto del fatto che la politica e le sue scelte devono adeguarsi alle mutazioni che intervengono nella società o sono ispirate soltanto da ragioni di mero opportunismo?
    Il secondo motivo di perplessità, strettamente collegato al primo, concerne il rapporto con i propri elettori che rischiano di essere sbandati di fronte ai continui giri di valzer del loro leader.
    Forse, perciò, il capo del Carroccio dovrebbe riflettere sulle ragioni per cui, stando ai sondaggi, Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni ha superato la Lega nei consensi degli elettori e punta ora, senza esitazioni, ad assumere, se i dati a lei favorevoli saranno confermati, la guida della coalizione di centro destra che finora era apparsa appannaggio del leader leghista. 

  • LA CRISI DEI CINQUESTELLE
    E LA MANCANZA
    DI INIZIATIVA DI LETTA

    data: 09/07/2021 16:21

    C'è anche in politica un "effetto domino", una reazione a catena in virtù della quale il verificarsi di un evento è destinato a ripercuotersi anche al di là di dove è avvenuto. Così, com'era prevedibile, la clamorosa crisi verificatasi nei cinquestelle con la rottura tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte scuote anche il Pd che Enrico Letta, come il suo predecessore Nicola Zingaretti, ha posto a fondamento della sua politica.
    La domanda che soprattutto ci si pone è se i pentastellati continueranno a sostenere il governo di Mario Draghi. L'esigenza che il fronte favorevole al presidente del Consiglio serri le file è resa ancor più pressante dopo che la Lega e Fratelli d'Italia hanno formalmente aderito all'alleanza sovranista costituita recentemente a Bruxelles da quanti contestano l'Unione europea e appaiono intenzionati a contrastare, nei loro rispettivi paesi, le sue indicazioni.
    Come Salvini riesca a conciliare l'appartenenza a questa alleanza con l'appoggio al governo Draghi che fa dell'europeismo e, quindi, dell'antisovranismo, il proprio fondamentale punto di riferimento, resta una delle grandi e inspiegabili contraddizioni della vita politica del nostro paese. Una contraddizione che si unisce a quella che ha visto, negli ultimi tempi, marciare di comune intesa la Lega salviniana e Italia viva di Matteo Renzi.
    Ma tant'è. Quel che, al momento, ci sembra meriti di essere rimarcato è che lo stato confusionale nel quale versano i cinquestelle a causa dello scontro tra Conte e Grillo rischia di creare una situazione altrettanto confusa nel Pd. Ecco perché appare sempre più necessario che Letta assuma una iniziativa che renda il suo partito protagonista della situazione politica. In altri termini il segretario del Pd non può continuare a rimanere a totale rimorchio dei cinquestelle.
    Sta accadendo, invece, il contrario, come conferma il rifiuto, voluto dai pentastellati, di aprire un dialogo su eventuali modifiche da apportare alla legge contro l'omofobia.
    In tal modo il Pd sembra consegnarsi ad un ruolo secondario all'interno della coalizione della quale fa parte e, al tempo stesso, finisce con il valorizzare il ruolo della Lega che sta abilmente imponendosi come forza moderata e dialogante.
    In questo stato di cose è sempre più evidente, come abbiamo detto all'inizio, che le vicende dei cinquestelle finiscano con il condizionare sia il futuro del Pd, sia l'intera vita politica nazionale. Ed è sorprendente che ciò accada proprio nel momento in cui i cinquestelle attraversano il periodo di maggiore difficoltà del loro travagliatissimo percorso.

     

  • RIASSORBIRE LA DIASPORA
    IMPERATIVO PER LETTA

    data: 03/07/2021 13:14

    Uno degli obiettivi - forse il principale - che Enrico Letta si è posto, succedendo a Nicola Zingaretti alla segreteria del Pd, è stato quello di ricomporre la diaspora che, negli ultimi anni, si è verificata nel partito. Finora l'obiettivo non è stato raggiunto e tuttavia Letta non ha deposto le armi. Il suo principale interlocutore, in questo contesto, sembra essere Pier Luigi Bersani che uscì dal partito nel 2017 per contrasti con l'allora segretario Matteo Renzi, insieme con Roberto Speranza e Massimo D'Alema.
    Si disse, all'epoca, che la sua volontà era stata coartata, in qualche misura, da D'Alema e, in effetti, l'uscita di Bersani dal partito aveva suscitato più di una perplessità, tanto più che era stato proprio lui ad affermare che "non si abbandona la ditta", cioè la formazione alla quale è legata la propria storia politica. In realtà, Bersani ha sempre sofferto, e non poco, l'abbandono del partito nel quale ha militato sin dagli anni della gioventù, dando tutto se stesso e del quale è anche stato segretario dal novembre 2009 all'aprile 2013.
    Bersani avrebbe potuto far ritorno alla "casa madre" quando ad uscire fu Renzi. Ma non colse il momento. Ora, con l'avvento di Letta alla guida del partito e soprattutto con l'impegno di questi a riportare all'ovile le "pecorelle smarrite", l'occasione sembra ripresentarsi.
    Bersani, tutavia,continua a recitare la parte del “sor Tentenna”e, anche per giustificare pubblicamente il ritorno, porrebbe alcune condizioni tra le quali quella di modificare la denominazione del partito. All'apparenza potrebbe sembrare che il nodo non sia difficile da sciogliere. In realtà è più complicato di quel che appaia perché un tale cambiamento non sarebbe probabilmente gradito dalla componente ex democristiana della quale il segretario "dem" deve pure tener conto. Inoltre il cambio del nome del partito potrebbe creare qualche sbandamento nell'elettorato già incerto sull'opportunità di riaprire le porte a Bersani, spostando a sinistra l'asse del partito.
    Ma, in realtà, la domanda di fondo è se un mutamento di denominazione sia di per sé sufficiente non solo a riassorbire la diaspora degli ultimi anni, ma a rilanciare il Pd.
    Quel che soprattutto al Pd fa difetto è la mancanza di una precisa identità, una capacità di rendersi interprete delle richieste della gente, una linea politica che ne faccia il concreto punto di riferimento della turbolenta vita politica italiana.
    È su questo che è mancata la segreteria di Zingaretti e non sembra che su questa strada Letta abbia compiuto passi in avanti. Fino a quando ciò non avverrà, qualsiasi riunificazione dovrà essere considerata fittizia, frutto unicamente di reazioni di carattere emotivo.

     

  • MA HANNO UN FUTURO
    I GRILLINI SENZA CONTE?

    data: 26/06/2021 20:31

    La disputa, all'interno dei cinquestelle tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, è cosa nota (ce ne siamo già occupati). Ma questa disputa passa ora in secondo piano, essendosi arricchita di nuovo elementi destinati - nonostante il declino dei pentastellati - a condizionare, già dal prossimo futuro, gli sviluppi della vita politica. Questi elementi sono costituiti, in primo luogo, dalla rottura del rapporto tra l’ex premier e Beppe Grillo, clamorosamente esplosa nella riunione dei deputati del Movimento; in secondo luogo dall’inserimento del Pd nella polemica.
    È vero che Enrico Letta, sulla scia del suo predecessore Nicola Zingaretti, tiene in modo particolare all'alleanza con la squadra dei grillini, considerandola strategica per battere il centrodestra nella prossima tornata elettorale. Ma quali sono i cinquestelle con i quali il Pd vuole allearsi?
    Per lungo tempo il "prediletto" è sembrato essere Conte, sempre disponibile ad adeguarsi alle richieste dei "dem". E questa sua disponibilità era stata anche la ragione di fondo che aveva indotto Beppe Grillo a puntare su di lui quale guida operativa del Movimento preferendolo allo scalpitante Di Maio.
    Ma, da quando Mario Draghi lo ha sostituito alla testa del governo, si è verificata in lui una radicale trasformazione non soltanto politica. Conte non è più l'acquiescente esecutore di strategie altrui. Vuole essere lui a dettare le scelte e i modi attraverso i quali raggiungere gli obiettivi che prefigura per i pentastellati sia in politica interna che in politica estera e a definire un nuovo organigramma per la dirigenza, formato esclusivamente da persone di sua assoluta fiducia.
    Inoltre, ha lasciato chiaramente intendere che se ottenesse realmente la guida dei cinque stelle, il sostegno a Mario Draghi non sarebbe destinato a durare a lungo.
    Tutto questo non poteva non provocare una duplice reazione, sia tra i cinquestelle che nel Pd.
    Con il suo sempre più evidente tentativo di impossessarsi del Movimento l'ex presidente del Consiglio ha finito con l'alienarsi i favori dello stesso Beppe Grillo che, a suo tempo, lo scelse proprio per la docilità ch'egli manifestava e che ne faceva una sorta di "yes man" agli ordini del vertice del partito.
    Grillo, nella riunione dei deputati, non ha usato mezzi termini. Ha bocciato senza appello le proposte di Conte e si è rivolto a lui in termini che solo con un eufemismo possono essere definiti poco cortesi.
    Quanto al Pd, pur essendo Letta, come abbiamo detto, convinto della indispensabilità dell'intesa con i cinquestelle, non è disposto ad accettare che sia Conte a dettare la linea della coalizione che dovrebbe opporsi al centrodestra.
    Di qui l'avvicinamento a Di Maio, considerato uno strenuo avversario dell'ex premier.
    Nasce dal “combinato disposto” degli insulti di Grillo e della presa di distanza del Pd il proposito di Conte di abbandonare il Movimento forse con il proposito di dar vita ad una sua forza politica.
    Ė fuor di dubbio che, per i pentastellati l’uscita di scena di Conte costituirebbe un colpo mortale dato che, nei sondaggi, l’ex presidente del Consiglio continua a raccogliere vasti consensi.

     

  • C'E' DA CHIEDERSI A CHE SERVANO LE PRIMARIE

    data: 19/06/2021 18:03

    È tempo di primarie. Le forze politiche si preparano alle elezioni amministrative del prossimo autunno (si svolgeranno tra il 15 settembre è il 15 ottobre) che coinvolgono 1137 comuni tra i quali sei capoluoghi (Trieste, Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli). Si tratta di un test, come si vede, di notevole interesse e dal cui esito dipenderanno, in gran parte, gli equilibri politici del prossimo futuro.
    È per questo che alle primarie viene attribuita tanta importanza dovendo designare non il leader di questo o quel partito, ma il leader di una coalizione che dovrebbe assumere la carica di sindaco.
    Nasce di qui la difficoltà del percorso che si sta compiendo. Le due coalizioni che si fronteggeranno nel voto sono, infatti - diciamolo senza infingimenti - due sgangherati raggruppamenti tenuti insieme non da un progetto comune, ma unicamente dall'ansia del potere, dal desiderio di occupare il maggior numero possibile di poltrone
    Se obiettivo delle primarie è quello di favorire la più ampia partecipazione di cittadini alle scelte dei partiti, è lecito domandarsi quali idee possano farsi gli elettori del mandato che, con il loro voto sono chiamati a dare.
    Per il centrodestra si presentano al loro giudizio tre partiti divisi su una questione a dir poco fondamentale qual è quella della linea da tenere nei confronti del governo che due dei tre membri della coalizione, Lega e Forza Italia, sostengono, mentre il terzo, Fratelli d'Italia, contesta, collocandosi all'opposizione. Una situazione, come si vede, all'insegna della massima confusione.
    Non è più chiara la posizione della coalizione opposta il cui nucleo centrale è costituito dall'alleanza tra Pd e Cinquestelle che non perdono occasione per battibeccarsi tra loro quotidianamente senza trovare un'intesa su nulla o quasi nulla.
    C'è da chiedersi, allora, a che servano queste primarie che dovrebbero favorire un più stretto collegamento tra i partiti e i loro elettori, ma che, nella sostanza, accentuano il distacco fino a configurarsi come una sorta di vero e proprio imbroglio.
    Né il futuro lascia intravedere prospettive migliori perché l'annunciata federazione tra Forza Italia e Lega alla quale, dopo un'iniziale diffidenza, Berlusconi ha dato la sua benedizione, renderà ancor più profondo il fossato tra coloro che sostengono il governo e coloro che lo avversano, mentre nel centrosinistra l'intesa tra Pd e pentastellati è destinata a trovare ulteriori e ancor più forti contestazioni nelle basi di entrambi i partiti.
     

