In questi giorni densi di avvenimenti, mentre ci sentiamo travolti dalla Storia, in balìa dei potenti della terra e delle loro smanie predatorie, mentre però finalmente cominciamo a reagire scendendo in piazza come non si vedeva da tanto tempo, nella speranza che qualcuno sappia interpretare e tradurre in un programma politico chiaro e deciso, ma soprattutto concreto, la nostra rabbia e la nostra indignazione, è accaduto un evento che per fortuna, pur nella sua apparente marginalità, non è passato del tutto inosservato: è morta Jane Goodall, una pioniera della ricerca in etologia.
Quando, studentessa di Scienze Biologiche, frequentando le lezioni e poi preparando l’esame di Etologia, venni a conoscenza delle scoperte di Jane Goodall, la sua personalità mi affascinò e i suoi metodi mi conquistarono. Per me divenne un mito, così come lo erano Konrad Lorenz e Niko Tinbergen; ma lei, differentemente da loro, non faceva esperimenti con gli animali per confermare una sua intuizione, ma li osservava a lungo e con infinita pazienza, senza interagire e senza interferire con le loro attività. Da queste osservazioni, annotate con precisione e costanza sul suo taccuino nei tempi lunghi del solitario lavoro sul campo, ricavava infine le risposte che cercava, che a volte forse aveva intuito ma che altre volte le giungevano del tutto inaspettate.
Jane era nata a Londra il 3 aprile 1934 ed era cresciuta a Bournemouth, una cittadina del Dorset, sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Nella sua famiglia non mancavano gli animali domestici e lei fin da bambina trascorreva ore ad osservarli, soprattutto i cani ma anche le galline, cercando di capire i loro comportamenti e le loro interazioni. Ne notava le caratteristiche individuali ed era già chiaro per lei che gli animali avevano una personalità, provavano emozioni e comunicavano in modi che non erano solo dettati dall’istinto. Era già un’etologa in erba. Queste prime esperienze la convinsero che per comprendere davvero un animale bisogna riconoscerne l’individualità, rispettare i suoi tempi e non forzare l’interazione. Una filosofia che ha poi portato intatta nella foresta di Gombe, quando ha deciso di dare nomi agli scimpanzé, trattandoli come individui e non come numeri, come soggetti e non come semplici oggetti di studio. Questa intuizione, semplice e rivoluzionaria insieme, è diventata poi la base della sua etologia empatica.
Quando nel 1957, a 23 anni, le capitò l’occasione di soggiornare in Kenya, ospite nella fattoria di una sua amica, ebbe la fortuna di conoscere i paleontologi Louis e Mary Leakey, che stavano svolgendo ricerche sulla comparsa e l’evoluzione del genere Homo in Africa. Il comportamento controllato e corretto assunto da Jane quando vide comparire improvvisamente un leone molto vicino a lei e alla sua amica stupì favorevolmente Louis Leakey, che decise di metterla alla prova proponendole un compito da cui si aspettava potessero venir fuori delle informazioni utili per il suo lavoro sull’evoluzione umana. Sebbene Jane non fosse laureata le propose di studiare, per mezzo dell’osservazione sul campo, un gruppo di scimpanzé nella riserva del Gombe stream in Tanganika, l’attuale Tanzania, che oggi è un famoso parco nazionale. Jane accettò con entusiasmo ed iniziò così la sua attività di primatologa, che avrebbe poi portato avanti per più di 50 anni.
Nonostante le difficoltà iniziali - ragazza giovane e molto carina in un ambito, quello della ricerca sul campo, appannaggio dei maschi e a cui le donne non avevano fino a quel momento avuto accesso - e la mancanza di un titolo universitario, Jane seppe dimostrarsi una scienziata di altissimo livello, tanto che le sue prime osservazioni, pubblicate nel 1964 su Nature, le fecero ottenere un dottorato in etologia presso l’Università di Cambridge.
Il suo lavoro sui comportamenti degli scimpanzé sarebbe divenuto una pietra miliare dell’etologia e della primatologia. Le sue scoperte infransero barriere culturali e scientifiche e scatenarono una rivoluzione nel nostro rapporto con il mondo naturale e con gli animali non umani. A causa delle scoperte della Goodall l’uomo dovette scendere dal piedistallo su cui si era posto ed accettare l’evidenza di essere un primate tra gli altri primati. E a confermare ciò arrivò in seguito la scoperta che l’uomo e lo scimpanzé condividono il 98,6 % del genoma.
Quando Jane Goodall arrivò per la prima volta a Gombe nessuno avrebbe immaginato che quella ragazzina bionda e delicata, armata solo di un binocolo, di un taccuino e di una curiosità e una pazienza infinite, avrebbe scoperto e documentato negli anni cose che nessuno aveva mai osservato prima. Inizialmente la sua scelta di dare un nome agli animali invece di usare un codice alfanumerico come si era soliti fare suscitò critiche negli ambienti accademici, ma il suo approccio rivoluzionario basato sull’empatia, che grazie alla sua umiltà e alla sua pazienza le consentiva di essere accettata dai primati in modo di poterli osservare dall’interno del gruppo, diede innegabilmente i suoi frutti e le sue ricerche si affermarono rapidamente a livello internazionale.
