C'è una malattia che ha corroso dall'interno, come un tumore, le istituzioni, i partiti, i sindacati, sinistra compresa: è la propensione all'obbedienza, è l'acritico istinto autoconservativo degli apparati che consiglia prudenza, sino all'autocensura, ogniqualvolta si tratta di esprimere delle opinioni che comportano un'assunzione di responsabilità. All'obbedienza si viene educati da chi detiene il potere. Qui opera un patto, talora implicito, tal'altra esplicito, in ogni caso consapevole in entrambi i contraenti: tu rinunci alla tua indipendenza, alla tua creatività e ti affidi a me; io ti ricompenserò assicurandoti protezione, garanzia di carriera… sotto il mio ombrello non avrai nulla da temere, purché il tuo sostegno mi sia sempre assicurato.
Fatalmente, saranno i mediocri più ossequienti a superare di slancio questa selezione: mediocri, ma affidabili, perché proni al comando, quale che esso sia. L'obbedienza non è pura cupidigia di servilismo. Essa si regge sulla paura: la paura della punizione, il timore di tornare ad occupare quel solo posto che le proprie modeste qualità consentirebbero. Il potere è centripeto, guarda all'interno, non persegue velleità persuasive. Il potere costringe, blandisce, ricatta, premia o punisce, tiene in scacco. La sua forza non viene dal consenso, ma dal timore che incute. Perché, come ammoniva il Machiavelli nel suo Principe: «se l'amore può passare, la paura non viene mai meno». Poi, c'è l'altra versione dell'obbedienza, più complessa, ma non meno pericolosa. E' il fideismo, l'abnegazione sincera, appassionata, al capo che ti ha sedotto per le sue superiori capacità intellettuali, assunte a inossidabile criterio di verità, persino nelle loro repentine evoluzioni. Che, malgrado ogni giravolta del leader, non smettono di suscitare fascinazione. E' così che proliferano stuoli di cortigiani, solerti nel difendere le tesi del capo, anche quando queste si rivelano manifestamente infondate. La clonazione, a cascata, di uno stuolo di esecutori acefali conferisce poi all'organizzazione una finta immagine di forza e di coesione interna, ne mimetizza la crisi latente, ma - contemporaneamente - ne accentua la separatezza dal proprio corpo vivo. Allora, la distanza fra rappresentanti e rappresentati (fra governanti e governati) si allarga sino a diventare incolmabile. Memorabile la rappresentazione che di questa coazione servile dà Antonio Gramsci ( Passato e Presente , Einaudi, Torino, 1952, p. 70): « (…) Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido finge di non sentire, scantona, ecc.; al terzo giorno, la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza e anche lo bastona. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto, ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica deve sempre entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola, infatti, i presenti fingono ancora di entusiasmarsi». E' soprattutto nei momenti di stagnazione sociale che le organizzazioni si sclerotizzano, che i luoghi della rappresentanza si autonomizzano e degenerano nell'autoreferenzialità. Organo e funzione si separano, i mezzi divorziano dai fini, la democrazia come partecipazione avvizzisce e lascia il posto ai riti plebiscitari. Il leaderismo non è una variante semplificata della democrazia, soltanto un po' venata di autoritarismo. Ne è l'esatto contrario. Non esiste un leaderismo di sinistra. Quando esso si è manifestato, anche nei momenti di maggior forza e prestigio della sinistra, esso era l'espressione di una latente patologia, piuttosto che di vitalità. Il culto del capo è, da parte di chi vi si sottomette, un'autocastrazione della propria personalità. E' la rinunzia al proprio ruolo, al pensare in proprio. C'è un Cesare che lo fa per me. Egli non può sbagliare. Se cade, tutto precipita. Il dissenso diventa allora il peggiore dei delitti, la fenditura che incrina la diga. Nel dissenso, nella critica, si intravede il rischio di una dissoluzione o di un indebolimento delle inossidabili certezze e, soprattutto, del potere costituito. Il cui intrinseco monolitismo non sa (non può) riconoscere la ricchezza della dialettica. Che invece dovrebbe essere stimolata e accolta come una benedizione da parte di chi lavora per la democrazia. Quando invece si rinuncia alla ricerca del vero, che sempre confligge con la realtà data, si impone la verità "rivelata", appannaggio di una casta sacerdotale che custodisce l'ortodossia e la brandisce come una clava contro chiunque vi si opponga. Chi dissente è un eretico, un seminatore di discordia, da eliminare o da neutralizzare. Anche il potere rivoluzionario ha teso storicamente a ossificarsi. Ma negando il dissenso la rivoluzione nega se stessa: nata per abbattere il dispotismo diventa essa stessa dispotica, si converte nel suo opposto. Ecco perché quando si insedia un potere, di qualsiasi natura e colore, è indispensabile far nascere degli anticorpi, perché è nella fisiologia del potere mantenersi ad ogni costo. Non si tratta, dunque, di disconoscere l'autorevolezza, politica e morale, la funzione trainante, di guida, delle forti personalità. Il problema è semmai non rendersene succubi, è non abdicare al personale discernimento, in assenza del quale quel ruolo di guida si perverte e si dissolve nell'arbitrio, nell'autoritarismo, anche se dissimulato. Ancora Gramsci metteva in guardia dal rischio di una degenerazione autoritaria, che si impone tutte le volte che il capo non abbandona («non rinnega») la sua origine carismatica e pone se stesso come insostituibile. Quando questo avviene la democrazia si dissolve. E l'organismo (il partito, il sindacato, il movimento) cui si è dato vita, muta profondamente, nella forma e nella sostanza, nel regimento interno come nella sua missione. Forse, se l'esperienza storica del comunismo si è consumata nell'alternativa fra capitalismo e proprietà statale, fra mercato e programmazione; se l'approdo verso un'autentica proprietà sociale non si è mai affacciato nella storia umana, ciò è proprio da imputare all'incapacità di sviluppare sino alle estreme conseguenze la democrazia. La democrazia come autogoverno dei produttori associati.
(*) Liberazione, 17 maggio 2009