  • RAGIONAMENTO CRITICO
    SUI RAPPORTI FRA CONTE,
    DI MAIO E DRAGHI

    data: 12/06/2021 21:53

    Tra le tante dispute che quotidianamente fanno da contrappunto al dibattito politico c'è n'è una che, sia pure in maniera abbastanza sotterranea, va facendosi di giorno in giorno più aspra: quella tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, entrambi impegnati a conquistare la leadership dei cinquestelle.
    Che i due non si amino e che tra loro sia da tempo in corso una guerra non dichiarata è cosa nota. Ma il contrasto sembra essersi accentuato da quando Conte ha dovuto cedere a Mario Draghi la guida del governo.
    In primo luogo perché Conte ritiene che Di Maio non lo abbia sostenuto abbastanza ed anzi abbia accolto con favore la nomina dell'ex presidente della Banca centrale europea; in secondo luogo perché l'ex presidente del Consiglio, dopo l'esperienza fatta, è rimasto più che mai contagiato dal virus della politica e non è assolutamente disposto ad uscire di scena.
    Passare alla guida del partito può perciò essere l'occasione propizia per rientrare nel "giro".
    È vero che, recentemente, dopo la rinuncia di Casaleggio, Conte e Di Maio hanno fatto mostra di marciare in piena concordia. Però non v'è chi non consideri fittizia tale intesa e non ritenga che i due, in realtà, stiano arrotando i coltelli per affrontarsi in una partita decisiva per stabilire a chi di loro spetti la guida dei pentastellati.
    Insomma, il fuoco brucia sotto la cenere: Conte può fare assegnamento sull'appoggio di Beppe Grillo e sul fatto che i sondaggi chiaramente indicano che la sua personale popolarità è attualmente ancora molto elevata.
    Di Maio - che, tuttavia, ha un maggior controllo sulla base del movimento - dovrà, dunque, far buon viso a cattiva sorte e accettare che la conventio del partito, in programma per la fine di giugno, sancisca ufficialmente l'incoronazione di Conte? Non è detto.
    Ma quel che preoccupa non è questo (le vicende interne dei cinquestelle sono di relativo interesse). Quel che suscita qualche apprensione è piuttosto il fatto che, a sentire i rumors che circolano nei palazzi della politica, Conte, una volta insediatosi al vertice del partito, mirerebbe a mettere in discussione l'appoggio al governo Draghi. Con quale obiettivo non è dato capire. Forse coltiva l'ambizione di un ritorno alla guida dell'esecutivo. Ma la sua ambizione contrasterebbe con quell'immagine di uomo di buon senso, senza troppi grilli per la testa, che gli ha procurato la popolarità della quale gode.

     

  • DIASPORA DI FORZA ITALIA:
    QUALI NUOVI EQUILIBRI?

    data: 05/06/2021 17:02

    Ci sono e ci sono stati partiti modellati sull'immagine del loro leader. Ma nessun partito è mai stato, forse, così leader-dipendente come Forza Italia. Silvio Berlusconi ne è stato non soltanto il fondatore, ma l'anima, colui che, nel bene e nel male, ne ha scandito l'esistenza.
    Ora le sue non brillanti condizioni di salute, sembrano relegarlo ai margini e, a giudizio dei più, difficilmente gli consentiranno di riprendere il ruolo che ha occupato per tanti anni. E poiché la politica è il più delle volte cinica e impietosa, sono in molti, all'interno di Forza Italia, a pensare di traslocare verso lidi più sicuri.
    Già alcuni hanno operato questo "trasferimento", ma è opinione largamente diffusa che il numero dei transfughi sia destinato ad aumentare nelle settimane a venire anche se il Cavaliere, con una lunga intervista al "giornale di famiglia", ha tentato di rilanciare il partito come forza-guida del centrodestra e di chiamare a raccolta i militanti.
    La disgregazione di Forza Italia è un elemento destinato a delineare il panorama politico nel prossimo futuro. Ci si domanda, perciò, verso quali formazioni politiche si indirizzeranno coloro che, presumibilmente, si accingono a lasciare Forza Italia anche se c'è chi, come Tajani, nel tentativo di frenare l'emorragia, continua ad affermare che ben presto Berlusconi tornerà in sella.
    Com'è ovvio, a contendersi i transfughi di quella che fu la potente "armata azzurra", sono la Lega e Fratelli d'Italia ed è la squadra di Giorgia Meloni quella che attira i maggiori consensi. Ma questa "caccia" agli ex di Forza Italia potrebbe rivelarsi un problema per il centrodestra perché acuisce ulteriormente la contrapposizione ormai palese tra i due partiti della coalizione.
    L'eventuale dissolversi degli "azzurri" creerebbe, inoltre, un vuoto evidente poiché Forza Italia ha, sino ad ora, rappresentato la componente di "centro" di un'alleanza che rimarrebbe del tutto scoperta in questo settore. Appare difficile, infatti, considerare di "centro" Fratelli d'Italia o Il Carroccio. E ciò rende difficile il passaggio ad una di queste formazioni per i "reduci" di Forza Italia.
    Di fronte a queste difficoltà è emerso il tentativo di dar vita, con la denominazione di "Coraggio Italia", ad una nuova forza della quale si sono fatti promotori il sindaco di Venezia Luigi Brugnano e il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. L'iniziativa mira alla creazione di un movimento di centro che dovrebbe spalleggiare Mario Draghi.
    Non sembra, tuttavia, che il nuovo partito (che ha finora raccolto più critiche che consensi) abbia l'appeal necessario per un'operazione certamente non facile.
    Giorgia Meloni e Matteo Salvini restano, perciò, alla finestra, ansiosi di vedere in qual modo la situazione si evolverà e consapevoli che l'eventuale diaspora di Forza Italia potrebbe essere determinante nella loro lotta per il primato all'interno del centrodestra.


     

  • SONO TRE I PARTITI
    IN GARA PER IL PRIMATO

    data: 01/06/2021 20:43

    S'annuncia una sfida politica di primaria importanza dall'esito della quale potrà in parte non irrilevante dipendere il futuro del nostro paese. Parliamo delle elezioni amministrative in programma tra il 15 settembre e il 15 ottobre prossimi che coinvolgeranno oltre mille Comuni tra i quali Roma, Napoli, Milano, Torino e Bologna. La consultazione avrebbe dovuto svolgersi questa Primavera ma, a causa del Covid, è stata rinviata all'autunno e la sua importanza, oltre agli aspetti localistici, pur rilevanti, è in larga misura dovuta al fatto che essa dovrà stabilire, quale sia, al momento, il partito principale, quello, cioè, in grado di raccogliere il più vasto numero di consensi.
    Non si tratta di una competizione meramente accademica perché dal suo esito potranno dipendere i prossimi assetti del panorama politico nazionale. A contendersi un tale primato - dopo il tracollo dei cinquestelle che lo detenevano - sono in tre: la Lega, Fratelli d'Italia e il Pd. Ma tutti e tre i contendenti (Fratelli d'Italia in misura certamente minore) sembrano vivere in uno stato confusionale.
    Prendiamo ad esempio il caso di Roma (ma gli altri Comuni non sono in una situazione dissimile).
    Il centrodestra, che stenta a individuare un candidato comune, è lacerato dalla divisione - ormai esplosa in tutta la sua evidenza - tra il Carroccio è Il partito di Giorgia Meloni, che si è chiaramente manifestata quando quest'ultima ha dichiarato di puntare alla presidenza del Consiglio. Matteo Salvini si era da tempo proposto per tale incarico, forte del fatto che i sondaggi indicavano (e tuttora indicano) il suo partito come il più forte della coalizione. Ma ora la forbice tra Lega e Fratelli d'Italia si è notevolmente attenuata ed è lecito chiedersi se le elezioni non faranno registrare - ipotesi non del tutto improbabile - il sorpasso dell'una partito sull'altro.
    E allora ?
    Sul fronte opposto, Enrico Letta - così si spiegano i suoi attacchi a Salvini - sta cercando di ricompattare la sinistra, sperando di realizzare quella svolta che con il suo avvento alla segreteria si sarebbe dovuta verificare, ma che non si è ancora registrata. In realtà il Pd stenta a recuperare le posizioni perdute, né sembra possa favorire la "rimonta" rendere più stretta l'alleanza con i cinquestelle che, anzi, si rivela come un motivo di ulteriore divisione all'interno del partito.
    La sfida a tre - Lega, Pd e Fratelli d'Italia - per conquistare il primato è, in ogni caso, in pieno svolgimento e si prepara ad una tappa di avvicinamento qual è il voto amministrativo d'autunno, già caratterizzato da contrasti e veleni.
     

     

  • SAPRANNO I PARTITI
    ARRIVARE PREPARATI
    AL "DOPO DRAGHI"?

    data: 22/05/2021 18:10

    Circola, nei palazzi romani della politica, la voce di una battuta che Mario Draghi avrebbe detto ai suoi collaboratori più stretti: "Ragazzi, state tranquilli che per Natale siamo tutti a casa". Che avrà voluto dire? Fioccano le interpretazioni. Natale a casa e, poi, trasferimento al Quirinale? O il presidente del Consiglio è stanco delle quotidiane battaglie con i partiti e con i loro leader e spera, finalmente, di poter vivere in serenità i suoi settant'anni e passa?
    Dalle risposte a questi interrogativi potrebbe in gran parte dipendere il futuro della politica italiana, a conferma che l'ex presidente della Banca centrale europea è, in breve tempo, divenuto il punto di riferimento attorno al quale ruota l'intero sistema istituzionale del nostro paese.
    Si tratta, in primo luogo, di un fenomeno che trae origine dal non eccelso livello della classe politica che, inevitabilmente, lascia spazio a chiunque si elevi ad un livello più alto (come Draghi,appunto).
    In effetti la sensazione prevalente nel mondo politico è che l'Italia, anche e soprattutto in considerazione della pandemia e delle sue conseguenze economiche, viva in una sorta di commissariamento. Draghi è come un commissario straordinario al quale è stato affidato il gravosissimo compito di pilotare il paese fuori dalla crisi.
    Per definizione ogni commissariamento per positivi che possano essere i risultati che da esso derivano, non deve superare un certo limite di tempo. È lo stesso Draghi, del resto, come abbiamo visto, il primo a rendersi conto che dovrà pur esserci un "dopo Draghi" al quale i partiti non possono giungere impreparati.
    Verso questa prospettiva, tuttavia, i partiti si muovono con molta incertezza, come avvolti nella nebbia. E, pur sapendo che l'Europa attraversa una fase non brillante della sua storia, riesce difficile non individuare proprio nell'appartenenza a questa comunità il nostro futuro.
    Sia chiaro: questo non vuol dire, assolutamente, che l'Italia debba rinunciare alla propria identità. È vero l'esatto opposto e cioè che chi aspiri a succedere a Draghi deve avere la sua stessa capacità di portare con forza l'identità italiana all'interno dell'Europa.
    È probabile, dunque, che nelle settimane a venire assisteremo ad un tentativo di ingraziarsi le simpatie dell'Unione europea anche da parte di coloro che, sino ad ora, l'hanno anche palesemente avversata. E non si tratterà soltanto di generiche affermazioni dì europeismo, ma di scelte concrete in linea con le indicazioni dell'Unione.
     