Questo approccio le permise tra l’altro di approfondire lo studio delle emozioni negli animali, tema che non era mai stato fino ad allora affrontato dal punto di vista etologico. Jane parlò di madri affettuose, di individui empatici, di personalità distinte. Questo approccio, criticato inizialmente, ha poi dimostrato che rigore e sensibilità non sono incompatibili e ha gettato le basi per un’etologia delle emozioni e delle relazioni affettive. Le sue osservazioni sulle madri e sui piccoli rivelarono legami intensi e duraturi: alcuni piccoli sopravvivevano meglio se avevano madri accudenti e protettive, dimostrando il ruolo fondamentale delle cure parentali. Goodall descrisse anche i comportamenti di lutto, documentando il caso di individui che restavano accanto al corpo di un conspecifico morto o mostravano segni di depressione dopo la perdita di un familiare.
Non fece esperimenti, Jane: osservò. Nel 1960 scoprì che gli scimpanzé usavano ramoscelli, a cui avevano accuratamente staccato le foglie, per “pescare” le termiti da un termitaio, utilizzando quindi un vero “strumento” per procurarsi il cibo: l’uso di strumenti non era più dunque una nostra prerogativa. La frase che Louis Leakey le scrisse dopo questa scoperta è rimasta celebre: “Ora dobbiamo ridefinire l’uomo, ridefinire gli strumenti, o accettare gli scimpanzé come esseri umani.” La Goodall documentò anche che diverse comunità di scimpanzé utilizzavano tecniche diverse per lo stesso scopo e che queste conoscenze si trasmettevano da una generazione all’altra. Si trattava, a tutti gli effetti, di cultura basata sull’apprendimento sociale.
Queste sue osservazioni furono pubblicate su Nature e fecero scalpore, aprendo un dibattito acceso nella comunità scientifica.
Scoprì anche che gli scimpanzé costruivano nidi sugli alberi per dormire e documentò altresì episodi di caccia, consumo di carne ed interazioni sociali complesse, tutti comportamenti fino ad allora sconosciuti in questa specie e ritenuti prerogativa dell’uomo. Si trattava di una rivoluzione per la scienza e per l’idea di supremazia dell’Homo sapiens.
Queste osservazioni scatenarono una tempesta nel mondo scientifico, aprendo nuovi orizzonti nella comprensione del comportamento animale e del nostro stesso passato evolutivo. La sua ricerca cambiò per sempre il modo in cui la scienza vedeva gli scimpanzé e, di riflesso, la nostra relazione con il resto degli esseri viventi. Jane aveva posto le premesse per la contestazione dell’antropocentrismo, quando ancora nemmeno se ne parlava.
Jane Goodall trascorse oltre cinquant’anni in Africa, dove nel 1977 fondò il Jane Goodall Institute - ora presente in molti paesi compresa l’Italia - che si occupa di proteggere gli scimpanzé e promuovere una convivenza sostenibile tra gli esseri umani e l’ambiente. Nel 1991 diede vita al programma Roots & Shoots (Radici & Germogli), per coinvolgere i giovani di tutto il mondo nel prendersi cura della Terra, non come spettatori, ma come protagonisti attivi. Grazie a questo programma, cui teneva moltissimo, Jane ha piantato i semi del cambiamento in migliaia di giovani cuori in tutto il mondo. Ha insegnato che ogni piccola azione conta e che ognuno di noi, nessuno escluso, può fare la differenza.
Continuò a viaggiare fino a tarda età (raccontava che da molti anni difficilmente dormiva più di tre notti di seguito nello stesso letto), impegnata in campagne per la protezione degli habitat naturali e la conservazione della biodiversità nonché contro la deforestazione e i cambiamenti climatici.
Scrisse molti articoli su riviste di divulgazione e diversi libri, ma pubblicò anche articoli scientifici su riviste prestigiose che le permisero di essere universalmente riconosciuta come la principale esperta mondiale di scimpanzé.
Jane Goodall non è stata solo una scienziata, ma una paladina del cambiamento. Ha portato avanti un messaggio di speranza in tempi in cui la devastazione ambientale sembrava inarrestabile. È stata ambasciatrice di pace delle Nazioni Unite e ha parlato al cuore delle persone, insegnando che il nostro futuro è strettamente legato alla protezione degli esseri viventi che abitano questo pianeta e che quindi dobbiamo stabilire un rapporto più armonioso e sostenibile tra persone, animali e mondo naturale.
È morta per cause naturali la mattina del primo ottobre in California, dove si trovava per un tour di conferenze che stava tenendo negli Stati Uniti. A quanto pare a 91 anni ancora non riusciva a dormire nel suo letto per più di tre notti consecutive. Forse, come aveva raccontato, aveva sacrificato la sua vita personale per una causa superiore, ma sicuramente ha ispirato tante bambine e donne di ogni età ad andare oltre, ad attraversare mondi diversi e a non rinunciare mai a quello in cui si crede.
Grazie Jane, ora finalmente riposa


























