  • ORA SALVINI HA PAURA
    IL SUO FUTURO E' INCERTO

    data: 15/05/2021 17:52

    Si può avversare Salvini, la sua visione politica e la sua arroganza, ma non si può non riconoscere che tutto sia, fuorché uno sciocco. Se lo fosse non sarebbe riuscito a fare del suo partito quello che, stando ai sondaggi, è oggi la prima forza politica del paese.
    Ma proprio perché non è uno sciocco, Salvini comincia ad avvertire una paura che cede il passo alla sua abituale spavalderia. Il fatto è che il leader della Lega sembra essersi improvvisamente reso conto che molte delle sue certezze sembrano venute meno e che la marcia verso la conquista del governo che con tanta baldanza aveva intrapreso, è ancora irta di molti e non facilmente superabili ostacoli.
    L'avvento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio, infatti - anche se molti hanno fatto mostra di non essersene accorti - ha provocato quella che potremmo definire "una rivoluzione dolce" che ha profondamente modificato gli equilibri della politica.
    Il leader del Carroccio si è trovato dinanzi a un bivio: appoggiare Draghi avrebbe voluto dire lasciare a Giorgia Meloni il monopolio dell'opposizione; non appoggiarlo avrebbe probabilmente significato alienarsi definitivamente le già scarsissime simpatie delle quali gode presso l'Unione europea e non è facile che, alienandosi i favori dell’Europa, un politico possa riuscire ad ottenere la guida del governo in un paese della Comunità.
    Ma la possibilità di insediarsi a Palazzo Chigi che da tempo Salvini insegue e cHe è divenuta per lui una sorta di "chiodo fisso", verrebbe meno, in verità, anche se la Lega dovesse perdere la leadership della coalizione di centro destra. Tale leadership, infatti, è sempre più insidiata dalla crescita esponenziale di Fratelli d'Italia con cui, al di là delle apparenze i rapporti (lo rivelano le cronache quotidiane) si stanno facendo, di giorno in giorno, sempre più tesi.
    In ogni caso, dall’avvento di Draghi alla guida del governo, era evidente che Salvini avrebbe subito un danno.
    Probabilmente non poteva fare altra scelta che appoggiarlo. Ma ora ha paura e la paura, si sa, non è una buona consigliera. Determina uno stato di nervosismo sempre più evidente che preoccupa non solo Salvini, ma un po' tutti i dirigenti della Lega.
    Anche per questo il Carroccio insiste sulla candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica e boccia ogni altra possibile candidatura, a cominciare da quella di Marta Cartabia, auspicando che Draghi lasci il posto al suo leader prima che la Meloni consolidi ulteriormente la sua posizione.
     

  • DIFFICILE MA NECESSARIO
    IL RAPPORTO
    FRA DRAGHI E I PARTITI

    data: 09/05/2021 18:53

    Non c'è bisogno di far ricorso a un veggente per comprendere che Mario Draghi e i partiti (anche quelli - e sono la stragrande maggioranza - che sostengono il governo) non si amano.
    L'uno e gli altri sono, a dir poco, infastiditi. Draghi rimprovera alle forze politiche - con le loro polemiche, i loro distinguo e le loro permanenti rivendicazioni - di svolgere un ruolo paralizzante nell'azione dell'esecutivo; i partiti accusano Draghi di voler assommare su di sé, violando le regole di un corretto sistema democratico, poteri che dovrebbero essere riservati alle forze politiche. Né a migliorare i rapporti giova il fatto che il presidente del Consiglio non sia stato eletto in una votazione popolare e non appartenga a nessun partito, il che lo renderebbe una sorta di corpo estraneo alla casta.
    Ma Draghi può fare a meno dei partiti e i partiti possono fare a meno di Draghi?
    Torna alla memoria la celebre frase di Ovidio: "Nec sine te, nec tecum vivere possum". Non posso vivere né senza di te, né con te.
    Come governerebbe Draghi senza l'ausilio dei partiti? E il governo come potrebbe andare avanti senza una guida autorevole qual è Draghi?
    C'è chi sostiene che un governo composto esclusivamente da tecnici, esperti dei vari settori, governerebbe meglio di un esecutivo "inquinato" dalla presenza dei politici.
    Non è vero. In primo quella di relegare ai margini la politica è un'operazione di stampo qualunquista e il qualunquismo ha una valenza esclusivamente protestaria, ma non può essere una formula di governo (così come non lo è il populismo - e il peronismo che ne è stato la più completa espressione lo dimostra - inevitabilmente destinato a degenerare nell'autoritarismo).
    In secondo luogo l'esperienza insegna che i governi tecnici raramente hanno governato bene.
    La "mediazione" della politica è sempre e comunque elemento indispensabile per dare equilibrio all'azione dell'esecutivo. Ecco perché è necessario che tra Draghi e i partiti si creino le condizioni per una convivenza quanto più possibile civile.
    È fuor di dubbio che quello tra il presidente del Consiglio e le forze politiche non è destinato ad essere - troppe sono le reciproche diffidenze - un matrimonio d'amore. Ma a volte, e potremmo dire spesso, sono i matrimoni d'interesse quelli che garantiscono a coloro che li contraggono, una più tranquilla "navigazione".
    C'è, allora, un interesse comune che può conciliare le rispettive posizioni di Draghi e dei partiti? Certamente. Ma è più che mai necessario che l'uno e gli altri compiano uno sforzo. È chiaro che Draghi "snobbi" un po' i partiti e spesso tenda a considerarli un elemento frenante della vita pubblica, così come è evidente che i partiti siano spesso portati a ritenere che il capo del governo agisca con eccessiva autonomia così da limitare i loro spazi.
    Queste reciproche "riserve mentali" non favoriscono l'assunzione di decisioni che, oltre tutto, richiedono quasi sempre il requisito della tempestività.
    Si deve, peraltro, andare avanti perché la pandemia non tiene conto dei "capricci" della politica e, se si vuole farvi fronte è più che mai necessario mantenere un'unità che non sia soltanto di facciata. E Draghi sa perfettamente che per il successo del suo mandato non può prescindere dalla collaborazione dei partiti. 

  • LA DIFFICILE RIFORMA
    DELLA GIUSTIZIA
    PUO' PORTARE CARTABIA
    AL QUIRINALE

    data: 03/05/2021 15:21

    Evita accuratamente, per quanto è possibile, di stare sotto la luce dei riflettori, ma è proprio lei, evitando paralizzanti polemiche, ad essere impegnata nel mettere a punto la più importante delle riforme che il governo, anche per rispettare gli impegni presi da Mario Draghi con l'Unione europea, dovrebbe varare in termini relativamente brevi. Parliamo di Marta Cartabia e della riforma della giustizia che lei, ex presidente della Corte costituzionale e attuale Guardasigilli, sta, senza troppi clamori, portando avanti.
    Il personaggio ha un curriculum di tutto rispetto, ma quel che fa sperare che possa condurre in porto l'impegno preso, non sono tanto i titoli accademici che ha conseguito, quanto il suo carattere, il suo temperamento, la determinazione con la quale si accinge a quello che è un compito quantomai difficile, che va ben oltre gli aspetti meramente tecnici.
    I problemi connessi alla riforma della giustizia, così come la stessa Cartabia li ha illustrati in Parlamento, sono molti e di enorme portata, tali che ciascuno di essi fa tremare le vene e i polsi.
    Si va da una nuova riorganizzazione della giustizia amministrativa alla riforma del processo civile e della giustizia tributaria, agli interventi sul procedimento penale e, in questo contesto, dal superamento del carcere come unica effettiva risposta al reato. Senza parlare della modifica della prescrizione e della revisione del sistema di nomina del Consiglio superiore della Magistratura (colpito dalle recenti vicende che lo hanno travolto e ne hanno minato il prestigio); questioni che già hanno suscitato e continuano a suscitare roventi polemiche tra le forze politiche.
    Ma il fatto è che, per realizzare un'autentica riforma della giustizia, è prioritariamente necessario un elemento in più senza il quale nessun intervento potrà rivelarsi efficace per risolvere i problemi di questo delicatissimo settore. Questo elemento è il ristabilimento di un clima non conflittuale nei rapporti tra politica e magistratura.
    Sinora questi rapporti sono stati pessimi e ciò ha pesantemente inquinato la vita pubblica del nostro paese.
    Restituire alla politica e alla magistratura i rispettivi ruoli, senza reciproche invasioni di campo: ecco il compito che la Cartabia dovrà affrontare prima di ogni altro. È compito non facile da affrontare poiché la situazione è andata progressivamente degenerando nel corso degli anni.
    Riuscirà l'ex presidente della Corte costituzionale in un'opera di pacificazione che costituirebbe un vero e proprio miracolo? Se dovesse riuscire nell'intento, guadagnerebbe certo grandi meriti e darebbe un argomento in più a quanti, nei palazzi della politica, sussurrano che potrebbe essere lei a salire, tra dieci mesi, i gradini del Quirinale. E non per una semplice visita.
     

  • L'ALLEANZA PD-M5S
    TUTTA PRAGMATISMO
    SVELA 2 CRISI D'IDENTITA'

    data: 24/04/2021 20:06

    Un interrogativo coinvolge l'intero schieramento politico: i cinquestelle sono una forza di centro, di sinistra o di destra? La domanda, in verità, non è del tutto nuova, ma a riattualizzarla certamente concorre adesso l'intenzione, apertamente manifestata da Enrico Letta dopo un iniziale periodo di incertezza e di riflessione, di fare dei pentastellati l'alleato prediletto del Pd.
    Pur prendendo atto, infatti, che la politica del segretario dem, a prescindere da ogni considerazione di carattere ideologico, considera l'alleanza con i grillini indispensabile per cercare di battere il centrodestra che i sondaggi indicano come vincitore delle prossime elezioni, non ci si può non chiedere se Letta consideri i pentastellati in qualche misura affini al suo partito e se abbia, pertanto, rinunciato a collocare a sinistra il Pd per farne una forza politica vagamente di centro e dai connotati piuttosto imprecisi.
    Non a caso il proposito di stipulare un'alleanza per così dire organica con Beppe Grillo sta già allontanando dal Pd quei gruppi (pensiamo, ad esempio, alle formazioni di Carlo Calenda e di Matteo Renzi) protagonisti di quella diaspora dalla sinistra che pure il segretario democratico avrebbe dovuto impegnarsi a ricondurre all'ovile.
    Non sembra, peraltro, che l'attribuzione a Giuseppe Conte della leadership del movimento grillino valga a definirne in modo più netto l'identità. Anzi, in qualche misura ne ha reso ancora più incerta l’identità.
    In realtà i cinquestelle non hanno alcuna identità e se, per gioco, proviamo ad applicare alla politica la vecchia regola della proprietà transitiva, dovremmo constatare che anche il Pd di Enrico Letta non ha una precisa identità.
    In parole povere: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
    È troppo facile obiettare, come fanno i sostenitori del neosegretario democratico, che quella alla quale il Pd di Letta aderisce è soltanto un'alleanza temporanea, stipulata unicamente per affrontare una situazione di emergenza qual è quella che il paese sta attraversando e che, ove la situazione lo renderà possibile, Pd e Cinquestelle marceranno ciascuno per proprio conto
    In realtà quella di Letta è una scelta di portata ben più ampia che indica la volontà di privilegiare una linea di puro pragmatismo.
    Come non chiedersi, allora, cosa avrebbe pensato di questa alleanza con Grillo (che ora, peraltro, è più che mai nell’occhio del ciclone e per ragioni certamente non commendevoli) colui che dirigenti e militanti del Pd hanno sempre dichiarato di considerare il loro punto di riferimento.
    Lui le alleanze le stipulava con Aldo Moro.


     

  • CONTE HA UN OBIETTIVO:
    PRENDERSI LA RIVINCITA

    data: 17/04/2021 17:48

    Allo stadio Olimpico di Roma (nel periodo, ahimè lontano, in cui era affollato di tifosi) quando la squadra avversaria stava perdendo e dava segni di non essere disposta ad accettare la sconfitta, dagli spalti si levava un grido: "...E non c'è vonno sta". Non ci vogliono stare.
    Viene in mente, ripensandoci, il comportamento di Giuseppe Conte che non sembra rassegnato ad aver dovuto cedere a Mario Draghi la guida del governo.
    Conte non è rassegnato perché ritiene di essere stato vittima di una macroscopica ingiustizia e considera il suo successore - anche se non può pubblicamente contestarlo - alla stregua di un usurpatore al quale - detto brutalmente - intende far "pagare" l'affronto subito.
    In che modo? Per rispondere a questo interrogativo bisogna tener presente che, lasciato Palazzo Chigi, Conte non è tornato semplicemente ad esercitare la sua professione di docente universitario.
    Beppe Grillo - anche in considerazione del fatto che, obiettivamente, l'ex presidente del Consiglio è di un livello superiore a quello dei suoi compagni di partito - lo ha chiamato alla guida dei cinquestelle sperando ch'egli possa arrestare l'emorragia di consensi che ha sconvolto i pentastellati.
    Il fatto è che Conte è stato letteralmente "catturato" dalla politica e gà dalle prime mosse nel nuovo incarico ha dimostrato di voler esercitare con determinazione e pugno di ferro il proprio compito di leader.
    In questa veste medita, dunque - ecco la sua rivalsa - di ostacolare l'elezione di Draghi alla presentazione della Repubblica anche in considerazione del fatto che la salita al Colle dell'ex presidente della Banca centrale europea, aprirebbe probabilmente le porte del Quirinale a Matteo Salvini, altro suo nemico.
    Come è noto, infatti, il nuovo leader dei cinquestelle annovera tra i suoi principali avversari il capo del Carroccio.
    Insomma, l'ex presidente del Consiglio si propone un duplice risultato: bloccare sia Draghi che Salvini. L'obiettivo è certamente ambizioso, ma rivela che, a differenza di quanti finora avevano fatto mostra di credere, Conte non ha tra le sue caratteristiche la mitezza e, una volta provato il brivido che proviene dal potere, è più che mai deciso ad esercitarlo.
    Ora il suo desiderio di mettere in difficoltà coloro dai quali ritiene di aver subito un torto, è l'elemento che sembra di ispirare ogni sua scelta. Contemporaneamente è, peraltro, impegnato a ricondurre ad unità il suo partito e c'è da credere che per riuscire nell'intento farà uso del pugno di ferro. Così la politica italiana dovrà adattarsi a convivere con un Conte "tutto nuovi", ben diverso da quello con cui l'immaginario collettivo aveva sino ad ora creduto di doversi confrontare. Non sarà cosa facile perché l'uomo, nella realtà, si sta rivelando tutt'altro che facile.

  • IL VERO NEMICO DI DRAGHI
    SI CHIAMA BUROCRAZIA

    data: 10/04/2021 18:58

    Si chiama burocrazia il nemico più ostico che Mario Draghi deve affrontare. Nel discorso di replica pronunciato alla Camera prima di ottenere la fiducia, il presidente del Consiglio ha detto tra l'altro: "Sono proprio le farraginosità degli iter e le moltiplicazioni dei passaggi la causa di inaccettabili ritardi, ma anche il terreno fertile in cui si annidano e prosperano i fenomeni illeciti". E con perentorietà, quasi assumendo un impegno formale, ha aggiunto: "Colpirò la burocrazia lumaca".
    Istintivamente sorge la domanda: potrà riuscire Draghi nel suo intento?. L'impresa non è facile. Contro il muro della burocrazia si sono già scagliati - e hanno perso la battaglia - molti dei suoi predecessori. Il fatto è che il "nemico" non è la burocrazia che è un concetto astratto. Sono i burocrati, che difendono "unguibus et rostris", con le unghie e con i denti, l'immenso potere del quale dispongono e di fronte al quale il potere dei politici contro i quali l'opinione pubblica è solita puntare l'indice accusatorio, è davvero ben poca cosa.
    Ci sia consentito indulgere a un ricordo personale. Anni fa un sottosegretario ci confidò che, se voleva far qualcosa, doveva recarsi al suo ufficio alle cinque del mattino, così da poter dire al burocrate che avrebbe dovuto aiutarlo: "Non si preoccupi, ho già fatto tutto ". Altrimenti il burocrate gli avrebbe posto una tale quantità di ostacoli da bloccare ogni cosa.
    In effetti, come abbiamo detto, la burocrazia dispone di un potere straordinario, ben superiore a quello della politica. Già agli inizi del secolo scorso, Max Weber, il grande sociologo, filosofo ed economista tedesco, pur sostenendo che la burocrazia è un'ineluttabile necessità, avvertì che essa avrebbe finito con l'imprigionare gli uomini in una rete di regole minuziose e a sottometterlo alla potenza dei suoi apparati.
    Weber era stato buon profeta perché nel corso degli anni il potere della burocrazia è lievitato a dismisura, diventando una sorta di superpotere che occupa tutti gli spazi diventando il vero detentore del potere legislativo.
    La vera sfida che Draghi si trova a dover affrontare non è tanto quella di confrontarsi con uno scalcinato mondo politico, ma quella di riuscire a riportare i burocrati al ruolo che ad essi compete: quello di "spalla" della politica e non di un'autorità arrogante che fa il bello è il cattivo tempo.
    Quando ha accettato di scendere in campo, Draghi non poteva non sapere che era proprio questa la sfida che lo attendeva, quella che può consentirgli di vincere la partita e lasciare una traccia nella storia del paese.
     

  • DRAGHI E CONTE: DUE MODI
    DI GESTIRE LA PANDEMIA

    data: 02/04/2021 18:19

    Coloro che già hanno puntato gli strali delle loro critiche nei confronti di Mario Draghi sono soliti porsi una domanda: “Sembrava che l’ex governatore della Banca centrale europea che Sergio Mattarella ha imposto ai partiti, dovesse compiere chissà quale rivoluzione. Ma in che cosa la sua linea politica si differenzia da quella di Giuseppe Conte? Che fa Draghi di diverso dal suo predecessore?”.
    Rispondere compiutamente a questo interrogativo richiederebbe un’analisi assai approfondita. Vogliamo, però, qui, soffermare la nostra attenzione su un aspetto del rapporto Draghi-Conte che, nell’attuale momento, ci sembra di particolare rilievo: quello della gestione della pandemia.
    Ci preme, a questo riguardo, fare una premessa.
    Abbiamo, sino ad ora, quasi venerato il moloch della scienza alla quale abbiamo condizionato le nostre scelte, i nostri comportamenti, la nostra stessa visione della vita e del mondo. Ci siamo compiaciuti di un progresso scientifico che ha impresso alla nostra epoca la sua impronta e abbiamo addirittura relegato ai margini, nelle nostre scuole, gli studi umanistici considerandoli un reperto del passato.
    Abbiamo sbagliato. L'esplosione della pandemia ha rappresentato per la scienza una vera e propria Caporetto dimostrando che, contrariamente a ciò che gli uomini avevano fatto mostra di credere, non può risolvere tutti i problemi, non può occupare tutti gli spazi, non può dar risposta a tutti gli interrogativi.
    Scienziati di tutto il mondo hanno concentrato le loro attenzioni sul Covid 19, ma non sono riusciti a individuarne l'origine e, per conseguenza, non sono stati in grado di predisporre cure adeguate. Si è navigato a vista e ciò ha determinato un clima di polemiche e di tensione che non si addice al loro ruolo. Né hanno fornito un contributo particolarmente brillante all'interno di quei comitati scientifici costituiti con il compito di ispirare l'azione del governo.
    Sono sotto gli occhi di tutti i continui mutamenti di attribuzione alle regioni (giallo, arancione, rosso) delle tre zone nelle quali è stato suddiviso il paese; mutamenti che hanno dato vita a una politica schizofrenica che, più che risolvere i problemi, è stata generatrice di confusIone tra i cittadini.
    Draghi ha preso di petto la questione. Il comitato tecnico scientifico è stato decisamente ridimensionato dal presidente del Consiglio che ha attuato quella che è stata non a torto definita “una rivoluzione silenziosa”, con il dimezzamento dei componenti il comitato e la sostituzione, al suo vertice, di Agostino Miozzo con Franco Lucarelli.
    Il presidente del Consiglio ha così, di fatto, ricondotto al ruolo di organo consultivo quello che, con Conte, era divenuto un organo deliberante dal quale si faceva discendere ogni decisione.
    Non è, quella del capo del governo, una mossa priva di significato: tende a semplificare l’apparato dello Stato e a rimettervi ordine, il che si scontra con la volontà dei partiti di non perdere gli spazi utili alle loro manovre che un elefantiaco comitato tecnico scientifico indubbiamente favoriva.


     

  • CREARE UN GRANDE CENTRO
    UN'AMBIZIONE MAI MORTA

    data: 27/03/2021 18:57

    C'è un'ambizione ricorrente nella politica italiana: quella di dar vita a un "grande centro", in grado di ripetere la storia fortunata della Democrazia cristiana, rimasta al potere per quasi mezzo secolo.
    Ora, anche in considerazione dello stato di confusione che stiamo attraversando e credendo di poter beneficiare dell’avvento di Mario Draghi alla guida del governo, ci sono forze politiche che, magari sotterraneamente, stanno lavorando in questa prospettiva. Ci riferiamo, in particolare a Forza Italia (che aspira ad essere il partito guida di questo schieramento), a +Europa, appena abbandonata da Emma Bonino, ad Azione di Carlo Calenda e a Italia viva di Matteo Renzi.
    Non senza ottimismo vengono citati sondaggi secondo i quali, presentandosi alle elezioni,un simile raggruppamento potrebbe ottenere consensi che ne farebbero la seconda forza del paese, dopo la Lega.
    Si tratta di un'operazione teoricamente di possibile realizzazione, o di un'ipotesi che va catalogata nel novero delle illusioni?
    Dobbiamo confessare il nostro scetticismo. Le condizioni storiche che portarono alla costituzione e al successo della Democrazia cristiana, sono cambiate; è cambiata (decisamente in peggio) la caratura degli uomini che resero possibile quel successo; è cambiato lo spirito delle forze che si riunirono sotto la bandiera dello Scudo crociato.
    E soprattutto ci sembra che tra coloro che dovrebbero dar vita a quel "grande centro", del quale molti auspicano la formazione, manchi quella coesione che è l'elemento primario indispensabile.
    Prevalgono gli interessi di parte al punto che si sente parlare apertamente di veti incrociati tra quanti dovrebbero farne parte. È la politica dei veti è certamente quanto di più assurdo si possa immaginare per una forza che dovrebbe proclamarsi liberale.
    I contrasti tra uomini e partiti - gli stessi che hanno impedito la riforma delle istituzionI della quale, pure, tutti si sono sempre dichiarati fautori - hanno innegabilmente effetti a dir poco paralizzanti.
    Certo, la formazione di un "grande centro" potrebbe essere un elemento atto a riequilibrare nella giusta direzione un esasperante livello di incertezza che caratterizza il quadro politico dovuto al trasformismo, al populismo e all'opportunismo della classe politica. E l'avvento al governo di una personalità come Mario Draghi potrebbe indubbiamente contribuire a facilitarne la costituzione.
    Per una operazione politica di questo tipo, fondata sul riformismo e sull'europeismo, composto da forze in grado di operare per la realizzazione di un obiettivo comune, lo spazio indubbiamente esisterebbe. E, tuttavia - lo ribadiamo - in tutta franchezza dubitiamo che lo spirito di parte che ha fatto permanentemente da contrappunto a questa Seconda Repubblica, la consenta.

  • GRILLO E CASALEGGIO
    COME I POLLI DI RENZO

    data: 20/03/2021 12:46

    Sembrava che quella composta da Beppe Grillo e Davide Casaleggio fosse destinata ad essere una coppia indissolubile e che i cinquestelle potessero fare assegnamento sulla guida di una diarchia coesa ed affiatata.
    Non è così. Il contrasto tra i due, tenuto a lungo sotto traccia, appare ormai destinato ad esplodere fragorosamente proprio nel momento in cui, stando ai sondaggi, e, soprattutto in coincidenza con le difficoltà del Pd, il declino dei cinque stelle, che sembrava irreversibile, si stava arrestando.
    La rivalità tra i due leader non è soltanto un fatto personale; nasce anche dall'emergere di due diverse linee politiche, con Grillo deciso a fare del Movimento un vero e proprio partito politico attestato su posizioni governiste e Casaleggio che intende mantenere i connotati di forza "diversa" che ne furono all'origine e che si concretizzano nell'uso della cosiddetta piattaforma Rousseau, considerata strumento indispensabile per dare voce alla volontà dei militanti.
    In realtà le divergenze tra i due erano già chiaramente emerse nell'agosto di due anni or sono quando Casaleggio manifestò, senza mezzi termini, la propria avversione all'apertura a sinistra di Grillo e avrebbe preferito mantenere l'alleanza con Salvini.
    Non è dato sapere quale dei due schieramenti prevarrà e se la frattura che si è determinata nel movimento potrà in qualche modo ricomporsi. Quel che è certo è che lo stato conflittuale tra le due anime dei pentastellati si va progressivamente approfondendo.
    La cosa - detto in tutta franchezza - potrebbe interessare relativamente. Anzi, siamo convinti che i cinquestelle abbiano rappresentato un equivoco che prima o poi (meglio prima che poi) dovrà dissiparsi.
    Ma, poiché in politica è più che mai valido il vecchio detto francese secondo cui “tout se tient”, tutto è collegato, non possiamo fare a meno di rilevare come la crisi dei cinque stelle sia, inevitabilmente destinata a ripercuotersi sull’intero quadro politico. Pensiamo, ad esempio, al Pd dove il neo segretario Letta, facendo proprie le scelte del suo predecessore Zingaretti, ha deciso di puntare le sue carte su una alleanza sempre più stretta con i pentastellati.
    Il Pd - lo ha detto lo stesso Letta - ha assoluto bisogno di darsi una più precisa identità. In qual modo i cinque stelle, tra i quali Grillo e Casaleggio continuano a beccarsi come polli di Renzo, potranno contribuire ad aiutarlo al conseguimento di questo obiettivo? Ecco un interrogativo da sciogliere per arrivare a un reale chiarimento della situazione politica.
     

  • E' ANCORA PALAZZO CHIGI
    L'OBIETTIVO DI SALVINI

    data: 13/03/2021 20:01

    L'avvento di Mario Draghi alla guida del governo ha cambiato molte cose nella vita politica del nostro paese inducendo partiti e leader a modificare posizioni che sembravano ormai far parte del loro DNA.
    È cambiato, stando alle apparenze, anche l'atteggiamento di colui che, più di ogni altro, sembrava dover recitare il ruolo del duro, dell'intransigente che mira ad imporre agli altri la propria volontà.
    Parliamo di Matteo Salvini. È un Salvini tutto nuovo, infatti, quello che, vestendo i panni del "buonista" e abbandonando la "faccia feroce", con la quale aveva sin qui affrontato i propri avversari, ha radicalmente trasformato il proprio comportamento.
    C'è da credere a questa trasformazione? Per rispondere a questo interrogativo bisogna tener presenta un dato: il leader leghista è molto attento nel mettere a punto la sua strategia. Ha un piano ben preciso, dunque, per conseguire l'obiettivo al quale non ha alcuna intenzione di rinunciare: quello di essere il prossimo presidente del Consiglio.
    È in questa prospettiva che Salvini ha deciso di trasformarsi: non è più il leader aggressivo che aveva fatto del sovranismo e dell'antieuropeismo il proprio credo e che gli sono valsi i favori di una parte dell'opinione pubblica schierata a destra mettendolo, peraltro, in concorrenza con Giorgia Meloni.
    Con l'appoggio a Draghi e la scelta di una linea politica assai più moderata, il leader del Carroccio mira a rassicurare, in Italia e in Europa, quanti vedevano in lui un elemento pericoloso da tenere a distanza.
    Se, pertanto, la Lega - come affermano i sondaggi - confermare di essere il primo partito e lo schieramento di centrodestra dovesse prevalere su quello di centrosinistra, non dovrebbero frapporsi ostacoli alla sua nomina alla guida del governo al posto di Draghi, considerato il candidato naturale per la successione a Sergio Mattarella.
    È pur vero che il mandato di Mattarella scadrà (febbraio 2022) prima delle elezioni che dovrebbero sancire l’anno successivo la vittoria di Salvini e ciò non consentirebbe alla Lega di presentarsi al capo dello Stato come primo partito. Ma non è da escludere - anche se il capo dello Stato ha finora sempre esplicitamente negato la propria disponibilità al riguardo - che, in considerazione della gravità della situazione, il presidente possa essere indotto ad accettare di rimanere ancora per un certo periodo al suo posto.
    Quel che, comunque, appare certo è che quanti ritenevano che Salvini avesse ormai deposto le proprie ambizioni, avranno modo di ricredersi; il capo della Lega non ha rinunciato alla conquista di Palazzo Chigi. Tutt’altro.Ha soltanto aggiustato la propria strategia armandosi di una pazienza che non gli si attribuiva e che conferma la sua determinazione.
     

  • LA RICOMPOSIZIONE
    POLITICA DEL DOPO-DRAGHI
    CON LUI POTREBBE NASCERE
    UNA DESTRA CLASSICA

    data: 06/03/2021 17:56

    Sono in molti, al di là di ogni appartenenza, a porsi l'interrogativo: Mario Draghi è di destra o di sinistra? Difficile rispondere se si fa riferimento agli schieramenti politici nei quali, allo stato, si articola il panorama politico del nostro paese.
    Ad alimentare l'interrogativo, inducendo a ritenere che la prima opzione sia quella più attendibile, non è soltanto il fatto che della maggioranza che sostiene il governo facciano ora parte due forze - la Lega e Forza Italia- che la toponomastica politica colloca a destra, ma l'orientamento complessivo che caratterizza le scelte dell'ex governatore della Banca centrale europea.
    Non deve, peraltro, trarre in inganno il fatto che a contestare Draghi - unica forza di opposizione ufficiale - sia Fratelli d'Italia, vale a dire il partito deliberatamente più a destra tra quelli presenti in Parlamento.
    Quella di Giorgia Meloni è una destra radicalmente diversa; una destra arruffona, priva di un solido bagaglio ideologico, unicamente preoccupata di agire in modo da cogliere tutte le occasioni che le si presentano per aumentare quanto più possibile il proprio bottino di consensi elettorali.
    Quella di Draghi aderisce, invece, a ben vedere, alla classica e storica definizione della destra così come configurata da Norberto Bobbio in un suo famoso saggio e che ha nel pareggio del bilancio, a suo tempo sostenuto da Quintino Sella, il proprio fondamentale obiettivo.
    Appare evidente, dunque, che, contrariamente a quanto una certa pubblicistica ha sostenuto in questi anni, una distinzione tra destra e sinistra continua ad esistere; esistono due popoli destinati a prevalere alternativamente e che in qualche misura, nel concreto e nello stesso vivere quotidiano, si differenziano secondo quanto, affermò Giorgio Gaber in una sua vecchia canzone, apparentemente satirica, ma che, in realtà, prefigurava, realisticamente, l'identità dei due schieramenti.
    C'è ora da chiedersi se la svolta verso destra - una destra, lo ripetiamo, molto più seria e attendibile di quella che sotto l'etichetta della destra si presentano attualmente al giudizio del corpo elettorale - impressa all'Italia dal presidente del Consiglio, sia o meno, è in che misura, destinata a incidere sul futuro politico del nostro paese.
    In effetti, l'ingresso in politica di Draghi può determinare un generale riassetto dei due schieramenti che da sempre si fronteggiano. La "svolta" di Draghi, infatti, può essere preludio non solo della nascita di una "nuova destra" (che sarebbe, poi, una destra antica), ma anche, per conseguenza di un risveglio della sinistra dopo il lungo sonno impressole dalla gestione di Nicola Zingaretti.
    Quel che appare probabile - e vorremmo dire auspicabile - è che, da quanto accaduto con l'entrata in politica di Draghi, una nuova stagione possa finalmente aprirsi per la nostra vita politica.

     

     

  • LA QUESTIONE FEMMINILE
    ALTRA SPINA PER DRAGHI

    data: 23/02/2021 12:39

    Tra i tanti problemi che affliggono il nostro paese e dei quali Mario Draghi dovrà farsi carico, va emergendo con forza quello che potremmo definire "la questione femminile"; una questione certamente non nuova, ma che costantemente si ripropone. A farla oggetto di rinnovate polemiche è, questa volta, la composizione del governo appena costituito che - a detta delle associazioni femministe - ha penalizzato le donne con un numero di ministri inferiori rispetto a quello riservato agli uomini.
    A farsi promotrici di una vera e propria rivolta su questo argomento sono state, in particolare le donne del Pd, fortemente irritate per il fatto che neppure una di loro sia rappresentata nella delegazione del partito al governo. Colpito dalle ripercussioni di una contestazione che può trasformarsi in un vulnus per la sua già fragile segreteria, Nicola Zingaretti ha cercato affannosamente di correre ai ripari giungendo addirittura ad avanzare la propost a- peraltro non benevolmente accolta - di riservare in esclusiva alle donne i posti di sottosegretario.
    Dobbiamo dire in tutta franchezza che non ci piacciono neppure un po' il modo in cui le donne "dem" e il segretario Zingaretti affrontano il problema. Che una "questione femminile" esista è indubbio. Ancora la nostra società è pervasa di maschilismo. Ma insistere nella contrapposizione tra i due sessi significa, nella realtà, perpetuare una discriminazione alla quale bisogna porre termine in maniera radicale.
    E la soluzione non è certamente quella di insistere nel conflitto dando luogo a una gara anacronistica volta a stabilire chi debba occupare questo o quel posto al punto di fissare delle "quote" da attribuire agli uno o alle altre.
    Per arrivare a una effettiva soluzione del problema è necessario che queste assurde distinzioni di genere vadano totalmente e definitivamente abolite e si stabilisca che tra uomini e donne, al fine del conferimento di qualsivoglia incarico, non esiste altra differenza che quella relativa ai meriti, alle competenze, alla preparazione di ciascuno.
    È in tal modo che devono essere assegnate le funzioni ed è soltanto in questo contesto che si sancisce la parità dei sessi, non facendo riferimento a ipocriti "bilancini" artificiosamente creati.


     

  • QUELL'USCITA DI SCENA
    COSI' DIFFICILE PER CONTE

    data: 14/02/2021 16:19

    Nel mondo del teatro è largamente diffuso il convincimento che, per valutare il reale valore di un attore, si debba aver riguardo non solo e non tanto al modo in cui recita la sua parte, certamente importante, ma soprattutto a quello in cui sa uscire di scena.
    È una regola che può serenamente, senza timor di andar fuori dal seminato, essere applicata anche alla politica. Troppe volte ci è capitato, infatti, di vedere uomini politici che, pur avendo esercitato decorosamente la loro funzione, al momento di lasciare, per qualsivoglia ragione, la loro poltrona, hanno varcato i confini della dignità.
    Tra quanti hanno, quantomeno, sfiorato questo confine, dobbiamo purtroppo includere - a quanto sembra - anche Giuseppe Conte al quale pure, in passato, non abbiamo fatto mancare il nostro apprezzamento per il modo in cui - navigatore in gran tempesta - è riuscito per lungo tempo, in due diverse situazioni, prima con il centro destra, poi con il centrosinistra, a guidare il governo.
    Ora, tuttavia, Conte appare incapace di affrancarsi da quel fascino del potere del quale non riesce a liberarsi. Non è un mistero, per uscire dal generico, ch'egli, al di là delle dichiarazioni di facciata, non abbia gradito neppure un po' che sia stato chiamato Mario Draghi a gestire l'esecutivo e che, fino all'ultimo, abbia tentato di mettere il bastone tra le ruote dell'ex presidente della Banca centrale europea.
    Preso atto che ogni tentativo in tal senso sarebbe stato inutile, l'ex premier, pur di non restare a mani vuote, ha cercato di convincere Beppe Grillo ad affidargli la guida del Movimento pentastellato (il che, forse, sarebbe stato anche giusto). Anche questo tentativo è, tuttavia, andato a vuoto avendo l'ex comico genovese optato per una guida collegiale.
    A questo punto a Conte non rimane che rassegnarsi, a meno che non prendano consistenza le voci secondo cui potrebbe essergli assegnato un incarico nell'Unione europea.
    Resta, comunque, il rammarico per il fatto che l'ex presidente del Consiglio abbia perso l'occasione per dare una lezione di stile a un mondo politico che dello stile non ha certamente dato, in questi anni, particolare dimostrazione.
    Nel nostro non esaltante panorama politico, fatto di esponenti tutt'altro che brillanti, Conte potrebbe costituire una non trascurabile risorsa. È lecito, allora, domandarsi, e soprattutto domandare al diretto interessato, se aver dimostrato un così tenace attaccamento alla poltrona possa giovargli al conseguimento di quella carica politica alla quale sembra intenzionato ad investire il proprio futuro.

     

  • IL RUOLO DI DESAPARECIDO
    E' IL MIGLIORE PER GRILLO

    data: 08/02/2021 18:31

    Non resta che aspettare, sperando che Mario Draghi riesca ad imprimere una svolta radicale a una situazione politica che, ad ogni livello, a prescindere dall'appartenenza a questo o a quello schieramento, ha attraversato una fase di drammatico declino.
    Raramente, o forse mai, nella storia repubblicana, l'Italia ha vissuto un periodo di così acuta depressione. E sarebbe più cha mai opportuno che politologi e intellettuali (ma ce ne sono ancora?) si applicassero allo studio delle cause che hanno determinato un simile stato di cose.
    Non è questa la sede più opportuna per affrontare tematiche di così vasta complessità. Ma, se volgiamo lo sguardo non possiamo fare a meno di constatare che c'è un personaggio che ha svolto un ruolo non trascurabile nell'accelerare il processo di degrado della politica italiana. Questo personaggio è facilmente individuabile: è Beppe Grillo, ispiratore e fondatore di quel movimento Cinquestelle che, essendosi affermato come primo partito nelle elezioni del 2018, è stato il grande condizionatore di tutte le formule di governo.
    Grillo fece clamorosamente irruzione sulla scena politica italiana all'insegna dell'ideologia del "vaffa" che suscitò gli entusiasmi di un'opinione pubblica a dir poco disgustata da un mondo politico che, dopo l'ubriacatura del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, considerava. – e tuttora considera - corrotto ed incapace.
    Non è stato necessario aspettare molto tempo per rendersi conto che la gestione della vita pubblica non si addice ai dilettanti, cosicché, come hanno confermato tutte le competizioni elettorali intermedie, i cittadini hanno voltato le spalle ai grillini ai quali si erano incautamente affidati.
    Vista la "malaparata", Grillo era scomparso, guadagnandosi l'appellativo di "desaparecido" e lasciando allo sbando i suoi sprovveduti seguaci.
    Improvvisamente, dopo il conferimento dell'incarico a Draghi, Grillo è uscito dalla "clandestinità". Riacquistando la parola e partecipando addirittura alle consultazioni del presidente incaricato, l'ex comico genovese non ha tuttavia portato un contributo di chiarezza.
    In prima battuta ha esortato i suoi a far quadrato attorno a Giuseppe Conte e a pronunciare un secco è perentorio "no" al tentativo dell'ex governatore della Banca centrale europea. Poi, inopinatamente, forse preoccupato di trovarsi isolato in compagnia della Meloni, ha cambiato opinione: i cinquestelle potrebbero accettare Draghi, ma vincolandolo ad una serie di scelte di politica economica (dal reddito di cittadinanza alla patrimoniale) da lui non senza arroganza indicate!
    Ascoltando la sua pretesa di dettare a Draghi le scelte economiche, viene da prendere a prestito una battuta di Alberto Sordi riservata agli interlocutori molesti: "...E statte zitto!" .

     

     

  • PRONTA L'ALTERNATIVA
    PER LA GUIDA DEL PD

    data: 29/01/2021 09:09

    Nicola Zingaretti è certamente destinato ad essere uno dei protagonisti della crisi di governo. Ma, chissà perché il segretario del Pd ci fa tornare alla memoria una feroce battuta che Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni), corsivista principe dell'Unità, dedicò a un leader socialdemocratico che lui, da buon comunista, ardentemente disprezzava.
    Fortebraccio descrisse l'arrivo di questi a Montecitorio: "Si aprì la portiera - scrisse - e non uscì nessuno". Come dire che quel personaggio era un "signor Nessuno".
    Il fatto è che Zingaretti, nonostante occupi da quasi due anni, ormai, la poltrona di segretario del Pd, non è riuscito a dare alla sua carica una marcata identità, tant'è che i suoi compagni di partito, per primi, gli rimproverano non solo di non essere riuscito a far riconquistare al partito i consensi di un tempo neppure troppo lontano, ma di averlo appiattito sui cinquestelle il che, a ben vedere, non è certamente esaltante.
    È andata così affermandosi, e va sempre più consolidandosi, la figura di una sorta di "segretario ombra", Goffredo Bettini, il quale assolve un duplice ruolo, quello di consigliere di Zingaretti è quello di ispiratore delle decisioni e delle scelte di Giuseppe Conte.
    Il cursus honorum di Bettini è di tutto rispetto. Rampollo di una famiglia aristocratica marchigiana, entrò giovanissimo nel Pci e individuò subito in Walter Veltroni il suo politico di riferimento, pur non rinunciando - refrattario com'è ad ogni oltranzismo - a collaborare quando è stato necessario, con Massimo D'Alema.
    Prima di divenire deputato nel 1993, rivestì a Roma incarichi di rilievo (segretario cittadino del partito e consigliere comunale). Da allora si è sempre dedicato, soprattutto, a compiti di strategia. Bettini appartiene a quella categoria di politici che esercitano il loro potere rifuggendo dalle luci della ribalta, preferendo restare nell'ombra. Ma questo non gli impedisce di essere comunque lui a dettare i tempi e i modi delle attività alle quali si dedica. E se ne sta avendo dimostrazione proprio in questi giorni quando, di fronte a uno Zingaretti preoccupato e incerto, dinanzi all'ipotesi di elezioni politiche anticipate, ostenta tranquillità affermando che "le elezioni non sono, comunque, un colpo di Stato", prefigurando già di affrontarle, ma non in una posizione subordinata, con un'alleanza con i cinquestelle per la quale sta già lavorando senza tuttavia rinunciare al tentativo di ricucire lo strappo con Matteo Renzi (riacquistando così i consensi di quella parte del Pd che non ha condiviso l'eccessiva severirà di Zingaretti nei confronti del leader di "Italia viva").
    Insomma, nonostante preferisca operare nell'ombra, Bettini potrebbe, a scadenza non troppo lontana, essere "costretto" a uscire allo scoperto dando al Pd una leadership meno sonnolenta di quella attuale.


     

  • L'ARMA SEGRETA DI CONTE
    PER SALVARE IL GOVERNO

    data: 17/01/2021 13:19

    Bisogna riconoscere che quella imboccata da Giuseppe Conte dopo le dimissioni delle due ministre di "Italia viva" è la strada istituzionalmente più corretta per affrontare la crisi del suo governo. Presentarsi alle Camere per chiedere la conferma della fiducia è, infatti, in una Repubblica parlamentare qual è la nostra, la via maestra da seguire, anche se si tratta di correre il grosso rischio che il presidente del Consiglio si accinge a correre. Così l'interrogativo dell'attuale momento politico concerne la possibilità o meno che il premier riesca a trovare - soprattutto al Senato - i voti che gli servono per poter restare in sella nonostante la defezione di Matteo Renzi.
    La sfida è di quelle che fanno tremare le vene e i polsi, ma per vincere la sua non facile partita, Conte ha a sua disposizione una sorta di "arma segreta" alla quale far ricorso per ottenere, a Palazzo Madama, gli undici voti che gli sono indispensabili per poter sopravvivere.
    Che cosa potrebbe spingere costoro a lasciare lo schieramento nel quale attualmente militano per approdare alla fragile "corte" di Conte, affrontando l'accusa di "voltagabbana" che già da destra viene rivolta a chi pensasse di entrare a far parte di una nuova maggioranza?
    Quanti auspicano la sopravvivenza dell'esecutivo parlano di "senso di responsabilità", quel "senso di responsabilità" che è mancato a Renzi provocando, sotto lo sguardo sbalordito di tutta o quasi tutta l'Europa, una crisi dagli esiti imprevedibili in piena esplosione pandemica.
    Ma l'elemento che potrà indurre gli undici senatori necessari a Conte a schierarsi dalla sua parte - quello che abbiamo definito la sua "arma segreta" - non è tanto il "senso di responsabilità" quanto, piuttosto, il timore di dover rinunciare, con il voto anticipato, alla loro poltrona per affrontare una campagna elettorale durissima nel prossimo giugno.
    Potrebbe, perciò, essere la paura a salvare Conte e a rendere possibile il proseguimento dell'attuale legislatura.
    È una soluzione che, pur evitando le elezioni, comporterebbe un altro genere di rischio: quello, per intenderci, di dar vita ad un governo ancora più debole di quello che Renzi ha messo in crisi, esposto agli incerti umori di coloro che pretenderebbero di essere compensati per l'appoggio fornitogli.
    C'è peraltro, in parallelo, un'altra "arma" della quale vorrebbero avvalersi quanti, nel centrodestra, auspicano la definitiva caduta dell'esecutivo: quella di promettere agli incerti un posto sicuro in lista qualora si dovesse andare a nuove elezioni.
    Si vola basso, dunque, molto basso. Ma la nostra classe politica può volare in altro modo?
     

  • SE DRAGHI ORA E' PRONTO
    A SCENDERE IN CAMPO...

    data: 09/01/2021 19:58

    Non da oggi nella politica italiana c'è un "convitato di pietra" al quale molti guardano come a colui al quale, con il sostegno di una maggioranza trasversale, potrebbe essere affidata la guida del governo del paese. Questo "convitato di pietra" è Mario Draghi, l'ex governatore della Banca centrale europea, il solo considerato in grado di affrontare con speranze di successo, la drammatica crisi economica provocata dal coronavirus.
    Sinora Draghi è apparso sempre restio a farsi avanti. Recentemente, tuttavia, probabilmente preoccupato dalle condizioni di estrema precarietà nelle quali versa il governo italiano a causa delle profonde lacerazioni della maggioranza, sembra - a quel che si sussurra nei palazzi della politica - intenzionato a rompere gli indugi alimentando l'ipotesi che, se la crisi dell'esecutivo dovesse precipitare, Sergio Mattarella potrebbe convocare proprio lui al Quirinale per affidargli l'incarico di dar vita ad un nuovo governo.
    Alla luce di questi "sussurri" non è forse un caso che alcuni mas media, senza un'apparente ragione, abbiano rilanciato, nei giorni scorsi, il testo di un articolo sui danni economici provocati dalla pandemia, pubblicato tempo fa da Draghi sul "Financial Times", tra i più autorevoli quotidiani economici del mondo.
    Si tratta, in effetti, di un articolo di straordinaria attualità nel quale Draghi non soltanto illustra in modo dettagliato quali dovrebbero essere, a suo avviso, le misure necessarie per evitare di essere travolti dalle conseguenze - che sarebbero estremamente pesanti - del coronavirus, ma rimarca la necessità di muoversi in tutta fretta.
    È un articolo che sembrerebbe scritto oggi e che indica una precisa linea di condotta.
    Se, dunque, nel pollaio nel quale la politica italiana è precipitata e che il conflitto Conte-Renzi rende sempre più deprimente, dovesse davvero scaturire una crisi di governo e se Draghi fosse realmente disponibile – come un calciatore che, potendo svolgere un ruolo decisivo, si alza dalla panchina, dismette la tuta e scende in campo - a “sporcarsi le mani” e assumersi la responsabilità di pilotare il paese nell'attuale congiuntura, non potrebbero non porsi due interrogativi: 1) il capo dello Stato non sarebbe tentato di sperimentare la possibilità di affidare all'ex governatore della Bce l'incarico di formare un nuovo esecutivo? 2) dinanzi alla prospettiva di appoggiare un governo Draghi, le forze politiche preferirebbero, comunque, andare ad elezioni anticipate senza tener conto dei gravi danni che un periodo di "vacatio" provocherebbe?
    Tra l'altro ci sono partiti, a cominciare dai Cinquestelle, che ben difficilmente manterrebbero la consistente rappresentanza parlamentare. ottenuta nelle passate elezioni. E sarebbe destinata, probabilmente, a subire un forte ridimensionamento anche "Italia viva" che pure, fra tutte le forze politiche appare quella più decisa ad affrontare il rischio di elezioni anticipate.
    In questo contesto, forse, il ricorso a Draghi, tra le varie soluzioni ipotizzate in caso di caduta di Conte appare come la più praticabile.
     

     

     

  • MA ZINGARETTI SA
    QUELLO CHE VUOLE?

    data: 02/01/2021 13:20

    Non è una novità che Nicola Zingaretti punti a fare del suo Pd il partito guida della politica italiana. È un obiettivo legittimo, ma per conseguirlo è indispensabile avere idee chiare da trasmettere ai cittadini elettori e per dire, soprattutto a se stessi, quel che si vuole ottenere e come si pensa di ottenerlo. È qui il punto debole del leader democratico.
    Consapevole che il suo partito ha assoluta necessità di stipulare alleanze che gli consentano di dar vita ad una maggioranza di governo, Zingaretti appare più che mai intenzionato a rinsaldare al massimo l'alleanza con i Cinquestelle.
    I problemi, tuttavia, sorgono quando si devono definire i risultati ai quali puntare che mai o quasi mai coincidono. Se n'è avuta evidente conferma quando si è trattato di definire come utilizzare il denaro derivante dal Recovery found.
    Il segretario del Pd ha detto senza mezzi termini, all'insegna del bartaliano "è tutto sbagliato, è tutto da rifare", che la ripartizione effettuata deve essere assolutamente rivista.
    Una posizione che in qualche misura collima con quella del leader di "Italia viva" Matteo Renzi che ha definito il piano messo a punto dal governo "un collage raffazzonato", annunciando formalmente che, se le numerose modifiche richieste non dovessero essere accolte, il suo partito non esiterà ad abbandonare la maggioranza aprendo così, di fatto, una crisi di governo dalle conseguenze imprevedibili.
    Si tratta di una minaccia non priva di fondamento, tant'è che nella coalizione di governo v'è già chi si sta adoprando per vedere come potrebbero essere sostituiti i parlamentari renziani in modo da garantire, a Montecitorio e a Palazzo Madama, la sopravvivenza dell'esecutivo.
    Si arrestano, di fronte a questa prospettiva, le convergenze tra il Pd e "Italia viva"; convergenze che avevano fatto illudere qualcuno che tra queste due forze politiche potessero crearsi le condizioni per una ripresa del dialogo che la scissione ha bruscamente interrotto.
    In realtà un tale dialogo è praticamente impossibile sia per il diverso temperamento dei due leader, sia perché Zingaretti non ha mai nascosto di nutrire una profonda avversione nei confronti del suo "dirimpettaio".
    Stando così le cose, Zingaretti, volendo comunque differenziarsi da Renzi, pur ribadendo che la ripartizione del Recovery found deve essere rinviata, ha tuttavia aggiunto che bisogna, in ogni modo, evitare l'apertura di una crisi di governo che a suo giudizio avrebbe come unico, inevitabile sbocco quello delle elezioni anticipate.
    Tenere i piedi in due staffe, contestare le scelte di Conte, ma senza spingere alle estreme conseguenze questa contestazione, mantenere, insomma, per dirla volgarmente, la botte piena e la moglie ubriaca, sono comportamenti che non si addicono a chi si proponga di essere alla testa di un partito-guida.
    Non è un caso, del resto, che sotto la guida di Zingaretti il Pd ristagni nei sondaggi.
    Purtroppo una tale linea politica non solo non giova al Pd - il che potrebbe anche interessarci relativamente - ma non favorisce lo sviluppo del dibattito politico.

     

  • CHE FINE HANNO FATTO
    LE SCUOLE DI PARTITO?

    data: 26/12/2020 19:07

    Perché un tempo dai partiti, da tutti i partiti, di destra, di sinistra, di centro, provenivano uomini preparati e di notevole livello e oggi il panorama di coloro che dovrebbero rappresentarci è così desolantemente squallido? È una domanda che sentiamo ripetere spesso - e da sostenitori degli schieramenti più vari - quasi che su questo giudizio negativo si raggiungesse una sorta di imprevedibile unanimità.
    Una compiuta risposta a questo interrogativo richiederebbe, probabilmente, una complessa analisi sociologica che non può certo essere svolta in questa sede. Ma, ponendo il problema, ci sorge spontanea, direbbe Antonio Lubrano, una domanda: che fine hanno fatto le scuole di partito, vale a dire quelle scuole organizzate dalle forze politiche per formare e selezionare la propria futura classe dirigente?
    È pur vero che, in anni recenti, qualche partito (in particolare il Pd e la Lega) hanno operato un tentativo di ripristinare dei centri di formazione politica, ma l'esperimento non sembra aver avuto successo.
    Ci sono state scuole di partito che hanno rivestito notevole importanza nella vita politica italiana: si può dire che tutti i grandi partiti disponevano di una organizzazione volta alla formazione dei loro quadri (pensiamo alla scuola di partito del Pci alle Frattocchie, rimasta famosa, ma che non fu un unicum).
    Le forze politiche, dunque, fornivano ai militanti destinati a guidarle un vero e proprio "galateo" che non soltanto forniva loro una preparazione adeguata, ma definiva i comportamenti ai quali bisognava attenersi nel concreto.
    Queste regole non esistono più. Alla politica si arriva per le strade più varie, senza una preparazione specifica. Spesso accodandosi ad un leader o sedicente tale, già affermato, e per il quale si svolge il ruolo, spesso mortificante, del portaborse.
    Poi, più che preoccuparsi di fornirsi delle competenze necessarie, questi "parvenu" della politica si dedicano alla ricerca del maggior numero possibile di benefici che la carica acquisita può comportare.
    È qui, pertanto, che va individuata una (non la sola) delle cause per le quali la politica, da "arte nobile" qual era, è oggi, dalla gran parte dell'opinione pubblica guardata con vero e proprio disprezzo.
    Il fatto è che anche quella dei politici deve essere considerata una professione (attribuendo a questo termine un valore assolutamente positivo) come le altre. I "dilettanti della politica" non ci hanno mai convinto. Ma tutte le professIoni hanno bisogno di una scuola poiché nessuno - direbbero a Napoli - "nasce imparato". Perché l'attività politica dovrebbe sottrarsi a quest'area regola?
     

  • NON CI SONO PIU' STATISTI
    DALLA FINE DEL RAPPORTO
    FRA POLITICA E CULTURA

    data: 19/12/2020 15:08

    Uno statista, nell'accezione comune, è colui che per capacità, abnegazione ed esperienza, sa guidare la vita politica di un paese anteponendo l'interesse pubblico a quello personale o partitico. È proprio quello che, nella drammatica situazione determinata dalla pandemia, servirebbe all'Italia.
    Ma si dice che, per loro natura, gli italiani non hanno il senso dello Stato, considerano le istituzioni come "altro da sé", tendono sempre (o quasi sempre) a far prevalere il proprio tornaconto rispetto alle necessità nazionali.
    Come si può pensare, allora, che essendo tale l'indole dei cittadini, in Italia possano nascere autentici statisti?
    L'assioma è, all'apparenza, incontestabile. Eppure la realtà delle cose non è questa perché, se è vero che nei nostri connazionali il senso del bene pubblico scarseggia, è altrettanto inconfutabile che l'Italia sia stata rappresentata ai suoi vertici, nel corso degli anni, da uomini di prim'ordine, dotati di uno straordinario senso dello Stato.
    Ne citiamo solo alcuni: Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Mazzini e, dopo di loro, Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani, senza contare autorevoli esponenti dell'opposizione, di destra e di sinistra, come Togliatti, Berlinguer, Nenni, Almirante.
    Ma da qualche tempo quella degli uomini di Stato sembra una razza estinta.
    È cambiata, del resto, la stessa nozione di politica. Quella che Norberto Bobbio definì "un insieme di attività che hanno in qualche modo come termine di riferimento la polis, cioè lo Stato", è ormai trasformata in una attività in cui uomini di mediocre levatura hanno come scopo preminente quello di assicurare alla propria parte, quando non addirittura a se sressi, il maggior numero di vantaggi.
    È mai possibile che la stirpe degli statisti sia andata perduta?
    Sembra essere, purtroppo, proprio così e viene da chiedersi quanto questo venir meno degli uomini di Stato sia da collegare con il venir meno degli uomini di cultura.
    La politica, senza la cultura è inevitabilmente destinata a generare dei politicanti ed è certamente questo quello che sta generando attualmente nel nostro paese. Di questo parallelo degrado di politica e cultura ci accorgiamo drammaticamente in un momento di accresciuta difficoltà.
    Non ci si può non chiedere, allora, quali siano le ragioni di questo degrado ed è facile constatare che esso è avvenuto contestualmente alla fine della Prima Repubblica. Doveva essere l’occasione per restituire alla politica una moralità che aveva perduto. Non è accaduto. Per contro la Seconda Repubblica ha segnato la fine delle ideologie e, dei partiti tradizionali.
    La fine del rapporto tra politica e cultura, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato - prima fra tutte il tramonto della figura dello statista - è estranea a questi due eventi? Forse dovremmo cominciare a chiedercelo.
     

  • LA ROULETTE RUSSA
    DI GIUSEPPE CONTE

    data: 10/12/2020 15:10

    "Gioco alla roulette russa ogni volta che mi sveglio al mattino". Con questa frase Robert Kennedy illustrava i rischi ai quali la sua attività politica lo esponeva quotidianamente.
    La roulette russa è un pericolosissimo gioco d'azzardo: si colloca un solo proiettile in una rivoltella; si fa ruotare rapidamente il tamburo; si punta l'arma alla tempia e si preme il grilletto.
    Mutatis mutandis, e in modo certamente meno drammatico di Robert Kennedy, anche il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte gioca ogni mattina alla roulette russa poiché non v'è giorno in cui non si prospetti dinanzi a lui un problema che potrebbe essere letale, ovviamente e fortunatamente non per la sua vita, ma per la sua permanenza alla guida del governo.
    Sono molte le ragioni di questo permanente stato di tensione e d'incertezza. E prima fra tutte è il fatto che la maggioranza sulla quale l'esecutivo di Conte si regge, è tutt'altro che omogenea, tenuta insieme non da un "comune sentire", ma dalla volontà di impedire l'ascesa di Matteo Salvini e del centrodestra.
    In queste condizioni è inevitabile che colui che è chiamato a guidare un esecutivo la cui fragilità è sotto gli occhi di tutti sia costantemente soggetto agli sbalzi di umore dei cosiddetti alleati.
    È, dunque, dura la vita di Conte affannosamente costretto, più che a portare avanti un proprio progetto, ad una estenuante e faticosissima opera dì mediazione, in una politica del compromesso che raramente porta alla soluzione migliore.
    Tuttavia, se vuole mantenere la sua poltrona a Palazzo Chigi, non ha alternative. L'uomo della strada ha, allora, diritto di chiedersi quale sia la molla che consente al nostro presidente del Consiglio di resistere a questa martellante serie di tour de force. È l'ambizione e non è detto che ciò comporti automaticamente un giudizio negativo.
    Helmut Kohl, il cancelliere tedesco, era solito dire che "l'uomo politico senza ambizione è come un cane da caccia che resti a cuccia". L'ambizione è certamente una componente essenziale, oseremmo dire inevitabile, e probabilmente anche necessaria.
    Deve, però, accompagnarsi ad una visione progettuale. E perciò la domanda è: Conte ha questa visione progettuale? O la sua ambizione è soltanto il frutto di una tenace, ostinata, pervicace volontà di restare al potere?

     

  • I CINQUESTELLE IN MARCIA
    VERSO LA SCISSIONE?

    data: 02/12/2020 21:25

    C'era una volta il Movimento Cinquestelle; un'autentica macchina da voti che nelle ultime elezioni politiche - all'insegna dell'ideologia del "vaffa" della quale era gran parte il suo fondatore Beppe Grillo - sbaragliò il campo divenendo l'ago della bilancia di qualunque ipotesi di governo al quale ha partecipato prima alleandosi con il centrodestra e, poi, con un repentino salto della quaglia, alleandosi con il centrosinistra. Ma ora questo Movimento che doveva dettare le regole del nuovo corso della politica, non c'è più. Anzi, ce ne sono due.

    I test elettorali seguiti alle "politiche" del marzo 2018 hanno fatto registrare un progressivo e all'apparenza inarrestabile calo di consensi dei pentastellati ai quali l'opinione pubblica ha clamorosamente voltato le spalle. Così, come sempre accade in presenza di una sconfitta della quale tutti rifiutano la paternità, appaiono, per dirla con una celebre battuta di Peppino De Filippo, non più "vincoli", ma "sparpagliati".

    Dal loro ridimensionamento, infatti, non si delinea la volontà di serrare le file, ma quella di una scissione dalla quale potrebbero nascere, appunto, due partiti: quello di Luigi Di Maio, di Vito Crimi che di Di Maio ha preso il posto nel partito e di Stefano Patuanelli, ministro per lo sviluppo economico. Tutti e tre, accantonando le reciproche diffidenze, sono sostenitori di una linea filogovernativa, ispirata dalla volontà di difendere con le unghie e con i denti, le loro poltrone. Perseguono, invece, un ritorno alle origini, Davide Casaleggio, figlio del fondatore, con Grillo, del Movimento e il sempre irrequietissimo Alessandro Di Battista, decisi a rilanciare la cosiddetta "piattaforma Rousseau" , vale a dire lo strumento attraverso il quale dovrebbe realizzarsi quella che viene definita "la democrazia della rete", tesa a garantire una più diretta partecipazione dei militanti alla gestione del Movimento.

    Ma, poiché in politica uno più uno non fa mai due, ma molto meno, è da prevedere che presto comincerà quella che potremmo definire "la grande fuga" di quanti, soprattutto tra i dirigenti, si sono finora riconosciuti in una forza politica solo perché la ritenevano vincente.

    Resta da vedere chi beneficerà di questo esodo annunciato. E, in particolare, in qual modo si determineranno i nuovi equilibri politici diversi da quelli scaturiti dalle elezioni del 2018 e attualmente in vigore. Ma si tratterà, comunque, di un'operazione a futura memoria.

  • GLI EDITORI ALLA ELKANN
    VOGLIONO DISTRUGGERE
    LA CARTA STAMPATA

    data: 18/11/2020 20:58

    Non è una novità che politica e giornalismo marcino in parallelo. Non è una novità che politica e giornalismo siano in crisi. La crisi della politica è confermata dalla incapacità dei partiti - sanzionata dalla crescente sfiducia dell'opinione pubblica - di rendersi interpreti delle esigenze dei cittadini; la crisi del giornalismo è certificata dal disastroso e inarrestabile calo delle vendite della carta stampata.
    Le cause di queste crisi sono molteplici. C'è un autentico ventaglio di spiegazioni possibili.
    Ma tra queste - specialmente per quanto riguarda la crisi dei giornali che più da vicino ci interessa - ce ne è una che merita una particolare sottolineatura e che proprio di recente è stato chiaramente svelato.
    Ci riferiamo al lunghissimo articolo pubblicato da "La Repubblica" nel quale John Elkann spiega al colto e all'inclita come e perché si debba passare dal giornale cartaceo a quello on line.
    Presidente del gruppo Gedi, magna pars del settore editoriale, Elkann sostiene che "grazie alle tecnologie, si potranno trovare nuovi modi di interagire con i lettori, raccontare e fare giornalismo" e che è opportuno lavorare per quella che definisce "la trasformazione del mestiere" e che, insomma, "il giornalismo è un mestiere necessario, ma con strumenti del ventunesimo secolo".
    A conforto della sua tesi, il presidente di Gedi cita dati che la renderebbero inconfutabile. Uno soprattutti: all'inizio del 2020 gli abbonamenti digitali erano 110mila; a fine anno raddoppierebbero a 220mila.
    Non si può tornare indietro: le nuove tecnologie impongono una svolta radicale. La stampa sarà "altro" rispetto a quella che attualmente è. Avremo un diverso tipo di comunicazione.
    Ma la strada non può essere quella indicata da Elkann che, sia pure in maniera soft, vale a dire con una rilevante dose di ipocrisia, propone il passaggio dalla carta stampata ai giornali on line.
    Carta stampata e giornali on line sono cose diverse: la prima induce a pensare; la seconda si limita ad informare. Possono convivere, ma l’una non può sostituire l’altra senza infliggere alla cultura un vulnus, senza mortificarla, senza immiserire un patrimonio radicato in abitudini che è assurdo pretendere di stravolgere.
    Gregory Bateson, sociologo e filosofo inglese del secolo scorso, affermava che “la saggezza è saper stare con le differenze senza voler eliminare la differenza”.
    Fare giornali migliori, questo sì è un imperativo categorico al quale gli editori farebbero bene a non sottrarsi e del quale si avverte la necessità. Ma questo agli editori – e ce ne accorgiamo quotidianamente – sembra non interessare. Hanno un unico obiettivo: far soldi. Tutto il resto, per loro, è noia.

     

  • PREAVVISO DAI SONDAGGI:
    NUOVI LEADERS IN ARRIVO?

    data: 05/11/2020 16:10

    Sondaggi e statistiche non ci hanno mai convinto più di tanto, convinti come siamo dell'affermazione di Trilussa secondo cui, se la statistica dice che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa, vuol dire che c'è chi ne ha mangiato uno intero e chi non ha mangiato nulla.
    Ma i sondaggi sono divenuti i grandi condizionatori delle scelte dei partiti e non si può fare a meno di prenderli in considerazione, qualsiasi analisi si voglia tentare.
    Dai più recenti di questi sondaggi d'opinione scaturiscono, infatti, due significative indicazioni che riguardano sia il centrodestra sia il centrosinistra.
    Emerge che nell'attuale maggioranza comincia a farsi concretamente strada una non irrilevante battuta d'arresto della popolarità di Giuseppe Conte al quale non hanno certamente giovato le incertezze manifestate nella lotta al coronavirus.
    Finora il presidente del Consiglio aveva occupato il primo posto in questa particolare classifica. Non è più così: ora il premier viene scavalcato dal leghista Luca Zaia, presidente della regione veneta.
    Questo calo del gradimento alimenta le speranze di quanti, soprattutto all'interno della maggioranza, puntano, non da oggi, a "far fuori" Conte e potrebbe indurre quanti nel Pd aspirano a succedergli a rompere gli indugi e a scendere in campo.
    Non dissimile è la situazione nel centrodestra. Malgrado le "punture di spillo" di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, forte dei più che positivi risultati ottenuti dalla "sua" Lega, ha tenuto in pugno la leadership della coalizione con Fratelli d'Italia e Forza Italia.
    Ma ecco che ora, come abbiamo detto, è sempre secondo i sondaggi, s'impone l'altro nascente di Zaia il quale, tra l'altro, ha ottenuto un clamoroso successo nelle recenti elezioni regionali. Lui nicchia, ma non sono pochi, all'interno del Carroccio, ad auspicare che prenda il posto di Salvini giungendo ad auspicare che, in caso di una vittoria elettorale del centrodestra, Zaia assuma addirittura la guida del governo nazionale.
    C'è, dunque, nelle indicazioni dei sondaggi, una sorta di preavviso: le attuali leadership potrebbero, in un periodo non lontano, sotto la spinta del favore popolare, lasciare il posto ad altri.
    È evidente che, se ciò avvenisse, il cambio degli uomini incaricati di guidare le due coalizioni potrebbe modificare il quadro politico. In qual modo non è ancora, ma di certo ci troveremmo di fronte ad un nuovo scenario; il che, per molti versi, potrebbe anche essere un fatto positivo.

  • MELONI PRENDERA'
    IL POSTO DI SALVINI,
    COME SALVINI PRESE
    IL POSTO DI BOSSI?

    data: 28/09/2020 20:28

    Un antico detto napoletano e la trama di un famoso film degli anni Cinquanta, concorrono - per strano che possa apparire - a spiegare quel che sta accadendo nel centrodestra con la prepotente ascesa di colei che, a qualunque schieramento si appartenga, non può non essere considerata l'astro nascente della politica italiana: Giorgia Meloni.
    Recita il proverbio napoletano: "sì trasuto 'e spighetto e te sì piazzato 'e chiatto". Tradotto per i non napoletani: "sei entrato in punta di piedi e ti sei sistemato alla grande".
    Come non ricordare, infatti, che agli inizi, Fratelli d'Italia era la componente più fragile della coalizione d centrodestra?
    Timidamente, Giorgia Meloni faceva "da spalla" ai due suoi più consistenti alleati, la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi.
    Ma, giorno dopo giorno, elezione dopo elezione, i rapporti di forza nella coalizione sono cambiati sino a portare Fratelli d'Italia a scavalcare nei consensi degli elettori Forza Italia, ma a insidiare il primato della Lega.
    Infine, non solo il partito della Meloni si è andato rivelando come il motore propulsivo del centrodestra, ma la sua leader ha superato personalmente, in popolarità, lo stesso Salvini, tanto da indurre non pochi a parlare di lei come della vera candidata alla guida del governo prossimo venturo.
    Ecco, allora, il riferimento al famoso film del quale abbiamo parlato all'inizio. S'intitolava "Eva contro Eva, vincitore di ben sei premi Oscar, diretto da Joseph L. Mankiwicz e interpretato da due grandi attrici, Bette Davis e Anne Baxter.
    Vi si narrava la storia di Eva, una giovane aspirante attrice che riusciva a farsi apprezzare e benvolere da Margo, diva di grande fama e successo, ponendosi completamente al suo servizio e assecondandola in tutto e per tutto.
    Ma, ricorrendo a mille astuzie, lentamente, ma con grande tenacia, Eva riusciva a sostituirsi a Margo e a prendere il suo posto come "prima attrice". Si compiva così, inesorabilmente, la parabola di Margo e emergeva la stella di Eva.
    C'è un evidente parallelismo tra questa storia e quella che ha per protagonisti Matteo Salvini e Giorgia Meloni. È la legge cinica e spietata dello spettacolo che si addice - eccome - anche alla politica.
    Il film si conclude con l'apparizione di una giovanissima attrice che si presenta a Eva ed è destinata a seguire il suo stesso percorso.
    E forse non è azzardato, volgendo lo sguardo all'indietro, ricordare che allo stesso modo, più o meno, Salvini prese il posto di Umberto Bossi.